Le Tre Cime di Lavaredo, sopra Lecco

Il “Lecco Mountain Festival”: evento imminente assai interessante al quale non posso che augurare un bel successo – e Lecco ne ha bisogno, per come nel tempo abbia perso troppe occasioni, a volte malamente ovvero maldestramente, di sancirsi come una delle capitali mondiali dell’alpinismo (come sarebbe e come spesso dimostra di non esserne conscia).

Però, porca miseria, io chiedo: ma Lecco, città ai piedi di alcune tra le montagne più celeberrime d’Europa, paesaggisticamente e alpinisticamente, perché sulla locandina di un suo evento dedicato alla montagna deve mettere le Tre Cime di Lavaredo, monti meravigliosi ma posti a più di 400 km di distanza (su strada)[1]? Forse che le pur altrettanto celeberrime Drei Zinnen svettino tra le sommità delle «due catene ininterrotte di monti» tra le quali si infila «quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno»? Forse che le Grigne e il Resegone, per citare i monti più famosi che sovrastano la città di Lecco, siano le une un Alaska e l’altro in Karakorum? E scommettiamo che qualcuno poco edotto della materia geografica (ahimè oggi assai negletta seppur così necessaria) ora penserà che si possa salire qualche via sulle Tre Cime di Lavaredo dopo aver fatto il bagno nel Lario o viceversa che Lecco non si trovi sul Lago di Como ma su quello di Misurina? Certo, con una buona dose di faccia tosta si potrebbe cercare di “vendere” alcune delle più imponenti guglie della Grignetta come le cuspidi di Lavaredo, sperando che le assai diverse proporzioni non vengano còlte… Che poi, nel sito del festival, di belle foto di monti lecchesi ce ne sono, dunque, che ci voleva?

Comunque, facezie a parte e, ribadisco, con l’augurio di un importante successo per il festival, ho il timore che di nuovo si sia persa una buona tanto quanto facile occasione di promozione (non solo turistica) delle montagne lecchesi e, di rimando, della città stessa con tutto il suo circondario, oltre che di “coerenza geografica” la quale, puntigli a parte, è sempre un elemento di marketing (e relativo place branding, come si dice oggi) fondamentale affinché un evento come quello in questione possa generare proficue e radicate ricadute, culturali e non solo, sul luogo in cui si svolge. Nonché di fare una bella figura d’immagine generale, soprattutto per un evento che promuove la fama montana e alpinistica di una città come Lecco che, ripeto, potrebbe e dovrebbe essere uno dei luoghi di riferimento mondiali per la montagna (grazie ai suoi monti, appunto, e alla celeberrima storia alpinistica dei lecchesi) e invece, fino a oggi, ha fatto di tutto o quasi per gettare alle ortiche questa pur prestigiosa possibilità.

[1] Unico legame importante che mi viene in mente, al riguardo, la via di Riccardo Cassin sulla Cima Ovest di Lavaredo. Della quale peraltro non mi pare che se ne parli, nel festival. Dunque, punto e a capo.

Venite dal Sole o dalla Luna?

[John Ward (1798-1849), “The ‘Swan’ and ‘Isabella’ ships”, olio su tela, circa 1830, Hull Maritime Museum. Fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=97427059, pubblico dominio. Cliccate sull’immagine per saperne di più.]

Le navi partirono in aprile, si separarono nell’Atlantico settentrionale e, con incrollabile ottimismo, si diedero appuntamento per ritrovarsi nel Pacifico. Le HMS Dorthea e Trent puntarono verso le Svalbard; le HMS Isabella e Alexander verso la Baia di Baffin. Le prime due, martellate spietatamente dalle bufere e dai ghiacci, si rifugiarono nella Baia Magdalena e a Fair Haven, nelle Spitzbergen, per effettuare le riparazioni prima di ritornare in patria. Le altre due navi, comandate da Sir John Ross e dal tenente William Parry, risalirono lo Stretto di Davis in compagnia d`una quarantina di baleniere, entrarono nella Baia di Melville alla quale diedero questo nome, e raggiunsero il punto più settentrionale all’imboccatura sud dello Smith Sound. Sulla costa della Groenlandia incontrarono un gruppo di Polar Eskimo. Si svolse una conversazione memorabile, tramite un interprete che era stato preso a bordo nella Groenlandia meridionale: “Chi siete? Che cosa siete? Da dove venite? Dal sole o dalla luna?”

