[immagine di instagram.com/marcosayan10/, che ringrazio molto per avermela inviata!]So bene che fare il sindaco di un comune di montagna oggi, in Italia, sia quanto mai difficile: riscorse scarse, carenza di personale, criticità socioeconomiche crescenti e una realtà climatica e ambientale sempre più difficile da gestire. Tuttavia, questa situazione non può affatto giustificare l’assoggettamento di alcuni sindaci delle Valli Seriana e Scalve a un progetto tanto devastante come quello dell’ampliamento del comprensorio sciistico tra Colere-Lizzola, per il quale si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici, per un progetto che nasce già fallito, sia per la realtà climatica in divenire e sia per l’impossibilità oggettiva di mostrarsi concorrenziale nei confronti di tante altre località sciistiche ben più strutturate peraltro a fronte della situazione del mercato sciistico attuale. Senza contare la devastazione del territorio soggetto all’ampliamento e la distruzione delle sue peculiarità naturalistiche e ambientali, rare se non uniche sulle Orobie, dunque il conseguente inaccettabile degrado culturale del paesaggio locale.
[Uno dei versanti del Pizzo di Petto interessati dal progetto di ampliamento del comprensorio sciistico. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]D’altro canto, a me pare che nella “presa di posizione” (quanto autentica e non indotta, poi?) degli amministratori in questione si riveli bene l’incapacità della politica locale contemporanea da un lato di leggere e comprendere la realtà dei propri territori e delle comunità che li abitano, e dall’altro di saper elaborare una visione progettuale di lungo termine e dunque un progetto di sviluppo territoriale articolato che sostenga tutte le economie presenti in funzione del benessere delle comunità e delle loro esigenze quotidiane. Una incapacità molteplice che al solito si lega allo sguardo cortissimo della politica, che non va oltre il mandato elettorale e punta a iniziative che facciano immagine e producano utile propaganda, invece di porsi veramente al servizio delle proprie cittadinanze lavorando per il bene autentico dei territori. Ma è una realtà che ormai in Italia conosciamo bene, d’altronde.
Assolutamente emblematiche in tal senso sono le presunte “motivazioni” addotte dai sindaci a supporto del progetto sciistico: «Un’occasione da non perdere», dicono, utilizzando una delle consuete frasi fatte che saltano fuori in tali circostanze (è una delle varianti, l’altra è «l’ultimo treno da non perdere») e, ovviamente, infilandoci dentro “sostenibile”, termine ormai del tutto svuotato del proprio significato originario e diventato a sua volta strumento di propaganda oltre che di green washing.
È invece un’occasione da lasciar perdere, piuttosto, vista appunto la realtà climatica in divenire che già oggi rende difficile lo sci alle quote in questione, l’evoluzione nella fruizione turistica invernale delle montagne, che punta sempre meno allo sci su pista e molto di più ad altre attività, i costi spropositati che non si capisce perché debbano essere in gran parte scaricati sulla collettività – 50 milioni di Euro di soldi pubblici, ribadisco: perché noi tutti dovremmo pagare per un progetto destinato al fallimento? – che poi rappresentano risorse sottratte a uno sviluppo veramente vantaggioso per il territorio seriano e scalvino, al quale mancano e vengono continuamente tolti molti servizi di base, e per la totale assenza nel progetto di un piano di sviluppo organico del territorio locale, il quale invece verrebbe completamente assoggettato alla sola economia turistica così che, nel caso di crisi di questa, porrebbe inevitabilmente in crisi l’intero territorio con gravi danni alla comunità e alla necessità di favorirne la permanenza abitativa – la tanto sbandierata “lotta allo spopolamento”, altra frase fatta e iper-abusata, che si ritorcerebbe contro, in pratica.
[Sopra, una veduta delle attuali piste da sci di Colere e, qui, un’immagine satellitare delle stesse, che per giunta si sviluppano su terreni carsici estremamente vulnerabili. Il danno ambientale e paesaggistico è evidente ed è già stato accertato.]Come possono, quei sindaci, sottomettersi a una visione così miope, consumistica e potenzialmente devastante dei loro territori? Come fanno a non capire che il futuro delle montagne come quelle bergamasche va in un’altra direzione ovvero – repetita iuvant – in uno sviluppo articolato, organico e di lungo periodo di tutte le economie locali a supporto innanzi tutto dei servizi di base e dei beni ecosistemici necessari alle comunità locali? Uno sviluppo nel quale ci sia anche il turismo, certo, ma non nei modi tanto impattanti quanto monoculturali come quello proposto dal comprensorio Colere-Lizzola (come d’altro canto ben delineato nel progetto sulla Valle di Scalve elaborato dal Centro Studi sul Territorio Lelio Pagani dell’Università di Bergamo: progetto ovviamente ignorato dalla politica locale)… perché non vogliono capire? Forse per insensibilità verso i loro territori, per incompetenze (ma non credo), per incapacità o mancanza di volontà nello sviluppare alternative più sensate e consone, per imposizione di soggetti terzi, per degrado politico? Mi piacerebbe molto saperlo.
