Perché le montagne nel periodo prenatalizio diventano ancora più belle

Va bene, lo ammetto.

Il periodo che precede le festività natalizie mi piace molto, anche se spesso sostengo il contrario. Tuttavia: paesi e città si animano come mai accade nel resto dell’anno di un sacco di gente in cerca di regali, vagando per le vie pedonali, i negozi o i centri commerciali, le persone si incrociano scambiandosi auguri, si divertono nell’ammirare luminarie d’ogni sorta e giochi di luce… Bellissimo, già: così, di nuovo, per me e il segretario personale (a forma di cane) Loki le montagne rimangono tutte nostre o quasi, e vi possiamo vagabondare nella quiete più assoluta – una quiete in verità brulicante di vita, anche in questo periodo di letarghi e di sonno apparente per buona parte della Natura. In fondo anche questo è un “regalo” del periodo, forse non inatteso o imprevedibile ma comunque sempre parecchio sorprendente.

E se la scorsa volta il clima decisamente invernale accentuava la percezione della quiescenza naturale, stavolta la montagna e il cielo brillavano di una luce così intensa e vitale da far pensare alla primavera, costringendo l’inverno a rintanarsi timidamente nelle zone d’ombra aspettando tempi migliori – o peggiori, dipende da come li si intenda – per tornare a imporsi sul paesaggio.

Io e Loki risaliamo antiche mulattiere che dall’azzurro cupo del lago portano a quello intenso del cielo, vecchie vie rurali dal percorso tortuoso, a tratti rude, dai selciati che in certi tratti rivelano ancora la perizia costruttiva con la quale sono state impresse sul fianco del monte così che le genti del posto vi iscrivessero la propria storia e il peculiare legame tra il lago e la montagna, facendo di questi posti luoghi dalla doppia anima, in bilico tra la mitezza lacustre e la durezza montana. Un’anima tuttavia non indecisa ma in equilibrio tra i due ambiti, capace di assumerne in sé le rispettive specificità esaltandone la bellezza e il carattere proprio nel confronto costante, che passo dopo passo li definisce reciprocamente. Peraltro qui i “capitoli” della storia umana sono leggibili un po’ ovunque, nonostante l’aspetto apparentemente selvatico del monte, tra scritture recenti e altre secolari che raccontano sia la presenza antropica più sussistenziale (il bosco di ritorno, inevitabilmente disordinato, ancora non riesce a nascondere il profilo di certe zone terrazzate piuttosto sorprendenti, vista la ripidezza del versante, ad esempio) che quella tecnologica, la quale rivela anche qui una minima ma significativa industrializzazione delle risorse della montagna, portate a valle insieme a coloro che lavoravano i terrazzamenti suddetti.

Certamente un tempo più di oggi capitava di poter unire, grazie a questi antichi cammini, i due stati materiali fondamentali dell’acqua, quello liquido del lago e quello solido della neve. Oggi non c’è coltre nevosa a nascondere i selciati ma quasi ovunque vi è un cospicuo strato di foglie secche: e se la scorsa volta raccontavo di quanto sia piacevole da sentire il rumore crocchiante del cammino sulla neve, il frusciare dei passi tra le foglie cadute è divertente e fanciullesco, vien voglia di correrci dentro nonostante la fatica della salita – oppure proprio per alleviarla – così da sollevarne il più possibile e fenderne giocosamente la coltre guadando un torrente che fruscia come fosse pieno d’acqua ma non bagna. D’altro canto è l’unico rumore che c’è nell’intorno, dunque diventa anche una manifestazione del nostro piacere di essere lì in quel momento, soli, senza nessun altro che possa fare altrettanto o che possa ascoltarci se non gli abitanti del bosco che non vanno in letargo e sicuramente ci hanno udito e nascosti da qualche ci stanno osservando, pensando chissà che di noi.

Quel piacere diventa poi appagamento completo con la visione del territorio circostante e dell’orizzonte sempre più ampio man mano che saliamo in quota, con scorci di bellezza disarmante che cambiano quasi a ogni passo e colmano la mente e l’animo di grandiosità, di vastità, di maestosità e di quel qualcosa che, di nuovo, anche qui come altrove, non sai mai bene come descrivere ma associ facilmente ad un’idea piena e compiuta di «libertà».

A metà pomeriggio torniamo a valle e verso casa. Persone incrociate nel corso della giornata, in totale: sei. Probabilmente altri che, come me, “amano” in questo modo particolare il periodo natalizio.

N.B.: al solito, rimarco che le foto le ho fatte da non fotografo quale sono con un cellulare ormai datato, dunque chiedo venia a chi le giudicherà di qualità carente.

La “Montagna invernale tra il non più e il non ancora”, domani a Milano

Un caloroso consiglio agli amici di Milano – e a chi vi si possa recare.

