Tutti a Albaredo, la “Capitale mondiale del salame umano”!

Fino a qualche tempo fa sui prati e tra le baite di montagna si tiravano fili per stendere i panni, tutt’al più. Ma i tempi sono cambiati, siamo nel XXI secolo e non c’è più l’Homo Salvadego nei boschi: abita anche lui nei paesi e per i panni ha la sua bella asciugatrice in casa, dunque oggi, ai fili stesi sui prati di montagna, si appendono persone!

Come fanno ad Albaredo, nell’omonima Valle del Bitto, tra le più belle della Valtellina se non fosse per gli inutili monti che la circondano (ma basta non guardarli e non c’è problema), che punta sempre di più a diventare la “Capitale mondiale del salame umano”, dove la gente viene appesa ai vari fili presenti in loco come i celeberrimi e gustosi insaccati nelle cantine e nei locali di stagionatura! Così, dopo l’aerofune e il Flydown, ecco la Rail zip line, una nuova meravigliosa giostra funiviaria che arricchisce il futuristico luna park alpino albaredese e fa capire come lassù, ad Albaredo, hanno capito tutto, ma proprio tutto, su come “innovare” la proposta turistica di montagna.

Infatti la Rail zip line offre ben «700 metri di emozioni» che rappresentano una grandissima novità, dato che fino a ieri le emozioni in montagna le donavano i paesaggi, i panorami e l’ambiente naturale – tutte cose superate, ovvio. Non solo, quelle emozioni innovative le offre «in un’incontaminata valle montana»: già, perché evidentemente la Rail zip line è invisibile come le altre attrazioni già presenti e non deturpa affatto la visione di «vallette, prati sospesi e boschi» che sorvola: d’altro canto hanno inventato le asciugatrici per i panni, avranno inventato pure le zip line invisibili, no?! Ma poi non conta tanto questo, conta che «con questa nuova attrattività la Valle del Bitto di Albaredo si colloca tra le vallate alpine con le migliori ed emozionali attrattività a beneficio di tutto il territorio della bassa Valtellina»: ecco un’altra grande innovazione rispetto a ciò che era in uso una volta in tema di attrattività della montagna capaci di generare emozioni e cioè passeggiate, escursioni, sciate, arrampicate… tutta roba antiquata, ormai: siamo nel Terzo Millennio, mica nell’Ottocento!

Be’, ora però qualche criticone vorrà chiedere quanto è costata, questa nuova fantastica giostra… solo 495mila Euro! Sì, soltanto quattrocentonovantacinquemila! Meno di 1.725 Euro per abitante! Certo, si poteva anche investire di più: si poteva pensare di tirare i fili della Rail zip line in oro, ad esempio, che avrebbero reso la giostra ancora più preziosa e attrattiva, ma poi i riflessi della luce sui fili avrebbero rovinato i selfies dei “volatori”. Qualcun altro dirà che quei soldi potevano essere spesi in servizi e infrastrutture ben più necessarie agli abitanti del paese… una critica poco intelligente, questa: sarebbero mai arrivate le TV a mostrare suggestive immagini e i giornali a fare magniloquenti articoli e fascinose fotografie sul paese e sui suoi reggenti? Ecco, ciò dimostra senza alcun dubbio la grandissima attenzione e la “cura” rivolta al territorio di Albaredo e ai suoi visitatori in ottica di “turismo sostenibile” (“sostenibile” nel senso che appesi a un filo si è sostenuti da esso, ovvio).

Attenzione e cura confermate anche dal primo cittadino del paese: «Con il terzo parco divertimento aereo, Albaredo raggiunge un vero primato in attrazioni turistiche sul territorio valtellinese, confermando ancora una volta il suo spirito innovativo e futuristico». Infatti, più “innovativo” e “futuristico” dell’appendere gente a un filo per non fargli vedere e conoscere le solite, banali, noiose montagne d’intorno, che c’è? “Geniali” gli albaredesi, bisogna proprio ammetterlo! Anche perché, quando qualcuno argomenterà che, tra spopolamento e fenomeni di degrado sociale, economia locale in affanno, scarsa salvaguardia ambientale e cambiamenti climatici il futuro della montagna è appeso a un filo, ad Albaredo potranno dire che lo avevano già capito da un pezzo!

Dunque, che aspettate? Guardatevi lo spassosissimo video dell’inaugurazione della Rail zip line e siate salami anche voi: andate al più presto ad appendervi a Albaredo!

N.B.: le citazioni riportate nel post sono tratte dall’articolo dal quale viene anche l’immagine in alto. Cliccateci sopra per leggerlo.

Un’ipotesi di “felicità”, in montagna

[Foto di Marc Wieland da Unsplash.]

Se fin dai primi passi nella montagna avevo provato un sentimento di gioia, è perché ero penetrato nella solitudine, rocce, foreste, un intero mondo nuovo si ergeva tra me e il passato; ma un bel giorno compresi che nel mio animo si era insinuata una nuova passione. Amavo la montagna per sé stessa. Amavo il suo aspetto calmo e superbo illuminato dal sole quando noi eravamo già nell’ombra; amavo le sue forti spalle cariche di ghiacci dai riflessi azzurri, i suoi fianchi dove i pascoli si alternano alle foreste e alle frane; le sue possenti radici che si estendevano lontano come quelle di un albero immenso, ogni volta separate da valloni coni loro rivoletti, cascate, laghi e prati; amavo tutto della montagna, fino al muschio giallo o verde che cresce sulla roccia, fino alla pietra che brilla in mezzo all’erbetta.

(Élisée ReclusStoria di una montagnaTararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.5; 1a ed.1880.)