[La Val Conchetta sul versante di Colere del Pizzo di Petto, dove si vorrebbero installare alcuni dei nuovi impianti di risalita con le relative piste da sci.]La montagna è un territorio meraviglioso e delicato, ricco di criticità ma pure di infinite potenzialità e la cui complessità ha bisogno di soluzioni e iniziative articolate e elaborate, non di risposte troppo facili e per nulla ponderate funzionali solo ai tornaconti di alcuni ma sempre inevitabilmente dannose per i territori. “L’occasione da non perdere” di Colere-Lizzola rischia di far perdere qualsiasi speranza di futuro alle montagne locali e alle comunità che le abitano. Sarebbe il caso di evitarlo, un pericolo del genere.
P.S.:qui trovate tutti gli articoli che nel tempo ho dedicato alla questione “Colere-Lizzola”.
Questa non è più montagna, è un palcoscenico per selfie e influencer. Un turismo tamarro, rumoroso, insensibile. Mi sono arreso.
In effetti sembra che l’industria turistica, in combutta con certa politica locale, abbia consegnato le nostre montagne al turismo più becero e rovinoso. Ma io credo che sia così solo all’apparenza. Quel turismo massificato tamarro, rumoroso, insensibile che spesso ritroviamo sulle località montane è rovinoso anche verso se stesso, mentre intorno, nel frattempo, continua a crescere un pubblico turistico sempre più attento, sensibile e consapevole verso i territori montani, la loro preziosa bellezza e la cultura peculiare che li caratterizza. Un pubblico che evita di andare in auto sotto le Tre Cime di Lavaredo o in funivia al Seceda oppure ad affollare i solarium di Cortina d’Ampezzo, Livigno o Courmayeur ma sceglie territori montani genuini, poco turistificati, dei quali nessun influencer scrive sui social e ci va proprio per questo, alimentando un’economia turistica dai numeri crescenti e, soprattutto, dall’impatto sui territori e sulle comunità veramente sostenibile: dalla esemplare valle Maira ai numerosi “Villaggi degli Alpinisti” e “Villaggi Montani”, dai borghi dell’Appennino che stanno rinascendo ai numerosi cammini sempre più frequentati o alle decine di località “Bandiere Verdi” – ma sono solo alcuni dei tantissimi esempi citabili al riguardo.
Quella dell’iperturismo è chiaramente una bolla che molto presto si sgonfierà, se va bene, oppure scoppierà se va male: provocherà di sicuro dei danni o delle macerie, a meno che tutti i soggetti che subiscono tali fenomenologie turistiche riescano finalmente a riprendere in mano le sorti dei propri territori: mi riferisco innanzi tutto alle comunità locali, ai soggetti economici che fanno accoglienza, non turismo di massa, alla società civile e all’associazionismo che opera nei territori in questione; invece non mi riferisco alla politica, troppo spesso disinteressata, ambigua quando non ipocrita e, come detto, sovente asservita o in combutta con l’industria turistica.
Insomma: pur capendo Zanella e solidarizzando pienamente con lui, ribadisco, a mio parere non è affatto il caso di arrendersi ma di combattere, unirsi, fare massa critica, agire fattivamente in ogni modo possibile per difendere le nostre montagne e qualsiasi territorio eccessivamente turistificato non tanto dai turisti, in fondo loro stessi vittime del meccanismo perverso che li sfrutta, ma da ogni soggetto del potere che verso le terre alte dimostri insensibilità, incompetenza, disinteresse e mero affarismo senza ritegno.
È l’iperturismo tamarro che presto si dovrà arrendere (sempre che ancora prima non si sgonfi o imploda, come detto), non certo le nostre montagne!
[Veduta dei monti dell’alta Valle Seriana, sopra Lizzola, con al centro il Pizzo Coca. la maggiore vetta delle Orobie. Immagine di Giorgio Guerini Rocco tratta da www.outdooractive.com.]Immaginatevi una bellissima villa, un capolavoro architettonico di gran pregio, tutelato dai vincoli delle Belle Arti, per di più ricca di opere d’arte altrettanto notevoli in grado di meravigliare chiunque… un gran posto, insomma, che abbisogna di cure per rimanere tale e conservare la sua mirabile bellezza così che possa essere ammirata da tutti.
Ecco, ora immaginatevi che i soggetti ai quali è stata demandata la cura della villa decidano di non curarsene affatto e non solo ciò, ma pure di trasformarla in un ordinario disco pub, spostando o abbattendone i muri per ricavarci una pista da ballo con luci laser e musica ad altissimo volume, sale slot, maxischermi per le partite di calcio e quant’altro di funzionale al divertimento più facile e dozzinale.
