Nel frattempo, in Veneto…

Ecco.

Il paesaggio del Veneto “ringrazia” e anche la relazione psicogeografica di chi lo vive – e lo vivrà sempre peggio, con inevitabili conseguenze sociali e culturali.

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Le divinazioni del tempo

(Quella che qui ripropongo è una personale, annosa battaglia contro i mulini a vento, lo so bene. Ma ci tengo a “combatterla”, anche da solo, e quindi amen.)

Spettabili servizi meteorologici che diffondete i vostri bollettini meteo sui media: per favore, smettetela di proporre previsioni che vadano oltre le 48 ore. Già a volte siete poco affidabili nelle ventiquattr’ore, figuriamoci dopo. Ma, pure al netto dell’affidabilità più o meno alta, se nelle 24/48 ore le potete definire “previsioni”, le vostre, quelle che diffondete oltre le dovreste denominare divinazioni. Ancor più quando vi azzardate a prevedere cose del tipo «la tendenza» per l’estate o per le feste di fine anno settimane prima: che senso ha farlo? Ricordatevi che la meteorologia è una scienza e la scienza non credo sia qualcosa che deve dire ciò che altri vogliono sentirsi dire, altrimenti quando va sui media perde lo status di scienza e diventa una mera telepromozione. Del nulla però.

Quanto sopra, ovviamente, vale anche dalla parte opposta, cioè per chi si affida fin troppo a quelle divinazioni meteorologiche facendosene condizionare (per poi magari prendersela in caso di previsione errata). D’altro canto, salvo i casi estremi solitamente annunciati non tanto dalle previsioni del tempo quanto dalle allerte meteo diramate dalle autorità competenti, sappiate che se anche in montagna o altrove vi coglie un acquazzone non vi succede nulla, anzi: con la pioggia la Natura – tutta, non solo quella montana – diventa per molti versi ancora più affascinante. Per il resto, molto più di previsioni strombazzate qui e là sui media e sul web, con il tempo e i suoi fenomeni vi bastano due dita di testa e un tot di buon senso. Ecco.

Il mistero irrisolto della Civetta

[Tramonto sul paese di Alleghe sovrastato dalla mole della Civetta illuminata dall’ultimo Sole. Foto di Riccardo Trimeloni su Unsplash.]
Le Dolomiti sono una delle regioni più affascinanti delle Alpi non solo per la particolare bellezza delle loro montagne ma pure perché questa bellezza è alimentata da tanti altri fattori intriganti, e uno dei maggiori è certamente quello della toponomastica. Le vette dolomitiche in effetti hanno spesso degli oronimi particolari, molti dei quali con un’origine che tutt’oggi appare incerta e “misteriosa”.

Il monte Civetta, ad esempio, che delle Dolomiti è una delle vette più belle oltre che alpinisticamente più ambite. C’entra con l’oronimo il noto rapace, seppur sia ben poco diffuso sulle Alpi? E perché poi molti lo chiamano al femminile, la Civetta?

Il monte Civetta viene citato per la prima volta in un documento del 1665 con il nome di derivazione dialettale Zuita, mentre compare per la prima volta nella cartografia ufficiale in una mappa del Tirolo del 1774. Nella carta del Regno Lombardo Veneto del 1833 viene indicato con il nome di «M. Civita»: in effetti alcuni studiosi, tra i quali Domenico Rudatis – che passò alla storia anche come eccellente alpinista – fanno risalire il toponimo alla parola latina civitas, che indica un insediamento urbano non organizzato (una città non urbanizzata, in pratica). Anche Antonio Stoppani, nel suo Bel Paese, descrisse il monte Civetta così: «Avete mai visto una montagna più bella e più orrida? È la Civìta, detta anche Corpassa» definendola simile a una grande «città turrita e merlata», immagine che la visione della vasta e alta parete nord-ovest dalla zona di Alleghe e dell’alto Agordino può certamente suscitare, sebbene con buon uso di immaginazione.

