Monte San Primo, un silenzio istituzionale che dice molto

P.S. (Pre Scriptum): per chi non l’avesse intercettato – e per chi ne fosse interessato, ovviamente – ripropongo di seguito la “lettera” che giovedì 9 febbraio 2023 il quotidiano on line “Erba Notizie” ha pubblicato con le mie considerazioni in merito agli ultimi sviluppi della questione “Monte San Primo” e del relativo e contestato progetto di rilancio turistico, sui quali ho scritto spesso qui sul blog e in vari articoli pubblicati dalla stampa. O, per meglio dire, in merito agli ultimi NON sviluppi della questione… ma spiego tutto per bene nella “lettera”.
Ringrazio molto la redazione di “Erba Notizie” per la considerazione e lo spazio che ha dedicato al mio articolo, il quale al solito mi auguro possa contribuire costruttivamente al dibattito sulla questione che, vi ricordo, sarà il tema della serata di sabato 18 febbraio a Erba (Como) in occasione della presentazione del libro Inverno liquido. La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa (per saperne di più al riguardo cliccate qui).
Buona lettura!

Da ormai due settimane il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” ha diffuso un comunicato stampa nel quale, oltre a rimarcare la propria posizione vieppiù critica rispetto al progetto di “rilancio turistico” del territorio in questione, zona montana di particolare bellezza e pregio ambientale compresa tra i due rami del Lago di Como – un progetto del quale molti media continuano a riferire da tempo -, denota la mancanza reiterata di qualsiasi riposta alla richiesta di un tavolo di confronto rivolta ai due enti proponenti il progetto, la Comunità Montana Triangolo Lariano e il Comune di Bellagio, più volte sollecitato anche tramite richieste ufficiali regolarmente protocollate nonché sostenuto da centinaia di messaggi di posta elettronica inviati agli enti suddetti, su invito delle associazioni poi riunitesi nel Coordinamento, da parte di chiunque abbia voluto rimarcare la propria personale critica nei confronti del progetto.

È veramente un peccato che dalla Comunità Montana e dal Comune di Bellagio, il cui progetto sarebbe sostenuto con finanziamenti pubblici provenienti in gran parte da Regione Lombardia e dal Ministero dell’Interno, non giunga alcuna risposta, ovvero giunga un sostanziale diniego alla proposta di un confronto su quanto previsto nel progetto. Confronto che invero rappresenta (dovrebbe rappresentare) una pratica ordinaria e necessaria per qualsiasi progettualità che intervenga su un territorio naturale che è patrimonio collettivo spendendo soldi pubblici, cioè di tutti, oltre che costituire un atto concreto di democrazia che rimanda direttamente ai principi di rappresentanza politica sanciti dalla Costituzione, palesando al contempo, se il confronto venisse concesso, il rispetto e la considerazione nei confronti della società civile da parte di chi ne viene eletto rappresentante.

La posizione di rifiuto assunta dalla Comunità Montana e dal Comune di Bellagio impedisce un dibattito che, se razionale e ben condotto a fronte delle rispettive opinioni divergenti, non potrebbe che arricchire le proposte in questione alimentando pure la riflessione e la considerazione di altri temi importanti per il futuro del territorio del Monte San Primo seppur non direttamente correlati al progetto proposto. Una tale condivisione di idee, pur dibattuta quanto si vuole ma con spirito costantemente costruttivo da parte di ogni soggetto coinvolto, apporterebbe vantaggi certi e preziosi a qualsiasi iniziativa attuabile per il “rilancio”, lo “sviluppo” e la salvaguardia del San Primo, con ricadute positive per chiunque e soprattutto per chi sulla montagna vive e lavora.

Di contro, il diniego al confronto da parte degli enti pubblici citati non può che far pensare male: innanzi tutto rispetto all’etica e alla coscienza politica dei rappresentanti degli enti, eletti democraticamente da una società civile alla quale poi rifiutano un diritto (e loro dovere) democratico fondamentale; ma appena dopo fa pensare male anche sull’effettiva portata del progetto proposto per il Monte San Primo, come se volessero nascondere qualcosa che pubblicamente non è noto o come se quel confronto pubblico potesse provocare l’apertura di armadi che conservano scheletri da non far vedere a nessuno (eventualità purtroppo non rara, per quanto la si sia riscontrata in altri casi similari). Per inevitabile conseguenza tutto ciò rende pessimisti anche rispetto al futuro del Monte San Primo, nel caso il progetto dei due enti venisse portato a compimento, spendendo così tanti soldi pubblici senza che il pubblico sappia come verranno spesi se non di fronte al fatto compiuto e, parimenti, senza sapere cos’altro ne potrà derivare e potrà essere ulteriormente imposto in maniera così forzata al territorio del San Primo nonostante la già evidente criticità di quanto del progetto è stato reso noto.

