Vanoi, la diga che non vuole nessuno, eccetto la regione Veneto, e che risulterebbe inutile per tutti, veneti inclusi

[Articolo originariamente pubblicato il 7 aprile 2024 su “L’AltraMontagna“.]

Nei dibattiti sul cambiamento climatico e la transizione ecologica che ormai stabilmente trovano spazio sulla stampa e nell’opinione pubblica, il tema delle energie rinnovabili è tra quelli più dissertati, soprattutto in relazione alla necessità assodata di svincolarci dall’uso dei combustibili fossili nel tentativo di contenere le conseguenze del riscaldamento globale. Su questo dibattito negli anni recenti è comparsa una variabile inattesa eppure per molti versi drammatica, l’emergenza idrica, che ha rivelato la fragilità di territori che mai prima si sarebbero ritenuti in pericolo per la carenza di acqua come quelli alpini. Eppure, anche al netto di quel periodo siccitoso verificatosi tra il 2021 e il 2023, la crescente mutevolezza dei fenomeni meteorologici, le nevicate in diminuzione, la fusione dei ghiacciai e dunque la costante perdita del “magazzino” di acqua potabile che rappresentano, oltre a varie carenze infrastrutturali croniche del paese, ha riportato in auge numerosi progetti di “nuove” dighe e invasi artificiali (invero elaborati in origine decenni fa), non solo come elementi necessari alla transizione energetica ma ora anche come riserve di acqua ad uso domestico e agricolo e opere utili alla gestione idrogeologica dei territori alpini e subalpini.

Tra questi progetti forse quello più dibattuto in assoluto sulle Alpi italiane è quello del Vanoi, vallata tra Trentino e Veneto percorsa dall’omonimo torrente: qui, in territorio comunale di Lamon (Belluno) si vorrebbe edificare una grande diga, alta circa 120 metri, che formerebbe un bacino tra i 33 e i 40 milioni di metri cubi. Un progetto la cui prima ideazione risale addirittura al 1922 e la cui versione più recente e ora dibattuta è del 1998, pensato innanzi tutto per la produzione idroelettrica ma sempre più, negli anni recenti, propugnato come serbatoio necessario per alimentare l’asta del Brenta – il fiume che sviluppa a valle del Vanoi – e sopperire alle necessità dell’agricoltura nelle pianure tra Vicenza e Padova. Come detto, le recenti emergenze idriche hanno contribuito a sostenere ancora di più queste supposte finalità, d’altro canto ritenute da numerosi esperti strategiche per il nostro paese seppur con punti di vista differenti riguardo la loro realizzazione.

[Immagine tratta da www.giornaletrentino.it.]
Probabilmente molti di voi, e innanzi tutto chi abita nel Triveneto, avrà letto del progetto del Vanoi sulla stampa. Il motivo primario per il quale la vicenda è nota è per come il progetto abbia messo in conflitto due amministrazioni dello stesso segno politico, la Regione Veneto da una parte e la Provincia Autonoma di Trento dall’altra: la diga si ubicherebbe per pochi metri in territorio veneto ma l’intero bacino imbrifero che alimenterebbe il lago è trentino, parte che dunque subirebbe le maggiori conseguenze idrogeologiche e ecologiche per un uso della risorsa idrica di cui gioverebbe un’altra regione. Lo scontro tra i due enti locali “amici” è stato a tratti aspro, con la Provincia autonoma di Trento che lamenta da sempre una «mancanza di trasparenza» da parte della giunta regionale veneta e l’assenza di coinvolgimento nella discussione politica sul progetto: identiche lamentele vengono rimarcate dai comuni trentini (Canal San Bovo e Cinte Tesino) sul cui territorio insisterebbe il nuovo bacino. Ma anche sul lato veneto il comune di Lamon, che ospiterebbe la diga, ha più volte evidenziato il proprio diniego al progetto e la stessa Provincia di Belluno lo ha già ufficializzato lo scorso ottobre all’unanimità, per di più ottenendo proprio di recente dal Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste l’accesso agli atti relativi al progetto (in precedenza negato alla Provincia di Trento), così da fare maggiore chiarezza su quanto previsto in Vanoi.