Tuttavia il suddetto omonimo uccello notturno in qualche modo c’entra con la denominazione della montagna. Secondo alcune fonti, infatti, il riferimento alla civetta è dato dall’incombenza paurosa della montagna, la cui citata parete nord-ovest è tra le più alte delle Dolomiti (viene sovente definita la parete delle pareti), e per questo la stessa montagna venisse considerata stregata, portatrice di disgrazie proprio come il rapace notturno della superstizione popolare, che nel dialetto locale veniva chiamato la zuita, femminile, e ovviamente non al zuita, maschile. Il grande scalatore Emilio Comici virò tale interpretazione in chiave alpinistica sostenendo che veniva chiamata in questo modo «parchè la incanta»: egli d’altronde non si fece incantare più di tanto dalla montagna, visto nel 1931 che firmò, con Giulio Benedetti, una delle vie più famose e difficili che superano la suddetta parete nord-ovest. Un altro grande scalatore dell’alpinismo pioneristico, Paul Grohmann, confermò l’interpretazione ornitologica del nome sostenendo, molto semplicemente, che la montagna «assomiglia a una civetta», forse con ciò dimostrando di esserne rimasto incantato fin troppo.

[La parete nord-ovest della Civetta. Immagine di pubblico dominio.]
A definire meglio l’interpretazione oronomastica legata al rapace notturno ci pensò Giovanni Angelini, grande conoscitore di queste montagne che sulla Civetta (al femminile dunque, perché sia valida l’interpretazione della città turrita, sia quella del rapace notturno, sempre di quel genere si tratta) ci scrisse alcuni libri. In uno di essi, Civetta per le vie del passato, scrive che l’immagine a cui si deve fare riferimento non è quella del piccolo rapace notturno, cioè occorre pensare non alla civetta appollaiata in agguato precisa Angelini ma bisogna figurarsela nell’atto di spiccare il volo ad ali aperte, con vista da nord est, cioè dalle alture zoldane al confine con la Forcella Staulanza. Soltanto così, di scorcio, la bella sommità si erge rostrata. Cosa che verrebbe dimostrata dal fatto che la montagna venga chiamata Zuita sia sul versante agordino che su quello zoldano, dal quale la grande parete nord-est non è visibile il che casserebbe l’interpretazione della civitas turrita.

Mistero risolto, dunque? Niente affatto, perché pare che la gente dei territori ai piedi della Civetta sostenga ancora che il nome non abbia alcun legame con l’italiano “civetta” ma si riferisca a quel termine latino civitas dal quale viene l’oronimo primitivo «Monte Civita», riportato sui vecchi documenti, come già visto, ai quali essi conferiscono una maggiore e più affidabile ufficialità toponomastica.

Il “mistero” permane, quindi. Ma, nel caso della Civetta come di altre montagne dal toponimo dubitabile, mi sembra di poter dire che tale incertezza non va affatto a scapito della bellezza e del fascino della montagna, ma, anzi, ne rappresenta un ulteriore elemento di fascino e di attrattiva. Come se tale suggestivo “mistero” toponomastico conferisca e alimenti un costante interesse, curiosità, desiderio di maggior conoscenza dunque, per molti versi, doni vitalità alla montagna tanto nella geografia locale quanto, e anche più, nella mente e nell’immaginazione dei residenti e dei visitatori i quali, che nelle sue forme ci vedano una città turrita oppure una civetta con le ali spiegate, credo vi ritrovino comunque lo spettacolare, attraente fulcro di un paesaggio di rara magnificenza.

Una cartolina dal Monte Pelmo

[Foto di Mario da Pixabay.]

In nessun’altra parte delle Alpi si innalzano così bruscamente cime altissime e con così poca apparenza di connessione tra di loro. In nessun’altra parte vi sono contrasti così marcati offerti dalla differenza di struttura geologica come quelli che qui colpiscono il viaggiatore.

