I Piani di Bobbio, la stagione invernale appena conclusa, quelle future e qualche riflessione al riguardo

Mi scuso da subito per la prolissità del testo che state per leggere, ma è necessaria a offrire la massima chiarezza e comprensibilità espositiva nonché a evitare qualsiasi possibile cenno di mera e banale “polemica” o di voler sofisticamente mettere-i-puntini-sulle-i, intenzioni del tutto aliene ai contenuti che leggerete e semmai, il testo così elaborato, funzionale al confronto ineludibilmente costruttivo delle idee, senza alcuna preclusione.

Bene: premesso ciò, ho letto con molto interesse l’intervista rilasciata qualche giorno fa a “Valsassina News” di Massimo Fossati, amministratore delegato di ITB – Imprese Turistiche Barziesi nonché presidente di ANEF Lombardia, la delegazione regionale dell’associazione degli impiantisti – la potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra. Intervista stimolante, ad opera di Cesare Canepari, che mi ha generato parecchie riflessioni mirate innanzi tutto al luogo e alle sue peculiarità piuttosto che ad altri, ITB in primis.

Fossati è una persona intelligente e capace – lo dico non perché abbia qualche titolo per farlo ma per mera e sincera opinione personale – e sovente afferma cose con le quali non si può non essere d’accordo; d’altro canto, oltre che una figura imprenditoriale, nella sua doppia veste professionale e istituzionale è anche e inevitabilmente un promotore di marketing, comprensibile tanto quanto arbitrario. D’altro canto i Piani di Bobbio sono una località per molti versi emblematica rispetto al presente e al futuro del turismo montano: spazio prealpino molto prossimo alla parte più antropizzata della Lombardia a quote che nei prossimi anni facilmente registreranno sempre meno neve e temperature sempre più alte, dotata di un paesaggio peculiare e di grande valore culturale ma parecchio infrastrutturato in modo pressoché monoculturale, turisticamente “maturo” cioè ormai giunto al massimo sfruttamento possibile del territorio sul quale insiste.

[I Piani di Bobbio in inverno.]
La grande fortuna dei Piani è ovviamente la vicinanza a Milano e al suo hinterland, bacino d’utenza ampio e comodo a un’ora di auto dalla telecabina di arroccamento al comprensorio e unico vero strumento a disposizione per combattere la concorrenza dei più ampi comprensori valtellinesi; di contro l’offerta delle piste è di qualità sciistica medio-bassa, l’estensione altrettanto fatta eccezione per i tracciati sul versante bergamasco, verso la Valtorta, la cui apertura negli anni Ottanta ha “salvato” la località da un oblio altrimenti inesorabile. Dunque non ho motivo di dubitare, come alcuni fanno, delle 400mila presenze citate da Fossati per la stagione ormai al termine, un dato che certifica il lavoro svolto dalla “sua” ITB. Tuttavia non si può non notare che sono presenze concentrate su una stagione ormai ridotta a poco più di tre mesi e con soli 20 cm di neve naturale, come viene rimarcato nell’articolo: viste le temperature sovente registrate anche nel corso dell’inverno appena concluso, viene da pensare che se di precipitazioni ce ne fossero state come in stagioni (un tempo) normali, sovente sarebbero state piovose più che nevose, rovinando la qualità delle piste; il periodo siccitoso ha dunque favorito l’utilizzo dell’innevamento artificiale, nel bene e nel male di tale pratica e comunque nell’evidenza che tutto ciò, obiettivamente, non possa affatto rendere roseo il futuro come invece Fossati sostiene, almeno negli aspetti climatici (oltre che in quelli economici). Con ciò non voglio affatto costruire “verità” su mere ipotesi, semmai voglio invitare a riflettere con cognizione di causa rispetto a un domani che la climatologia ci fa prevedere alquanto difficile, e non solo per l’industria dello sci: altrimenti si rischia di navigare su un vascello che imbarca acqua ignorando il problema per poi ritrovarsi in affondamento definitivo senza poter più fare qualcosa – e sto pensando agli 82 dipendenti che Fossati oggi può ancora mantenere, domani me lo auguro di tutto cuore.