[La valle del torrente Vanoi.]
Infine, le associazioni ambientaliste attive tra Veneto e Trentino, a partire dal “Comitato per la difesa del torrente Vanoi e delle acque dolci” nato nel 1998 all’epoca della presentazione dell’ultima versione del progetto, da tempo segnalano le tante criticità presenti nell’area della Val Cortella, nella quale scorre il Vanoi: innanzi tutto lo stato di rischio geologico 4, il massimo della scala di riferimento, reso peraltro palese dal lungo elenco di smottamenti degli ultimi anni; lo stato di unicum biologico del torrente Vanoi, che ospita specie ittiche endemiche a rischio di estinzione, le valenze naturalistiche, storiche e paesaggistiche di una valle ancora significativamente integra, inoltre l’assenza di una concreta valutazione ecologica riguardante vantaggi e svantaggi dell’opera, se realizzata. Al riguardo lo scorso luglio Italia Nostra ha emesso un position paper particolarmente esaustivo al riguardo, con le motivazioni in base alle quali il progetto sarebbe da accantonare senza ulteriori indugi.

[Una scritta apparsa di recente nella zona di Lamon. Immagine tratta da www.lavocedelnordest.eu.]
Insomma: una diga che non vuole nessuno eccetto la giunta che attualmente governa la Regione Veneto e, ovviamente, il Consorzio del Brenta, beneficiario dell’opera. Nonostante ciò, la regione nel dicembre 2022 ha stanziato un milione di Euro per avviare l’iter esecutivo dell’opera, il cui costo complessivo è stimato in ben 962 milioni di Euro. Poco meno di un miliardo di soldi pubblici – ma siamo in Italia, paese nel quale quasi mai un’opera pubblica, una volta finita, costa come il preventivo iniziale ma sempre di più, a volte moltissimo di più – per una diga che non solo nessuno o quasi vuole, come detto, ma che rischia di risultare per diversi aspetti inutile, inefficace, sprecata, al di là delle problematiche più specificatamente ecoambientali…

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Sciare a tutti i costi dove ormai non nevica più: l’assurdo caso del Monte San Primo su “L’AltraMontagna”

(Articolo originale pubblicato su “L’Altra Montagna” il 27 marzo 2024; cliccate sull’immagine qui sotto per leggerlo.)

Sono passati all’incirca due anni da quando, su alcuni organi di informazione locali, comparve la notizia di un progetto con il quale si prospettava il ritorno dello sci sul Monte San Primo, nel Triangolo Lariano in comune di Bellagio, provincia di Como. Nuovi impianti di risalita, innevamento programmato, nuove strade e parcheggi nonché l’ipotesi di una nuova seggiovia, il tutto finanziato con 5 milioni di Euro di soldi pubblici. A 1100 metri di quota, in una località che, stante le caratteristiche geografiche e la realtà climatica in divenire, non può più garantire le condizioni atte alla permanenza della neve al suolo (sul San Primo, la cui quota massima è 1682 metri, non nevica più seriamente da anni ormai) e peraltro ha conosciuto in passato diverse traversie nella gestione degli impianti sciistici, aperti, chiusi e riaperti più volte fino alla chiusura definitiva nel 2013.

[Uno dei primi articoli usciti sulla stampa locale nel 2022 che annunciava il progetto sul Monte San Primo.]
Posta la vicinanza della data del 1° di aprile, non pochi alla lettura di quelle notizie che davano conto di un progetto così assurdo – la cui denominazione ufficiale è “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor” – pensarono a uno scherzo, anche piuttosto ben fatto e divertente per come vi fossero citati enti e amministratori locali aventi effettivamente competenza sul Monte. Invece, malgrado l’assurdità palese, non si trattava di uno scherzo: era – ed è – tutto vero.

