“Sci e neve” in Valsassina, tra sopravvivenze e sbeffeggi

(Testo pubblicato anche sulle testate locali “Valsassina News, “Lecco News”, “Leccoonline” “Valbiandino.net”.)

La recente campagna “Sci e Neve 2023” promossa dalla rete di imprese “Montagne del Lago di Como” e presentata come un progetto «per trasformare la Valsassina in destinazione turistica invernale per visitatori da ogni angolo d’Italia e d’Europa», come hanno scritto alcuni media al riguardo, sui social media è stata ampiamente e inesorabilmente sbeffeggiata: pensare di “trasformare” nel modo descritto una zona prealpina come la Valsassina nella quale resiste un solo comprensorio sciistico relativamente limitato e a quote che non offrono più garanzie di neve certa e condizioni termiche ottimali per lo sci – i Piani di Bobbio, coi suoi pregi e i suoi difetti – mentre tutti gli altri un tempo attivi hanno chiuso per ragioni climatiche e economiche, effettivamente fa scattare immediati e inevitabili sorrisi, appunto. Di contro il tentativo promozionale messo in atto, seppur apparentemente maldestro, se mi immedesimo nei suoi promotori lo posso capire e per certi versi anche apprezzare: è una sorta di ultima chance (o quasi) per cercare di salvare il salvabile, sfruttando forse l’unico vantaggio reale della Valsassina turistica ovvero l’essere a un’ora di auto da Milano e dalla sua attrattività turistica cosmopolita, e nella consapevolezza – che io credo sia presente, nei promotori della campagna – che se la realtà climatica evolverà come tutti i report scientifici prevedono, lo sci in Valsassina diventerà la memoria di un passato bellissimo e purtroppo diversissimo dal presente. D’altro canto quello che se ne ricava, da una campagna del genere, e che è stato uno dei bersagli principali del sarcasmo sui social, è proprio l’apparente scollamento dalla realtà effettiva delle cose locali, che pare totalmente mutuato da quello, per certi versi ben più grave, dimostrato da certa politica locale al riguardo e in generale nella gestione amministrativa dei territori montani in chiave turistica. Col risultato, per la campagna e per i suoi promotori, di ottenere l’effetto contrario rispetto a quello sperato e deprimere la realtà valsassinese invece di sostenerla, oltre che di sprecare risorse preziose in iniziative a rischio di fallimento troppo alto – anche loro malgrado, ribadisco.

Insomma: leggere una campagna del genere è un po’ come sentire i musicanti dell’orchestra del Titanic che invitano a continuare le danze quando la nave sta cominciando a inclinarsi e a inabissarsi. Comprensibile per certi (pochi) versi, insensato per altri. Certo, la speranza che la nave resista e rimanga a galla c’è sempre, anche se i report climatici e quelli economici appaiono veramente come lo squarcio nello scafo che inesorabilmente imbarca acqua. Bisogna capire se l’orchestra persisterà a suonare e a pretendere che si danzi fino a quando la nave sarà colata a picco oppure se prima o poi – meglio prima che poi, ovviamente – si deciderà a contribuire attivamente al salvataggio della nave e soprattutto dei suoi occupanti.

Anche perché, metafore navali a parte, la Valsassina è una terra dotata di innumerevoli meravigliose peculiarità e altrettante potenzialità di frequentazione turistica virtuose e proficue per l’intero suo territorio. Non è solo una mera questione “sci sì/sci no” (e le “spade tratte” a difesa dell’una o dell’altra opzione non servono a nulla) ma di progettare e programmare in modo strutturato, sistematico e sviluppato nel lungo periodo un futuro che possa equilibrare e sviluppare tutte quelle potenzialità in modo sostenibile innanzi tutto a favore delle comunità residenti e poi, in forza di una relazione reciprocamente vantaggiosa, di qualsiasi visitatore che giunga in valle. Senza dubbio è un lavoro lungo e non semplice ma necessario, direi ormai vitale, la cui difficoltà tuttavia è inversamente proporzionale alla volontà di sviluppare il territorio con effettivi buon senso, razionalità, coerenza e contestualità – nonché con un marketing altrettanto contestuale e ben centrato su un’autentica ed eclettica valorizzazione della valle. Ovvero, in poche parole: se c’è la buona volontà per fare ciò, tutto sarà più semplice e parimenti proficuo per chiunque. E speriamo da subito che possa essere veramente così.