Così a metà Ottocento scriveva delle Dolomiti sul proprio diario John Ball, politico, naturalista e alpinista irlandese. Il quale aveva pieno titolo per scrivere quelle parole: Ball nel 1857 salì una delle principali cime dolomitiche per la prima volta, il Pelmo, 3168 m (che spicca al centro della “cartolina” qui sopra), e il suo nome è rimasto “impresso” sulla montagna grazie all’itinerario che egli seguì per raggiungerne la vetta, la cengia di Ball, tutt’oggi la via normale. E se l’alpinista irlandese affermò poi di aver scelto il Pelmo per la sua prima scalata perché gli era sembrato il più bello tra tutti i monti delle Dolomiti che aveva visto (cosa condivisibile, peraltro, anche grazie alla sua particolare forma che gli riserva il nomignolo di Caregón de ‘l Pareterno, “Trono di Dio”), è pure vero che il monte dà bene l’idea di «cima altissima e con così poca apparenza di connessione» con le altre, avendo tale peculiarità anche nel proprio oronimo che deriva dalla forma dialettale Sass de Pelf col significato di “sasso”, “roccia compatta” e anche “sasso isolato” (cfr. il preromano pel- affine a pal(a), “roccia”, “pala”) caratteristica ben evidente anche nella “cartolina” lì sopra.

Olimpiadi di Milano-Cortina 2026: per gli abitanti dei territori coinvolti l’importante è NON partecipare (loro malgrado)!

L’incontro dal titolo “Olimpiadi SOStenibili” di martedì 21 maggio scorso a Sondalo, in Valtellina – a pochi chilometri da Bormio che sarà una delle sedi olimpiche principali per i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 – nel quale ho avuto il privilegio di intervenire, è stato bello e intenso non solo perché affollato oltre ogni previsione (a ben vedere non causalmente), ma anche per aver rappresentato una preziosa occasione per ascoltare e dialogare con i presenti, abitanti di Sondalo e dei paesi limitrofi, su un tema fondamentale per la Valtellina presente e futura e su numerosi argomenti ad esso correlati.

Come già riscontrato altrove, anche a Sondalo nessuno si è detto contro le Olimpiadi e molti erano felici dell’assegnazione dei Giochi e di diventare terra “olimpica”, ma parimenti nessuno si dice soddisfatto di come si stanno gestendo le opere olimpiche, molti si dichiarano preoccupati se non allarmati, tutti si sono sentiti (e si sentono) tagliati fuori da qualsiasi processo decisionale su interventi che cadranno sulle loro teste e, in certi casi, modificheranno profondamente il paesaggio abitato e vissuto senza che sia stata data alcuna garanzia né sulla loro autentica efficacia e né sulle conseguenze future. Un grande evento come le Olimpiadi, che avrebbe potuto e dovuto manifestarsi come un avvenimento collettivo, un prezioso progetto di sviluppo non solo turistico e economico partecipato e in grado di generare ricadute positive per tutta la comunità territoriale coinvolta, si sta rivelando un’azione forzata, di carattere impositivo e indiscutibile, una prova di forza della politica contro i territori, le loro peculiarità e contro le comunità alle quali non è stato riconosciuto il diritto democratico di poter dire la propria – In Valtellina come in Cadore e in altri sedi olimpiche.

In questo modo non solo le Olimpiadi, con le loro ricadute materiale e immateriali, rischiano di provocare danni e disagi alle popolazioni residenti senza donare loro alcun vantaggio, ma stanno diventando anche un boomerang per il consenso all’evento, il sostegno dei residenti, l’immagine del territorio. Oggi non è più accettabile che si intervenga così pesantemente in contesti pregiati e fragili come quelli montani, già sottoposti a sfide e criticità a non finire, senza coinvolgere, ascoltare e dialogare con le comunità residenti: non farlo è la via migliore per banalizzare e degradare la montagna ancor più di quanto già non accada accelerandone i fenomeni socioeconomici e culturali più deleteri – spaesamento, alienazione, spopolamento… – invece che risolverli, come si sostiene.

Possiamo permetterci di correre un rischio del genere? Io penso proprio di no. Vogliamo finalmente rimettere al centro le comunità delle montagne ridando loro dignità politica e democratica? Io credo proprio di . Ecco.