D’altro canto la positività espressa da Fossati nell’intervista di “Valsassina News”, oltre che dettata dai risultati ottenuti, appare come una (comprensibile) pratica di marketing dagli aspetti anche politici; qualche mese fa il futuro non gli appariva così roseo, come quando qui denotava «il pericolo circa la sostenibilità economica di un comprensorio sciistico come quello lecchese e un po’ tutto il comparto lombardo» per i costi di gestione attuali dello sci, che inevitabilmente si scaricano per una certa parte sul prezzo degli skipass (e una località come Bobbio non può certo permettersi di far pagare un giornaliero come Bormio o Livigno!), oppure quando segnalava che «Il periodo di siccità non ci aiuta di certo. Noi non consumiamo l’acqua, perché la trasformiamo in neve ma le riserve sono scarse. Adesso c’è ancora disponibilità ma gli invasi di accumulo sono ormai vuoti», un problema ancora aperto e anzi di gravità crescente, ancor più per un territorio come quello di Bobbio, ampiamente carsico, che non è affatto ricco di acque superficiali.

Altrove invece Fossati fa marketing, e anche piuttosto spinto, a favore della categoria della quale è presidente regionale. Qui afferma che «Grazie agli investimenti privati di imprenditori lungimiranti è stato possibile evitare lo spopolamento di molte località montane. L’intervento pubblico è fondamentale, ma perché abbiamo toccato con mano durante il periodo Covid cosa significa avere i comprensori chiusi. Il risultato è la desertificazione sociale. Quale è il problema? Non c’è consumo di acqua, perché la neve programmata torna ad essere una risorsa idrica, usiamo energie rinnovabili. Dicono che è finito il boom degli anni Ottanta. Ai Piani di Bobbio a fine stagione arriveremo a registrare 400 mila primi ingressi. Il dato più alto di sempre», dimenticando diverse cose: primo, che gli investimenti di imprenditori in molte località montane non sono sempre stati così lungimiranti ma di frequente hanno provocato la decadenza economica, sociale e ambientale delle relative località (vengono in mente gli orribili condominioni vuoti e a volte cadenti di Barzio e Moggio, finiti così non solo per i cambiamenti climatici, inoltre le vicine valli bergamasche sono piene di esempi al riguardo); secondo, che l’accostamento tra chiusure per Covid e desertificazione sociale non ha senso, tant’è che a fine “zone rosse” e senza più piste da sci aperte la montagna si è riempita di gente, anche troppo – ma sono comunque due questioni ben differenti nella loro sostanza; terzo, che pure citare il “boom degli anni Ottanta” è del tutto incongruo, visto che oggi si tratta di considerare innanzi tutto variabili climatiche, ambientali, ecologiche e che quelle economiche sono da esse derivanti, dunque paragonare successi commerciali di 40 anni fa a quelli di oggi è come paragonare Pelé con Messi: epoche diverse, stili diversi, contesto sportivo diverso, non conta che il pallone resti comunque sferico e si prenda ancora a calci come allora!

[I Piani di Bobbio in veste estiva.]
Infine, Fossati allora sosteneva che «L’intervento pubblico è fondamentale» ma su “Valsassina News” rimarca che «Abbiamo investito tanto ma sempre del nostro» seppur ammettendo che «I contributi, soprattutto regionali, sono arrivati solo negli ultimi anni, in quote del 20% sugli investimenti fatti e non sulla produzione di neve»: “mezza verità”, visto che la Regione Lombardia finanzierà con un milione di Euro l’innevamento della pista da sci di fondo dei Piani di Bobbio ma li darà al Comune di Barzio (così ITB può restare con la coscienza “linda”, al riguardo) e comunque altrove ma pur sempre in Lombardia accade l’opposto. E gli investimenti di svariati milioni di Euro prospettati a Barzio (strade, parcheggi eccetera) non vanno principalmente a portare vantaggi al comprensorio sciistico più che alla comunità residente? Certo, si può sostenere il contrario visto che non si è fruitori diretti degli stanziamenti, ma con tutta evidenza appare un’asserzione di ben difficile sostenibilità – e infatti quegli investimenti sono parecchio contestati da una parte rilevante di popolazione locale.

