Del viaggiare, di “turisti” e di “viaggiatori”

Da buon appassionato di viaggi, e da autore di “narrazioni di viaggio” (anche se una definizione del genere risulta gioco forza limitata e limitante), mi trovo spesso a riflettere sull’evidente (e inevitabile, oggi) dicotomia esistente tra le due figure sostanziali che “viaggiano” (in senso generale ovvero per scopi ricreativi / culturali / esperienziali e non per altri fini meramente funzionali): il viaggiatore propriamente detto e il turista. Inutile rimarcare che di elementi costitutivi di tale dicotomia – o antinomia, se preferite – se ne possono trovare numerosi. Su uno in particolare, tanto facilmente riscontrabile quanto in verità sfuggente, mi sono ritrovato a meditare di recente, anche grazie al mio grande interesse per l’etimologia delle parole – e, sia chiaro, con il massimo rispetto verso ogni forma di viaggio, dalla più superficiale alla più intensa: ognuno è libero di viaggiare come vuole, ma capirete che non è questo ciò di cui voglio dissertare, qui.

Quando si disquisisce di turismo, si usa di frequente il termine destinazione – una “destinazione turistica”, ad esempio. “Destinazione” ha la stessa (palese) radice etimologica di destino: il latino destinàre, che a sua volta rappresenta una forma allungata (comune anche al greco) dell’indoeuropeo stà-re, essere fermo, dunque fermarsi, fissare, stabilire fermamente. Da queste accezioni nasce pure il significato di destino: ciò che viene stabilito, decretato in modo ineluttabile – in forza d’una decisione divina, si credeva un tempo.

Posto ciò, e divinità varie e assortite a parte, mi viene conseguentemente da pensare a una definizione del genere: il turista è colui che viaggia per raggiungere una “destinazione” (altrui), il viaggiatore è chi viaggia per raggiungere, o conseguire, un “destino” (proprio). Notate come, a fronte d’una comune radice etimologica, le due accezioni risultino in effetti profondamente antitetiche, e vadano a toccare non solo il senso del viaggio in sé e il suo scopo, ma pure quello del “viaggiatore” in quanto soggetto attivo, il valore culturale e antropologico originario del suo muoversi nello spazio e nel tempo nonché del rapporto intercorrente con i luoghi viaggiati.

Non so se da ciò si possa derivare che “viaggiare”, nel senso più autentico del termine, rappresenti dunque una vera e propria vocazione, piuttosto d’un effetto dell’ambiente socioculturale nel quale si vive e dal quale si proviene e si parte. Ma di contro sono del tutto convinto che nessun viaggio che in qualche modo non diventi un “pezzo” più o meno grande di destino possa realmente definirsi tale. In fondo, spesso si rappresenta il destino come la meta del nostro viaggio vitale – in tal senso l’accezione del termine torna apparentemente ad avvicinarsi a quella di “destinazione”. Però, il viaggiatore autentico è pure quello che governa il proprio viaggio, che non segue rotte prestabilite verso destinazioni prestabilite da altri ma che sceglie la propria verso proprie mete, è quello che esce dal sentiero battuto per vedere oltre l’orizzonte altrimenti limitato e traccia nuovi cammini, nuove vie: è colui che – lo rimarco spesso – non viaggia per visitare un luogo, ma viaggia per fare che sia il luogo a visitare lui. Facendo in tal modo della “destinazione” e del “destino” una cosa sola e unicamente sua.

Non dovremmo mai dimenticare che noi uomini – creature intelligenti e civili – possiamo dirci umani proprio in relazione al mondo che viviamo e col quale interagiamo, con lo spazio nel quale ci relazioniamo e dal quale ricaviamo identificazione e identità, nonché la cui conoscenza ci fornisce la migliore direzione per il nostro moto vitale – e non solo metaforicamente. La geografia del mondo deve correlarsi e armonizzarsi con la nostra geografia interiore perché noi siamo il mondo che abbiamo intorno (e che costruiamo giorno dopo giorno) e il mondo è ciò che noi siamo e facciamo. Altrimenti, non saremmo altro che eterni forestieri ovunque, ineluttabilmente smarriti e incapaci di ritrovarci, corpi estranei in uno spazio sconosciuto privo di coordinate geografiche (e geoculturali) e potenzialmente pericoloso. Non saremmo affatto umani, appunto, ma creature ad uno stato antropologico inferiore.

Per tutto ciò, io credo, serve il viaggio. Per questo, come ho già detto qui, in buona sostanza il viaggiatore è il viaggio. E solo così il viaggiare diventa momento fondamentale di vita, e non un mero spostarsi nello spazio verso una qualsiasi “destinazione” ma senza una vera meta: un atto sostanzialmente illogico, dunque “non umano”, ecco.

