Sabato scorso, su “Ballabio News”

Giovedì scorso 11 maggio si è svolto l’atteso incontro tra amministratori locali e residenti, commercianti e villeggianti dei Piani Resinelli intorno alla questione dei parcheggi a pagamento e, più in generale, della gestione turistica della meravigliosa località ai piedi della Grignetta della quale mi sono “occupato” in passato sia per iscritto che in loco la scorsa estate in un bell’incontro con residenti e villeggianti proprio sullo stessa tema.

Da quanto è uscito dall’incontro, per come ne hanno dato conto i media locali, ho tratto alcune riflessioni e relative considerazioni proprio in tema di parcheggi, affollamento, gestione del turismo e qualità del paesaggio che ritengo assolutamente significative, per i Piani Resinelli e per molte altre località affini che godono – o soffrono – simili circostanze turistiche. Ringrazio molto la redazione del quotidiano on line “Ballabio News” che sabato scorso 13 maggio vi ha dato spazio, al solito con l’augurio che tali mie considerazioni possano unirsi a quelle più utili e costruttive per favorire il bene del luogo, dei suoi abitanti e del suo prezioso paesaggio, patrimonio di noi tutti.

Potete leggere l’articolo cliccando sull’immagine lì sopra.

“Il miracolo delle dighe” (già) su “Il Cittadino”

Ringrazio molto la redazione de “Il Cittadino” che già sabato scorso ha dato notizia dell’uscita (fate clic sull’immagine qui sopra) del mio nuovo libro Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne, pubblicato da Fusta Editore e disponibile dal 18 maggio ma che da qualche giorno si può prenotare in libreria o nei bookshop on line. La prima uscita “pubblica” del libro sarà invece al Salone del Libro di Torino domenica alle ore 15 presso lo stand di Fusta (B59, padiglione 1).

Il mio augurio è che lo vorrete leggere e, nel caso, che vi possa piacere, interessare, incuriosire, magari affascinare, forse far pensare. Ecco.

Di parole pesanti usate con troppa leggerezza

Quando mi capita di sentire o leggere le dichiarazioni di alcuni personaggi pubblici – qualsiasi cosa essi siano e rappresentino e ovviamente al netto di chi ha titolo e competenze per disquisirne – su certi temi che è tanto banale quanto obiettivo definire “delicati” per la vastità del loro portato argomentale, soprattutto quand’essi vengono condensati attorno a singoli termini che in questo modo si sovraccaricano inevitabilmente di significati, sia di quelli leciti che di quelli meno leciti, come ad esempio “razza”, “etnia” (per stare sulla cronaca di questi giorni), “identità”, “libertà”, “fede“ eccetera, ecco la cosa che a me che con le parole e i loro significati ci “lavoro” più mi colpisce, ancor prima del messaggio per il quale vengono utilizzati, è la constatazione dell’inopinata superficialità con la quale quei termini vengono pronunciati. Il che, mi pare, è una delle cause per cui spesso le suddette dichiarazioni suscitano grandi polemiche, che concernono i messaggi ma si originano nella citata faciloneria lessicale dei personaggi parlanti.

Non sanno di cosa stanno parlando, in buona sostanza. E temo che nemmeno gli interessi di saperne un po’ di più al riguardo, probabilmente perché intuiscono che se ne sapessero di più sarebbero portati a utilizzare molto meno quei termini delicati e, così, di autolimitare le proprie facoltà propagandistiche palesate nelle disquisizioni pubbliche ove infilano i termini. Disquisizioni e propagande la cui formulazione e la conseguente strumentalizzazione funzionale non abbisognano certo di competenza linguistica e raziocinio interpretativo, anzi.

Purtroppo, per motivi vari che dovremmo ormai ben conoscere, viviamo in un mondo nel quale – metaforizzo – di fronte a un piccolo lago qualcuno che fruisce di una certa influenza pubblica si sente in diritto di poterlo chiamare «oceano» pretendendo di avere ragione. Ma non è solo questo il problema, semmai è che per gli stessi motivi di fondo troverà sempre numerose persone che la ragione pretesa gliela daranno e prenderanno a chiamare «oceani» anche le più banali pozze d’acqua, al contempo tacciando di “faziosità”, di “ignoranza” o altro di più dispregiativo quelli che cercheranno di proporre come veramente stanno le cose, di evidenziare che l’oceano è «una grande massa d’acqua marina» e non «qualsiasi affossamento terrestre naturale di una certa estensione, nel quale le acque permangono» (clic) e ciò non per chissà quale convinzione personale ma per scienza, intelligenza, oggettività, logica, raziocinio.

Be’, che dire… come non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, non c’è peggior ignorante di chi ignora di non sapere nulla credendo di sapere tutto, e non c’è peggior falso di chi non ammette di non sapere la verità ma pretende di avere ragione. Già.

La “Montagna Sacra”, un tabù per allargare lo sguardo (e la mente)

Sul numero 4 di “Q CODE”, «trimestrale di geopoetica», è uscito un bell’articolo dedicato al progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” – meglio conosciuto come «La Montagna Sacra» -, firmato da Marzia Bona con gli interventi sul tema di Toni Farina e Duccio Canestrini, tra i promotori del progetto. È un testo succinto ma già in grado di fornire qualche buon dettaglio sull’iniziativa a chi ancora non la conosca; lo potete leggere in pdf cliccando sull’immagine in testa al post.

Nel frattempo il comitato promotore del progetto, del quale ho la fortuna di fare parte, sta lavorando alle nuove iniziative che a breve torneranno a elaborare concretamente, con alcuni eventi dedicati proprio ai piedi del Monveso di Forzo, l‘idea alla base della “Montagna Sacra”, forte dei continui apprezzamenti, spesso prestigiosi che sta raccogliendo e nel rispetto di chi ancora lo critica, forse – mia mera opinione – fermandosi troppo al contenitore del progetto e non approfondendo l’analisi del contenuto. Ma va bene così, ove il dibattito intorno ai temi del senso del limite e dell’invadenza umana in montagna sia franco e costruttivo: è uno degli obiettivi principali del progetto, questo (e no, non è il non voler proibire agli alpinisti di salire sulla vetta del Monveso di Forzo, come ancora qualcuno insiste nel sostenere), insieme alla proposta di uno sviluppo turistico-culturale della Valle Soana innovativo, sostenibile, consapevole, benefico per l’intero territorio e per i suoi abitanti.

Il tempo delle paure

[Foto di David Mark da Pixabay.]

Oggi abbiamo un livello di sicurezza incomparabilmente superiore a quello di ogni altra epoca precedente. Eppure di fronte a orsi, lupi ed altri selvatici, migranti e mille altri fenomeni naturali, oggi siamo precipitati nel tempo delle paure.
L’esposizione mediatica prolungata di messaggi distorti ci fa inabissare nello spavento perpetuo. Di fronte al rischio che deriva dall’esposizione al pericolo è naturale adottare delle contromisure. Dovremmo però anzitutto renderci conto che il vano annientamento dei pericoli non basta a ricomporre un senso di sicurezza.
Senza l’esplorazione di altri valori, come le virtù creative, il piacere, l’invenzione e la corretta comunicazione si rimane costantemente schiavi della paura. Senza l’attivazione di un senso di responsabilità, di conoscenza e relazione con i fenomeni che ci preoccupano, precipitiamo nelle fantasiose ed inefficaci sequele di restrizioni e divieti, così come nel facile abbattimento del plantigrado.
I rischi fanno parte della vita, ma di fronte ad uno stesso pericolo, la reazione delle persone è assai variabile a seconda del carico di ansia che le pervade. È assodato che i comportamenti “superdifensivi” o “iperprotettivi” sono spesso inefficaci o addirittura controproducenti, perché possono sfociare in veri e propri atteggiamenti patologici, volti a controllare gli altri e tutte le avversioni di questo mondo. […]

[Da Il tempo delle paure. Una riflessione sui comportamenti umani in risposta alla paura di Michele Comi, pubblicato su “Montagna.tv” il 01/05/2023. Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo nella sua interezza.]

A quanto scrive Michele Comi – cliccate sul link e leggete il suo articolo interamente, così da ricavarne una comprensione compiuta – mi viene solo da aggiungere un noto pensiero al riguardo del Buddha:

Viviamo nella paura, ed è così che non viviamo.