Individui (tra i più) spregevoli

Il seguente articolo potrebbe sembrare un off topic, come si dice oggi, rispetto ai temi abitualmente dissertati qui sul blog. Può esserlo, lo capisco, ma ci tengo a dirvi che per me che ve lo propongo non lo è.

Apprendo da una persona della quale ho una stima infinita, di famiglia ebraica con predecessori deportati e uccisi nei lager nazisti, che qualche giorno fa s’è trovata ad assistere a una conversazione tra alcune persone normali, “bravi e onesti” cittadini magari dalle loro parti pure “stimati” – non mi sorprenderebbe affatto – una delle quali ha tranquillamente proferito che «gli ebrei son tutti bastardi» e le altre presenti, altrettanto tranquillamente, le hanno dato ragione.

Sono circostanze, queste, che mi ripugnano tanto quanto mi lasciano sconcertato, ingenuamente forse, per come non riesca a capacitarmi che possano accadere ancora, in modo così normale, nella più ordinaria quotidianità. Tuttavia devo ammettere che per certi versi chi mi ripugna di più non è colui che si permetta di proferire parole come quelle citate – chiaramente un individuo mentalmente malato che come tale andrebbe interdetto dalla società e adeguatamente curato – ma tutti gli altri, quelli che in tali casi gli danno ragione, gli tengono bordone, non contestano le sue affermazioni: per meschinità, per pusillanimità, perché privi di nerbo, buon senso, intelligenza, perché ignoranti… non importa il motivo, non ce n’è nessuno che li possa giustificare in alcun modo, al pari dei primi. Anzi, per certi versi sono anche maggiormente pericolosi di quelli, che almeno dimostrano pubblicamente ovvero palesemente la loro pericolosa devianza mentale; questi no, si nascondo viscidamente dietro consensi appena accennati, dietro risatine compiacenti, facendosi forza nell’unione con i loro simili e nel disinteresse della nostra società riguardo questi temi. Oppure sono anch’essi come i primi, pericolosi malati di mente e, in tal caso, si torna a quanto ho osservato poco sopra.

Ma la società che garantisce il diritto di espressione a tutti senza far nulla contro le parole – e le idee alla base – che ne minano il senso alle fondamenta, non è democratica e progredita, è ipocrita e retriva oltre che stupida: perché si crede fautrice di democrazia ma lo è solo fittiziamente e, anzi, di questo passo a breve non lo sarà proprio più, per nulla. Non ci possono essere mezzi termini oppure possibili compromessi, in questi casi: o quegli individui, o un’autentica società civile. Tutte due le cose insieme no, ribadisco, è impossibile.

Giusto ieri sono stati inaugurati i nuovi spazi del Memoriale della Shoah di Milano, città prossima ai presumibili luoghi di residenza di quegli individui citati dalla persona di mia conoscenza. Ecco, io porterei – anche a forza, se necessario – quei tizi al Memoriale e, oltre alla visita completa, farei leggere loro, più e più volte, i 774 nomi che riempiono il muro lì presente (lo vedete nella foto in testa al post), tutti individui partiti da Milano e deportati al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dei quali solo 27 sono tornati vivi. Più e più volte, sì, finché si rendano chiaramente conto che la responsabilità delle 747 vite cancellate citate sul muro del Memoriale è anche colpa loro, è ancora colpa loro. Una colpa che quelle loro parole rendono inesorabile, irrimediabile, imperitura.

Le preziose “Archimie” di Alessandro Busci

Noi, in base ai canoni estetici costruiti nel tempo e confluiti negli immaginari comuni, abbiamo l’abitudine di dare al paesaggio un’accezione di “bellezza”, di idea o di modello in tal senso. Quei canoni sono poi gli stessi che, nel principio, definiscono in modo condiviso ciò che ugualmente eleggiamo a simbolo di bellezza, termine che a sua volta può essere declinato in vari modi che rimandano a percezioni di valore, unicità, raffinatezza, preziosità, eccetera. Per tali aspetti, e per conseguenza concettuale ma nemmeno troppo, certi luoghi particolarmente belli ovvero dotati di valore e per ciò emblematici potremmo considerarli dei “gioielli” del paesaggio al quale appartengono e che, appunto, impreziosiscono; così, di contro, si potrebbe sostenere che un gioiello avrebbe un valore ancora maggiore di quello meramente legato alla propria materialità se sapesse simbolicamente rappresentare un paesaggio.

