“Destagionalizzazione” del turismo montano: prodigio o maleficio?

[Immagine tratta da jennyvallese.com.]

Destagionalizzazione è un altro di quei termini divenuti dei “mantra” nella promozione turistica contemporanea e nella comunicazione politico-istituzionale di sostegno ai progetti di “sviluppo turistico” e di infrastrutturazioni varie circa i quali si voglia convincere l’opinione pubblica della loro bontà. Probabilmente ve ne sarete accorti anche voi.

In realtà il termine ha un’etimologia di matrice economica, e indica il «metodo statistico atto a identificare e rimuovere le fluttuazioni di carattere stagionale di una serie storica che impediscono di cogliere correttamente l’evoluzione dei fenomeni considerati. Ad esempio il calcolo dell’indice della produzione industriale, la cui serie “grezza” (non destagionalizzata) presenta una brusca caduta nei mesi estivi a causa della chiusura di molte fabbriche o imprese» (fonte qui) per cui, togliendo i dati di quel periodo fuori norma, si destagionalizza il calcolo rendendolo più obiettivo e credibile.

Nell’ambito turistico “destagionalizzazione” ha assunto un significato comunque di natura economica, riferito alla pratica di «Ampliare la propria offerta turistica, organizzando un evento in un periodo dell’anno diverso da quello in cui comunemente è collocata l’offerta principale. Pratica diffusa, che viene messa in atto soprattutto nelle località balneari. Un esempio ampiamente discusso è Viareggio: il Carnevale ha fatto sì che la città oltre ad essere molto visitata nel periodo estivo, goda di un buon numero di turisti anche in inverno.» (fonte qui). La destagionalizzazione dell’offerta turistica impone un «ripensamento dell’offerta turistica con uno sforzo comune offrendo formule di turismo lento e sostenibile, responsabile ed eco-culturale, enogastronomico e del benessere.» (fonte qui).

È interessante quell’appunto, nella seconda citazione riportata, che segnala come la destagionalizzazione turistica sia una pratica diffusa soprattutto nelle località balneari. Fatto sta che, dal Covid in poi più che per quanto accaduto prima, stia apparentemente diventando una pratica assai in voga anche tra le località sciistiche montane. Apparentemente, ribadisco, dacché l’impressione vivida che se ne ricava è che la “destagionalizzazione” supposta da molte località montane pressoché totalmente vocate allo sci su pista sia in realtà un tentativo di spalmare lungo più mesi l’anno le pratiche turistiche massificate e banalizzanti che caratterizzano lo sci contemporaneo, puntando alla lunaparkizzazione spinta delle montagne per ricavarne una fruizione massimamente monetizzabile tanto quanto la meno culturale e responsabile possibile. In sostanza si vorrebbe praticare l’opposto di quanto l’accezione economica originaria del termine “destagionalizzazione” indica: non tanto un metodo per evitare i periodi turisticamente meno intensi ma per espandere il più possibile i periodi intensi e più massificati dunque impattanti, degradanti, banalizzanti i territori montani in oggetto. Un luna park alpestre, con tanto di giostre d’ogni sorta, aperto non più solo per quattro o cinque mesi l’anno ma per dieci o undici, senza alcun ripensamento autentico dell’offerta di pratiche turistiche «con uno sforzo comune offrendo formule di turismo lento e sostenibile, responsabile ed eco-culturale», come indicato nella terza citazione, ma tutto l’opposto: una negazione sempre più assoluta di qualsiasi pratica turistica che non sia quella legata alla monocultura sciistica e ai modelli del più pernicioso turismo di massa. Modelli che, ove non sia messa in atto un’accurata e oculata gestione in senso generale, hanno provocato e stanno provocando danni un po’ ovunque i quali evidentemente non vengono minimamente considerati dai promotori di quei progetti di “sviluppo turistico” che, come ho già detto (scritto) più volte, sembrano fermi agli anni Settanta del secolo scorso, come se nulla fosse accaduto in seguito fino a oggi ovvero come se la realtà sociale, culturale, economica, ambientale e climatica dei territori di montagna fosse rimasta immutata e restasse immobile, sospesa dalla realtà.

