Mega-panchine e “mini turisti”

Fabio Balocco, nel suo blog su “Il Fatto Quotidiano”, esprime la propria netta opinione contro le “mega-panchine” spuntate un po’ ovunque, in Italia e altrove, in montagna ma non solo lì, definendole, con un noto e comprensibilissimo termine ligure, «belinate» ovvero «L’ennesimo sfregio alla natura per sottolineare il potere dell’uomo» (cliccate sull’immagine per leggere il suo articolo).

Tali mega-panchine fanno parte di una “categoria” di installazioni – insieme a maxi-altalene, piattaforme panoramiche, ponti tibetani, eccetera – apparentemente pensate (secondo chi le promuove e installa) per “valorizzare” i luoghi in cui vengono piazzate e il paesaggio relativo.
A parte che, nella forma, tali opere possono essere valutate e percepite in modi differenti – le altalene sembrano anche simpatiche, per dire – e a parte che non si capisce bene perché una panchina per ammirare il panorama debba essere “mega”, dato che non c’è solo di mezzo l’aspetto suggestivo di un oggetto comune ingigantito e per questo attraente (mi vengono in mente i SUV, al riguardo, che più sono grandi, potenti, lussuosi, più diventano e appaiono “status symbol” ammirati da tanti), e poste le considerazioni alquanto interessanti che rimarca Balocco nell’articolo sopra linkato, la questione che io piuttosto pongo è la seguente: perché ci deve essere sempre bisogno di qualcosa di artificiale (e spesso di decontestuale, di impattante, di rozzamente ludico, appunto) per scoprire realtà, sensazioni, emozioni, bellezze che sono già bell’e pronte da fruire e godere con un minimo di sensibilità? Perché altrimenti molti non le godrebbero, alcuni rispondono: ma non è affatto una buona giustificazione, questa, anzi, è sostanzialmente un voler dire, a quelle persone: siccome siete scemi, avete bisogno di qualcuno/qualcosa che vi dica come sollazzarvi, in questo luogo. Sono installazioni che trattano i loro fruitori come bambini piccoli e un po’ stupidi che devono essere accompagnati e guidati per far sì che facciano o capiscano qualcosa – come osserva bene anche Balocco.

E in effetti è proprio così: con opere del genere – che, ribadisco, possono anche sembrare piacevoli, in certi casi, ma la “forma” è solo la radice della “sostanza” del problema – non si educheranno mai le persone a riconoscere e comprendere il valore delle bellezze e delle peculiarità del luogo in cui si trovano, ma le si banalizzerà continuamente facendone meri oggetti da consumare, facilmente e rapidamente, pensando solo al proprio vacuo divertimento e non a quanto di autentico quei luoghi possono lasciare in chi li vive consapevolmente. Un «wow!», un “brivido”, un selfie postato sui social e lì dimenticato e fine. Proprio come al luna park: provata una giostra e una volta divertiti su di essa, si passa a quella seguente e amen. È il modo migliore per non imparare nulla dal luogo e dalle sue peculiarità e scordarsele alla svelta, generando così la forma di turismo più degradata e degradante, quella che svilisce il luogo e alla lunga (non serve molto tempo, per la cronaca) lo uccide – ma che intanto fa la gioia dei suoi propugnatori, i quali ne ricavano un consenso semplice e immediato nonché qualche bell’articolo sui media. Peccato che i luoghi e i paesaggi non vivono su consensi del momento ma su relazioni consapevoli e sviluppate nel tempo: ma per queste serve un’idea, una visione, un progetto concreto a lungo termine, una volontà edotta e determinata. Ahimè, doti più rare che i panda giganti sulle Alpi, in molte di quelle iniziative.

Cieli inquietanti, ma intriganti

[Immagini di (dall’alto e da sinistra a destra): Daoudi Aissa, Tom Barrett, Egor Yakushkin, Laura B, tutte tratte da unsplash.com.]
Se non fosse così foriero di maltempo e di possibili, conseguenti danni – posta la “tropicalizzazione” (termine invero fuorviante, anche se rende l’idea) dei fenomeni meteorologici cagionata dal cambiamento climatico – il cielo ingombro di nubi temporalesche in costante movimento, con tutte le sfumature possibili del grigio che presenta, così ribollente di nembi gonfi e poi sfilacciati e poi ancora addensati l’uno addosso all’altro, possiederebbe (e possiede, salvo quanto sopra) un fascino insuperabile, quasi ipnotico seppur per certi versi inquietante, appunto. Sembra di osservare un orizzonte sospeso in cielo fatto di morfologie poliformi, poderose, soverchianti, monti e valli e conche e colline nebulose dai contorni a volte netti, altre volte sfrangiati, capaci di generare nell’osservatore la percezione di un inopinato paesaggio, possente e definito nell’istante della visione ma che, solo pochi attimi dopo, ha già cambiato aspetto, forme, consistenze, tonalità, suscitando così ulteriori e diverse percezioni che regalano sensazioni tanto particolari quanto effimere, dato che bastano solo pochi altri secondi perché nuovamente tutto muti e assuma ancora altre sembianze e variazioni acromatiche. È uno spettacolo dei più affascinanti, senza alcun dubbio ma con molto paradosso: in fondo, nel mentre lo si ammira incantati tocca sperare che non metta in atto ciò che di meteorologico così vistosamente e tenebrosamente minaccia! Ma il cielo azzurro, in tutta la sua purezza a volte insuperabile e sempre così incantevole e tranquillizzante, non saprà mai essere parimenti fascinoso. La bellezza, a volte, è tale perché è drammatica, già.

