Il turismo sulle montagne: un elemento solidale ai territori o antagonista ad essi? Ne parliamo venerdì 20 ad Almenno San Bartolomeo in “Montagne di turismi”

Venerdì 20 marzo prossimo sarò ad Almenno San Bartolomeo (Bergamo), presso la Sala Convegni dell’Antenna Europea del Romanico nei pressi della nota Rotonda di San Tomè, ospite del primo dei cinque incontri della Rassegna “Sistemi sociali antagonisti o solidali” promossa dal Centro Studi Valle Imagna in collaborazione con Molte fedi sotto lo stesso cielo, Noesis, Associazione Dorainpoi e la Bibliosteria di Cà Berizzi. Una rassegna che vuole approfondire e riflettere sulle trasformazioni più significative della società contemporanea — tra conflitti globali, mutamenti delle democrazie, nuove forme di individualismo e futuro delle comunità.

Il mio incontro si intitola “Montagne di turismi. I territori montani sottoposti ai flussi turistici tra opportunità preziose, equilibri necessari e rischi potenziali per le comunità residenti” e, come già chiarisce bene il titolo, vuole indagare i fenomeni turistici contemporanei nei territori montani proprio prendendo spunto dal titolo della rassegna e cercando di capire se il turismo, che è anche un «sistema sociale» e dei più potenti e influenti, per come si manifesta oggi si debba considerare solidale o antagonista nei confronti dei territori che coinvolge e, soprattutto, delle comunità che li abitano. Per ragionare sui fatti concreti e dare sostanza alle riflessioni presenterò i dati più recenti sui flussi turistici in provincia di Bergamo e poi, nello specifico, in Valle Imagna, territorio per molti versi emblematico rispetto alla geografia montana lombarda e al tema del turismo nelle terre alte, in modo da capire concretamente quale turismo frequenta le nostre montagne.

Sulla scia di questi dati, verrà analizzata la natura multiforme del turismo odierno, delle sue principali fenomenologie (che non di rado appaiono vicendevolmente antagoniste), e di come si debba parlare di “turismi”, al plurale, per evitare di generalizzare troppo la realtà sottovalutandone il portato concreto e, di contro, per focalizzarne le specificità proprio rispetto ai territori che ne vengono coinvolti.

Infine, riportando e rifocalizzando il discorso sul più peculiare ambito montano, si rifletterà su quali forme di frequentazione turistica risultano ad oggi più consone ai nostri ambiti e su quali siano gli strumenti principali per la loro miglior gestione, così anche da elaborare una risposta più compiuta, in conclusione dell’incontro, alla domanda iniziale sulla natura “antagonista” o “solidale” del turismo come sistema sociale nei contesti nostri locali.

Sono temi sulla cui evoluzione, come capirete bene, si fonda molto del futuro prossimo dei nostri territori montani, per i quali il turismo è senza alcun dubbio una delle economie più importanti e potenzialmente vantaggiose ma solo se resa organica a ogni altra attiva negli ambiti locali e i suoi aspetti economici non prevaricano quelli ecologici, non solo dal punto di vista ambientale ma, soprattutto, da quelli sociali e culturali direttamente afferenti alle specificità dei territori coinvolti e alla imprescindibile centralità delle comunità residenti. Temi, dunque, che toccano chiunque abiti in montagna, la frequenti e sia sensibile alla sua realtà: per questo mi auguro possiate e vogliate partecipare all’incontro, e contribuire alla discussione e al dibattito che ne scaturirà.

Come accennato, “Sistemi sociali antagonisti o solidali” è una rassegna di incontri per approfondire alcune delle questioni sociali dirompenti del nostro tempo e delle società attuali, nelle quali imperversano i conflitti a tutti i livelli, le culture forti hanno il sopravvento e schiacciano quelle deboli, i rapporti di forza vincono sul diritto, le comunità territoriali faticano a stare al passo dei cambiamenti sociali e le tensioni o fughe individuali hanno il sopravvento sulla dimensione collettiva, che fino a tutta la seconda metà del Novecento ha caratterizzato le politiche sociali.

Si tratta di fenomeni sociali che caratterizzano la contemporaneità e introducono vistosi elementi di cambiamento mai visti nè ipotizzati finora, tanto sono d’impatto e dirompenti sulla vita quotidiana, poiché mettono in discussione valori e principi che ritenevamo acquisiti e consolidati: dalla pace alla guerra, dalle democrazie alle autocrazie, dal pensiero orientato alla costruzione di sistemi collettivi e pubblici a quello diretto invece verso approdi individuali e di natura privatistica.

I cinque incontri, a ingresso libero, si terranno in altrettanti distinti luoghi in Valle Imagna, che sono stati messi a disposizione dal Comune di Almenno San Bartolomeo, dalle parrocchie di Selino Basso, Berbenno, Costa Valle lmagna e dalla Bibliosteria di Cà Berizzi.