Domani 11 dicembre a Milano, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, ERSAF – Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, in collaborazione con la sezione di Milano del Club Alpino Italiano, propone una serata per parlare di turismo invernale nelle Alpi: un tema che da un inverno all’altro si fa sempre più delicato e, per molti versi, tribolato.

L’epoca dello sci inteso come fenomeno di massa sembra infatti essere giunta al termine, e alcune località si stanno attrezzando per proporre un turismo alternativo, più in linea con le esigenze dell’ambiente e con la crisi climatica. È una delicata situazione di passaggio, dai risvolti complessi, illustrata dall’autore (con Michele Nardelli) del libro “Inverno liquidoMaurizio Dematteis – direttore di “Dislivelli.eu” – insieme al direttore di “Meridiani MontagnePaolo Paci: entrambe figure del mondo della montagna (e non solo) di grande prestigio e molteplici preziose competenze che è sempre bello e istruttivo sentir parlare.

La serata è in ricordo di Lisa Garbellini, dipendente ERSAF prematuramente scomparsa che si è a lungo occupata di tematiche legate alle terre alte, e rientra all’interno del festival “Leggere le Montagne”, che dal 2015 celebra la Giornata Internazionale della Montagna con una serie di iniziative letterarie e culturali lungo l’intero arco alpino.

L’ingresso è libero (alle ore 19 presso la sede del CAI Milano, in via Duccio di Boninsegna 21/23) e ai presenti sarà offerto un rinfresco finale con prodotti tipici della montagna lombarda.

La “neve” indispensabile

È ormai provato e risaputo che lo sci su pista sotto i 2000 metri di quota (e presto anche sopra) non potrebbe più esistere senza l’innevamento tecnico: ormai le precipitazione nevose degli inverni attuali sono talmente altalenanti e imprevedibili, nonché le temperature in costante aumento, da non poter più garantire la sostenibilità economica dei comprensori sciistici.

La neve artificiale sta salvando l’industria dello sci, insomma: la fa sentire «in piena salute, piena di energia, intraprendente, dinamica, le fa credere di poter affrontare la realtà in corso senza tema di uscirne sconfitta, di vincerne le avversità».

Be’, sono tutti effetti che si rilevano nel leggere qualsiasi testo che descriva la «cocaina». Che è detta anche neve e genera dipendenza come poche altre sostanze. Guarda caso.

In alto: le “piste di neve” di Livigno il 13 novembre scorso nell’immagine dal satellite “Sentinel2” elaborata da Alessandro Ghezzer e, qui sopra, alle 11.50 di oggi dalla webcam del sito livigno.eu.

REMINDER! Tutto il fascino dell’acqua del Fiume Adda e dei suoi paesaggi idroelettrici, domani sera a Calolziocorte (Lecco)

Domani sera 8 novembre, alle ore 20.45, sarò a Calolziocorte (Lecco) presso l’aula magna dell’Istituto Superiore “Lorenzo Rota” insieme all’amico e “collega di penna” Ruggero Meles per guidarvi “Dalle montagne alla pianura: i paesaggi idroelettrici dell’Adda”, incontro con ingresso libero organizzato dal gruppo CulturaInsieme per la rassegna “I venerdì dell’ambiente” e moderato da Sara Valsecchi, ricercatrice dell’Irsa – Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR.

Presenterò il mio libro “Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne” contestualizzandone i contenuti alla realtà idrografica dell’Adda, il principale fiume lombardo, che lungo il proprio corso e dei suoi immissari dalle Alpi al Po alimenta innumerevoli opere idroelettriche, dalle grandi dighe alpine alle traverse fluviali fino alle derivazioni per usi domestici, agricoli e industriali.

Con Meles, che in veste di autore per il magazine “Orobie” ha curato lo scorso anno una serie di reportage ad alcuni dei più significativi impianti idroelettrici lombardi, guideremo letteralmente il pubblico in un viaggio lungo il corso dell’Adda tanto affascinante quanto emblematico, scoprendo con l’aiuto di numerose e suggestive immagini le peculiarità dei paesaggi idroelettrici che contraddistinguono il bacino del fiume e riflettendo sul presente e sul futuro della risorsa acqua, che la realtà climatica e ambientale in divenire rende quanto mai preziosa per tutti noi e ancor più per la Lombardia, la regione più popolosa, industrializzata e antropizzata d’Italia.

Durante la serata, per chi lo desidera, il libro “Il miracolo delle dighe” sarà acquistabile.

Dunque, vi aspetto/aspettiamo: se siete di zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente (no, qui il clima non c’entra!) a partecipare. Sarà una serata veramente interessante e coinvolgente, ve lo assicuro.