P.S.: in verità ho già parlato di questo tema altre volte, ad esempio qui e qui e pure qui, anche se attraverso differenti punti di vista. A chi ritenesse questo articolo banalmente ripetitivo, chiedo perdono e pazienza.

Land (&) Art #6

Sopra: Lucio Fontana, Concetto spaziale, La fine di dio, 1963; immagine tratta dal web.

Sotto: Parco nazionale di Torronsuo (Torronsuon kansallispuisto), Finlandia; immagine tratta da Google Maps (e rielaborata da Luca).

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

Una nuova giostra per la Disneyland alpina

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo dell’Ansa dal quale è tratta.]
Nonostante tutte le analisi e le riflessioni che, ormai da parecchi anni, le migliori figure scientifiche e culturali competenti al riguardo, insieme agli amministratori locali più illuminati, stanno formulando sul buon sviluppo futuro dei territori alpini, ancora troppe istituzioni, supportate da “promoter” locali che evidentemente di cultura montana (in senso generale) con tutto il rispetto del caso non ci capiscono granché, portano avanti i propri piani di lunaparkizzazione delle Alpi ovvero di trasformazione delle terre alte in “divertimentifici alpini”, per usare una celebre espressione dell’antropologo Annibale Salsa (una delle più illustri di quelle figure suddette)[1]. Per di più, in tema di “ponti tibetani” e infrastrutture turistiche similari, è ormai da tempo in atto tra varie località una “gara” a “ce-l’ho-più-lungo-io” che se da un lato rivela fin da subito il carattere superficiale e banalizzante di queste realizzazioni, dall’altro ne decreta inesorabilmente la rapida obsolescenza turistica e la perdita di interesse a favore di chissà quale altra “giostra” alpina, oltre alla sostanziale vuotezza di senso culturale.

La domanda in questi casi è molto semplice: un ponte tibetano o altra similare struttura meramente turistica può soddisfare le esigenze di valorizzazione e, soprattutto, di resilienza socio-economica e culturale dei territori di montagna? Oppure finisce per soddisfare solamente l’emotività dei suoi visitatori e le illusioni di un immaginario turistico meramente estetico-ludico (ormai superato e considerato sostanzialmente fallimentare se non nocivo, per la montagna contemporanea) per il quale ciò che è intorno all’attrazione principale – il ponte tibetano più lungo, più alto, più bello, eccetera – diventa del tutto secondario se non ininfluente e trascurato dai suoi fruitori, esattamente come per un luna park che non importa dove sia, l’importante è che ci siano le sue giostre da godere e con le quali divertirsi?

Dietro tale domanda fondamentale ne seguono altre, ugualmente inevitabili: siamo certi che i soldi che verranno spesi per la realizzazione del ponte (non so quanti saranno ma immagino qualche centinaia di migliaia di Euro) non potrebbero essere spesi per investimenti ben più concreti e funzionali, più valorizzanti il luogo e dalle ricadute a lungo termine più proficue? E, visto che nell’articolo sopra linkato si cita il “turismo di prossimità” e si afferma che l’infrastruttura in questione rappresenta «Una opportunità per i lombardi di riscoprire territori splendidi e ricchi di attrattività, in passato troppo spesso sottovalutati» chiedo: quale forma di turismo si vuole coltivare e perseguire? Quale conoscenza culturale dei territori in quanto base fondamentale di ogni sviluppo locale si vuole sostenere? Quale “riscoperta” – o, per usare un termine in tal caso più consono, rialfabetizzazione – della relazione delle genti con le proprie montagne si può ottenere da un ponte tibetano la cui principale attrattiva non è il territorio e l’ambiente naturale che ha intorno, non il suo paesaggio ricco di peculiarità ma in primis il fatto di essere semplicemente “il più lungo” e altre amenità similmente disimpegnate?

Infine, giusto a tal riguardo: sarà stato strutturato un programma culturale in tal senso che porti i visitatori del ponte a conoscere ciò che da esso e del suo panorama ammireranno? Me lo auguro vivamente, altrimenti una struttura del genere, per come ad oggi sono state concepite le altre similari o di pari natura in giro per i nostri monti, finirà per ottenere soltanto due cose principali: la prima, trasformare il luogo che voleva “valorizzare” in un sostanziale non luogo, privato della propria identità peculiare assorbita dalla genericità di un manufatto uguale a tanti altri; secondo, di “regalare” al territorio un rottame metallico il cui unico interesse tra qualche anno verterà su come poterlo rimuovere – spendendo altri soldi pubblici, molto probabilmente.