Sembra pura retorica ottocentesca, quella di Reclus, arcaicamente pomposa. Eppure io credo che nelle sue parole tutti quelli che vanno per monti con passione e sensibilità – e non ci vanno per “moda”, per mero diletto turistico-ricreativo (rispettabilissimo ma a volte, mi sia consentito osservarlo, culturalmente vacuo, nei confronti dei monti) o per altre motivazioni decontestuali – si ritrovino pienamente. Perché è vero, è proprio così: non sappiamo ovvero non possiamo saperlo, in senso assoluto, cosa realmente sia la “felicità”, ma andando in montagna noi possiamo credere, pensare, ritenere, illuderci che lo stare lassù sia qualcosa di molto simile, ecco.

Un certo dissenso

I redattori del sito MountCity.it, con questo articolo, osano esprimere la loro “disapprovazione” (vedi qui sopra) nei riguardi di quanto ho scritto nel mio post Piove? Evviva! nel quale ho sostenuto con la consueta passione la necessità di non farsi più condizionare dalle condizioni meteo quando si è in Natura dacché, se un acquazzone dovesse sorprenderci, alla peggio ci bagneremmo ma alla meglio ci godremmo una messe di percezioni che la pur gradita meteo favorevole nel caso ci farebbe sfuggire – ciò che in pratica ho raccontato dell’avventura montana narrata in quel mio post, vissuta con il mai abbastanza lodabile Michele Comi. «Non se la prenda dunque se una volta tanto da questo sito si leva un certo dissenso» dice (scrive) a me MountCity, riportando esempi di grandi personaggi delle avventure in Natura come ad esempio Beppe Tenti, il leggendario “camminatore con l’ombrello” (poi inventore di “Overland”), o un Riccardo Cassin particolarmente attento ad evitare le condizioni meteorologiche più avverse.

Be’, rivolto ai redattori di MountCity, dico: avercene di dissenzienti come loro! Non posso che essere onorato dell’attenzione che così spesso riservano alle cose che scrivo, e parimenti ben contento che, se debbano dissentirne, possano aggiungere interessanti e argute osservazioni sui temi disquisiti – come è loro abitudine – che per il sottoscritto in primis e poi per chi legge i nostri articoli ne ampliano, sviluppano e completano i contenuti. La citazione di quella vecchia canzone di Renato Rascel, «È arrivato il temporale, chi sta bene e chi sta male, e chi sta come gli par» proposta loro articolo è in effetti quanto mai sublime nell’evidenziare ciò che veramente conta, al riguardo, così come può venire ben utile, sotto forma di consiglio indiretto, il ricordo del citato Beppe Tenti che «si vantava di usare l’ombrello anche per prendere a legnate bovini e yak che ostruivano i sentieri impedendo alla comitiva di passare», durante le sue avventure himalayane.

Insomma: che piova o che faccia bello, ognuno sia libero di infradiciarsi oppure di ripararsi al caldo nel rifugio più vicino! L’importante, come in ogni cosa umana, è che non venga mai meno il buon senso e la consapevolezza delle proprie azioni e del contesto in cui si svolgono. Allora sì, delle previsioni meteo ce ne possiamo tranquillamente fare un baffo. Anche perché con la (non) accuratezza che offrono…

Un altro centro di raccolta rifiuti (a forma di panchina)

Ecco un’altra amministrazione pubblica particolarmente attenta alla “ecologia” del proprio territorio (qui siamo nella media Valtellina) che ha aperto in esso un centro di raccolta dei rifiuti assai utile al riguardo. A forma di panchina, sì, come è d’uso da qualche tempo a questa parte in modo da renderlo gradevole alla vista. Tanti che passeranno di lì potranno così lasciarvi tutto quanto abbiano con sé di scarto: la visione consapevole del territorio, il valore e la cognizione estetica del luogo, la percezione del paesaggio e la relazione genuina, personale e non mediata con esso, la capacità di cogliere i dettagli senza farsi distrarre da elementi avulsi e decontestualizzanti… oltre ovviamente a qualche confezione di snack, merendina, sandwich, mozzicone di sigaretta o altro di similmente abituale in tali “centri di raccolta”. Ecco.

(Grazie per la segnalazione a Michele Comi, che a sua volte ne dice qui. Poi, magari, leggete anche qui.)

Domenica scorsa, a Colle di Sogno…

Immagini dal terzo e ultimo appuntamento della rassegna autunnale del progetto Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare, curata dall’Officina Culturale Alpes nel sublime borgo montano per il Comune di Carenno e in collaborazione con la locale Pro Loco: il “percorso d’autore” condotto dal rinomato scrittore, poeta e dendrosofo Tiziano Fratus intitolato La Foresta Interiore.

È doveroso ringraziare di cuore tutti quelli che in un modo o nell’altro ha permesso la realizzazione della rassegna e ne hanno decretato il successo: Silea Spa quale fondamentale sostenitrice degli eventi, il Comune di Carenno con l’amministrazione in carica, la Pro Loco di Carenno, la Locanda di Colle di Sogno, Moma Comunicazione con Italcementi Spa, il Museo Ca’ Martì, il B&B del Carlì, la fotografa ufficiale della rassegna Alessia Scaglia, i media che hanno dato notizia della rassegna, gli autori che sono intervenuti, tutti i partecipanti agli eventi, tutti quelli dei quali puntualmente (ma involontariamente) ci si scorda di citare e, last but not least, il Genius Loci di Colle di Sogno e l’Officina Culturale Alpes che con questa rassegna ha concretamente iniziato il lavoro di messa in pratica del progetto speciale ideato per Colle di Sogno, il cui slogan “Un luogo dove re-stare” diventerà sempre più programmatico, d’ora in poi.

(Cliccate sulle immagini del bel servizio fotografico di ©Alessia Scaglia per ingrandirle.)