La mobilitazione della società civile contro un progetto così scriteriato e avulso dalla realtà del territorio in questione e dalle sue effettive potenzialità riguardo una frequentazione turistica dolce e sostenibile, è stata immediata e imponente, radunando tanto associazioni di varia specie, non solo di tutela ambientale e non soltanto locali, quanto soggetti privati e singoli cittadini, che ben presto si sono riuniti in un collettivo a difesa del monte, il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”. Al contempo è cominciata l’attività di denuncia e di sensibilizzazione sulla questione, incessante e sempre più partecipata, con appelli, comunicati stampa, una raccolta firme di tipo tradizionale, dunque in forma cartacea e non come petizione online, allo scopo di radicare l’iniziativa sul territorio e di farne una manifestazione autentica e consapevole di protesta e diniego nei confronti del progetto, eventi sul monte e incontri pubblici (il più recente ha avuto come ospite Marco Albino Ferrari), la realizzazione del sito web https://bellagiosanprimo.com/ che testimonia tali attività e l’impegno condiviso da tutte le associazioni, ben trentacinque, che oggi fanno parte del Coordinamento, nonché la frequente sottoposizione agli enti pubblici che sostengono il progetto – in primis il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano, spalleggiati da Regione Lombardia – della richiesta di un confronto su quanto proposto, di un incontro, un dibattito che innanzi tutto rendesse noti alla comunità locale in maniera chiara e non solo approssimativa tutti gli interventi proposti nel progetto, oltre che, per quanto necessario, una discussione sulla qualità degli stessi e sulle conseguenze, positive e negative, sul territorio e i suoi abitanti. Confronto sempre ostinatamente negato dalle suddette istituzioni, da allora e fino a oggi.

[Alcune immagini invernali del Monte San Primo e di una delle tante manifestazioni a difesa della montagna contro il progetto sciistico.]
Viceversa, la stampa nazionale e internazionale non poteva restare insensibile alla sconcertante assurdità del progetto previsto sul Monte San Primo: decine e decine di articoli giornalistici e radiotelevisivi, tutti documentati nel sito del Coordinamento, hanno reso il “caso San Primo” uno dei più significativi e emblematici di quell’assalto alle Alpi, per citare il noto libro di Marco Albino Ferrari, da più parti e in numerose località perpetrato ma che nel caso del territorio lariano assume inevitabilmente caratteri parossistici. Diversi di quegli articoli hanno utilizzato il termine “follia”: come d’altronde definire un progetto che pensa di riportare lo sci a poco più di 1000 metri di quota, dove non nevica più e se pur nevicasse non ci sono le temperature adatte a mantenere la neve al suolo oppure per produrla artificialmente? Inoltre: il Monte San Primo è una delle zone carsiche più famose d’Italia, con complessi ipogei tra i più vasti del sud Europa: dove si penserebbe di prendere l’acqua necessaria ad alimentare i cannoni sparaneve? D’altro canto “folle” è anche non vedere e comprendere le innumerevoli potenzialità del San Primo dal punto di vista ecoturistico: un monte a un’ora d’auto da Milano e ancora meno dal suo iper antropizzato hinterland settentrionale, dotato di una bellezza paesaggistica unica che diventa manifesta in alcuni dei panorami che offre, celeberrimi in tutto il mondo, di una rete sentieristica di pregevole valore seppur a volte carente di manutenzione, di angoli che paiono fatti apposta per svilupparvi attività di educazione ambientale e didattiche sulla realtà montana e prealpina nonché di un vastissimo pubblico che ama e frequenta il Monte San Primo proprio per tutte queste sue peculiarità, e che il ritorno a una infrastrutturazione sciistica probabilmente allontanerebbe, stante la banalizzazione del luogo imposta da quel modello di frequentazione turistica. Senza contare, in caso di realizzazione delle opere del progetto, il notevole danno ambientale inferto al territorio, nel quale ancora si possono ritrovare i resti ridotti a rottami dei passati tentativi di “valorizzazione” – gli impianti di risalita dismessi, le opere ad essi accessorie, piste e strutture per le mtb e il downhill, addirittura un vecchio battipista…

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Lo sci è un’attività “esclusiva”? Sì, nel senso che esclude tutti gli altri frequentatori delle montagne. Una chiacchierata con Michele Castelnovo, Guida Ambientale Escursionistica

(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 16 marzo 2024.)