E sia chiaro: questa mia riflessione non è affatto mirata a qualsivoglia atteggiamento oltranzista da “Nessuno-tocchi-le-montagne!”, come forse qualcuno potrebbe superficialmente ritenere. Il problema non è cosa si costruisce o come lo si fa ma è per cosa lo si costruisce. Si può fare qualsiasi cosa: basta che abbia un senso – logico, virtuoso in generale, coerente e contestuale al luogo in cui la si realizza (quanti ce ne sono già di ponti tibetani, in circolazione? Ecco che già da qui si genera il non luogo, appunto), con ricadute il più possibile ampie e a lungo termine. Se ciò non accade è perché, molto semplicemente. non si sta parlando la stessa lingua dei monti che si pretende di trasformare in quel modo tanto insensato. Così la montagna diventa ineluttabilmente una confusa Babele sociale, economica, culturale, antropologica, un ambito di spaesamento e alienazione privo di identità e forza vitale tanto quanto di futuro –  con un vecchio e arrugginito ponte tibetano a rovinare il panorama, per giunta.

[1]  «Non possiamo più pensare alle Alpi come alla Disneyland dei cittadini, come a un divertimentificio per il fine settimana. Dobbiamo guardare alla montagna alpina come allo spazio dove si costruiscono buone pratiche.» Questo Annibale Salsa lo diceva già nel 2009 (vedi qui) e non era il primo a farlo, peraltro.

Un futuro paradossalmente “agghiacciante”

[Foto di Mats Speicher da Unsplash.]

Negli ultimi due decenni, indica una ricerca internazionale coordinata dal politecnico di Zurigo (ETH), si sono sciolti a livello planetario 267 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno e l’accelerazione del fenomeno contribuisce per un quinto all’aumento del livello dei mari.
Nello studio diretto da Romain Hugonnet (ETH di Zurigo e Università di Tolosa) e pubblicato su “Nature”, è stato esaminato un enorme archivio di immagini satellitari con il quale è stata calcolata la perdita di massa di 217.175 ghiacciai tra il 2000 e il 2019: tra il 2000 e il 2004 l’erosione è stata di 227 gigatonnellate all’anno, tra il 2015 e il 2019 la cifra è salita a 298 gigatonnellate, che si sono tradotte in un innalzamento del livello del mare dal 6 al 19%.
Solo in pochissime zone i tassi di fusione dei ghiacciai (Islanda, Scandinavia e sulla costa orientale della Groenlandia) hanno rallentato, a causa di anomalie meteorologiche che si sono manifestate con precipitazioni intense e temperature più basse sull’Atlantico settentrionale.
Duecento milioni di persone potrebbero ritrovarsi a vivere sotto la linea dell’alta marea entro la fine del secolo, di contro più di un miliardo di persone rischia di soffrire per la scarsità d’acqua e l’insicurezza alimentare entro i prossimi tre decenni.
Attualmente il ritiro dei ghiacciai sta alleviando la carenza d’acqua in alcune regioni perché l’acqua di fusione alimenta grandi fiumi come il Gange, il Brahmaputra e l’Indo, afferma Hugonnet. Ma se le masse ghiacciate sull’Himalaya “continueranno a ridursi a un ritmo crescente, fra pochi decenni stati popolosi come l’India o il Bangladesh potrebbero affrontare carenze d’acqua o di cibo.

Ecco. Anche quello dei ghiacciai che svaniscono anno dopo anno è un tema che ritengo assolutamente fondamentale tanto quanto, ancora oggi, osservato con uno sguardo sostanzialmente folcloristico, purtroppo. Per questo ci torno spesso e ugualmente ve lo propongo – sperando vivamente di non risultare troppo tedioso, ovvio. Ma la montagna che cambia perché non ha più ghiacciai finisce (finirà) per cambiare anche noi tutti, in relazione ad essa e non soltanto, come ho cercato di spiegare in questo post. I dati sopra proposti, tratti dalla ricerca che potete leggere nella sua interezza qui, nella loro matematica freddezza ma pure, e anche per questo, inquietante concretezza, servono a dare corpo a scenari prossimo-futuri che, tuttavia, si stanno già compiendo dacché si sono già avviati da tempo, e verso i quali non possiamo per nulla restare impotenti, sia a livello di comprensione che di azione – per quel che possiamo e potremo fare, noi piccoli umani.

P.S.: il testo della citazione è tratto da tvsvizzera.it, qui. L’elaborazione dell’immagine del Ghiacciaio del Morterasch è mia, e nella sua semplicità vuole a sua volta tentare di rendere chiara la questione della quale ho appena scritto.