Insomma: il silenzio della Comunità Montana del Triangolo Lariano e del Comune di Bellagio è di quelli che, formalmente, dicono molto e a tutto svantaggio di chi se ne resta zitto senza fornire risposte nonché a discapito del Monte San Primo, verso la cui integrità ambientale e paesaggistica c’è veramente da temere molto. Almeno fino a che i rappresentanti delle istituzioni coinvolte non si dedichino finalmente a osservare il proprio dovere politico e a concedere un confronto vero, strutturato, non una tantum ma prolungato e messo in atto con atteggiamento costruttivo, a favore di tutti i soggetti coinvolti, di chiunque viva nel territorio o vi giunga per goderne della bellezza e, in primis, per il Monte San Primo e il suo meraviglioso paesaggio prealpino.

Ieri, su “Erba Notizie”

Ieri (9 febbraio 2023) il quotidiano on line “Erba Notizie” ha pubblicato le mie considerazioni in merito agli ultimi sviluppi della questione “Monte San Primo” e del relativo e contestato progetto di rilancio turistico – o, per meglio dire, in merito agli ultimi NON sviluppi, visto che le amministrazioni pubbliche che sostengono il progetto da mesi negano qualsiasi risposta alla società civile che chiede un confronto e un dibattito sul progetto. Come scrivo nell’articolo, «La posizione di rifiuto assunta dalla Comunità Montana e dal Comune di Bellagio impedisce un dibattito che, se razionale e ben condotto a fronte delle rispettive opinioni divergenti, non potrebbe che arricchire le proposte in questione alimentando pure la riflessione e la considerazione di altri temi importanti per il futuro del territorio del Monte San Primo». Invece, il reiterato silenzio al riguardo degli enti suddetti, oltre che negare un diritto proprio della democrazia e un dovere della rappresentanza politica, non può che far pensare male, inevitabilmente.

Ringrazio molto la redazione di “Erba Notizie” per la considerazione e lo spazio che ha dedicato al mio articolo, che al solito mi auguro possa contribuire costruttivamente al dibattito sulla questione.

Potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.

 

Fare cose belle e buone, in montagna. A Erl (Austria), ad esempio

[Immagine tratta da www.kufstein.at.]

Un amministratore locale “medio” delle Alpi italiane si trova a poter spendere un tot di milioni di Euro di soldi pubblici: che ci fa? Salvo poche eccezioni, probabilmente impianti e piste da sci, anche se non soprattutto a meno di 2000 m di quota, altitudine sotto la quale la scienza dimostra con dati ineluttabili che nevicherà sempre meno e farà sempre più caldo. Dove invece non impera la monocultura dello sci, tanto adatta a spendere facilmente soldi e a ricavarne altrettanto facili tornaconti quanto del tutto fuori dal tempo e sovente degradante le montagne alle quali viene imposta, si può avere la mente libera e sensibile a idee differenti, innovative, realmente capaci di cambiare quei paradigmi fallimentari prima citati. A Erl, piccolo comune in Austria nel distretto di Kufstein (a nord di Innsbruck), ove sono comunque presenti rinomati comprensori sciistici, hanno deciso di investire 36 milioni Euro (cifra che qui vale come tre impianti sciistici e relative infrastrutture, più o meno) in un’opera culturale che ha rilanciato in maniera preponderante e sorprendente l’intera zona: la Festspielhaus, una modernissima sala per concerti ed eventi artistici da ben 862 posti a sedere e un palcoscenico addirittura più grande di quello dell’Opera di Vienna, che offre un calendario costantemente ricco di proposte di altissimo livello registrando di frequente il tutto esaurito, con numerosi visitatori che giungono anche da molto lontano, oltre a rappresentare un’opera di architettura contemporanea che anche per ciò è diventata una rinomata attrazione turistica e culturale.