Ma se parimenti non regge l’affermazione di Fossati (sempre da qui) per cui: «Legambiente propone un turismo diverso, parla di ciaspole, camminate, ma sembra non capire che anche per questo ci vuole la neve» – be’, in realtà è proprio Fossati a (fingere di) non capire: se non c’è neve le escursioni si fanno comunque, si tolgono le ciaspole, si cammina e in ogni caso queste attività non abbisognano di infrastrutturazioni di sorta, poco o tanto invasive, costose, lunaparkizzanti; senza neve invece gli impianti restano fermi ed è lo sciatore a non poter far nulla – altrove dimostra ben più pragmatismo: «Noi operatori della montagna siamo sempre entusiasti di poter affiancare la Regione e dare il nostro contributo operativo, per avvicinare sempre più persone alle nostre montagne, fatte non solo di sci alpino ma di moltissime altre opportunità» dimostrando di sapere bene che lo sci su pista non è tutto, anzi, è solo una parte quantunque importante ma sempre più marginale, a giudicare dalle indagini di mercato, della frequentazione turistica montana.

Ora, sia chiaro, non voglio affatto fare noiosamente le pulci alle parole e alle affermazioni di Fossati, peraltro assolutamente legittime e, ripeto, comprensibili nella sua posizione; anzi, con tutto ciò ci tengo a dimostrare quanto ritenga Fossati, messi da parte gli slogan promozionali più o meno motivati, la figura capace per come ho scritto in principio di questa mia dissertazione. Le 400mila presenze di Bobbio sono un bel successo, e obiettivamente è una notizia ben migliore di qualsiasi altra che – ipoteticamente, s’intende – rimarcasse per qualsivoglia causa l’oblio della località. Come lo stesso Fossati ha dichiarato in altri articoli, i Piani di Bobbio hanno consolidato una tradizione sciistica che, se gestita in maniera ecologicamente, ambientalmente e economicamente virtuosa, può ben proseguire con simile successo senza tuttavia che ciò possa riservare il diritto o la mera volontà ignorare la situazione di fatto attuale e futura delle nostre montagne, soprattutto nei suoi aspetti climatica. Visione imprenditoriale in tal senso Fossati ne manifesta nella stessa intervista a “Valsassina News”; dal mio punto di vista sarebbe auspicabile che su tale visione potesse integrarsi e svilupparsi una maggiore attenzione culturale verso il territorio dei Piani di Bobbio, il suo ambiente naturale al di fuori delle piste da sci e le sue notevolissime valenze paesaggistiche. Un patrimonio peculiare che genera l’identità culturale dei Piani ben più che la presenza del comprensorio sciistico, e che rappresenta da un lato un tesoro da salvaguardare e dall’altro uno scrigno di opportunità del quale fruire per sviluppare e sostenere una frequentazione dei Piani che non punti solo alla mera presenza ludico-ricreativa ma alla relazione degli ospiti con il territorio e il paesaggio, così da approfondire una conseguente fidelizzazione verso il luogo che nel medio-lungo periodo possa garantire la sostenibilità economica di chi ci lavora. Tutte cose che si possono mettere in pratica attraverso innumerevoli modalità per la cui buona partenza serve invece solo una cosa fondamentale: la volontà. Anzi due, anche la visione programmatica verso il futuro, che peraltro ogni attività imprenditoriale deve necessariamente sviluppare in modo consono alla propria realtà e alle sue evoluzioni concrete, ancor più in collaborazione con le amministrazione pubbliche locali quando il territorio sia pregiato e delicato come quello montano.