Michele Castelnovo (Lecco, 1992), laureato in filosofia, è giornalista e comunicatore per lavoro nonché Guida Ambientale Escursionistica professionista. Con il suo progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta «della bellezza più autentica delle montagne lecchesi», come scrive nel proprio sito: un’attività che sulla base di una grande passione per la montagna lo rende un profondo conoscitore dei territori montani lecchesi – in effetti per molti versi tra i più emblematici delle Prealpi lombarde posta la loro prossimità alla iper antropizzata area dell’hinterland di Milano – e non solo di quelli.
Qualche giorno fa sulla stampa locale Castelnovo ha espresso alcune considerazioni alquanto significative, in forza della loro peculiarità, sull’impatto culturale della presenza dei comprensori sciistici sulle montagne che li ospitano e vengono attrezzate di conseguenza (ne scrissi anche qui). È da queste importanti riflessioni che si sviluppa una chiacchierata con Castelnovo sugli aspetti culturali della frequentazione turistica delle montagne, còlti e analizzati attraverso la sua esperienza professionale sul campo oltre che, come detto, dalla personale appassionata conoscenza delle terre alte.

Recentemente, scrivendo dei Piani di Artavaggio, in provincia di Lecco, ex stazione sciistica a 1600 metri di quota oggi rinomata meta ecoturistica ma nella quale si vorrebbe ripristinare lo sci su pista con la realizzazione di nuovi impianti, ha espresso una considerazione parecchio significativa: «Dove ci sono le piste la montagna diventa appannaggio degli sciatori. Tutti gli altri frequentatori ne sono esclusi.» Cosa intendeva dire?

«Credo che questo aspetto venga preso poco in considerazione quando si parla di impianti sciistici. Sui regolamenti dei comprensori leggiamo che è vietato percorrere le piste da sci con mezzi diversi da sci, motoslitte e tavole, e che parimenti è vietato percorrere a piedi le piste. Giustamente, certo, per ragioni di sicurezza. Ma così facendo si impone una limitazione alla frequentazione di uno spazio che per sua natura è libero: la montagna. In un certo senso è una privatizzazione di uno spazio pubblico, perché solo una precisa categoria ha accesso a quella porzione di territorio: gli sciatori paganti. Tutti gli altri? Esclusi. Parlo di ciaspolatori, scialpinisti, ma anche semplici escursionisti. Loro non hanno diritto di frequentare quella parte di montagna? Si potrebbe obiettare che potrebbero andare altrove. Ma ci sono territori interi (penso ad alcune zone dell’Alto Adige, ad esempio) dove è praticamente impossibile trovare versanti liberi da impianti.»

Spesso si sostiene che alla montagna contemporanea, anche più di una virtuosa gestione politico-amministrativa, occorra un cambio dei paradigmi e degli immaginari culturali – se non proprio monoculturali, vedi sopra – in base ai quali le persone la frequentano. Da professionista della montagna cosa ne pensa al riguardo, e a suo parere è in corso questo cambio oppure certi modelli elaborati nel passato resistono ancora?