Soldi pubblici, ricavi privati

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Ma poi, parliamoci chiaro: lo stato – ministeri, regioni, province, eccetera – finanzia gli impianti sciistici (o le infrastrutture turistiche in genere – siano logiche o meno, non è questo il punto ora) cioè elargisce denaro pubblico a soggetti privati che fanno lucro e, dunque che da quei soldi pubblici – milioni e milioni di Euro, non bruscolini – ricavano guadagni propri (che significa anche coprire propri debiti, in molti casi). È normale tutto ciò?

In pratica: io, gestore di comprensorio sciistico, costruisco una nuova seggiovia, me la faccio pagare dallo stato, dunque da noi tutti, poi l’impianto (che è mio) lo usano gli sciatori con uno skipass che comprano da me, non dallo stato, e che dunque fa guadagnare me, non lo stato. E se a fine stagione ho generato debiti perché ha nevicato poco o fatto caldo oppure non sono stato così bravo a gestire la mia attività, chi mi paga almeno in parte quei miei debiti? Di nuovo lo stato, ma ovvio!

Alzino la mano gli imprenditori locali che, per acquistare un bene funzionale alla propria attività e dunque ai propri utili, o viceversa per coprire debiti generati, si sono visti elargire dalla politica così, d’emblée, denaro pubblico! [1] Tutt’al più essi possono fruire di crediti fiscali o garanzie sui mutui, non altro.

«Ma c’è l’indotto!» dicono gli enti pubblici. Embé? Perché, tutte le altre attività economiche non fanno indotto? «La lotta allo spopolamento!» rilanciano. Ma dove, che quasi ovunque vi siano comprensori sciistici i paesi perdono abitanti?! «Lo sviluppo dei territori!» Ah, quindi le altre attività in loco non fanno nulla e i loro lavoratori passano il tempo a guardare per aria?

A questo punto si prendano tutti quei soldi (centinaia di milioni di Euro, nel complesso) e, invece che darli a un singolo imprenditore per (spesso) un solo intervento, li si elargiscano in modi proporzionali e ben ponderati – non ad mentula canis come avviene con il turismo di massa – a tutti i soggetti economici e imprenditoriali del territorio che si vuole sviluppare e sostenere, che non si vuole far spopolare, nel quale si vuole generare un reale e diffuso indotto economico.

Questa è una politica logica e coerente per i territori montani e le aree interne, non ciò che avviene ora. E, ribadisco: è normale che avvenga?

[1] Lo so bene che a volte è accaduto, ma per grandi realtà industriali alla cui attività veniva riconosciuto un “interesse nazionale”, ma è una pratica che, lo sapete, è stata variamente criticata e sovente non ha portato a nulla di buono, tanto per quelle realtà industriali quanto per l’interesse nazionale. E comunque non mi pare proprio sia il caso, questo, dei comprensori sciistici/turistici, entità industriali e economiche medio-piccole nella gran parte dei casi.

Il vero problema di molta turistificazione dei territori montani

In tema di infrastrutture turistiche nei territori montani, pensate, progettate, realizzate, l’aspetto che di frequente trovo irrimediabilmente discutibile e contestabile non è tanto legato alle opere proposte, al loro impatto ambientale o ai soldi necessari, quasi sempre pubblici, ma alla visione e all’idea della montagna elaborata dalla politica e dai soggetti promotori che da esse risulta ben evidente. Che è quella, invariabile, di un parco giochi ove i “cittadini” possano svagarsi. Fine, null’altro.

Vi è una palese mancanza di volontà, o una mera incapacità, di pensare la montagna come un luogo dotato di vita propria di sviluppo socio-economico peculiare, slegato da modelli importati e imposti anche quando non consoni. Vi si impone il mantra del “turismo-miniera d’oro”, pretesa panacea di tutti i mali, che trasforma i territori montani in divertimentifici e le comunità residenti in servitori oppure in testimoni inermi, e su quel mantra si concentrano la grandissima parte delle risorse finanziarie, lasciando alle iniziative non turistiche e allo sviluppo delle economie locali slegate dal turismo soltanto le briciole e una ben scarsa considerazione. Si continua a sostenere che il turismo sia l’unica cosa che possa contrastare lo spopolamento dei territori montani e sostenerne lo sviluppo, ma basta dare una rapida occhiata ai dati demografici e economici per capire che non è affatto così, che le montagne turistificate perdono abitanti e dunque reddito tanto quanto quelle non sottoposte alle dinamiche del turismo di massa, anzi, a volte anche di più di questi.

Di contro, la costante spinta politica a favore dell’infrastrutturazione turistica, che si palesa in modi altrettanto costanti, dimostra l’assenza pressoché totale di una visione strategica e organica di sviluppo autentico dei territori montani, di sostegno concreto alle loro comunità, di volontà di conoscenza e comprensione delle peculiarità specifiche di essi e, dunque, delle reali potenzialità che offrono e delle necessità di cui abbisognano. È un lavoro troppo difficile, evidentemente, troppo impegnativo e prolungato nel tempo, dunque si va con il copia/incolla dello stesso modello omologato e massificato, con le stesse opere ovunque, con l’identica mentalità di fondo cioè quella del luna park di montagna, appunto. Un panem et circenses alpestre, insomma, funzionale da un lato a far credere di agire “a favore” delle montagne e, dall’altro, a soddisfare le dinamiche turistiche più massificate e degradanti. Oltre che a spendere rapidamente i finanziamenti disponibili, ovviamente, sena pensare troppo né alla logicità e alla sensatezza della spesa, né alle conseguenze.