Sarebbe una situazione accettabile, secondo voi?
Bene, quanto sopra è più o meno ciò che sta succedendo sulle montagne tra Colere e Lizzola, luoghi in altura di grande bellezza e notevolissimi pregi paesaggistici e naturalistici in grado di meravigliare chiunque (appunto), dunque tutelati da varie normative ambientali, che qualche soggetto in loco vorrebbe invece trasformare in un dozzinale luna park turistico ignorando totalmente la bellezza di quelle montagne, le loro valenze e i tanti pregi che posseggono e di contro impattando pesantemente sul territorio e l’ambiente locali senza curarsi delle conseguenze. Per di più, spendendo una somma spropositata di denaro pubblico (almeno 50 milioni di Euro, destinati inesorabilmente ad aumentare): soldi dei contribuenti sperperati per danneggiare il luogo a mero e unico vantaggio di chi ne gestisce le sorti turistiche, senza alcun beneficio per la comunità locale.
MA SIAMO PAZZI?
È questa la sorte, questo il futuro che certi soggetti vogliono imporre alle nostre montagne e alle comunità che le abitano? La distruzione di un paesaggio montano così mirabile, della sua realtà socioeconomica e parimenti dell’identità culturale delle sue comunità?
Solo un paese che abbia completamente smarrito la relazione e la comprensione del proprio territorio, nonché la cognizione della realtà che lo caratterizza e della quotidianità di chi lo vive, potrebbe permettere cose del genere. Ma, quando ciò accade, solo la società civile può impedirlo. E deve farlo, per il bene di quelle montagne, che sono patrimonio di tutti, e del paese stesso.
E nel mentre che qualcuno si vanta di “salvare i ghiacciai” piazzandoci sopra quegli orribili teli geotessili che invero non salvano nulla ma spargono microplastiche ad alta quota – vedi l’articolo di stamattina qui nel blog – ecco qual è la situazione dei ghiacciai del pianeta in seguito alla crisi climatica antropogenica in corso, riassunta in questa chiara ed efficace infografica tratta da qui:
È sempre più il caso di rifletterci sopra, inutile rimarcarlo.
“Il Post”, in un articolo del 14 luglio 2025, rilancia la questione dei teli geotessili sui ghiacciai, che ad ogni inizio estate, ovvero del periodo di fusione e ablazione glaciale, vengono installati su alcuni ghiacciai alpini – quasi sempre che ospitano piste da sci – in base all’affermazione che questi teli “salverebbero” i ghiacciai dagli effetti della crisi climatica, peraltro particolarmente evidenti proprio sulle Alpi.
L’articolo de “Il Post”, che prende spunto da un testo dell’amico Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, rilancia quanto si è dimostrato ormai da tempo al riguardo – ne ho scritto anche io più volte in passato: i teli geotessili non “salvano” i ghiacciai ma servono solo ai gestori dei comprensori sciistici per salvaguardare la superficie di essi sulla quale ci sono le piste da sci. Proferire quell’affermazione è pura ipocrisia oltre che un bieco esercizio di green washing. Non solo: come ribadisce “Il Post”, quei teli diffondono sulle superfici glaciali una gran quantità di microplastiche e altri elementi inquinanti: se da una parte fingono di “fare del bene” ai ghiacciai, dall’altra ne ammorbano pure l’ambiente, che almeno a quelle quote dovrebbe permanere il più possibile incontaminato anche in presenza di antropizzazioni.
[Il Ghiacciaio Presena ieri, completamente “telato” ove transitano le piste da sci. Immagine tratta da qui.]D’altro canto, ciò che “Il Post” ha ribadito nel suo articolo, come detto, sono evidenze scientifiche conosciute e denunciate ormai da anni, non da ieri: il fatto che in molte località i gestori del turismo locale perseverino con la posa dei teli sui “loro” ghiacciai dimostra perfettamente come essi se ne freghino altamente sia di ciò che rileva la scienza, sia della salvaguardia dei territori ove operano.
[I teli geotessili sul Ghiacciaio della Marmolada. Immagine di Luigi Casanova, tratta da qui.]Dunque, sarebbe bene che chi tiene veramente alle montagne e ne è un autentico appassionato si disinteressi a quelle località dai ghiacciai “telati” frequentandone altre più rispettose e meno ipocrite – ghiacciai plastificati i quali, peraltro, offrono un’immagine dell’ambiente montano d’alta quota triste e deprimente, con i corpi glaciali coperti da quello che, in buona sostanza, rappresenta per essi un vero e proprio sudario. Una cosa affliggente, oltre che inaccettabile, alla quale bisogna dire con forza «BASTA!», e dirlo a quelli che ancora si ostinano a propugnarla: per salvare non i ghiacciai ma i loro affari, e al contempo per svilire e soffocare l’ambiente montano.