«Come accade ogni volta che c’è un cambiamento significativo, c’è sempre una certa resistenza nell’accoglierlo. Eppure, credo che qualcosa si stia muovendo. La richiesta di attività outdoor sostenibili, dalla pandemia in poi, è in crescita costante e continua. Le persone oggi sono molto più attente alla sostenibilità, sia ambientale che sociale. Ci sono territori in cui anche le istituzioni si sono dimostrate virtuose e lungimiranti nel cogliere e accompagnare il cambiamento in corso. Mi spiace constatare invece che nella mia regione, in Lombardia, siamo ancora molto indietro: la quasi totalità degli investimenti pubblici per promuovere il turismo in montagna va a finanziare l’innevamento artificiale nei comprensori sciistici. Alle altre attività arrivano giusto le briciole.»

In qualità di Guida Ambientale e Escursionistica, con il progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta di alcuni degli angoli più interessanti delle montagne lecchesi. A proposito di immaginari, cosa vede negli sguardi delle persone che accompagna, e quali emozioni e idee intuisce che elaborino, nel mentre che si trovano a stretto e non mediato contatto con l’ambiente naturale montano?

«Vedo innanzitutto felicità. Ed è la cosa più bella, come una luce speciale che si accende negli occhi delle persone quando sono in montagna. Anche nelle piccole cose. In una delle ultime escursioni abbiamo trovato una salamandra a bordo del sentiero. Le persone che erano con me sono rimaste entusiaste, perché non ne avevano mai viste prima e sono sicuro che rimarrà il ricordo per molto tempo. In un’altra occasione ho chiesto di scrivere su un foglietto, in forma anonima, cosa significasse per ciascuno l’andare in montagna. C’è chi ha scritto che è in montagna trova se stesso, chi ne apprezza il senso di libertà e chi il silenzio, chi ama la sensazione di sentirsi piccoli davanti a un paesaggio maestoso. È stato un momento di condivisione molto intenso. Le persone che partecipano alle mie uscite di solito arrivano dalla Brianza o da Milano e dopo una settimana di lavoro hanno bisogno di staccare dai ritmi forsennati del lavoro in città; oppure si tratta di persone che si sono trasferite qui da poco, che vogliono scoprire il territorio che li ha accolti e al tempo stesso vogliono incontrare persone nuove. Questa cosa mi piace particolarmente: la montagna crea relazioni, da sempre.»

(⇒ L’intervista continua su “L’AltraMontagna”: cliccate qui. Le immagini presenti nell’articolo sono tutte di Michele Castelnovo.)

Piccoli sciatori oggi, grandi clienti domani. L’industria dello sci e la filosofia “anti-montana” alla base dei comprensori sciistici contemporanei

(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 14 marzo 2024.)

Nelle dichiarazioni rilasciate al quotidiano “La Stampa” lo scorso dicembre dall’amministratore delegato di Monterosa Ski Giorgio Munari – proferite allora ma “valide” da tempo, e che vedete riassunte nell’immagine qui sopra – si intuisce bene il pensiero alla base di molta dell’industria dello sci contemporanea: non bisognare praticare un’attività sportiva montana per elaborare e sviluppare la relazione con le montagne e i loro territori, con tutto il portato educativo e culturale conseguente, ma perché da grandi si possa diventare i clienti di quell’industria sciistica. E se alcuni diventeranno clienti, ovviamente altri troveranno lavoro per servire quei clienti, così entrambi favoriranno gli interessi dei gestori dei comprensori sciistici.

Una logica che non fa una piega, anche perché perfettamente mutuata dalle dinamiche industriali che governano il mercato, le grandi realtà commerciali, i meccanismi del consumismo globale: tanti vengono pagati per produrre qualcosa, tanti altri pagano per consumare quella cosa, pochi incassano e ci guadagnano. Peccato che qui si stia parlando di montagne, non di centri commerciali. Ma, con tutta evidenza, l’industria dello sci contemporanea considera le montagne esattamente come dei centri commerciali in altura, i cui frequentatori sono clienti o dipendenti, non altro, con i secondi che producono per i primi che consumano e con i territori montani che fanno da mero involucro funzionale al business. Nessuna promozione culturale dell’andare in montagna, nessun accento sui molteplici valori che dona la sua frequentazione, anche solo nel contatto con l’ambiente naturale – seppur “meccanizzato” spesso eccessivamente. Niente di tutto ciò: l’importante è vendere e/o acquistare uno skipass. La montagna è tutta dentro questo assunto.