(Barry LopezSogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, traduzione di Roberta Rambelli, pag.335; orig. Arctic Dreams, 1986. La spedizione della Marina inglese alla quale Lopez fa riferimento è del 1819; “Polar Eskimo” è la definizione anglosassone per la popolazione Inuit. Il brano fa ben capire ciò che ho scritto nella mia recensione a Sogni Artici, ovvero che per lungo tempo l’esplorazione delle regione artiche ha assunto connotati che per molti versi l’ha resa paragonabile a quella spaziale e astronautica, con quei territori simili a “nuovi mondi” da scoprire con altrettanto nuove creature viventi con le quali entrare in contatto – e viceversa, appunto.)

 

Un posto “brutto”?

[Ulan Bator, capitale della Mongolia, secondo questo articolo il posto “più brutto del mondo”. Foto di Tengis Galamez da Unsplash.]
Quando trovo qualcuno che è tornato da un viaggio e mi dice che il luogo dove è stato «non gli è piaciuto» o che «non c’era niente» o altro di simile, generalmente non penso – come magari potrei – che evidentemente quel tizio vive in un posto così bello che gli fa sembrare non all’altezza molti altri dove si reca ma, al contrario, che quel tizio deve vivere in un posto parecchio brutto, per pensare che altri dove è stato lo siano.

Perché in verità non esistono luoghi “brutti” a questo mondo. Nemmeno quelli più apparentemente dimessi lo sono; possono esserci angoli degradati – d’altronde ci sono ovunque e in ogni caso un’opera d’arte coperta di fango non è che per questo diventa un obbrobrio – ma, fondamentalmente, di “brutto” o di “degradato” ci sono lo sguardo e la conseguente percezione di quei luoghi da parte di chi poi li definisce così negativamente: e questo sguardo se lo porta appresso il viaggiatore da casa propria, non lo trova in loco. Persino il luogo che verrebbe da definire “brutto” contiene un paesaggio interessante, in primis perché proprio, caratteristico, identificante, magari anche in forza della sua presunta bruttezza, e in questo paesaggio sicuramente si possono ritrovare innumerevoli elementi peculiari dalla cui considerazione si genera l’interesse e dunque la definizione del paesaggio da parte di chi vi interagisce. Ci sono in una steppa piatta e desertica, in un decadente quartiere post-industriale, in un vallone sperduto tra i monti o nel biancore accecante di una terra polare e pure in un “nonluogo” – vi si trova ciò per cui si può definire tale quel posto. Ovunque, appunto.

Per tale motivo, quando un luogo viene considerato “brutto” o “non interessante” eccetera, è perché in realtà non lo si è affatto osservato tanto nell’insieme quanto nei dettagli e di conseguenza non lo si è compreso per nulla. Come aprire un libro, sfogliarne le pagine ma non leggere niente, in pratica: che se ne potrà sapere di quanto c’è scritto?

Forse è meglio restarsene a casa, a questo punto.

 

Lo sci con la flebo attaccata

[Immagine tratta da mountainwilderness.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo dal quale è tratta.]

Mountain Wilderness Italia è rimasta basita nel leggere che il governatore della Regione Veneto Luca Zaia intende stanziare ulteriori 100 milioni di euro per sostenere l’industria dello sci. L’associazione ritiene che, nel cuore di una crisi climatica planetaria dovuta ai comportamenti aggressivi dell’uomo verso la natura, sia necessario e rappresenti un dovere cambiare i paradigmi dello sviluppo. L’industria dello sci è più che matura, in Dolomiti infatti ha consumato ogni spazio di territorio pregiato e di paesaggio.
Non si può prendere a pretesto la crisi economica di un settore (accentuata anche dalla pandemia in atto) o le vicine olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 per incentivare ancora sulle alte quote il consumo di suolo, di energia, di una risorsa primaria come l’acqua grazie a fondi pubblici che andrebbero invece investiti in altri settori. […]
A livello propositivo, invitiamo quindi il governatore a guardare alla montagna con occhio più delicato, volto all’armonia. La gente di montagna ha bisogno di attuare una migliore e più conservativa gestione delle aree forestali, ha bisogno di sicurezza idrogeologica. Ma ha specialmente bisogno anche di servizi: formazione scolastica, sanità, mobilità pubblica, più ferrovie e meno strade. Anche investendo in questi settori si creano posti di lavoro, ad alta specializzazione e che richiedono professionalità specifiche.