Come scrive Paolo Martini nel suo blog su “Il Fatto Quotidiano” in un articolo significativamente intitolato Non di solo sci vive la montagna,

La Festspielhaus è stata costruita tra il 2010 e il 2012 ai margini del bosco dallo studio viennese DMMA di Delugan Meissl, gemello post-moderno di una vicina e precedente costruzione di cemento bianco a forma di torre, la celebre Passionsspielhaus, dedicata alla grande rappresentazione popolare della Passione, cui partecipano dal 1613 quasi tutti i millecinquecento abitanti del paese, ogni sei anni, e che a sua volta è diventata una celebre attrazione turistica della regione a nord di Innsbruck. Fa impressione pensare che un paesino tra i tanti, lungo l’Inn, abbia voluto costruirsi un palcoscenico di 450 metri quadrati e una splendida platea per quasi novecento spettatori, in grado di garantire visuale e acustica pressoché perfette per ogni ordine di posto. Nel periodo natalizio la programmazione del Festspielhaus di Erl riparte alla grande, tra concerti e opere di altissimo livello, tal quale durante la stagione estiva.

Ecco. Per tutti quelli che dicono che chi è contro i nuovi impianti di sci non vuole che si faccia alcunché in montagna, magari tacciandolo di essere un «integralista del no» (definizione spesso sulla bocca dei sostenitori della monocultura sciistica): la questione è semmai che non si possono fare cose illogiche, insensate, fuori contesto, prive di visione e progettualità futura per di più spendendo soldi pubblici, ma si possono (anzi, si devono) fare cose dotate di buon senso e realmente capaci di sviluppare e valorizzare il luogo nel quale vengono realizzate, anche perché fatte spendendo soldi pubblici dei cui benefici concreti si dovrebbe sempre rendere conto, così come dovrebbe riconoscere le proprie responsabilità (anche giuridiche) chi impone opere e progetti palesemente fallimentari le cui conseguenze deleterie non tardano a manifestarsi.

Tuttavia, sono discorsi semplicissimi da capire per chiunque ma, temo, ancora troppo complicati per quei citati personaggi pubblici; d’altro canto, chi non ha orecchie per intendere non intende nulla, già.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

Un regalo natalizio “Oltre il confine”

Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino è un volume dedicato a uno dei territori più emblematici della Lombardia (e non solo) e alla sua storia di ieri, di oggi e di domani, narrati in un modo innovativo, originale e multidisciplinare. Un’opera che si attendeva da molto tempo il cui valore e la sostanza editoriali rappresentano a loro modo un punto di arrivo tanto quanto di partenza, per opere di tal genere, portando la Val San Martino oltre il confine in ogni senso – geografico, culturale, narrativo, letterario.

Il volume delinea, in modo originale ed inedito, l’identità storica, territoriale e culturale della Val San Martino attraverso una serie di narrazioni, elaborate da autorevoli e appassionati ricercatori grazie alla loro veste di studiosi e al particolare legame instaurato da ciascuno con il territorio oggetto di studio, che originano da peculiari e diversi punti di vista con lo scopo di ricostruire una visione organica, multidisciplinare e autentica della valle nei suoi aspetti storici, antropologici, ambientali, etnografici, letterari, geografici, enogastronomici, religiosi, artistici, musicali, economici, industriali, genealogici, sociali e molto altro. Una “terra di mezzo” distesa lungo l’Adda, per quasi quattro secoli estremo limite del dominio veneziano di terraferma e oggi cerniera tra Bergamo e Lecco posta a cavallo fra Lombardia orientale e occidentale, da sempre crogiolo di passaggi, incontri/scontri e contaminazioni culturali che l’hanno nel tempo forgiata, dandole una fisionomia peculiare e originale di terra di confine ma, al contempo, aperta e proiettata – ieri come oggi – verso l’esterno e i più ampi orizzonti e, dunque, oltre il confine.
È un libro naturalmente dedicato alla comunità di riferimento della valle, erede e prima beneficiaria di questo prezioso patrimonio, ma anche ai frequentatori provenienti da ogni luogo che lo apprezzano per le sue caratteristiche e a chi, incuriosito, lo vuole conoscere ed esplorare nella sua essenza più sincera. In fondo la Val San Martino è ricchissima di tesori d’ogni sorta che tuttavia non sono conosciuti e apprezzati come si dovrebbe e, per ciò, meritano di essere ben più considerati. Anche per questo Oltre il Confine è un libro oltre qualsiasi confine e la cui lettura risulta affascinante per chiunque: un ottimo regalo natalizio, insomma, senza alcun dubbio!

Per saperne di più sul volume, cliccate qui oppure visitate il sito web del volume e la pagina Facebook. Ovviamente il volume, oltre che nella libreria indicata nell’immagine lì sopra (che è quella di “riferimento” per la Val San Martino) è ordinabile e acquistabile in qualsiasi altra libreria e negli stores on line.

I ghiacciai che verranno giù

[Foto © CNSAS.]

Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.68.)