Ma cosa è veramente sospeso dalla realtà? La montagna o chi la pensa nel modo appena descritto?

Be’, a questo punto permettetemi un finale sarcastico: non è che da “destagionalizzare” veramente, prima della montagna, siano quelli che si arrogano il diritto e il potere di soggiogarla alle loro illogiche iniziative, destagionalizzandoli (sinonimo di “rimuovendoli”, nella definizione economica citata in principio) in modo che non possano più fare danni né in inverno e in estate e nemmeno negli altri periodi dell’anno?

Le Tre Cime di Lavaredo, sopra Lecco

Il “Lecco Mountain Festival”: evento imminente assai interessante al quale non posso che augurare un bel successo – e Lecco ne ha bisogno, per come nel tempo abbia perso troppe occasioni, a volte malamente ovvero maldestramente, di sancirsi come una delle capitali mondiali dell’alpinismo (come sarebbe e come spesso dimostra di non esserne conscia).

Però, porca miseria, io chiedo: ma Lecco, città ai piedi di alcune tra le montagne più celeberrime d’Europa, paesaggisticamente e alpinisticamente, perché sulla locandina di un suo evento dedicato alla montagna deve mettere le Tre Cime di Lavaredo, monti meravigliosi ma posti a più di 400 km di distanza (su strada)[1]? Forse che le pur altrettanto celeberrime Drei Zinnen svettino tra le sommità delle «due catene ininterrotte di monti» tra le quali si infila «quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno»? Forse che le Grigne e il Resegone, per citare i monti più famosi che sovrastano la città di Lecco, siano le une un Alaska e l’altro in Karakorum? E scommettiamo che qualcuno poco edotto della materia geografica (ahimè oggi assai negletta seppur così necessaria) ora penserà che si possa salire qualche via sulle Tre Cime di Lavaredo dopo aver fatto il bagno nel Lario o viceversa che Lecco non si trovi sul Lago di Como ma su quello di Misurina? Certo, con una buona dose di faccia tosta si potrebbe cercare di “vendere” alcune delle più imponenti guglie della Grignetta come le cuspidi di Lavaredo, sperando che le assai diverse proporzioni non vengano còlte… Che poi, nel sito del festival, di belle foto di monti lecchesi ce ne sono, dunque, che ci voleva?

Comunque, facezie a parte e, ribadisco, con l’augurio di un importante successo per il festival, ho il timore che di nuovo si sia persa una buona tanto quanto facile occasione di promozione (non solo turistica) delle montagne lecchesi e, di rimando, della città stessa con tutto il suo circondario, oltre che di “coerenza geografica” la quale, puntigli a parte, è sempre un elemento di marketing (e relativo place branding, come si dice oggi) fondamentale affinché un evento come quello in questione possa generare proficue e radicate ricadute, culturali e non solo, sul luogo in cui si svolge. Nonché di fare una bella figura d’immagine generale, soprattutto per un evento che promuove la fama montana e alpinistica di una città come Lecco che, ripeto, potrebbe e dovrebbe essere uno dei luoghi di riferimento mondiali per la montagna (grazie ai suoi monti, appunto, e alla celeberrima storia alpinistica dei lecchesi) e invece, fino a oggi, ha fatto di tutto o quasi per gettare alle ortiche questa pur prestigiosa possibilità.

[1] Unico legame importante che mi viene in mente, al riguardo, la via di Riccardo Cassin sulla Cima Ovest di Lavaredo. Della quale peraltro non mi pare che se ne parli, nel festival. Dunque, punto e a capo.

I «viaggiatori riluttanti»