Ecco, è quello che in concreto ha fatto Alessandro Busci, pittore (e architetto, sul quale ho già scritto diverse volte qui sul blog) le cui opere che ritraggono paesaggi, sia urbani che naturali, sovente montani, sono tra le più affascinanti e emblematiche che l’arte contemporanea sa offrire oggi e che ora diventano anche gioielli d’artista: ideati da Busci in una decina di pezzi numerati restituendo i tratti di alcuni degli iconici soggetti delle sue opere pittoriche, a formare la mostra Archimia. L’architettura addosso che verrà inaugurata presso la BABS Gallery di Milano domani 7 giugno.

Architetture urbane e naturali prendono così la forma di gioielli il cui significato non si esprime necessariamente secondo i medesimi parametri della gioielleria tradizionale. Il valore del gioiello d’artista risiede nell’arte di colui che lo ha concepito, nella capacità di condensarne la visione in un artefatto dalle dimensioni estremamente ridotte e soggetto a una serie di vincoli che lo rendano indossabile, durevole e soprattutto ornamentale.

Come scrive il curatore della mostra, Luciano Bolzoni, «Busci è un fine alchimista che mescola i paesaggi nella speranza che divengano qualcos’altro (…) Oggi Busci, dal suo cosmo alchemico, estrae (ancora) il fuoco prodotto dai fulmini della fiamma ossidrica per imprimere le sue piccole architetture, che poi sono icone di una Milano che non si ferma a contare il tempo. Ogni gioiello sarà un’escursione in città.»

Per volontà dello stesso artista, il ricavato della vendita di alcune opere-gioiello, riprodotte in un maggior numero di esemplari, verrà devoluta interamente a sostegno dei progetti della Fondazione San Patrignano con la quale collabora da diverso tempo.

Per saperne di più sulla mostra, cliccate sull’immagine in testa al post.

Il primo giugno non è / il primo maggio

“Domenico Modugno e la Cinquetti anno vinto al Festival di San Remo”
“1 +1 – 34 XY”
“Domani vado a Comabbio”
“1+1-355x”
“Questa volta mi sono sbagliato, un’altra volta no”
“il primo giugno non è / il primo maggio”
“Quanti gigioni in Italia, che ne pensi Teresa…”
“La rivoluzione dei giovani è sempre valida”

Le frasi che scriveva il grande Lucio Fontana – uno dei più importanti e rivoluzionari artisti del Novecento, come ho cercato di spiegare più volte, qui ad esempio – dietro molte delle sue tele sono tutt’oggi un piccolo, intrigante e divertente mistero – ne avete letta qualcuna lì sopra. Il perché lo facesse è risaputo: Fontana, per cautelarsi dai numerosi falsari delle sue opere, scriveva queste frasi apparentemente insensate come semplice e al contempo efficace appiglio per una perizia calligrafica, dunque per l’attestazione dell’autenticità di una sua opera. Ma se quelle frasi volessero dire qualcosa, se servissero a comunicare qualcosa, se fossero enigmatici messaggi celanti chissà quali segreti oppure se fossero solo piccoli pseudo-haiku senza senso alcuno – compresa quella dedicata a modo suo alla data odierna – nessuno l’ha mai saputo.

Cambiamenti climatici e staticità mentali

[Foto di lesserland da Pixabay.]
Giovanni Baccolo, che di mestiere si occupa di ghiacciai all’Università Milano-Bicocca dove al Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra studia i campioni di ghiaccio provenienti da tutto il mondo (cura inoltre il bellissimo blog storieminerali.it nel quale scrive di tali argomenti) e, dunque, di clima se ne intende come pochi altri, scrive un post sul proprio profilo Facebook che avrei altrimenti scritto io in modi paragonabili, oggi:

Penso sia la prima volta che provo una sincera ansia da clima. Se maggio 2022 è così, come sarà luglio 2040? Quali colture sopravvivranno a estati sempre più secche e calde? Quale energia alimenterà metropoli refrigerate altrimenti invivibili? Abbandoneremo davvero i luoghi non più adatti alla vita? Il fatto di non sentire mai davvero parlare di questi temi è a suo modo una risposta e non mi piace per niente.

Parole che condivido in toto, considerando pure la situazione ambientale in essere: caldo torrido come fosse luglio a maggio, pochissime piogge da mesi, neve invernale scarsissima, ghiacciai che si prenderanno una gran batosta, fiumi con portare risibili, campi agricoli inariditi, siccità generale… Che abbiano ragione quei climatologi considerati “catastrofisti” i quali ritengono che il punto di non ritorno climatico l’abbiamo già ampiamente superato, alla faccia dei 2° di aumento da non superare, e il collasso ambientale sia ormai imminente?