Mi è capitato di nuovo sotto gli occhi questo brano di Arno Camenisch (il libro da cui è tratto lo vedete qui accanto) il quale m’ha fatto riflettere sul fatto che, forse, la terribile estate 2022, iniziata a fine aprile con la sua siccità estrema e il caldo infernale, è finalmente terminata, lasciandosi dietro una scia di disastri di varia entità nonché, purtroppo, alcune terribili tragedie climatiche come quella della Marmolada, caso estremo di una stagione che per i ghiacciai si è rivelata la più drammatica da almeno due secoli a questa parte, ovvero da quando sono iniziate le misurazioni glaciologiche. Quasi che lo scrittore svizzero in quel passaggio si fosse immaginato, o avesse facilmente previsto, gli accadimenti alpestri dell’anno in corso così attinenti alle sue parole più di quanto accaduto negli anni scorsi, che già hanno registrato diffusi sfaceli montani più o meno cospicui e angosciosi.

In effetti abbiamo temuto, per tutta questa lunga estate e in forza della situazione climatica, altri crolli di porzioni di masse glaciali un po’ ovunque sulle Alpi e altri drammi conseguenti come quelli della Marmolada; d’altro canto di frane in quota dovute in gran parte allo scioglimento del ghiaccio interstiziale (il permafrost) se ne sono registrate moltissime, fortunatamente senza troppi danni a cose e persone. Nell’estate appena terminata “scopriamo” – o, per meglio dire, constatiamo inesorabilmente – una montagna ancora più fragile di quanto si potesse temere, ancora più in balia delle conseguenze dei cambiamenti climatici, percependola fatalmente più “pericolosa” e ciò suo malgrado, in fondo, prima che nostro malgrado – anche se per forma mentis diffusa ci viene semplice definirla “colpevole” di ciò che di funesto accade, come dimostrano di frequente i titoli dei giornali che in quelle circostanze utilizzano formulazioni assai cretine come «montagna assassina» o altre affini. Una montagna che, per tutto questo, si mostra ancora più bisognosa della nostra cura e della più approfondita consapevolezza diffusa riguardo le peculiarità del suo ambiente, soprattutto (anche se trattasi di avverbio fin troppo utopista, temo) ove sia una montagna sottoposta alle dinamiche del turismo di massa. Questa consapevolezza deve anche considerare l’evidenza che le montagne, così come ogni lembo della superficie della Terra, sono soggette a cambiamenti geomorfologici nel corso del tempo per le più varie ragioni: è un aspetto della Natura la cui portata si fa storia che poi sono gli esseri viventi a dover comprendere, capire, ricordare, strutturare in memoria, preziosa esperienza, conveniente resilienza.

Fortunatamente, nell’estate da poco conclusa, di altri ghiacciai non ne sono più crollati, almeno con conseguenze tragiche (sorprendentemente, viste le condizioni05), ma la realtà climatica che già viviamo e che ci aspetta negli anni futuri faranno di tali casi una possibilità viepiù frequente. Il pericolo maggiore al riguardo non è quello “ineluttabile” dato dalla condizione delle montagne dettata (anche e in misura sempre maggiore) dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, ma dalla nostra potenziale incapacità di comprenderne l’entità attuale e futura e la necessità di agire collettivamente per mitigarne gli effetti, da un lato, e di riequilibrare la nostra relazione con i territori montani dall’altro. D’altronde siamo noi esseri umani, che peraltro abbiamo le nostre belle colpe per l’acuirsi attuale di certi rischi ambientali sui monti, a definire e configurare la stessa nozione di “pericolo” – noi che saliamo alle alte quote in bermuda e infradito e poi inorridiamo quando lassù qualcuno ci lascia le penne ovvero che passiamo in un attimo dal considerare le montagne un confortevole paradiso a temerle come un incubo infernale… Ma le montagne con le loro pareti, le pietraie, le guglie, i ghiacciai, comunque crolleranno prima o poi, che accada domani o tra un milione di anni, per cause naturali oppure artificiali e che se ne percepisca il pericolo o meno. Coniugare e contestualizzare quella nozione nella nostra relazione con i monti può contribuire a rendere il loro valore e la loro bellezza eterni anche nel nostro bagaglio culturale più di quanto le nevi da sempre parimenti definite, “eterne” (definizione sinonimica scolastica di “ghiacciai”, lo saprete), oggi non lo sono più, e allo stesso modo possono permetterci di coltivare la più edotta e proficua consapevolezza diffusa a favore delle montagne e del loro paesaggio. Che potranno variare, modificarsi, rovinarsi o quant’altro ma sono e saranno sempre uno dei più preziosi e fondamentali patrimoni donati all’umanità, finché questa esisterà.