A che punto è l’emblematica questione del collegamento sciistico tra Colere e Lizzola?

È ormai passato un anno da quando il “caso Colere-Lizzola” – cioè il progetto da oltre 70 milioni di Euro di collegamento tra i due comprensori sciistici sulle Prealpi bergamasche posti in gran parte sotto i 2000 metri di quota e in zone variamente sottoposte a tutela ambientale – è scoppiato in tutto il suo fragore, echeggiato sulla stampa locale e nazionale nonché nei vari incontri pubblici organizzati al riguardo dai soggetti che si sono mossi contro il progetto e a tutela dei territori montani coinvolti. Qui trovate i numerosi articoli che anch’io gli dedicato.

Un caso che è diventato rapidamente emblematico al pari di altri (Monte San Primo, Vallone delle Cime Bianche, Tangenzialina dell’Alute, le varie infrastrutture olimpiche, eccetera) circa la più opinabile turistificazione delle montagne, in forza dell’enorme investimento previsto – per la gran parte pubblico – a fronte della limitatezza e dell’attrattività del comprensorio sciistico rispetto ad altri ben più grandi e strutturati posta alla stessa distanza da Milano (ovvio bacino d’utenza primario della località), della sua vulnerabilità agli effetti della crisi climatica, del territorio coinvolto estremamente pregiato e delicato, dei bisogni ben diversi e insoddisfatti utili alla quotidianità delle comunità locali, e così via.

Dunque, dopo la pubblicazione del progetto di collegamento definitivo, lo scorso anno, e le varie iniziative di sensibilizzazione e di opposizione ad esso, qual è ad oggi il punto della situazione?

Lo delinea dettagliatamente il recente comunicato stampa delle associazioni che si stanno muovendo contro il progetto, cioè Orobievive, TerreAlt(r)e, Valle di Scalve bene comune, Lipu, APE, Legambiente Bergamo, FAB/Flora Alpina Bergamasca e Italia Nostra, che vi propongo di seguito, ringraziando di cuore Angelo Borroni che me l’ha inviato.

A che punto è il collegamento sciistico Colere-Lizzola?

A maggio 2024 RSI, la società che gestisce il comprensorio di Colere, presenta il progetto di collegamento sciistico delle stazioni di Colere e di Lizzola.

A luglio 2025 le relazioni economica-finanziaria e legale, redatte dai consulenti incaricati dagli stessi Comuni, evidenziano le carenze del progetto che pretende la quota prevalente di investimenti effettuata con denaro pubblico, riservandosi per 60 anni la eventuale redditività dell’impresa.

Questi pareri confermano tutte le obiezioni che in questi mesi sono state indicate dai cittadini di buon senso e dalle associazioni, senza dimenticare la devastazione ambientale che coinvolgerebbe anche la Val Conchetta e l’alta Val Sedornia, finora non antropizzate, compromettendone la bellezza e pure la fruibilità turistica estiva, che viene raccontata come “destagionalizzazione”.

Questo progetto acquisisce di fatto la certificazione di non poter stare in piedi.

Le Amministrazioni devono di fatto prendere atto che il collegamento sciistico non è economicamente e giuridicamente sostenibile: il Comune di Colere ha votato contro la richiesta di RSI di allargare alla Val Conchetta la convenzione già in essere; nel Comune di Valbondione l'inserimento del progetto di collegamento sciistico fra le Opere di Pubblica Utilità viene paradossalmente votato dalla minoranza con l’astensione della maggioranza.

Nel frattempo occorre sottolineare che viene negato l’accesso agli atti per conoscere l’evoluzione del progetto. Il Comune di Colere ha inserito nel suo sito una sezione che dovrebbe comprendere il materiale relativo ai rapporti Comune-RSI, ma in realtà molti documenti non sono pubblicati; invece il Comune di Valbondione nega semplicemente tutte le informazioni dopo ormai più di un anno dalla richiesta.

E la stazione di Colere, come sta?