Ma non è finita qui. Nello stesso contesto, il presidente dell’Avif – Associazione Valdostana Impianti a Fune Ferruccio Fournier ha se possibile rincarato ancor di più la dose, affermando: «Che siamo un paese di montagna non c’è dubbio. Sul fatto che siamo dei montanari ho qualche dubbio». Ciò in quanto i sistemi informatici dei comprensori sciistici permettono di conoscere la provenienza di chi utilizza gli impianti e, in tal modo, si rileva che in media solo il 10% dei valdostani scia, in alcuni comuni non si va oltre il 6-7%. «Frequentare la montagna vuol dire anche conoscere il territorio, vuol dire essere una autentica comunità di montagna» – ha precisato Fournier. Dunque, in soldoni: ci si può considerare “montanari” non perché si è abitanti delle montagne e parte variamente attiva delle loro comunità ma se si acquistano skipass e si utilizzano impianti e piste da sci – cioè se si diventa clienti delle aziende che gestiscono i comprensori, vedi sopra – altrimenti sorgono dubbi che ci si possa definire tali.

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Visit Monterosa“.]
Obiettivamente, al netto delle posizioni di parte, dichiarazioni del genere, e la visione di fondo che vi si intuisce, appaiono quanto mai sconcertanti. Non appaiono giustificabili nemmeno sotto l’aspetto meramente imprenditoriale: perché in questo caso le aziende e gli “imprenditori” in questione non gestiscono un mero impianto industriale con dentro dei macchinari e i dipendenti che ci lavorano al fine di produrre beni per i clienti che poi li acquistano, ma hanno tra le mani – indebitamente, per molti aspetti – le montagne e le loro comunità con tutto quello le caratterizza dal punto di vista storico, economico, sociale, culturale, antropologico, ecologico, ambientale. Montagne che una congiuntura socioeconomica di lungo periodo ha reso nel bene e nel male dipendenti dal comparto turistico dello sci. Circostanza peraltro palesata e vantata dalle parole di Munari e di Fournier: l’intera dimensione montana, anche quella non infrastrutturata per lo sci, diventa funzionale agli interessi dell’industria sciistica che si auto elegge predominante al punto da esigere che nei suoi riguardi non si possa essere che produttori oppure consumatori, e da tacciare di non montanità quelli che non si assoggettano a tale “regola”…

[⇒ continua su “L’AltraMontagna”, qui.]

La neve artificiale è bella! Oppure no?

In questi giorni circola sulle pagine social di molti comprensori sciistici (vedi sopra, tra i tanti che si possono trovare sul web) un post, che altrove è un vero e proprio “spot”, con il quale si esalta l’innevamento programmato (cioè la neve tecnica, più comunemente definita neve artificiale), ma che a ben vedere appare come un tentativo piuttosto maldestro di giustificare in chiave ecologica una pratica meramente economica dagli impatti ambientali inequivocabili. Una sorta di green washing in salsa sciistica, in buona sostanza. Be’, sarebbe molto più onesto e in fondo ammissibile, da parte dei comprensori sciistici, se piuttosto di spendere tante belle parole nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile dicessero chiaramente: cari amici, sciatori e non, se non avessimo la neve artificiale con tutti i suoi impianti saremmo nella m**da e falliremmo in breve tempo. Amen.

Sarebbe più onesto e onorevole, appunto. Poi si potrebbe essere d’accordo o meno, ma almeno verrebbe evitata l’ipocrisia di fondo che invece traspare da certe dichiarazioni pubbliche come quella qui disquisita.

Ma, a tale proposito: analizziamo quel post dei comprensori sciistici con un poco più di attenzione.