Se questo è un editore…

E io, che sono il solito ingenuotto, quando vedo ‘ste cose penso sempre che sia un fake, dacché così di primo acchito mi sembra fin troppo grossa che una delle più “prestigiose” case editrici italiane metta sugli scaffali libri fondamentali, in senso letterario tanto quanto in senso storico-culturale, che se ne compri almeno due ricevi in regalo un telo mare.

Un telo mare, già.

Invece no, tutto vero. L’Einaudi targata Mondazzoli lo ha fatto, conseguendo così un nuovo e “prestigioso” (aggettivo con la stessa accezione del precedente, ovvio) record nell’affollata competizione a chi raschia di più e “meglio” il fondo del barile dell’editoria nostrana. Anche se – ci tiene a precisarlo, l’Einaudi – è “Un telo mare, del valore di 18 euro”: cioè, ha più valore di un singolo libro, eh! Mica roba da poco!

Beh, vista la stagione e le imminenti vacanze, non ci si può che “rallegrare”: ormai è chiaro che dalle nostre parti “Con la cultura non si mangia” (cit.), ma almeno si può prendere la tintarella. Attività che, a quanto rivelano le statistiche sullo stato della lettura nel nostro paese, è ben più gradita da tanti rispetto alla lettura di un capolavoro della letteratura.

P.S.: ma poi voi credete che “promozioni” del genere contribuiscano a vendere più libri e a creare più lettori? Io no. Anzi, credo che ottengano l’effetto opposto.

Dude

logo_dudeDude, a mio modo di vedere, è una di quelle cose che oggi meritano di essere conosciute.

Dude è un’azienda di innovazione culturale. Attraverso l’ideazione e la produzione di progetti indipendenti, crea utilità e valore condiviso, rispondendo al bisogno di culturaarte e informazione e generando un valore funzionale ed economico.
Dude è replicabile e sostenibile: può estendersi ed espandersi in contesti sempre nuovi, individuando linee di ricavo credibili.
Dude è attiva come agenzia di comunicazione, ha un reparto culturale e organizza e produce eventi.

Giusto in tema di cultura – e di letture relative – la manifestazione più diretta e concreta è di Dude è Dude Mag, il magazine di attualità culturale.
Dude Mag è “un manuale di sopravvivenza per gentildonne e gentiluomini”.
Nel periglio della rete, Dude Mag è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute.
Dude Mag lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
Dude Mag ha iniziato il suo percorso come magazine culturale cartaceo nel 2012 ed è stato distribuito gratuitamente tra Roma e Milano con una tiratura media di 2.500 copie.
L’attività della redazione continua su www.dudemag.it, nelle monografie in edizione limitata e negli ebook di Dude Editore.

Insomma, ribadisco: merita di essere conosciuta, Dude. Assolutamente.
Cliccate sull’immagine del logo di Dude in testa al post per visitare il sito web, oppure cliccate qui per la pagina facebook.

Leggere è (da sempre) sexy!

Si usa spesso, per cercare di promuovere la lettura – anzi, per interessare e smuovere dal loro torpore quelli che proprio i libri non se li filano per nulla, preferendo cose ben più rozze e stupide – l’espressione “Leggere è sexy”. Ne ho parlato anch’io qualche volta, di iniziative legate a tale espressione, ad esempio qui.
Beh, se pensate che sia un’idea nata in questi ultimi anni di particolare decadenza dell’esercizio della lettura presso il grande pubblico, dovete invece sapere che già da parecchio tempo leggere libri era ed è considerata un’attività sexy: lo dimostra bene questa carrellata (parzialissima, inutile dirlo) di manifesti e fotografie in tema, che coprono praticamente tutto l’arco del Novecento.
In fondo, anche allora la motivazione principale di questa produzione iconografica era sostanzialmente promozionale e commerciale, ovviamente. Ma, d’altro canto e al di là di qualsiasi interesse terzo, non è del tutto vero che leggere libri è un qualcosa di irresistibilmente sexy?

P.S.: noterete che tutte le immagini sono a soggetto femminile. Beh, al di là dei gusti personali, è ciò che si può trovare sul web. D’altro canto, nell’immaginario collettivo, è da sempre la donna a incarnare il migliore – e più alto, anche – concetto di bellezza, in senso poco o tanto voluttuoso; o forse, al di là di qualsiasi immaginazione di parte, è giusto così perché è assolutamente vero che le donne leggano più degli uomini, creature (opinione personale) inesorabilmente più rozze oltre che meno emblematicamente “belle”.