Il bilancio 2024/2025 di RSI srl, società di gestione della stazione di Colere, è ulteriormente peggiorato rispetto al 2023/2024, in quanto:

a) lo stato patrimoniale fotografa una situazione sicuramente non solida dell’impresa, dove i debiti pesano per oltre il 60% del valore delle strutture e dei beni;

b) il conto economico dice che i costi di gestione sono aumentati, mentre gli incassi sono diminuiti, in quanto gli accessi invernali hanno continuato a calare (da 76000 nel 2023/2024 ai 70000 nel 2024/2025);

c) le perdite di esercizio passano da 328.000 a 1.449.000 Euro, gravate dai costi di gestione, cioè consumi energia elettrica, gasolio e acqua, dai costi per il personale, dal peso degli ammortamenti e soprattutto dagli oneri finanziari, che ammontano a 1.143.000 Euro, dovuti all’indebitamento bancario che ha raggiunto i 18.526.000 Euro, la quota prevalente dei debiti pari a 22.737.000 Euro.

Nel frattempo RSI continua a spendere con la ristrutturazione dell’albergo Pian del Sole al Polzone (costo 8 milioni), con il completamento dell’impianto di innevamento artificiale delle piste e con ulteriori edifici.

Questi interventi si aggiungono ad aggravare la passività nel prossimo bilancio con l’espansione dei costi, con il peso degli ammortamenti e di eventuali ulteriori oneri finanziari.

Ma il progetto non va in soffitta, anzi!

RSI, che ha già in tasca l’opzione di rilevare la società che gestisce Lizzola, ha manifestato l’interesse per la stazione di Spiazzi di Gromo, rendendosi disponibile a integrare il finanziamento (6,6 milioni), già assegnato dal Ministero del Turismo alla locale società di gestione IRIS per la sostituzione della seggiovia Vodala, con la prospettiva di rilevare interamente la società.

Nonostante le evidenze che certificano un incerto futuro per lo sci da discesa, nonostante le incontestabili condizioni climatiche sfavorevoli, nonostante i pareri contrari di tutti i consulenti tecnici (incaricati dai Comuni, su indicazione di RSI) e di tutti i responsabili tecnico/finanziari dei Comuni, i rispettivi Sindaci persistono nel voler portare avanti l'assurdo progetto. Come se si trattasse solo di rimuovere o aggirare fastidiosi ostacoli messi in campo da chissà quali nemici del progresso e non da pareri competenti e responsabili. Ma la parte pubblica, quella che dovrebbe rappresentare l'interesse di tutti noi, davvero intende gettare decine di milioni in progetti elitari e senza prospettive, che sottraggono risorse alle necessità prioritarie delle aree montane?

Ecco, questo è ad oggi lo stato di fatto della vicenda.

In chiusura, il comunicato accenna alle domande presentate da entrambe le società di gestione degli impianti di Colere e di Lizzola al bando del Ministero del Turismo per i comprensori sciistici di recente assegnazione (ne ho scritto qui.): 10 milioni sono stati richiesti da parte di Lizzola per la sostituzione delle proprie tre seggiovie attuali con unica cabinovia, una soluzione pensata per il collegamento ma che penalizza le piste di Lizzola; altri 10 milioni sono invece stati richiesti da Colere per la sostituzione di una delle seggiovie (la “Ferrantino”) del proprio comprensorio. Bene, come si evince dalle graduatorie pubblicate, il bando ministeriale ha respinto la richiesta di RSI (Colere), non ammessa perché la società non rientra nei parametri finanziari, mentre quella di Lizzola è stata classificata 31°, formalmente esclusa dall’assegnazione dei fondi ma in posizione potenzialmente funzionale a un eventuale ripescaggio. In ogni caso l’apposito provvedimento della Direzione ministeriale competente che sancisce la graduatoria definitiva non è stato ancora pubblicato, dunque questo aspetto dovrà essere rivisto prossimamente.

Dunque «ai posteri l’ardua sentenza»? No, niente affatto: per tutte le circostanze in corso il caso di “Colere-Lizzola” credo si risolverà presto e mi auguro in modi assolutamente positivi per il territorio locale e la comunità che lo vive.