Lo sci alpino è il volano dell’intera economia turistica montana invernale. Un settore che comprende 400 aziende, genera 1,5 miliardi di fatturato, 2,2 miliardi di immobilizzi e impiega 15.000 persone di cui un terzo a tempo indeterminato. Un settore che ha un indotto – ristorazione, attività ricettive, maestri di sci, negozi, noleggi, etc. – che moltiplica questo fatturato per 10 volte e i lavoratori coinvolti per 5.

Be’, questi sono dati che di frequente vengono esaltati dai comprensori sciistici, ma dei quali mai viene comunicata la fonte e/o il sistema di calcolo. Ciò non significa che non siano veritieri, tuttavia comporta che presentati in questo modo non dimostrano nulla, per giunta risultando contraddittori rispetto alla realtà socioeconomica effettiva di molti territori montani sciistici. Inoltre: siamo sicuri che veramente lo sci alpino è il volano dell’intera economia turistica montana invernale? Le analisi sui flussi turistici montani dicono cose molto diverse, in realtà.

Per fare neve:
– si usa solo acqua, aria ed energia elettrica;
– l’acqua viene prelevata tra novembre e dicembre e viene reimmessa poi nell’ambiente a fine stagione, a primavera, quando anche l’agricoltura ne ha più necessità;
– l’innevamento programmato ha vissuto negli ultimi anni uno sviluppo tecnologico costante che ne ha migliorato l’efficienza: oggi, a parità di acqua ed energia utilizzati, si produce quasi 10 volte la quantità di neve che si produceva 10 anni fa. E se ne produce solo la quantità minima necessaria.

Queste affermazioni sono effettive ma non obiettive. È vero che non vi sono più additivi chimici negli impianti come un tempo poteva succedere, ma sostenere che prelevare acqua a novembre e renderla a primavera non sia un danno è falsissimo: innanzi tutto comunque si toglie acqua al bilancio naturale del reticolo idrico locale del quale la popolazione usufruisce, e di norma nelle Alpi i mesi tra novembre e febbraio sono quelli con meno precipitazioni (clic) su base annuale, inoltre i cicli vegetativi naturali certamente rallentano nel periodo freddo ma non è che per questo non abbisogno di acqua per mantenersi stabili (qui trovate un’altra utile fonte al riguardo). D’altro canto l’agricoltura ai piedi delle montagne inizia in molti casi i cicli di irrigazione ben prima della fine stagione sciistica. Non solo: a differenza di quella naturale la neve artificiale induce modifiche chimico-fisiche nei terreni innevati, soprattutto in forza della maggiore densità, modificando di conseguenza anche le peculiarità vegetative di quei terreni: una mutazione che allo sciatore non interessa ma a chi fruisce dei prati/piste da sci per l’attività agricola deve interessare molto. È vero che gli impianti di innevamento più recenti sono più efficienti rispetto al passato, ma ciò non significa che non siano comunque pesantemente energivori, posto poi che la «quantità minima necessaria» di neve da sparare sulle piste con gli anni va sempre aumentando, al pari di quella complessiva nel corso dell’intera stagione, perché con il cambiamento climatico diminuisce sempre più la neve naturale, sia in termini di quantità che di durata al suolo. E con quali costi esorbitanti poi si produce oggi la neve artificiale? La risposta la trovare in buona parte negli aumenti costanti dei prezzi degli skipass!

Gli impianti di risalita:
– sono ecologici, usano trazione elettrica;
– non sono invasivi: se dopo qualche decennio di servizio si decide per qualsiasi ragione di chiuderli, il bosco in pochi anni riconquista naturalmente quello spazio;
– rappresentano un reale e concreto servizio di mobilità intervallivo, diminuendo drasticamente il traffico automobilistico, anche nella stagione estiva, per raggiungere le alte vie e programmare passeggiate, escursioni, scalate;
– rappresentano per i residenti, turisti e visitatori un concreto miglioramento infrastrutturale per limitare importanti flussi di traffico su gomma.

