E’ uscito il numero 105 – Febbraio 2013 – di InfoBergamo, il primo mensile on-line bergamasco di cultura ed informazione, ovvero la più diffusa e letta web-rivista di genesi orobica, indubbiamente (fin dal nome, appunto!), ma di respiro, spirito e interessi assolutamente nazionali, se non di più. Il gradimento dei lettori per il mensile è peraltro in costante ascesa, dato che anche con la scorsa uscita di Gennaio InfoBergamo ha saputo consolidare e aumentare il record di Dicembre, giungendo al ragguardevole numero di 93.822! Ma è certamente una quantità ben legata – anzi, proporzionale! – alla qualità dei collaboratori e degli articoli ospitati sul mensile, che anche in questo numero 105 offre veramente molta carne al fuoco tra cultura, politica, società, arte, musica, libri, motori e molto, molto altro, come si può evincere dal sommario del mese…
Questa volta il mio contributo è dedicato ad un fenomeno desolante tanto quanto estremamente grave: l’articolo si intitola Se chiude una libreria, chiude un pezzo della nostra civiltà, e offre un resoconto sull’inesorabile “estinzione” delle librerie indipendenti, che comincia a coinvolgere non più solo il piccolo esercizio a gestione familiare ma anche realtà ben più importanti e prestigiose. Prendo spunto da un’analisi della situazione milanese – essendo Milano una città-campione molto interessante anche da questo punto di vista – e la rapporto a quella di Bergamo, città di piccola/media taglia a sua volta statisticamente significativa dacché senza dubbio correlabile a moltissime altre realtà cittadine simili sparse per la penisola – dunque, anche per questo, un articolo che non ha certo una valenza meramente locale ma può ben interessare i lettori di tutto il territorio nazionale.
Cliccate sul titolo sopra riportato dell’articolo oppure QUI per leggerlo direttamente ma, ribadisco, non perdetevi nulla dell’intero ultimo numero e di tutto quanto offre la piattaforma web del mensile, cliccando sull’immagine della copertina in testa al post ed entrando nel sito del mensile: InfoBergamo merita sul serio la vostra attenta lettura, e sono certo che non vi deluderà!
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Il cretino “acculturato”, ovvero: se al giorno d’oggi la “cultura” diventa espressione di sostanziale ignoranza
Gironzolo sul web, tra i siti delle testate d’informazione nazionali… Su Repubblica.it, un link mi indirizza a una pagina piuttosto allettante per (credo) qualsiasi appassionato di letteratura: Conosci D’Annunzio? Partecipa al test online!
Arrivo nel sito web de Il Centro, quotidiano di Pescara (città natale di Gabriele D’Annunzio, appunto), sulla pagina dal quale si può affrontare tale test, che così viene presentato:
“È il simbolo di Pescara e di tutto l’Abruzzo, ma in pochi conoscono veramente chi era e cosa ha fatto Gabriele D’Annunzio. Il nostro giornale ha effettuato un’inchiesta nelle scuole. Il risultato è che i ragazzi sanno poco del Vate. E voi quanto ne sapete? Scopritelo rispondete a queste domande, ma senza usare Google…”
Faccio il “test” (se volete affrontarlo anche voi, cliccate sull’immagine qui sotto) e resto basito: quattro domande, le più ovvie, banali e insulse che si possano fare su D’Annunzio, alle quali chiunque – e ribadisco chiunque – abbia un minuscolo pulviscolo di conoscenza della storia e della cultura italiana, ovvero molto meno di quanto si insegna a scuola e dei relativi ricordi che, dunque, si possono avere di ciò, risponderebbe senza alcun problema!
Rispondo, ed ecco il messaggio finale:
Come?!?!? Per queste quattro stupidaggini io conoscerei la storia di D’Annunzio??? Ovvero – è conseguenza indiretta ma nemmeno troppo! – se rispondo correttamente alle domande poste io sarei acculturato, o comunque più acculturato di chi invece è talmente ridotto male, intellettualmente e culturalmente, da non aver risposto in modo corretto?
Oohmmamma! Se questo è un test con il quale ci si possa dire “conoscitori” di uno dei più importanti personaggi della cultura italiana, siamo veramente, ma veramente messi male!
E in effetti lo siano proprio tanto, messi male, dal punto di vista culturale… Dacché io credo – o temo, ma la mia è già una ferma convinzione – che tali prove di cultura siano la conseguenza inevitabile del drammatico deperimento del livello culturale diffuso nel paese, e con ciò intendo ovviamente non solo quello di diretta derivazione scolastica. Veramente chi non saprebbe rispondere a quelle domande sarebbe immeritevole di dirsi italiano, e ho i brividi a pensare che ve ne saranno non pochi, in tale condizione.
Tuttavia io vedo in questa cosa anche qualcosa di più: vedo anche il trionfo della pseudo-cultura conformata, indotta e imposta dalla TV (così ben esemplificata dai quiz che tanto vanno oggi in televisione, quelli che elargiscono montagne di soldi a emeriti ignoranti che indovinano le risposte a caso o per altre evenienze incidentali, non certo per propria cultura, preparazione e/o erudizione!), l’apoteosi del generalismo più sfrenato, della presunzione di credersi istruiti e colti quando in realtà si è ignoranti, della convinzione ottusa di conoscere due nozioni (banali) in croce e dunque di sapere tutto e invero di non sapere un bel niente di culturalmente e autenticamente utile.
E’ la non-cultura tanto sognata, ricercata e imposta dai poteri dominanti, la tabula rasa mentale necessaria a imporre i sistemi politici (e non solo, ovviamente) vigenti alla quale di contro concedere solo qualche falso e innocuo barlume di “sapienza”, giusto per farci ritenere di essere intelligenti, istruiti e colti, appunto… E’ la condizione perfetta, insomma, affinché l’Italia si possa meritare i governanti (politici e non, ribadisco) che si ritrova. Non dimenticatelo mai: nulla succede per caso o per sfortunata coincidenza, in questo nostro mondo distorto!
In realtà, basterebbe aprire meglio gli occhi e, per conseguenza pressoché automatica, la mente in modo da rimettere in virtuoso circolo il pensiero, per sconfiggere qualsiasi ignoranza più o meno indotta, smettendola con gli abbindolamenti televisivi e mediatici in genere, e col bersi pedissequamente tutto quanto ci venga propinato e in casi del genere, appunto, spacciato per cultura. La vera cultura è ben altra cosa, e ben più disponibile e facile da ottenere: basta leggere un buon libro, ad esempio – e D’Annunzio è una lettura indispensabile per chiunque si voglia consapevolmente definire “italiano”.
E il bello è che scrivono pure “ma sei sicuro di non aver usato Google?“! Un’annotazione a dir poco offensiva! Tzè!
Christopher Brookmyre, “Il paese della menzogna”
Tutto il mondo è paese… Anzi, affino meglio la citazione di questo celebre motteggio popolare: in tutto il mondo il potere politico è paese. Magrissima consolazione, per noi italiani che di bassezza morale e non solo del potere politico siamo tra i massimi esperti del mondo occidentale, sapere che un tale pensiero mi sia sorto leggendo un romanzo invero ambientato nell’austero Regno Unito, e più specificatamente in Scozia, nazione a larga indipendenza amministrativa del reame Windsor ma pure nella quale, nonostante tale prerogativa, il potere ha come primari scopi i propri interessi e gli scranni, più che i bisogni dei cittadini, e per ottenere ciò utilizza la solita strategia: il controllo dell’informazione e del sapere diffuso, ovvero l’imposizione di verità di comodo che possano influenzare e plasmare l’opinione pubblica, così da far credere ad essa ciò che è più funzionale a chi la governa, appunto. La storia insegna: più un popolo è ignorante – di cultura e di informazione – più è facilmente assoggettabile…
Beh, in verità la suddetta consolazione diviene ancor più magra arrivando alla fine de Il paese della menzogna dello scrittore scozzese Christopher Brookmyre (Meridiano Zero, 2002, traduzione di Vittorio Curtoni; in origine uscito nel 1997), dacché in essa la storia si risolve in eventi e modi che, io temo, dalle nostre parti sarebbero (e sono) piuttosto utopici…
Leggete la recensione completa de Il paese della menzogna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
“Cercasi la mia ragazza disperatamente”: un piccolo libro che vi divertirà alla grande (almeno spero!)

Oh, beh, certo! Ovvio. Non è assolutamente detto che un libro grande sia anche un grande libro, ne che se sia alto sia pure di alto valore letterario… Sapete, è un po’ come quella storia che per dipingere una parete grande non ci vuole un pennello grande, ma… Un gran bravo imbianchino!
Cercasi la mia ragazza disperatamente non è esattamente grande, ne tanto meno alto – è un classico 15×21, per essere chiari… Però sicuramente cerca di far di tutto, con quanto offre nelle sue pagine, per guadagnarsi una grande e alta considerazione nei suoi lettori! Dunque è grande la mia speranza (e sarebbe pure alta, se in tali casi lo si usasse dire) che riesca in questo suo scopo con chi non l’abbia ancora letto! Perché un buon libro – e lo dico a prescindere che questo lo possa essere o meno, anche se, ribadisco, mi auguro nel vostro giudizio che lo sia, buono – offre certamente un panorama assai più vasto di quello che qualsiasi pur altissimo grattacielo potrà mai offrire, e senza che vi possa essere alcun orizzonte fisico a limitare la vista… Per di più questo vale anche per chi soffre di vertigini!