MONTAG/NEWS #6: notizie interessanti e utili da sapere dalle terre alte

In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente che trovo interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.


IL TRENINO ROSSO DEL BERNINA, TRA RECORD TURISTICI E DISAGI LOCALI

Anche il celeberrimo Bernina Express, da tutti conosciuto come il “Trenino Rosso del Bernina” deve fare i conti con i paradossi dell’overtourism: i costanti record di viaggiatori e, nei periodi di punta, il tasso di occupazione superiore dei posti al 100% ne decretano il successo turistico ma causano crescenti disagi alla popolazione locale, dato che la linea resta un trasporto pubblico utilizzato quotidianamente da molti studenti e lavoratori. Così il dibattito e la protesta montano


LE ALPI SONO SEMPRE PIÙ UN LABORATORIO DI “INNOVAZIONE SOCIALE”

Una ricerca congiunta Università di Torino-Istat presentata qualche giorno fa evidenzia come le Alpi diventino un laboratorio di resilienza: l’immigrazione straniera e interna contribuisce a rivitalizzare i territori, introduce competenze e innovazione sociale, mentre l’adattamento alla crisi climatica può servire a valorizzare la sostenibilità e rafforzare i servizi locali, trasformando le difficoltà demografiche e ambientali in opportunità per attrarre nuovi residenti.


SNOWTUNNEL: SCIARE TUTTO L’ANNO, MA COME DEI CRICETI

Mentre crisi climatica, fattori economici e culturali mettono sempre più in crisi lo sci e interi territori alpini, “Lo Scarpone” riferisce di un progetto australiano chiamato “Snowtunnel” (ma dove c’è anche l’italiana TechnoAlpin) che promette di far sciare tutto l’anno dentro un grande cilindro in rotazione: una sorta di “ruota per criceti” innevata, dove il pendio non finisce mai. Si salverà così, lo sci, oppure tali “innovazioni” finiranno solo per accelerarne la fine?


DAL 2000 IN SVIZZERA È SPARITA UNA STAZIONE SCIISTICA SU SEI

La Svizzera, scrive il “Corriere del Ticino”, è una delle grandi nazioni dello sci. Eppure, sempre più persone stanno voltando le spalle agli sport invernali. Secondo un’indagine dell’Osservatorio svizzero dello sport del 2022, solo una persona su quattro scia regolarmente. Cambiamento climatico, costi di gestione in aumento e disinteresse crescente verso gli sport invernali hanno prodotto una vera e propria tempesta perfetta.


IL LAVORO MIGLIORE? È IN MONTAGNA!

Il “GognaBlog” pubblica il report dell’Ufficio Studi della CGIA, basato sull’indagine BES-Istat condotta nel 2023, secondo il quale le aree geografiche con il più alto livello di soddisfazione lavorativa sono Aosta, Trento e Bolzano: tutti territori di alta montagna. Nelle posizioni di vertice si osservano prevalentemente realtà geografiche di dimensioni contenute, caratterizzate dalla presenza di piccole attività produttive, con un impatto ambientale trascurabile, ben armonizzate con i territori montani nelle quali operano.

Un’ennesima discutibile “ciclovia” all’Alpe Lendine in Valle Spluga?

[L’Alpe Lendine, 1700 m, sovrastata dal Pizzaccio, 2589 m. Immagine tratta da https://ape-alveare.it.]
Giorgio Tanzi, amico Accompagnatore di media Montagna “titolare” di Insubria Trekking oltre che Naturalista ed Educatore Ambientale, mi segnala che tra l’Alpe Lendine e l’Alpe Laguzzolo in Valle del Drogo, una laterale della Valle Spluga di grande bellezza alpestre relativamente poco conosciuta e frequentata e per questo capace di offrire angoli di natura sostanzialmente intatta (salvo che per la presenza della Diga del Truzzo e delle opere annesse, d’altro canto prossime al secolo di vita e dunque ormai storicizzate nel paesaggio), è stata realizzata quella che sembra un’ennesima ciclovia, o opera apparentemente similare, che per lunghi tratti ha totalmente stravolto il sentiero originario allargandolo e livellandolo ma di contro presentando pendenze sovente molti forti che appaiono inadatte per la percorrenza con biciclette elettriche o muscolari, semmai più consone ad un transito motoristico. Il tutto, anche qui come in numerosi altri luoghi che hanno subìto la realizzazione di tali tracciati, con ben poca cura dell’inserimento in ambiente e delle finiture dell’opera, al punto che, rimarca Giorgio, sono bastate le prime gelate notturne a generare dissesti sulla superficie del nuovo tracciato.