Be’, c’è da augurarsi che sul serio siano fin troppo allarmisti, quelli. D’altro canto siamo dotati di abbondante acqua corrente nelle nostre case – per il momento – e di aria condizionata ben accesa per sopportare la situazione climatica in corso, no? Già, peccato che, in questo caso, sopportare è sinonimo di trascurare, di dimenticare. Il clima forse non è ancora collassato, la nostra attenzione e la sensibilità sul tema invece temo di sì.

Un emblematico paesaggio industriale

I processi di industrializzazione che dal Settecento in poi hanno interessato buona parte dell’Europa si sono fatti particolarmente significativi nei territori alpini, innescando dinamiche che hanno profondamente ridefinito le realtà socioeconomiche locali, precedentemente ancora determinate da economie rurali meramente sussistenziali e innescando una trasformazione generale, spesso anche troppo rapida, delle geografie fisiche e umane. Per questo la loro considerazione è pressoché ineludibile, in territori come questi, rappresentando una narrazione ecostorica alquanto emblematica e d’altro canto strettamente legata alla realtà presente e ai suoi sviluppi. Anche la Val San Martino, territorio prealpino pur assai vicino alla pianura maggiormente antropizzata e a suoi centri importanti in rapido sviluppo (Bergamo, Lecco, ovviamente Milano), ha conosciuto l’effetto dei citati processi e delle conseguenti dinamiche, che hanno comportato altrettanto rapide transazioni esperienziali e professionali dalle figure di contadino a quelle di contadino-operaio, poi operaio-contadino e quindi operaio puro, in un contesto comunitario già alquanto portato a sviluppare la più ingegnosa laboriosità certamente per ragioni sussistenziali, in principio, ma rapidamente anche per spiccata vivacità imprenditoriale. Sotto questo aspetto la valle ha presentato alcune specificità post-rurali, o pre-industriali, importanti: la lavorazione del legno nella parte montana, la tradizione edile dell’alta valle, l’industria tessile e serica, particolarmente sviluppata in tutto il circondario lecchese, per citare alcuni esempi storicizzati, fino alla forte presenza metalmeccanica contemporanea il cui sviluppo infrastrutturale ha inevitabilmente contraddistinto in maniera fondamentale la territorializzazione e l’urbanizzazione dello spazio, dunque la costruzione del paesaggio. A tal proposito per la Val San Martino si può tranquillamente affermare di essere in presenza, anche, di un paesaggio industriale: tanto in senso visivo, generato dallo spandersi più o meno ampio e quasi continuo dei capannoni industriali – in base a un disegno urbanistico non sempre virtuoso, c’è da ammetterlo – quanto in senso antropologico e culturale, per come le dinamiche legate all’industralizzazione e in alcuni casi alla deindustrializzazione (ma qui in maniera minore rispetto ad altre realtà territoriali affini) hanno determinato pure un ripensamento via via più profondo, ovvero più discosto dall’origine storica, dell’identità locale.

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Nel bene e nel male (ed è arduo stabilire quale delle due componenti sia maggioritaria), quello industriale è uno dei paesaggi (plurale, sì) che più caratterizza buona parte dei nostri territori sotto diversi aspetti, materiali e immateriali, ma è pure quello forse meno meditato e indagato, se non dal mero punto di vista urbanistico o infrastrutturale. Certamente conta il fatto che è il paesaggio che – sostanzialmente – dà da vivere a buona parte degli abitanti del suo territorio e per questo è considerato di default “necessario”, d’altro canto è anche quello che spesso e con maggior evidenza segnala uno scollamento tra l’ambito economico e quello ecologico del territorio stesso, cioè tra la visione prettamente funzionale del territorio e quella principalmente culturale – ne scrissi anche qui al riguardo, proprio in relazione alla Val San Martino. Ecco, forse questo è il tema che dovrebbe essere meglio analizzato e indagato, per la sua valenza storica e la conseguente, potenziale importanza futura. Un tema che d’altro canto coinvolge tre elementi imprescindibili del nostro vivere quotidiano: l’industria (ovvero il fare umano), la cultura (il sapere umano) e quello che comprende e compendia entrambi, il paesaggio, cioè il mondo umano.

Ci tornerò, più avanti, su questo tema, sperando di saper formulare qualcosa di interessante e costruttivo; nel frattempo vi (ri)consiglio la lettura di questo libro, assolutamente illuminante al riguardo.