[Foto di Luisella Planeta da Pixabay]Sono ormai convinto da anni, e fermamente, che una delle cause alla base dei problemi che affliggono i nostri territori, la salvaguardia delle loro specificità (non solo ambientali) e la relazione che intratteniamo con essi, sia la progressiva messa al bando della geografia dal bagaglio culturale e dall’immaginario comuni, culminata con l’uscita della materia dai programmi scolastici, qualche anno fa. Si è deciso di trascurare, o dimenticare, il fatto che la conoscenza geografica del mondo in cui viviamo è l’elemento fondamentale che ci permette da un lato di viverlo al meglio e dall’altro di tutelarlo contro qualsiasi azione degradante – ribadisco, non solo dal punto di vista ecoambientale – evitando gli altrimenti inevitabili e ormai diffusi casi di spaesamento e alienazione, già studiati da tempo dalla psicologia sociale.
D’altro canto non è un caso che la nostra società manifesti pure una memoria storica cortissima e carente: storia e geografia sono discipline sorelle, strettamente correlate per come l’una sia determinata dall’altra e viceversa. Se si trascura la conoscenza geografica del mondo, si trascurerà pure la storia degli uomini che lo hanno vissuto e lo vivono inclusa quelli di noi stessi, smarrendo progressivamente anche l’identità culturale che ci contraddistingue.
Io che nel mio essere un signor nessuno cerco, qui nel blog e sulle pagine social, di proporre con una certa frequenza articoli di carattere geografico, per cercare quanto meno di salvaguardare l’interesse verso la tematica in chi ancora lo manifesta e, magari, sperando di accenderlo in altri, non posso dunque che accogliere con gran piacere l’appello che le associazioni dei geografi italiani hanno lanciato al Ministero dell’Istruzione e del Merito per rilanciare l’insegnamento della geografia a scuola. Un appello nel quale si rimarca che «La geografia non si limita a insegnare dove si trovano i fiumi o le capitali. È una disciplina complessa e affascinante che ci aiuta a comprendere il mondo in cui viviamo, le relazioni tra uomo e ambiente, le dinamiche economiche e sociali, le sfide globali del nostro tempo» – quanto ho affermato io poc’anzi, in pratica.
Le associazioni chiedono dunque «l’attivazione di un “curriculum verticale di geografia” che accompagni gli studenti dalla scuola dell’infanzia al liceo, garantendo continuità didattica e un apprendimento significativo. Un percorso che non si limiti alla mera trasmissione di nozioni, ma che metta al centro lo sviluppo di competenze trasversali come l’osservazione, l’orientamento, lo spirito critico, la geo-graficità».
Un appello che sottoscrivo senza alcun indugio e rilancio, per quel poco che posso fare, con forza, per cercare di evitare che sempre più persone si sentano “forestieri in casa propria”, avulsi dalla realtà geografica e ambientale nella quale si svolge la loro quotidianità o con la quale interagiscono anche solo occasionalmente (come accade con il turismo) contribuendo in tal modo al deperimento sociale, culturale, umano e ambientale del mondo che tutti insieme viviamo e abitiamo.
Avrà orecchie per intendere tale fondamentale appello, il Ministero? Non ci si può che augurare vivamente di sì.
[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi. Vedete altre immagini del percorso lì sotto.]Scopro l’acqua calda nell’affermare che il cicloescursionismo è ormai diventato un problema, per le montagne. D’altro canto era inevitabile che accadesse: alla nascita e al rapido sviluppo del fenomeno turistico, favorito dalla diffusione delle e-mtb che consentono a taluni cicloamatori di giungere dove altrimenti mai sarebbero arrivati, non è seguita alcuna gestione da punto di vista politico e ambientale, come spesso accade in Italia. Non solo: molti, troppi soggetti pubblici e privati hanno invece pensato solo a ricavare tornaconti di varia natura dal fenomeno, spacciandolo come un “grande sostegno” alle economie dei territori montani interessati. Niente di più falso: la gran parte del fenomeno è ascrivibile all’ambito del turismo mordi-e-fuggi che poco o nulla lascia nei territori che frequenta, ma nel frattempo quei territori sono stati sconquassati da ciclovie d’ogni genere e sorta, funzionali a fare affari, spendere soldi pubblici e generare propagande elettorali ma spesso realizzate in maniera maldestra e distruttiva per le montagne: le immagini sopra pubblicate lo dimostrano perfettamente (e di esempi al riguardo ce ne sono a iosa, per le montagne italiane).
