Claudio Giunta, Giovanna Silva, “Togliatti. La fabbrica della Fiat” (Humboldt Books)

Prima che la Fiat diventasse ciò che oggi è, ovvero una specie di finanziaria italo-american-franco-olandese che solo incidentalmente (così viene da pensare) produce autovetture – marchiate “Fiat”, intendo dire – ovvero quando rappresentava ancora un’autentica eccellenza industriale e tecnologica italiana, fu protagonista di uno degli accordi commerciali più inopinati ed emblematici del dopoguerra: quello con l’URSS per la costruzione della prima vera industria automobilistica sovietica, l’AutoVAZ. Uno dei massimi esempi di capitalismo occidentale andava a braccetto con il paese comunista per eccellenza, insomma: per di più, quale altro inopinato legame tra URSS e Italia, il Soviet aveva stabilito già nel 1964 di costruire il nuovo impianto industriale presso la città di Stavropol sul Volga che poco prima era stata ridenominata Togliatti in onore dell’omonimo leader del maggiore partito comunista occidentale, proprio quello italiano.

Di quell’impresa così particolare, per certi aspetti epica, per alcuni altri quasi fantozziana, raccontano Claudio Giunta e Giovanna Silva in Togliatti. La fabbrica della Fiat (Humboldt Books, Milano, 2020), volume assai curato come nello stile dell’editrice milanese nel quale i due autori raccontano del loro viaggio nella Togliatti odierna, sulle tracce dell’avventura industriale del tempo e seguendo le testimonianze di chi ne fu protagonista, da semplice operaio a dirigente, sia dal lato italiano che da quello sovietico – oggi russo.

Di “impresa” si può certamente parlare anche solo considerando la vastità della fabbrica creata dal nulla nel nulla del Sud Est russo, lungo le rive del Volga a 1000 km da Mosca: cinque milioni di metri quadrati di impianti industriali e ben 140 km di linee produttive con servizi annessi e tutt’intorno una nuova città ove alloggiare i dipendenti della fabbrica dalla quale, esattamente nel giorno del centesimo compleanno di Lenin, esce la prima autovettura Žiguli, in pratica una Fiat 124 adattata alla (pessima) rete viaria sovietica. Un’impresa durata 5 anni, con successive altre collaborazioni durate fino agli anni Ottanta, costruita su una grande intraprendenza manageriale dei vertici Fiat di allora, in particolare del presidente Vittorio Valletta, sulla preminenza tecnologica dell’industria italiana del tempo (buona parte degli impianti e dei macchinari della fabbrica di Togliatti erano italiani) e, mi viene da dire soprattutto, sull’impegno e l’abnegazione di innumerevoli operai, tecnici, ingegneri, dirigenti dell’azienda torinese che vennero mandati, in turni generalmente di sei mesi, in quella città in mezzo al nulla a costruire quella che tutt’oggi è una delle più grandi fabbriche d’Europa, a volte con minimo preavviso prima della partenza, in certi casi senza mai essere prima usciti dall’Italia (se non dal circondario di Torino).

In tutti c’era – e resta ancora oggi – «la sensazione di aver partecipato ad un’impresa capitalistica buona» (pag.31), sicuramente frutto di un capitalismo rampante ma anche di una volontà di progresso tecnologico e sociale condivisa da entrambe le maestranze italiane e russe, i cui potenziali frutti forse la Fiat del dopo-Valletta s’è fatta scappare in modo piuttosto ingenuo ed emblematico della crisi industriale che ha caratterizzato gli anni successivi della casa automobilistica torinese – considerando poi che quel popò di enorme fabbrica “italiana” è oggi in mano alla joint-venture Renault-Nissan-Mitsubishi.

Come detto, Claudio Giunta e Giovanna Silva sono tornati nella Togliatti odierna a constatare cosa sia rimasto di quell’impresa di mezzo secolo fa: Giunta narrando le storie di chi vi partecipò, il retaggio – umano più che industriale – rimasto nel tempo, i retroscena più significativi e, in certi casi, divertenti o simil-fantozziani, appunto, a volte assurti al rango di “mitologie” metropolitane torinesi: ad esempio questo oppure «Che a un certo punto, scartati i rubli come mezzo di pagamento (del contratto con Fiat da parte dei sovietici, n.d.s.), perché i rubli fuori dall’URSS non valevano niente, si è passati ai dollari, poi ai dollari e alle materie prime (gas, petrolio), poi ai dollari, alle materie prime e alle pellicce, sicché negli anni Settanta-Ottanta c’è stata – a Torino e provincia – una moltiplicazione dei negozi di pellicceria legata direttamente a questo traffico» (pag.16). Giovanna Silva invece propone la propria narrazione per immagini fotografiche di cosa è il luogo-Togliatti oggi: una città ancora marcatamente sovietica e come tutte queste dall’aspetto piuttosto decadente, in fondo anche affascinante nel suo aspetto quasi “metafisico” e comunque inesorabilmente legata alla presenza dell’enorme stabilimento, nel quale ancora oggi sono innumerevoli le presenze oggettive italiane, retaggio di un episodio della storia industriale italiana ed europea che pare accaduto secoli fa ma tutt’oggi singolare e emblematico.