Ecco: poste le mie convinzioni più volte espresse sia sui Piani di Bobbio che su altre località delle montagne valsassinesi, mi auguro che quanto sopra auspicato possa realizzarsi, per il bene di tutti.

Mi scuso ancora per la lunghezza di questo mio scritto e vi ringrazio molto se siete giunti a leggerlo fino qui.

(Le immagini fotografiche sono tratte dalla pagina Facebook dei Piani di Bobbio.)

Fare cose belle e buone, in montagna. Sulle Madonìe (Sicilia), ad esempio

Le Madonìe (in siciliano Li Marunìi) sono tra le montagne più belle della Sicilia e del Mediterraneo. Tanto poco esteso quanto ricco di angoli spettacolari e in costante vista del Mar Tirreno, il gruppo presenta le più alte vette dell’isola dopo l’Etna, sfiorando i duemila metri di quota con il Pizzo Carbonara (1979 m) che domina una morfologia parecchio variegata nonché alcune peculiarità notevoli come la faggeta di Piano Cervi, la più meridionale d’Europa. D’altro canto l’ambiente naturale delle Madonìe è talmente pregiato che la zona, il cui parco è inserito già dal 2004 nella Rete Mondiale dei Geoparchi, dal 2015 si fregia del titolo di Geoparco Mondiale UNESCO.

Nonostante ciò, anche le Madonìe non sono sfuggite al tentativo di imporre ai loro territori i modelli del turismo di massa più banalizzanti e decontestuali: la località sciistica di Piano Battaglia, pur piccola, è il frutto di quell’imposizione, dagli scopi ben più attenti al consumo del luogo che alla sua valorizzazione autentica e con la solita cronaca di pasticci finanziari, chiusure, riaperture, richiusure, soldi pubblici malamente spesi, problematiche legate al clima, eccetera: la sua storia è raccontata – succintamente ma compiutamente – nel libro Inverno Liquido di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli.

Anche per i motivi che ho appena citato, qualche anno fa un gruppo di cittadini madoniti per passione, interesse, competenze, ha deciso di impegnarsi alla promozione e sviluppo dei territori montani delle Madonie, creando un’associazione culturale che oggi si può ben indicare come un esempio mirabile e assai efficace di valorizzazione della montagna in senso generale: è Identità Madonita, nata proprio per attivare e promuovere nuovi processi di sviluppo, reti di aziende, persone e servizi dedicati non solo al visitatore ma anche ai giovani madoniti. L’associazione promuove forme di sensibilizzazione attraverso attività mirate ad accrescere la conoscenza ed il valore del territorio, a combattere lo spopolamento e attivare nuove visioni e interpretazioni del territorio locale. Inoltre usa lo sport per attivare forme di sensibilizzazione dei giovani madoniti in base al principio per il quale la conoscenza approfondita di pratiche che agevola la scoperta dei luoghi del territorio può essere potente volano di nuove forme di coscienza, di attività imprenditoriali e di attrazione, così da innescare nuovi meccanismi di sviluppo benefici per l’intero territorio.

Infine, Identità Madonita sfrutta la conoscenza dei suoi membri per promuovere e incentivare forme di reti di persone e servizi al fine di facilitare la fruizione e la coltivazione della cultura delle Madonie. Per questo tra i soci dell’associazione si trovano maestri ceramisti, agronomi profondi conoscitori delle tradizioni contadine, maestri pupari, esperti cuochi, ex componenti dei reparti speciali dell’esercito, artisti pittori, e soprattutto appassionati esperti di sviluppo locale: un ambiente umano ideale per implementarvi la collaborazione di partner commerciali accuratamente scelti per supportare la permanenza e le attività dei visitatori, i quali a loro volta possono approfittare di tale rete per scegliere servizi e aziende innanzi tutto dell’entroterra madonita ma anche della zona costiera, che ha nella cittadina di Cefalù, con la sua rinomanza turistica riconosciuta a livello internazionale, un importante e emblematico legame referenziale tra il mare e il comprensorio montano delle Madonie.