Intanto in Norvegia, paese che ha conosciuto la grande diffusione delle e-mtb prima dell’Italia e dunque è più avanti di noi anche nella constatazione delle conseguenze, «una proposta di legge che potrebbe vietare le ebike nei percorsi fuoristrada. Mai più gravel o MTB elettriche nei boschi norvegesi» (fonte qui). Ovviamente tale proposta sta agitando i bikers italiani e non solo, d’altro canto la realtà dei fatti impone al più presto, e definitivamente, una regolamentazione generale dell’attività cicloescursionistica negli ambienti naturali, soprattutto in quelli montani, concordata tra tutti i soggetti pubblici e privati interessati: per tutelare i bikers che praticano l’attività in maniera consapevole, salvaguardare ambientalmente i territori che ospitano i percorsi, impedire l’ormai diffuso conflitto tra bikers e camminatori lungo i sentieri, rendere la pratica ciò che dall’inizio doveva essere cioè una bella opportunità per le montagne, non un grosso problema per giunta in crescente aggravamento.
Si riuscirà a conseguire questo importante obiettivo, oppure tutto quanto resterà confinato al solito pour parler utile solo ad peggiorare la situazione fino a renderla definitivamente irrisolvibile?
P.S.: le immagini qui pubblicate me le ha gentilmente fornite Michele Comi, che ringrazio di cuore.
Mi occupo di paesaggi, ne scrivo e a volte ne parlo pubblicamente: in tali casi, e quando sia contestuale agli argomenti disquisiti, mi premuro di denotare a chi mi ascolta la differenza poco considerata ma parecchio importante tra l’accezione empirica “popolare” e quella scientifica del termine «paesaggio», che nel primo caso usiamo come sinonimo di “territorio” attraverso una matrice soprattutto estetica, e nel secondo caso indica invece l’elaborazione culturale che cogliamo dalla visione del territorio: ciò che rende il paesaggio qualcosa che nasce innanzi tutto nella nostra mente, ovvero qualcosa di sostanzialmente antitetico alla prima e più diffusa accezione. È una differenza solo apparentemente formale, perché se portata nella pratica della gestione del territorio, come sovente accade, può generare diversi problemi di interpretazione e conseguenti applicazioni fuorvianti della suddetta gestione.
Ma, al di là di tale aspetto e per tornare all’ambito linguistico, raramente ho il tempo e il contesto giusto per approfondire gli aspetti pragmatici del termine «paesaggio», che sono variegati e spesso sorprendenti: paesaggio è una parola che realmente rappresenta un “paesaggio lessicale”, e il gioco di parole è inevitabile e per nulla eccessivo. A partire dalla gran quantità di tentativi di definire in maniera compiuta la parola, con risultati tutti quanti pertinenti ma nessuno esauriente e, addirittura, a volte contraddittori l’uno con l’altro pur essendo formalmente corretti, appunto: per questo al riguardo si parla spesso di babele paesaggistica (lo fa ad esempio lo storico e teorico del paesaggio italosvizzero Michael Jakob). A fare un po’ di ordine ci hanno provato anche gli estensori del principale documento ufficiale sul paesaggio in ambito europeo, la Convenzione Europea del Paesaggio, nel cui glossario si trovano ventinove vocaboli che esprimono i principali concetti legati al tema senza tuttavia riuscire a superare certi distinguo fondamentali, che ad esempio scaturiscono dalle varie etimologie linguistiche nazionali del termine le quali ne determinano significati differenti. Così il termine francese paysage dovrebbe essere sinonimico di quello anglosassone landscape la cui forma ricorda chiaramente il germanico landschaft, e tutti quanti noi li traduciamo con il nostro «paesaggio»: ma a ben vedere i vari significanti linguistici risultano differenti. Si consideri poi che fino al tardo Quattrocento il paesaggio non esisteva, nel senso che non era stato ancora elaborato il concetto che dà significato al termine: lo hanno fatto per primi i pittori fiamminghi coniando la parola landschap, che nello specifico indica un territorio (land) che ospita una determinata comunità abitante (scap, equivalente al germanico schaft). Parola assai simile al danese landskab, che però indica soprattutto i terreni agricoli sfruttati come bene comune dagli abitanti di una certa zona, e che hai poi attraversato il Mare del Nord per diventare landscape in Gran Bretagna, nella cui lingua assume una matrice più riferita agli aspetti naturali che legata alla presenza dell’uomo e delle sue attività. Fatto sta che l’originario landschap fiammingo, diffondendosi principalmente con i pittori paesaggisti fiamminghi – i primi a ritrarre il territorio non come mero sfondo dei soggetti umani ritratti ma come protagonista visivo e tematico dell’opera al pari dei primi – pur tra le varie accezioni ha subito assunto quella estetica come principale e più diffusa.