Anche qui, attraverso affermazioni reali ma rese funzionali a scopi particolari – ovviamente quelli degli impiantisti -, si cerca di giustificare l’attività sciistica con elementi oggettivamente marginali rispetto alla stessa e al suo impatto concreto nei territori, se non fuorvianti. Perché è sostanzialmente vero quello che viene dichiarato, tuttavia l’ecologicità e l’invasività degli impianti di risalita non si misura solo con il tipo di energia utilizzata, ma per come viene prodotta, sull’impatto ambientale nel territorio dell’infrastruttura, su quello visivo e sonoro nel paesaggio, su eventuali forme di inquinamento locale e del suolo derivanti dall’attività dell’impianto, dalle necessità manutentive… insomma, non si può farla troppo semplice. E quante centinaia di rottami di impianti non più attivi sono sparsi sulle montagne italiane che nessuno ha cura di smantellare bonificando di conseguenza il terreno coinvolto? Proseguiamo: che rappresentino un reale e concreto servizio di mobilità intervallivo che diminuisce il traffico automobilistico e limita importanti flussi di traffico su gomma è effettivamente una delle maggiori potenzialità degli impianti di risalita nei periodi non sciistici. Ma in quanti casi ciò avviene veramente? Quanti sono i territori che realmente potrebbero sfruttare tale potenzialità? E quanti di quelli che la potrebbero sfruttare la incentivano come dovrebbero in un’ottica veramente funzionale alla diminuzione del traffico automobilistico? L’unico territorio delle Alpi italiane nel quale la potenzialità degli impianti di risalita alternativi al traffico automobilistico risulta considerabilmente sfruttabile è quello delle Dolomiti: tuttavia, al netto di alcune iniziative certamente virtuose ma occasionali (come la chiusura in alcune giornate dei passi dolomitici) e di molte belle parole, non sembra che ci sia una reale volontà di sostituire le auto con le funivie e le telecabine, anzi.

Insomma, quelli dei comprensori sciistici sono un post e uno spot sostanzialmente poco credibili, oltre che piuttosto ipocriti.

Attenzione: con ciò non si vuole dar contro “dritti per dritti” all’industria dello sci, che è legittimata a fare ciò crede per salvaguardare il proprio business fino a che le sue azioni non vadano oltre la sostenibilità, in senso generale e non solo ambientale, che i territori montani dove operano possono sopportare e ammettere. Ma molta parte del marketing elaborato e messo in circolazione negli ultimi tempi dall’industria dello sci si è rivelato e si rivela così poco onesto, obiettivo e così spesso subdolo da minare la credibilità non solo del comparto turistico invernale ma della stessa realtà montana nel suo complesso. Un comparto che ad oggi resta indiscutibilmente fondamentale – anche per oggettiva mancanza di alternative turistiche e relative progettualità – per molti territori montani, ma che per questo non può e non deve esimersi dal risultare il più sostenibile possibile, e in qualsiasi modo il termine trova un senso (vero, non blaterato come spesso accade), nei riguardi delle montagne dove opera, delle comunità che le abitano, delle molteplici valenze storico-culturali che le caratterizza, dei loro paesaggi e dell’ecosistema generale che dà loro vitalità. Ecco, da questo ineludibile punto di vista, a mio parere, l’innevamento programmato può essere qualcosa di funzionale a certi obiettivi economici locali ma non si può considerare un’attività ecologica – e si noti che il termine indica lo studio e la gestione equilibrata della “casa comune”: dal greco oikos (dal quale viene eco-) che significa casa, appunto, e anche ambiente. Dunque, affermare come sto facendo che l’innevamento programmato non si può considerare un’attività ecologica significa anche che non lo è nemmeno a beneficio di chi abita la “casa comune” e “l’ambiente”, dunque delle comunità che abitano le montagne sciistiche.

A meno di voler far credere e giustificare ciò che non è credibile né giustificabile, già.