Un’esperienza veramente notevole e ammirevole, quella di Identità Madonita, che ha molto da insegnare a tante altre località montane alpine e appenniniche dalla storia assimilabile che ancora, per motivi di vario genere ma che ormai tutti conoscono bene, non riescono a liberarsi dal giogo della monocultura dello sci nonostante nulla vi sia più – in senso geografico, climatico, ambientale, economico, sociale, culturale, eccetera – nella realtà effettiva di quei luoghi che possa giustificare questo soffocante accanimento turistico. Insomma: chapeau!

(Tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook dell’Associazione Identità Maronita.)

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

(Non) capire lo sci

In effetti posso (tentare di) capire la sensazione vivida di “accerchiamento” che percepiscono i gestori dei comprensori sciistici, per come sugli organi di informazione, da fonti diverse e con frequenza sempre maggiore, si possono leggere e sentire articoli o servizi che raccontano della crisi sempre più profonda nella quale stanno scivolando i suddetti comprensori sciistici e di come risulti oltremodo necessario ripensare il turismo montano invernale, posta innanzi tutto la realtà climatica in divenire ma non solo per questo (uno dei quali è quello de “Il Post” del 9 febbraio 2023 che vedete qui sotto: cliccate sull’immagine per leggerlo). Accerchiamento al quale gli impiantisti reagiscono con rabbia sempre meno malcelata, accusando chi sostiene il bisogno di ripensare il turismo invernale (anche) di voler mandare al fallimento le società di gestione degli impianti di sci e così di creare migliaia di disoccupati e rilanciando ossessivamente l’idea che senza lo sci la montagna e la sua economia morirebbero.

Lo posso “concepire”, quel loro atteggiamento, perché posso immaginare come sempre più gli impiantisti sentano venir meno la terra da sotto i piedi o, per meglio dire, la neve da sotto i piedi, proprio per i cambiamenti climatici in atto, e ciò generi loro un panico difficilmente represso. Ma se è concepibile e immaginabile, la loro posizione, non è d’altro canto affatto comprensibile. Il panico che si intravede dietro le suddette reazioni irose – che purtroppo non di rado sfociano in atteggiamenti da negazionismo climatico – è a ben vedere per gran parte colpa di loro stessi, e del loro essere rimasti sostanzialmente immobili rispetto a un’evoluzione sempre più problematica del clima sulle montagne che la scienza registra e prevede da decenni, la quale da tempo ha già causato la chiusura di numerose stazione sciistiche di bassa quota. L’unica reazione formulata da parte degli impiantisti, in pratica, è stata quella di aumentare sempre di più l’utilizzo della neve artificiale, salvando le piste da sci ma non i propri bilanci e pure qui con un crescendo drammatico, visti i costi attuali dell’energia e l’impatto sui patrimoni idrici locali, il che ha generato da un lato un circolo vizioso di continue elargizioni di soldi pubblici da parte dello stato e delle regioni e, dall’altro, di aumenti dei costi degli skipass insostenibili per molti: non a caso il numero di sciatori è in costante decremento da tempo, al netto delle fluttuazioni stagionali e dei casi particolari.