[Immagine tratta da travelandtourworld.com, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Barry Lopez, il grande scrittore americano di natura e paesaggi, nel suo Sogni artici (libro di cui vi parlerò a breve, qui nel blog) propone una suggestiva definizione dei viaggiatori turistici contemporanei: li chiama «viaggiatori riluttanti», ovvero quelli che «hanno in mente quanto sta accadendo in patria e non badano al paesaggio» (pag.269). È una definizione parecchio interessante in quanto altrettanto arguta per come descriva benissimo, a suo modo e per come la intendo io, il (non) senso di certo viaggiare turistico contemporaneo. In pratica, il “viaggiatore riluttante” è quello che all’apparenza e per propria convinzione “epidermica” è ben contento di partire per un viaggio ma in realtà non vuole partire affatto, non vuole uscire dalla rassicurante routine quotidiana, dai suoi schemi, dalle abitudini consolidate, vi resta saldamente agganciato e in questo modo, anche quando si trova nel territorio più lontano e spettacolare, finisce inesorabilmente per cercare in esso quello che trova normalmente nella propria quotidianità. Non vede nulla del paesaggio, come dice Lopez, non genera alcuna relazione con il luogo in cui si trova: è come se davanti agli occhi avesse uno schermo sul quale la mente gli fa vedere soltanto ciò che egli riconosce perché abituale mentre su tutto il resto lo sguardo scorre come su un muro bianco. Un “viaggiatore” così non sta viaggiando affatto: si sta solo muovendo con il corpo ma, per tutto il resto, è ben fermo a casa propria.

Di “viaggiatori” così ne ho incontrati parecchi: gente che al Circolo Polare Artico si lamentava che nei ristoranti a cena non servissero il pane o che nei fiordi norvegesi, scesi a terra dalle grandi navi da crociera, osservavano tutto di fretta e non vedevano l’ora di tornare a bordo perché quel giorno c’era la “serata siciliana” oppure quelli che rifiutano di pernottare nei rifugi in montagna che non hanno camere singole e offrono solo camerate o si lamentano che non vi sia la connessione wifi o che la strada da cui partire per raggiungerlo non sia asfaltata e non offra ampi parcheggi oppure, più semplicemente, ricercano la folla (diurno o notturno) e non ne hanno fastidio esattamente come fossero in centro a Milano o a Roma… insomma, la lista potrebbe allungarsi parecchio.

Purtroppo questa predisposizione mentale è un effetto evidente del turismo di massa contemporaneo (a sua volta conseguenza del vivere odierno vocato al consumismo di tutto), il cui fine principale non è offrire esperienze di viaggio autentico ma vendere un mero prodotto (un pacchetto turistico) che, incidentalmente, ha “in allegato” dei luoghi i quali tuttavia non contano molto: conta il servizio, i comfort, ovviamente il prezzo e naturalmente la quantità di contenuti visivi che in tali “viaggi” si possono poi postare sui social. D’altro canto il viaggio vero risulta molto poco compatibile con un prodotto da vendere, e così molti “viaggiatori” (nel senso di gente che si sposta e compie un viaggio ma in modo inconsciamente riluttante, appunto) visitano paesi e regioni in giro per il mondo incredibilmente interessanti ma non mettono piede fuori dal villaggio turistico che hanno prenotato, nel quale hanno a disposizione esattamente quello che trovano ogni altro giorno dell’anno a casa propria: la brioche e il cappuccino a colazione, la pasta o la pizza, la sauna e l’idromassaggio, la serata in discoteca con, unica variante, lo spettacolo di danze tipiche locali eseguito da autoctoni che sono (gioco forza) più urbanizzati e forse pure più alienati di quelli che li applaudono.

In effetti, a pensarci bene, sinonimi di “riluttante” sono avverso, maldisposto, ostile. Per questo, alla lunga, quei non viaggiatori finiscono per generare notevoli danni ai luoghi che frequentano: inesorabilmente la trascuratezza verso i paesaggi che essi si portano appresso rischia di far diventare trascurati i paesaggi stessi, banalizzandone se non degradandone le peculiarità. Per come costoro “viaggiano”, se restassero a casa loro non cambierebbe molto e alla fine, probabilmente, riguardo certi luoghi farebbero meno danni. Già.

P.S.: sia chiaro, poi ognuno è libero di viaggiare o meno come vuole, non è una questione di forma (De gustibus non est disputandum, anche qui) ma di sostanza e, semmai, di travisamento di essa, ecco.

Era domenica 10 ottobre, a Colle di Sogno…

Immagini dal primo appuntamento della rassegna autunnale Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare, domenica 10 ottobre scorso a Colle di Sogno.

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(Foto ©Alessia Scaglia, fotografa ufficiale degli eventi, che ringrazio molto. Cliccateci sopra per ingrandirle.)