[Nelle foto di Giorgio Tanzi, sopra il sentiero originario, sotto la nuova “ciclovia” con il fondo già dissestato.]
Vista la zona, il pensiero mi corre subito ad un’altra recente e criticata ciclovia, quella realizzata nella vicina e poco più settentrionale Val Febbraro, tra l’Alpe Piani e il lago di Baldiscio, sotto l’omonimo passo sul confine con la Svizzera (dove è denominato Balniscio) e sopra l’abitato di Isola: ne ho scritto qui. Anche in questo caso, una zona fino ad oggi quasi per nulla turistificata e di grande pregio naturalistico (tant’è che viene definita spesso «selvaggia» dalla promozione turistica locale), ora diventa accessibile anche a chi lassù mai ci sarebbe potuto arrivare, se non a piedi e con un buon allenamento ovvero in forza di una passione autentica per i luoghi montani e la loro bellezza originaria.

Non sono stato di recente in Valle del Drogo, ma la segnalazione “edotta” di Giorgio (che ringrazio di cuore per avermela comunicata), viste le sue notevoli competenze montane, mi impone di salirci, appena possibile, per verificare di persona quanto è accaduto. Fatto sta che sono episodi, questi, che danno nuova forza al timore manifestato già da tanti in base al quale, per certi amministratori pubblici locali e per i loro sodali del settore turistico, sembra proprio che l’infrastrutturazione per ebike dei territori montani, e in particolar modo di quelli ancora intatti, stia diventando la versione estiva di quella sciistica oltre che la discutibile declinazione dell’idea di “destagionalizzazione”: un grimaldello con il quale violare zone in quota altrimenti non sfruttabili turisticamente al fine di piazzarci attrazioni conseguenti e, al contempo, spendere (e spandere) finanziamenti pubblici con l’altrettanto abusata scusa della “valorizzazione” (in passato ho scritto spesso sulla questione, vedi qui). Generando invece evidenti dissesti del territorio, il degrado e la banalizzazione dei luoghi, la messa a valore degli stessi per venderli come “merce turistica” senza di contro apportare alcun vantaggio concreto per le comunità locali, anzi, inquinando la relazione culturale e antropologica intessuta con le loro montagne.

Se per caso qualcuno passerà dalle zone citate e così sarà testimone diretto di quanto sopra riferito oppure di altre cose simili e similmente discutibili, me/ce lo faccia sapere. Grazie!

Tiziana Apuani, Cristian Scapozza (a cura di), “Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo”

Ci sono stati due grandi fenomeni naturali che, nello spazio e nel tempo, hanno modellato le nostre montagne, in particolar modo le Alpi, e “disegnato” la loro morfologia che poi nei secoli più recenti l’uomo ha cominciato ad abitare.

Il primo è legato alle grandi glaciazioni del Pleistocene, ultima delle quali è stata quella di Würm, avvenuta tra 110000 e 11700 anni fa, che hanno scavato la gran parte delle valli alpine. Il secondo, correlato al primo, è quello delle grandi grane, che in scala differente ma non meno modificante hanno cambiato i connotati di molte di quelle valli, con franamenti in certi casi talmente ciclopici da aver distrutto interi versanti montuosi, ricollocatisi altrove a valle (ne ho scritto al riguardo qui). Senza che oggi ce ne possiamo quasi rendere conto – salvo che per i fenomeni più recenti – molto probabilmente quando viaggiamo attraverso le Alpi o visitiamo le loro località, transitiamo e sostiamo sopra grandi accumuli di materiale franato, ormai rivegetati, e al contempo osserviamo un panorama d’intorno che facilmente secoli o millenni fa, prima che le frane lo modificassero, era differente.