In fondo non lo si può capire, l’atteggiamento degli impiantisti, perché sono proprio loro a non capire la realtà dei fatti, come stanno andando le cose, come sarà il futuro prossimo (sperando che quello più lontano non si manifesti ancora peggiore di quanto oggi è prevedibile). Dal mio punto di vista il nocciolo della questione non è tanto l’essere a favore o contro lo sci su pista, ma è richiedere fermamente che, vista la realtà delle cose, lo sci su pista garantisca una sostenibilità ecologica e economica la più compiuta possibile evitando definitivamente di palesarsi per ciò che spesso oggi appare, ovvero un sistema di sfruttamento eccessivo e di degrado dei territori montani che non agevola affatto l’economia locale, anzi la danneggia proprio in forza della sua impronta sproporzionata avvantaggiando (temporaneamente e occasionalmente) solo chi è direttamente coinvolto nella gestione finanziaria dei comprensori.

Se gli impiantisti sapessero assicurare quanto sopra, e nel caso in cui i loro comprensori fossero posti oltre il limite dei 1800-2000 m che tutti i rapporti scientifici e climatici fissano come quello al di sotto del quale l’innevamento – né naturale e né artificiale, in forza delle temperature – non sarà più garantito, la loro attività sarebbe obiettivamente ammissibile e giustificabile. Per lo stesso principio di obiettività, i comprensori sciistici al di sotto di quelle quote e finanziariamente dipendenti dai contributi pubblici non è logico che possano restare in attività: dura quanto possa essere una verità del genere, non ci si può sfuggire ma può certamente diventare lo stimolo e il punto di partenza per un ripensamento della frequentazione turistica dei relativi territori ben più sostenibile, consona al luogo, contestuale alle caratteristiche climatiche, innovativa e, perché no, alla fine più redditizia di un’attività sciistica oltre modo esosa e totalmente dipendente dalle variabili meteorologiche e del clima nonché più soddisfacente per il potenziale pubblico, che parimenti con maggior facilità potrebbe essere fidelizzato alla frequentazione del luogo proprio perché a sua volta reso meno dipendente da fattori esterni alle peculiarità turistiche locali.

D’altro canto, l’alternativa a tale ricontestulizzazione deli comprensori sciistici sostenibili e al ripensamento di quelli inesorabilmente destinati a cessare l’attività è solo l’incancrenimento dell’immobilismo a difesa degli impianti a far da prologo al definitivo fallimento non solo dei comprensori così mal gestiti ma di tutto il loro territorio montano, come una nave dallo scafo pieno di falle che mai sono state riparate e nemmeno ci si è voluto premunire di scialuppe di salvataggio, così che, quando rapidamente colerà a picco, vi saranno ben poche alternative alla conseguente fine.

Dunque, gli impiantisti in verità si dovrebbero certamente sentire “accerchiati” ma innanzi tutto da se stessi e dalle loro alienazioni turistico-imprenditoriali. Ed è un peccato che non capiscano (non vogliano capire) perché sempre più persone come me non comprendono il loro comportamento, ovvero non capiscono la realtà nella quale tutte le montagne, e tutti noi che le frequentiamo, stiamo dentro. L’augurio fervido è che sappiano farlo quanto prima, il tempo rimasto non è ormai molto ma solo in ottica sciistica: le montagne invece sono lì che attendono soltanto la nostra più consona, consapevole e sostenibile presenza, per il bene di chiunque le ami e ne voglia salvaguardare l’insuperabile e insostituibile bellezza.

(L’immagine in testa al post è di ©Mischa Heuer ed è tratta dalla pagina Facebook “Alto-Rilievo/voci di montagna”, qui. Ringrazio molto Pietro Lacasella, gestore della pagina, per la concessione e le info sull’immagine.)

Artavaggio, nemo propheta in patria

P.S. (Pre Scriptum): per chi l’abbia perso e ne fosse interessato, ripropongo di seguito l’articolo sulla questione dello sviluppo turistico dei Piani di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco – ma le cui osservzioni possono ben valere per molte altre località similari) pubblicato martedì 21 febbraio su “Valsassina News”. Come sempre, con la speranza di poter contribuire ad attivare un dibattito approfondito e consapevole riguardo il luogo, le sue peculiarità e il suo miglior futuro possibile, turistico e non solo.