Un “borgo” (?!)

Sestriere, un «borgo».

Sestriere, già, nata con regio decreto il 18 ottobre 1934 per la volontà di Giovanni Agnelli di creare una località esclusivamente vocata al turismo sciistico, che ai tempi cominciava a trasformarsi nel fenomeno di massa poi sviluppatosi ovunque dal dopoguerra in poi. Nemmeno novant’anni di vita, e sarebbe un “borgo”.

Capite quale immaginario della montagna ci vogliono imporre, sempre più distorto, deviato, funzionale alla svendita commerciale e al consumo illimitato dei territori montani? Non da oggi, sia chiaro, ma negli ultimi tempi con sfacciataggine ancor più bieca e sfrenata. 

Ha ben ragione l’illustre Antonio De Rossi, sulla cui pagina Facebook ho intercettato la cosa lì sopra, a commentare: «La situazione pare oramai sfuggita di mano». Già: da discutibile, a paradossale, a ridicola ormai e chissà cos’altro, di questo passo.

Sia chiaro, nulla contro Sestriere per quel che è realmente e per chiunque ci vada: posto peculiare, per molti versi. Ma non è un borgo. Altrimenti definiamo “cattedrale” un centro commerciale e “foresta vergine” gli alberi di un giardino pubblico cittadino – o si continui pervicacemente a fare ciò che notai tempo fa sulla brochure promozionale di una nota località delle Dolomiti, dove ebbero il coraggio di definire “wilderness” il bosco in mezzo alle piste da sci da «esplorare» in appositi tour guidati lungo tracce comodamente battute e segnalate, con ovvio happy hour finale in un rifugio lì vicino. Fate voi!

Da par mio dunque non posso che ritornare a Antonio De Rossi, in merito a tale questione, e al fondamentale libro di cui è autore/curatore insieme a Filippo Barbera e Domenico Cersosimo: Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, pubblicato da Donzelli. Da leggere, sempre più (e cliccando sul link troverete un altro libro similmente interessante, sullo stesso tema).

Buone vacanze a tutti quelli che si recheranno a Sestriere. Che non è un “borgo”. No.

Stare in montagna per restare in città

Cosa vuole la gente che vive in città nel traffico e nel caos costanti, tra assembramenti, rumore, e inquinamento, quando sale per qualche giorno sulle montagne in mezzo alla natura? Ma ovviamente traffico, caos, assembramenti, rumore, inquinamento! E la politica, sempre così vicina ai bisogni dei suoi elettori, concede tutto quanto con grande abbondanza: strade intasate, parcheggi gremiti, affollamenti e grandi code, gas di scarico, rumore e baccano ovunque. Ma attenzione: tutte queste cose sulle brochure promozionali e nei siti web le chiama “silenzio”, “relax”, “wellness”, “sostenibilità”, magari pure “wilderness”. Geniale, vero? Trovare le stesse identiche cose di tutti i giorni in città anche a centinaia di chilometri di distanza in montagna, a 2.000 metri, tra boschi, prati, vette imponenti, e credere che siano “natura”! Che meraviglia!

Però, scusate, una domanda mi sorge: ma a questo punto non è meglio restarsene in città, senza fare così tanti chilometri e spendere chissà quanti soldi per salire sui monti? Se avete un negozio sotto casa che vende certe cose, fareste qualche ora di auto per andare a far compere in un altro negozio che vende le stesse cose solo perché ha un arredamento più bello? Non avrebbe granché senso, no? Sarebbe una politica ben poco logica e sostenibile, già.

Ecco.

(Cliccate sull’immagine per vedere il servizio TV relativo.)

“Destagionalizzazione” del turismo montano: prodigio o maleficio?

[Immagine tratta da jennyvallese.com.]

Destagionalizzazione è un altro di quei termini divenuti dei “mantra” nella promozione turistica contemporanea e nella comunicazione politico-istituzionale di sostegno ai progetti di “sviluppo turistico” e di infrastrutturazioni varie circa i quali si voglia convincere l’opinione pubblica della loro bontà. Probabilmente ve ne sarete accorti anche voi.

In realtà il termine ha un’etimologia di matrice economica, e indica il «metodo statistico atto a identificare e rimuovere le fluttuazioni di carattere stagionale di una serie storica che impediscono di cogliere correttamente l’evoluzione dei fenomeni considerati. Ad esempio il calcolo dell’indice della produzione industriale, la cui serie “grezza” (non destagionalizzata) presenta una brusca caduta nei mesi estivi a causa della chiusura di molte fabbriche o imprese» (fonte qui) per cui, togliendo i dati di quel periodo fuori norma, si destagionalizza il calcolo rendendolo più obiettivo e credibile.

Nell’ambito turistico “destagionalizzazione” ha assunto un significato comunque di natura economica, riferito alla pratica di «Ampliare la propria offerta turistica, organizzando un evento in un periodo dell’anno diverso da quello in cui comunemente è collocata l’offerta principale. Pratica diffusa, che viene messa in atto soprattutto nelle località balneari. Un esempio ampiamente discusso è Viareggio: il Carnevale ha fatto sì che la città oltre ad essere molto visitata nel periodo estivo, goda di un buon numero di turisti anche in inverno.» (fonte qui). La destagionalizzazione dell’offerta turistica impone un «ripensamento dell’offerta turistica con uno sforzo comune offrendo formule di turismo lento e sostenibile, responsabile ed eco-culturale, enogastronomico e del benessere.» (fonte qui).

È interessante quell’appunto, nella seconda citazione riportata, che segnala come la destagionalizzazione turistica sia una pratica diffusa soprattutto nelle località balneari. Fatto sta che, dal Covid in poi più che per quanto accaduto prima, stia apparentemente diventando una pratica assai in voga anche tra le località sciistiche montane. Apparentemente, ribadisco, dacché l’impressione vivida che se ne ricava è che la “destagionalizzazione” supposta da molte località montane pressoché totalmente vocate allo sci su pista sia in realtà un tentativo di spalmare lungo più mesi l’anno le pratiche turistiche massificate e banalizzanti che caratterizzano lo sci contemporaneo, puntando alla lunaparkizzazione spinta delle montagne per ricavarne una fruizione massimamente monetizzabile tanto quanto la meno culturale e responsabile possibile. In sostanza si vorrebbe praticare l’opposto di quanto l’accezione economica originaria del termine “destagionalizzazione” indica: non tanto un metodo per evitare i periodi turisticamente meno intensi ma per espandere il più possibile i periodi intensi e più massificati dunque impattanti, degradanti, banalizzanti i territori montani in oggetto. Un luna park alpestre, con tanto di giostre d’ogni sorta, aperto non più solo per quattro o cinque mesi l’anno ma per dieci o undici, senza alcun ripensamento autentico dell’offerta di pratiche turistiche «con uno sforzo comune offrendo formule di turismo lento e sostenibile, responsabile ed eco-culturale», come indicato nella terza citazione, ma tutto l’opposto: una negazione sempre più assoluta di qualsiasi pratica turistica che non sia quella legata alla monocultura sciistica e ai modelli del più pernicioso turismo di massa. Modelli che, ove non sia messa in atto un’accurata e oculata gestione in senso generale, hanno provocato e stanno provocando danni un po’ ovunque i quali evidentemente non vengono minimamente considerati dai promotori di quei progetti di “sviluppo turistico” che, come ho già detto (scritto) più volte, sembrano fermi agli anni Settanta del secolo scorso, come se nulla fosse accaduto in seguito fino a oggi ovvero come se la realtà sociale, culturale, economica, ambientale e climatica dei territori di montagna fosse rimasta immutata e restasse immobile, sospesa dalla realtà.

Ma cosa è veramente sospeso dalla realtà? La montagna o chi la pensa nel modo appena descritto?

Be’, a questo punto permettetemi un finale sarcastico: non è che da “destagionalizzare” veramente, prima della montagna, siano quelli che si arrogano il diritto e il potere di soggiogarla alle loro illogiche iniziative, destagionalizzandoli (sinonimo di “rimuovendoli”, nella definizione economica citata in principio) in modo che non possano più fare danni né in inverno e in estate e nemmeno negli altri periodi dell’anno?

Le Tre Cime di Lavaredo, sopra Lecco

Il “Lecco Mountain Festival”: evento imminente assai interessante al quale non posso che augurare un bel successo – e Lecco ne ha bisogno, per come nel tempo abbia perso troppe occasioni, a volte malamente ovvero maldestramente, di sancirsi come una delle capitali mondiali dell’alpinismo (come sarebbe e come spesso dimostra di non esserne conscia).

Però, porca miseria, io chiedo: ma Lecco, città ai piedi di alcune tra le montagne più celeberrime d’Europa, paesaggisticamente e alpinisticamente, perché sulla locandina di un suo evento dedicato alla montagna deve mettere le Tre Cime di Lavaredo, monti meravigliosi ma posti a più di 400 km di distanza (su strada)[1]? Forse che le pur altrettanto celeberrime Drei Zinnen svettino tra le sommità delle «due catene ininterrotte di monti» tra le quali si infila «quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno»? Forse che le Grigne e il Resegone, per citare i monti più famosi che sovrastano la città di Lecco, siano le une un Alaska e l’altro in Karakorum? E scommettiamo che qualcuno poco edotto della materia geografica (ahimè oggi assai negletta seppur così necessaria) ora penserà che si possa salire qualche via sulle Tre Cime di Lavaredo dopo aver fatto il bagno nel Lario o viceversa che Lecco non si trovi sul Lago di Como ma su quello di Misurina? Certo, con una buona dose di faccia tosta si potrebbe cercare di “vendere” alcune delle più imponenti guglie della Grignetta come le cuspidi di Lavaredo, sperando che le assai diverse proporzioni non vengano còlte… Che poi, nel sito del festival, di belle foto di monti lecchesi ce ne sono, dunque, che ci voleva?

Comunque, facezie a parte e, ribadisco, con l’augurio di un importante successo per il festival, ho il timore che di nuovo si sia persa una buona tanto quanto facile occasione di promozione (non solo turistica) delle montagne lecchesi e, di rimando, della città stessa con tutto il suo circondario, oltre che di “coerenza geografica” la quale, puntigli a parte, è sempre un elemento di marketing (e relativo place branding, come si dice oggi) fondamentale affinché un evento come quello in questione possa generare proficue e radicate ricadute, culturali e non solo, sul luogo in cui si svolge. Nonché di fare una bella figura d’immagine generale, soprattutto per un evento che promuove la fama montana e alpinistica di una città come Lecco che, ripeto, potrebbe e dovrebbe essere uno dei luoghi di riferimento mondiali per la montagna (grazie ai suoi monti, appunto, e alla celeberrima storia alpinistica dei lecchesi) e invece, fino a oggi, ha fatto di tutto o quasi per gettare alle ortiche questa pur prestigiosa possibilità.

[1] Unico legame importante che mi viene in mente, al riguardo, la via di Riccardo Cassin sulla Cima Ovest di Lavaredo. Della quale peraltro non mi pare che se ne parli, nel festival. Dunque, punto e a capo.