Cliccate sull’immagine in testa all’articolo o sulla copertina qui accanto per conoscere ogni informazione utile su Cercasi la mia ragazza disperatamente: per conoscerne la trama e ciò che vi sta dietro, per sapere come e dove acquistarlo – in versione cartacea o in ebook – per leggere la rassegna stampa, gli articoli e le recensioni ad esso dedicate, gustarvi il booktrailer e ogni altra cosa interessante al riguardo.
Dunque, coi piedi per terra o meno: buona lettura!
La fotografia contemporanea: nuova pietanza artistica, o ennesima minestra riscaldata?

Cito, ad esempio:
“Si resta perplessi (…) ascoltare o leggere spesso, in questi dibattiti, la riproposizione di questioni che dovrebbero essere assodate: mi riferisco, per fare qualche esempio, alla obsoleta questione della fotografia come documento o come arte, al suo rapporto con il mondo dell’arte con tutte le conseguenze che il (falso) problema comporta − tiratura limitata o riproduzione infinita, definizione di fotografo-fotografo o fotografo-artista o artista-fotografo o artista che usa la fotografia e così via – o problematiche inerenti al passaggio dall’analogico al digitale.
Ho definito, queste ultime citate, problematiche obsolete perché ritengo che siano dei falsi problemi; non è il caso in questa sede, a meno che non lo richiedano eventuali possibili interventi su queste mie note, di approfondire queste tematiche proprio perché vorrei incentrare questo mio intervento su un altro aspetto che personalmente ritengo invece rilevante e sul quale, come scrivevo all’inizio, mi interrogo da molti anni: e cioè in che modo la fotografia interpreta o può interpretare una forma d’espressione contemporanea senza risultare succube delle tendenze artistiche più attuali, così come, alla fine dell’Ottocento una fotografia per certi aspetti ancora immatura tentava di imitare la pittura per darsi dignità artistica.“
E, poco più avanti:
“(…) Il problema che mi pongo, e sul quale spesso in questi anni mi è capitato di discutere con molti amici, è appunto quello di come la fotografia, soprattutto nella sua versione anti-realistica, può oggi portare un contributo importante nella riflessione sul mondo e nei modi, appunto, in cui questa riflessione si esplica. Ancora una volta quindi il problema, e scusate se mi ripeto, è quale reale valore hanno, in una più ampia prospettiva storico-critica, i tantissimi tentativi di quella parte che, per semplificare, potremmo definire più concettuale dell’arte e in particolare della fotografia che già di per sé ha una denotazione fortemente concettuale basandosi sulla riproduzione del mondo attraverso un procedimento tecnico (dal ready–made delle Avanguardie all’inconscio tecnologico di Vaccari).“
(Cliccate QUI per leggere l’intero articolo nel blog dell’Associazione Amici del Mu.Fo.Co.)
Questioni, riflessioni, domande, dubbi che anch’io mi ritrovo spesso a pormi, a fronte di un evidente e possente boom della fotografia nel sistema dell’arte contemporaneo (sembra che oggi non vi possa essere alcuna istituzione museale-espositiva che non presenti appena possibile una mostra fotografica, come se il non farlo significhi automaticamente il dimostrarsi fuori dal tempo e lontano dalla realtà…) e di una produzione veramente imponente, molto spesso di ottima qualità estetica (o tecnico-estetica) ma assai meno spesso di buon livello autenticamente artistico. Cioè, per dirla tutta, sovente bella da vedere ma che nell’ammirarla comunica poco o nulla…
Come rimarca Tarantini, la fotografia, e non solo per tutta l’attuale tecnologia che le consente di essere e di fare tutto e il contrario di tutto, non può limitarsi a esprimere la stessa essenza artistica già espressa in passato da altri media, ovvero dalla storia della fotografia stessa. Deve cercare di andare oltre, di palesarsi come autentico nuovo media espressivo artistico, e di comunicare in modo proprio, originale, cose non ancora dette, o almeno non dette nel modo che la fotografia può esprimere.
E’ certamente una bella sfida, quella illuminata da Tarantini, il cui cimento primario è senza dubbio insito nella costante esplorazione del media fotografico e delle sue capacità espressive da parte di chi lo utilizza. Una sfida che in ogni caso, comunque la si affronti e si cerchi di vincerla, deve rappresentare uno dei fondamenti del lavoro di un fotografo contemporaneo, dal momento che, se non vi sia o se sia messa da parte per mere convenienze (anche speculative, come lo stesso Tarantini segnala nel suo pezzo), quel posto “buono” nel pantheon artistico contemporaneo potrebbe anche risultare vacillante.
P.S.: ho visitato il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello poco tempo fa, una domenica mattina di tempo incerto. Non c’era dentro nessun visitatore, e nell’ora abbondante in cui ci sono stato non ne è entrato alcun altro. Sarà stato un caso, vero? Non è il caso di sconfortarsi, giusto?
Uhm…