Il nostro «paesaggio» nasce invece con il francese paysage che però nelle sue origini torna in ambiti italici ovvero latini, derivando da pagensis, termine che identificava l’abitante del pagus, il villaggio, che ha sua volta deriva da pango, «terreno delimitato da pali» cioè da qualche sorta di recinzione e/o di delimitazione definita: dunque un’accezione espressamente legata alla determinazione di un certo territorio, si potrebbe dire un luogo, da parte di chi lo abita. Il che è apparentemente simile all’accezione originaria fiamminga ma in realtà la si potrebbe interpretare anche come antitetica: là è il territorio che definisce la comunità che lo abita, qui è il contrario.
Ma come la mettiamo poi con la lingua araba, parlata non proprio da pochi individui – circa 280 milioni di parlanti come prima lingua, nel 2022 – che non ha nel proprio vocabolario la parola «paesaggio»? Ne ha invece un’altra, utilizzata in vece del nostro termine, che equivale al francese vision, dunque con un’accezione di matrice quasi immateriale e meno legata all’oggettività geografica del territorio.
A fronte di tale babele linguistica, di nuovo il citato Michael Jakob sostiene che il paesaggio «non sarebbe un concetto misurabile, identificabile e oggettivo, bensì un fenomeno che si sottrae a qualunque tentativo di fissarlo; la sua rappresentazione, con parole o immagini, si scontra con l’identità fluttuante, aperta e forse irritante del fenomeno», il che spiegherebbe come un termine all’apparenza semplice e chiaro, utilizzato comunemente da noi tutti come fosse la cosa linguisticamente più normale e ovvia, possa assumere così tanti e così differenti significati senza che l’uno o l’altro diventi preponderante. D’altro canto, mi viene da pensare che questa babele paesaggistica potrebbe in fondo risultare un’inopinata dote a favore del concetto, una sua virtù la cui indeterminatezza rappresenta la principale salvaguardia di ciò che può esprimere e facendo in modo che il termine possa comprendere in sé tutti i numerosi aspetti – e le relative accezioni – che il mondo nel quale viviamo presenta, mantenendoli correlati in una specie di entropia concettuale controllata che mantiene vivo e dinamico il paesaggio nel nostro patrimonio culturale condiviso; cosa che magari non avverrebbe se invece il termine assumesse un’accezione netta, univoca e determinata, vincente sulle altre ma parimenti escludente certi aspetti apparentemente secondari ma comunque importanti e necessari per la comprensione piena e compiuta del concetto.
Insomma, per chiudere: avrete forse ora capito quanto articolato e affascinante sia il «paesaggio» e come, ogni qualvolta di fronte a una veduta panoramica esclamiamo istintivamente «Che bel paesaggio!» stiamo aprendo la porta di un mondo vastissimo. Un mondo al quale spesso non ci facciamo granché caso e comprensibilmente ma che a volte, con un minimo di attenzione e di sensibilità percettiva e d’animo in più, può svelarci innumerevoli cose sulla realtà che ci circonda e, ancor più, su noi che ci stiamo dentro e ne stiamo facendo il paesaggio. Perché lo siamo, il paesaggio.
Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne ho scritto di come molte dighe costruite nei territori montani sappiano suscitare quella particolare fascinazione che sta alla base del “miracolo” che dà il titolo al libro anche dal punto di vista formalmente estetico. Il che è a sua volta una sorta di strano “miracolo”: sentire numerose persone che proferiscono esclamazioni di gradimento della “bellezza” al cospetto di un ciclopico e per certi versi brutale muro di calcestruzzo piazzato a forza in mezzo alle montagne è obiettivamente qualcosa di sorprendente, ed è stato uno degli input fondamentali, peraltro “studiato” a lungo sul campo, per il quale ho scritto il libro e dal quale sono partito per tutte le altre considerazioni sui paesaggi montani e sugli uomini che li abitano espresse nel testo.