Da Per una rigenerazione dell’Appennino Tosco-Emiliano: turismo, sostenibilità e sviluppo territoriale nel Parco Regionale Corno alle Scale, CAST – Centro di Studi Avanzati del Turismo, Università di Bologna (Campus di Rimini), marzo 2020, pagg.134-135:

«Se l’obiettivo primario è quello di investire sulla stazione sciistica, è bene seguire le best practice di stazioni sciistiche di piccole-medie dimensioni che hanno messo in atto recentemente delle strategie di rivitalizzazione del turismo (WTO, 2018). […] Emerge dunque la necessità di ampliare il portfolio di attività invernali per creare nuove opportunità di spesa per i visitatori, tenendo presenti i cambiamenti nelle loro preferenze e in una prospettiva di medio-lungo termine. In questo senso, la visione preferita registrata dai turisti oggetto della nostra indagine è quella che vede il rinnovamento e l’ammodernamento degli impianti, ma legandoli al potenziamento di forme di turismo diverse. ln questa direzione può essere utile ricordare le recenti esperienze di:
Valsassina in Lombardia, una stazione sciistica a bassa quota vicino a Milano, dove l’offerta dei tre piccoli resort che compongono la stazione è stata differenziata, dirigendola verso segmenti di mercato diversi. Il primo resort, di maggiore altitudine (Piani di Bobbio), è dedicato allo sci alpino in inverno e alla MTB in estate; il secondo (Piani di Artavaggio) è specializzato in sci di fondo, ciaspolate e attrazioni per famiglie; il terzo (Pian delle Betulle) è focalizzato sull’estate e offre un parco avventura.
– Cervinia in Valle d’Aosta, a fronte di una diminuzione nelle precipitazioni nevose, ha attuato un efficientamento degli impianti, riducendone il numero e aumentando la capacità degli ski-lift.
– Allgäu in Bavaria (Germania) ha un’ampia varietà di attrazioni naturali e culturali, ma si è posizionata come destinazione di wellness, promuovendo la cura che prende il nome da Sebastian Kneipp, originario di quella località.»

Tra gli innumerevoli documenti che abitualmente studio in tema di territori montani e loro frequentazione, qualche giorno fa mi è ricapitato tra le mani il report sopra indicato, dedicato all’area appenninica citata ma veramente ben strutturato e ricco di analisi alquanto interessanti e utili anche a molte altre zone montane che godono di una frequentazione turistica – o che la subiscono.

In esso, nel passaggio citato, i ricercatori del Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna citano tre casi evidentemente considerati indicativi riguardo il tema in questione, tra i quali c’è quello della Valsassina, portata a esempio di una riqualificazione diversificata delle proprie aree montane in forza dell’evoluzione climatica e socioeconomica degli ultimi decenni e, dunque, indicata come modello potenziale di rigenerazione post-sciistica di successo.

Ovvero, in parole semplici: uno dei centri accademici di studi sul turismo più importanti in Italia indica, nello specifico, i Piani di Artavaggio come caso virtuoso e emblematico di stazione ex sciistica riconvertita e rigenerata (come anche io con i coautori Sara Invernizzi e Ruggero Meles abbiamo raccontato sulla guida Dol dei Tre Signori, il cui itinerario escursionistico transita proprio da Artavaggio) e invece, purtroppo, gli amministratori locali vorrebbero riportarci lo sci costruendo impianti e infrastrutture conseguenti, degradando il luogo e la sua storia recente facendola andare al contrario come fosse ferma a sessant’anni fa.