Sono stralci di un “editoriale” programmaticamente intitolato Basta soldi allo sci. La montagna ha bisogno di servizi e pubblicato sul sito di Mountain Wilderness Italia lo scorso 27 settembre. Un testo che mette sotto la propria lente la situazione del Veneto ma il cui messaggio di fondo è senza dubbio contestualizzabile a ogni altra zona della montagna italiana dotata di infrastrutture per il turismo dello sci su pista.

Ora, al di là della contestualizzazione regionale, e posto che si essere più o meno concordi con quanto espresso da Mountain Wilderness Italia, mi preme rilevare che l’editoriale pone nuovamente in grande evidenza una delle questioni più distorte ed equivoche che da tempo stanno alla base dell’industria turistica dello sci: il fatto che stia in piedi ormai solo grazie a continue iniezioni di denaro pubblico a fronte degli ingentissimi debiti accumulati da quasi tutte le società di gestione dei comprensori. Stanziamenti di soldi pubblici la cui elargizione viene “giustificata” dalla solita argomentazione per la quale l’economia della montagna italiana si regge(rebbe) solo o quasi grazie al turismo sciistico: una pretesa “verità” rivelatasi da tempo superata e ormai infondata, come ho già detto qui e come lo stesso Club Alpino Italiano ha “istituzionalmente” sancito. Ma, soprattutto, soldi pubblici che vanno ad avvantaggiare imprese private che come tutte le imprese private hanno finalità di lucro e così fanno a fronte di concessioni d’uso dei terreni spesso irrisorie, e che vanno a tappare buchi di bilancio generati da gestioni imprenditoriali parecchio discutibili, per usare un magnanino eufemismo – bilanci che peraltro, con il rosso che presentano, costringerebbero altre aziende alla dichiarazione di fallimento immediata.

Dunque, per tornare al nocciolo del tema che insieme ad altri nell’editoriale di Mountain Wilderness Italia io colgo, viene ineluttabilmente da chiedersi: ma perché l’industria dello sci non è capace come ogni altra di reggersi finanziariamente sulle proprie gambe? Perché deve sopravvivere con la flebo dei soldi pubblici costantemente attaccata al suo “braccio”? Perché se un imprenditore avvia un’attività e quando dopo un po’ constata che non gli rende come credeva logicamente ne avvia un’altra, mentre gli imprenditori del turismo dello sci continuano a reiterare attività basate su logiche commerciale di mezzo secolo fa ormai obsolete e che generano debiti ogni anno più ingenti? Perché le istituzioni statali devono spendere di continuo somme di denaro così ingenti per tenere in piedi società altrimenti fallite (nel mentre che il cambiamento climatico avanza sempre più, peraltro) piuttosto di spenderle per servizi, opere, infrastrutture, beni e sostegni realmente necessari e vitali per le comunità di montagna?

Insomma, la questione non è, meramente, il dare o meno dei soldi pubblici a qualcuno, ma l’utilità concreta e la ricaduta positiva effettiva e tangibile, nel lungo periodo e non solo nel breve, su un intero territorio montano in ogni suo ambito – la progettualità, per dirlo in breve. È questo che rende una sovvenzione pubblica – soldi di tutti, non del benefattore o filantropo o investitore o speculatore privato che dei suoi soldi può fare ciò che vuole, sia chiaro – ben spesa e un investimento socio-economico per il futuro oppure, di contro, la rende l’ennesimo spreco di denaro dei contribuenti col quale qualcuno ci campa nel mentre che molti altri ne risultano danneggiati. Lunga vita allo sci su pista, se ha le forze e le energie per vivere bene e in armonia con ciò che ha intorno; altrimenti, che sia lasciato alla sua più inesorabile e, a questo punto, logica sorte.

E dunque, detto tutto ciò: cosa vogliamo fare, sulle (e delle) nostre montagne, e dei soldi da spenderci nei loro territori?