Veramente un ciclopico muro di cemento piazzato a forza in mezzo al più delicato paesaggio montano può essere “bello”? Quasi come fosse un’opera d’arte, una gigantesca installazione di land art montana? E può una diga, nonostante la sua grezza e ruvida mole, abbellire il territorio nel quale ha sede?
Nel libro, tra le altre cose, racconto le personali esperienze e le riflessioni intorno a tali interrogativi e riguardo alcune dighe alpine che suscitano tali inopinate ma ben condivise suggestioni di “bellezza”: non faccio spoiler (!) ovviamente, ma voglio raccontarvi qui di una diga della quale non ho scritto nel libro perché non l’ho mai vista dal vivo, essendo nel Québec (Canada), e che è ampiamente considerata una delle più belle del mondo: la Daniel Johnson dam (Barrage Daniel Johnson in francese), uno spettacolare sbarramento composto da quattordici contrafforti e tredici archi costruito tra il 1959 e il 1970 lungo il fiume Manicouagan (per questo la diga è popolarmente nota come “Manic 5”, essendo l’ultimo di una serie di cinque sbarramenti presente lungo il corso del fiume).
La Daniel Johnson Dam (intitolata al ventesimo premier del Québec, responsabile dell’avvio del progetto) non è solo “bella” da vedere ma è anche ciclopica: alta ben 214 metri e lunga più di 1,3 kilometri, ha l’arco centrale largo 160 metri/530 piedi e gli altri circa 76 metri/250 piedi, rappresentando la diga del suo genere più grande al mondo il cui sbarramento forma il quinto bacino artificiale più grande al mondo. Un bacino dalla particolarissima forma circolare (detta “The eye of Québec”, l’occhio del Québec, lo vedete nell’immagine sottostante; la diga si trova in basso, proprio in fondo al ramo che esce dal lago), creatosi in quanto la diga ha unito due precedenti laghi di forma semicircolare i quali testimoniano la presenza di un antichissimo cratere da impatto meteoritico generato dall’impatto di un asteroide di 5 km di diametro caduto sulla Terra 214 milioni di anni fa, il sesto più grande cratere sul pianeta. A sua volta l’isola che si è formata nel centro del lago – denominata René Levasseur in onore dell’ingegnere responsabile della costruzione della diga Daniel Johnson, il quale morì all’età di 35 anni pochi giorni prima dell’inaugurazione dell’opera – è la seconda più grande isola lacustre del mondo, essendo vasta ben 2.020 km2.
Insomma, un’opera spettacolare per molteplici aspetti (anche turistici, visto che attira migliaia di visitatori ogni anno), non ultimo quello di aver modificato in maniera importante la geografia e il paesaggio di questa parte – poco antropizzata, peraltro – del Canada, strumento di una territorializzazione possente ma al contempo integrata, tutto sommato, al luogo e alle sue peculiarità determinandone la particolare identità geografica e antropica, anche – appunto – in forza della sua caratteristica bellezza formale che la rende così suggestiva.
Come detto, di molte altre belle dighe alpine – e di tante altre – ho scritto ne Il miracolo delle dighe. Per saperne di più, sul libro, cliccate qui sotto:
Se mi fosse chiesto di associare alla parola “quiete” – o a un’altra affine – un certo luogo, una delle prime risposte che mi verrebbe in mente sarebbe sicuramente «Opreno», minuscolo borgo rurale nel territorio comunale di Caprino Bergamasco che, per starsene tranquillo e lontano dal caos della Lombardia iperantropizzata, pare rintanarsi tra i boschi delle amene colline di questa parte della Val San Martino, una zona paesaggisticamente così piacevole da ricordarmi per molti versi la campagna toscana.