L’intera catena alpina è ricca di questi fenomeni franosi; la zona tra il Passo del Maloja e quello del Gottardo, lungo le Alpi Lepontine e Retiche a cavallo tra Italia e Svizzera, lo è in modo particolare, presentando frane di ogni genere e taglia, tra le quali alcune delle più grandi in assoluto e altre divenute celebri per le conseguenze che hanno causato ai territori coinvolti. Non a caso, dunque, proprio a Chiavenna, località tra le principali della regione alpina appena descritta, ha sede il Centro Internazionale Grandi Frane Alpine, ente scientifico nato con l’obiettivo di studiare e documentare le grandi frane alpine, creando un polo scientifico-culturale transfrontaliero e promuovendo la cultura della prevenzione, con un ruolo formativo e museale legato ai disastri e ai paesaggi da essi creati. In tal senso, nel 2023 è stato inaugurato il percorso escursionistico Amalpi Trek (“Amalpi” è un nome nel quale si contrae la formula «Alpi in movimento, Movimento nelle Alpi»), la cui percorrenza – suddivisa in 10 tappe con alcune varianti possibili – illustra le vicende delle numerose grandi frane che hanno colpito i territori delle valli lepontine e retiche trasformandole in risorse culturali naturali. Il percorso è raccontato dal libro-guida Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo, (Milano University Press, 2023), curato dai geologi e docenti Tiziana Apuani e Cristian Scapozza, che elenca percorsi e peculiarità di tutte le tappe con un focus, ovviamente, sulle frane visibili e visitabili – alcune veramente eccezionali e dalla storia affascinante, seppur in certi casi tragica – ma anche sulle rilevanze storiche, artistiche, culturali e antropologiche dei territori attraversati. Un libro veramente bello ed estremamente interessante, in grado di offrire una sorta di storia “alternativa” delle Alpi []

[Il paese di Piuro, nella Val Bregaglia italiana (provincia di Sondrio) prima e dopo la frana del 4 settembre 1618. Veduta tratta da “Itinerarium Italiae Nova Antiqua” di Martin Zeiller e Mattheus Merian, Francoforte, 1640.]
(Potete leggere la recensione completa di Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Meglio un solo grattacielo o tante palazzine?

[Due bozze del grattacielo di Zermatt. Immagine ©Lina Peak, tratta da www.linapeak-zermatt.com.]
Probabilmente avrete già letto da qualche parte la notizia – ripresa anche da me qualche giorno fa tra le “Montag/News” – secondo la quale l’imprenditore, architetto e artista vallesano Heinz Julen vorrebbe costruire un grattacielo residenziale – il Lina Peak – alto 260 metri a Zermatt, in mezzo alla valle prospiciente il Matterhon/Cervino, al fine di creare nuove abitazioni per la comunità montana e per i turisti. Si potrebbe pensare a una provocazione, tanto architettonica quanto politica (ma rimarco che già una decina d’anni fa venne proposto un grattacielo da 381 metri a Vals, piccola località termale della Surselva, nel Cantone Grigioni, ad oggi rimasto sulla carta) più che a una proposta concreta, anche in considerazione delle prevedibili forti opposizioni che genererà.

Tuttavia, provocazione per provocazione, colgo lo spunto di tale notizia per sottoporvi una domanda alla quale chiedo di rispondere in assoluta libertà ma non di getto e, considerando piuttosto tutti gli aspetti in gioco, riflettendoci sopra un attimo: in un paesaggio montano, in senso generale, è “meglio” – o peggio – un unico grattacielo di 65 piani alto 260 metri oppure una ventina di palazzine da 3 piani alte una dozzina di metri? Quale delle due cose a vostro parere impatta di più?

[Condomini d’ogni taglia all’Aprica, in Valtellina. Immagine tratta da https://agenziacioccarelli.it.]
Grazie di cuore per le risposte e le relative considerazioni che vorrete manifestare.