Non solo: nel frattempo si sta diffondendo un significativo fenomeno, lungo le Alpi italiane, attestato da numerosi articoli degli organi di informazione. Molte località sciistiche, o ex-sciistiche, che per un motivo o per l’altro non hanno aperto gli impianti di sci (per problemi finanziari delle società a cui fanno capo, assenza di concessioni, mancanza di gestori, eccetera) e per le quali tale chiusura è stata considerata da alcuni come «una catastrofe», «la morte della località», «la fine dell’economia locale» e via di questo passo, stanno invece vedendo un notevolissimo afflusso di gitanti, con parcheggi stracolmi, ristoranti e rifugi a pieno regime, scialpinisti e ciaspolatori un po’ ovunque, famiglie con bambini che si godono la sicurezza e la tranquillità di una gita sulla neve priva dei pericoli e dei disturbi che impianti e piste da sci inevitabilmente genererebbero, se aperti.

In pratica, dove un tempo si sciava e ora non più, e dove per questo qualcuno credeva ci sarebbe stato il “deserto”, c’è invece più gente di quando gli impianti erano funzionanti e più di altre località nelle quali i comprensori sciistici sono aperti. Cioè, sta accadendo quello che già da anni si constata ai Piani di Artavaggio, che dunque in tal senso risultano un modello turistico virtuoso (e profetico, appunto) divenuto col tempo esemplare per tante altre località montane rimaste senza impianti e piste da sci.

Ecco perché fin da quando è stato reso noto il progetto di “ritorno” dello sci ad Artavaggio e di costruzione dei relativi impianti e infrastrutture, ho subito affermato che era ed è una follia. Persino un prestigioso ente accademico di ricerca “forestiero”, ma che elabora studi scientifici per l’intero territorio montano italiano e non solo, ha ritenuto emblematico elevare la località valsassinese a esempio e modello, come detto: posto ciò, è veramente un gran peccato che gli amministratori locali non lo capiscano, non vedano e non percepiscano questa realtà. È un peccato che, come sembra, ignorino – o vogliano scientemente ignorare – il grande valore e il prestigio che Artavaggio si è costruita negli ultimi anni, e che invece minaccino di farla ritornare a essere un’anonima, banale, trascurabile stazione sciistica, che dilapiderebbe in breve tempo il patrimonio di consensi costruito negli anni e per giunta resterebbe a costante rischio di fallimento – economico, turistico, ambientale, culturale.

Mi piacerebbe moltissimo dirimere tali inquietudini e i relativi dubbi – che so hanno come me tanti altri frequentatori di Artavaggio e delle montagne della Valsassina. Perché, ribadisco, non c’è solo in gioco la mera questione “sci sì/sci no”, ma l’intero territorio e il suo buon nome, la storia virtuosa costruita negli ultimi anni, l’ambiente naturale e il paesaggio, l’apprezzamento di molti estimatori della sua bellezza e delle sue peculiarità, il suo futuro e quello della comunità residente. Bisogna proprio sperare che tutto questo lo vogliano finalmente comprendere, quelli che hanno nelle mani il destino di Artavaggio. Per il bene del luogo e di tutti.

Martedì, su “Valsassina News”

Nel mentre che qualcuno vorrebbe installare nella conca dei Piani di Artavaggio una nuova seggiovia per riportarvi lo sci su pista, come se la località fosse ferma agli anni Settanta, il CAST – Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna produce un report su “turismo, sostenibilità e sviluppo territoriale” e indica al riguardo tre modelli di sviluppo ritenuti per diverse ragioni esemplari: Allgäu in Germania per il turismo del wellness, Cervinia per lo sci su pista e la Valsassina per la differenziazione dell’offerta turistica, citando nello specifico i Piani di Artavaggio specializzati «in sci di fondo, ciaspolate e attrazioni per famiglie».

Posta una tale prestigiosa attestazione accademica, la cui importanza emblematica è inutile rimarcare, la domanda che da mesi tutti (o quasi) si pongono diventa ancora più pressante: perché ricostruire seggiovie e riportare lo sci su pista a Artavaggio?

Ho espresso le mie considerazioni al riguardo in un articolo pubblicato martedì scorso, 21 febbraio, su “Valsassina News”, la cui redazione ringrazio di cuore per l’attenzione e lo spazio dedicatomi. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerlo.