Le cascate d’acqua sul Cervino e noi

Ma, in fin dei conti, cosa ci resterà di quest’immagine?

Ha fatto il giro del web, inizialmente creduta falsa da quanto sembrasse impossibile, poi ne hanno scritto decine di media, ha ricevuto migliaia di commenti, ha sconcertato, spaventato, inquietato, fatto discutere e dibattere in maniera tanto sensata quanto a volte stupida, come al solito.

Già: ma una volta passato tutto questo che cosa ci rimane realmente di ciò che l’immagine ci ha detto? Ne abbiamo appreso, capito, imparato qualcosa di buono e utile, oppure tra un po’ la riterremo soltanto una bizzarria dell’anno in corso come innumerevoli altre immagini passate sui social media e più avanti nemmeno ce la ricorderemo più? Oppure già ora abbiamo deciso che non ci ha detto e trasmesso nulla, facciamo spallucce e andiamo oltre?

La psicosociologia ci insegna che noi crediamo in ciò che vediamo: ma vedere non è osservare, è semplicemente un cogliere sensorialmente un’immagine, mentre trasformare la visione in osservazione comporta un’adeguata e articolata elaborazione intellettuale di ciò che si coglie e vede, in modo da saper evolvere l’osservazione al rango di nozione, di conoscenza, di esperienza. Sicuramente tantissimi hanno fatto tutto ciò, di fronte all’immagine in questione, ma certamente tantissimi altri no. E non riuscire a farlo temo segnali il decadimento della nostra relazione culturale con l’ambiente e il paesaggio, che è poi alla base della scarsa sensibilità diffusa verso le loro tutele.

Lasciare scivolare via l’immagine del Cervino rigato da enormi cascate d’acqua piovana e di fusione glaciale-nivale come se nulla fosse e raccontasse, fatta cadere con noncuranza nel grande dimenticatoio ove finiscono molte delle visioni del mondo in cui viviamo che così non possono diventare esperienza e memoria è, in realtà, ciò che rende quelle cascate d’acqua realmente inquietanti, anche più di ogni altro aspetto correlato.

P.S.: trovate qui un interessante articolo di approfondimento riguardo quanto accaduto sul Cervino di “RSI-Info”.

Meglio un solo grattacielo o tante palazzine?

[Due bozze del grattacielo di Zermatt. Immagine ©Lina Peak, tratta da www.linapeak-zermatt.com.]
Probabilmente avrete già letto da qualche parte la notizia – ripresa anche da me qualche giorno fa tra le “Montag/News” – secondo la quale l’imprenditore, architetto e artista vallesano Heinz Julen vorrebbe costruire un grattacielo residenziale – il Lina Peak – alto 260 metri a Zermatt, in mezzo alla valle prospiciente il Matterhon/Cervino, al fine di creare nuove abitazioni per la comunità montana e per i turisti. Si potrebbe pensare a una provocazione, tanto architettonica quanto politica (ma rimarco che già una decina d’anni fa venne proposto un grattacielo da 381 metri a Vals, piccola località termale della Surselva, nel Cantone Grigioni, ad oggi rimasto sulla carta) più che a una proposta concreta, anche in considerazione delle prevedibili forti opposizioni che genererà.

Tuttavia, provocazione per provocazione, colgo lo spunto di tale notizia per sottoporvi una domanda alla quale chiedo di rispondere in assoluta libertà ma non di getto e, considerando piuttosto tutti gli aspetti in gioco, riflettendoci sopra un attimo: in un paesaggio montano, in senso generale, è “meglio” – o peggio – un unico grattacielo di 65 piani alto 260 metri oppure una ventina di palazzine da 3 piani alte una dozzina di metri? Quale delle due cose a vostro parere impatta di più?

[Condomini d’ogni taglia all’Aprica, in Valtellina. Immagine tratta da https://agenziacioccarelli.it.]
Grazie di cuore per le risposte e le relative considerazioni che vorrete manifestare.