Sarà che a Opreno vi sono sempre giunto a piedi e mai con mezzi motorizzati, dunque portandomi appresso una dimensione di tranquillità che forse avrà influenzato la mia relazione con il luogo, ma trovo il piccolo villaggio sempre assorto in una meravigliosa placidità generale, che ne esalta il fascino delicato e d’altro canto agevola l’ascolto dei suoni – o del silenzio – provenienti dall’ambiente naturale d’intorno. Eppure Opreno (il cui toponimo è certamente molto antico e per questo di origine incerta: sembra presupponga una forma Eporenum o Eporenus, riconducibile ad omonimi gentilizi ma che forse è solo un aggettivo di ebur-, -oris, “avorio” che tuttavia mi pare una correlazione bislacca; di contro la mia sensazione di “toscanità” per il borgo trova un’inopinata sponda nel toponimo toscano Oprena, di origine etrusca), dicevo, Opreno non è certamente un posto fuori dal mondo: il centro di Caprino dista poco più di 3 km e la statale Bergamo-Lecco, una delle strade più trafficate d’Italia, è a soli 5 km, eppure sembra che a Opreno i rumori sovente fastidiosi della civiltà non giungano, come se fossero schermati dalle ondulazioni collinari e dai folti castagneti che circondano il pugno di case; persino il piccolo parcheggio all’ingresso del borgo, dove termina la strada asfaltata, pare un elemento di disturbo – acustico e visivo – quantunque non si possa certo dire che generi traffico molesto.
Ma pur con il rumoreggiare di qualche mezzo a motore, Opreno non vede intaccata la sua particolare dimensione di quiete e di sospensione nel tempo, distesa tanto da riportare atmosfere di secoli addietro ai giorni nostri: d’altro canto il borgo è almeno trecentesco, anche se compare per la prima volta nella celebre Descrizione di Bergamo e suo territorio di Giovanni da Lezze nel 1596, che così descrive il luogo:
La terra di Opreno è al monte sparsa dietro alla strada, lontana da Bergomo milia XII et dal Adda, Brevi milanese milia sei. Vi sono fogi o case n. 21, anime n.113 cioè: vecchi n. 4, homini da fatione n. 42, il resto donne et putte. In questi sono descritti soldati dell’ordinanze: archibusieri n.2, pichieri n. 2, moschetieri niuno et galeotti n. 2. […] Questi della terra vivono quasi tutti del suo et hanno raccolto per il loro viver aiutati massime dalle castagne, che ne sono in quantità et vino abbondantamente, valendoli le terre fino scudi 20 la pertica. Ha per la Misericordia stara doi et mezzo di formento che si fa in pane et dai sindici si dispensa a poveri.
Per la cronaca, dopo più di quattro secoli dalle osservazioni di Giovanni da Lezze Opreno non è cambiato granché: le case restano una ventina, gli abitanti certamente sono molti meno e di castagneti ve ne sono ancora tanti, seppur la raccolta delle castagne non è più una necessità così sussistenziale (e nemmeno una pratica popolare che gioverebbe alla cura del bosco, purtroppo). Ma che Opreno sia più antico di quella data cinquecentesca lo segnala un fatto di sangue accaduto nel 1373, quando Ambrogio Visconti, figlio del signore di Milano Bernabò Visconti, dopo aver sedato ferocemente una rivolta guelfa nella valle, prima cadde in un’imboscata ordita da contadini locali e poi, cercando di fuggire, morì per un colpo di lancia proprio a Opreno, dove cercava di nascondersi intuendo già allora – mi viene da congetturare – la posizione appartata e tranquilla del luogo nella speranza che tali peculiarità lo salvassero.
Comunque, fatti d’arme storici a parte, le caratteristiche di luogo appartato e quieto Opreno le conserva pienamente anche oggi, ancor più rare e preziose d’un tempo. È un piccolo/grande prodigio, a ben vedere, che ogni visitatore ha il dovere di non guastare: l’armonia tra uomo e ambiente che si respira qui sarà pur vetusta ma agevola la relazione con tutto il mondo che abitiamo, anche con quello più antropizzato e apparentemente disarmonico, che in luoghi come Opreno trova un indispensabile contraltare antropologico e emozionale. Per questo consiglio – come faccio sempre io, ribadisco – di arrivarci a piedi, sfruttando i tanti percorsi belli e facili che si snodano nel territorio circostante i quali a loro volta aiutano ad apprezzare e godere dell’amenità di questa zona: è una scoperta, per chi non vi sia mai stato, ovvero una visita ogni volta ritemprante, come quando si ha la fortuna di scoprire che qualcosa che si crede dotato di scarso interesse offre invece meraviglie cospicue e fascini abbondanti – a patto di saperli cogliere e comprendere: basta un minimo di curiosità, di sensibilità e di riguardo, verso luoghi così particolari nonché, ancor più, verso se stessi.