Va benissimo sostenere e sviluppare l’economia turistica, ci mancherebbe, ma non nei modi monoculturali e assoggettanti imposti dalla politica, semmai come elemento equilibrato e organico di uno sviluppo complessivo dell’intero territorio coinvolto, espanso nel lungo periodo così da consolidarne gli effetti nel tempo, e con fulcro di tutto la comunità residente e la sua stanzialità. Il turismo deve sostenere e alimentare i territori, non consumarli e degradarli, così come la politica deve fare innanzi tutto gli interessi dei luoghi amministrati e dei loro abitanti, non di chi li frequenta senza alcuna connessione con il tessuto sociale e culturale locale. Va benissimo salire sui monti per sciare, pedalare, correre, abbronzarsi, divertirsi, ma solo se la matrice ludico-ricreativa del turismo montano sia una fonte di energia per l’intero territorio che coinvolge senza per ciò pretendere di assoggettare il paesaggio e l’identità a certe dinamiche prettamente economiche e consumistiche, che inesorabilmente – ripeto, inesorabilmente – genereranno molti danni al territorio e ai suoi abitanti.

Ecco.

Dunque, perché molta politica – locale, ma non solo – non capisce queste pur elementari nozioni e permette una spesso pesante banalizzazione delle montagne, con il conseguente degrado ambientale, sociale e culturale dei luoghi?

Ma è ancora «sci» lo sci di oggi?

In numerose occasioni, cioè ogni volta che mi trovo di fronte, dal vivo o con immagini eloquenti, la montagna invernale più infrastrutturata, turistificata, lunaparkizzata – impianti, cannoni, bacini idrici, tubi e canali, terreni scavati e spianati per le piste, parcheggi smisurati, condomini d’ogni taglia… – mi chiedo se la si possa ancora chiamare «montagna» e percepire realmente come tale oppure se sia ormai da considerare un simulacro di essa, così trasformata e snaturata.

Poi, a pensarci bene, osservo cosa è oggi lo sci su pista, un’attività “di montagna” che si svolge ormai quasi solo su neve finta in mezzo ai prati inariditi grazie a impianti di risalita sempre più capienti, veloci e comodi, durante la quale si pasteggia a ostriche e champagne in “rifugi”-gourmet che spesso diventano discoteche come in spiaggia, in comprensori del tutto alienati dall’ambiente montano circostante e sempre più simili a parchi divertimento dove ogni cosa è e deve essere una “attrazione” vendibile e consumabile, e mi chiedo: ma si può chiamare ancora «sci» questo, per come è stato inteso fino a pochi anni or sono?

Oppure anche qui si tratta del simulacro, della pantomima di un’attività un tempo propria della montagna invernale e oggi sempre più dissociata da essa? Un po’ come – passatemi il paragone forte, ma trovo che sia assai consono – la copula con una bambola gonfiabile lo sia del sesso propriamente detto, in pratica. Per giunta senza contare che, guarda caso, qualcuno vorrebbe che in futuro si sciasse proprio sulla plastica, eliminando definitivamente la neve, vera o finta che sia!

[Immagine tratta da https://www.neveplast.it/it/ ]
Carlo Mollino, uno che certamente non aveva della montagna un’idea conservazionista ma alla quale d’altro canto era legato da una passione sincera e viscerale, nel suo celeberrimo “Introduzione al discesismo” scrisse, riprendendo la metafora del volo leonardesco, che lo sci doveva servire a «Avviare lo sciatore a trovare se stesso», processo per il quale la montagna invernale con le sue specificità rappresentava il contesto fondamentale da interpretare, comprendere e con il quale armonizzarsi non solo attraverso il gesto tecnico ma pure nella relazione culturale con il luogo: ciò rende(va) l’attività sciistica totalmente appagante, prima e più di ogni altra cosa.

Lo sciatore di oggi invece è stato ormai trasformato definitivamente in un cliente che, convinto o costretto a praticare una riproduzione artificiale dello sci, acquista della merce o dei servizi in vendita di cui fruire e per i quali la montagna è soltanto il contenitore e non più altro, esattamente come non conta tanto il luna park in sé quanto per le giostre e le attrazioni che contiene e può offrire alla fruizione. Al punto che sui monti non serve nemmeno più che ci sia la neve, come d’altro canto affermano gli stessi impiantisti: la si può riprodurre e fingere che abbia nevicato veramente. La giostra gira comunque e pagando il biglietto ci si può divertire sopra lo stesso: ciò che si ha intorno diventa superfluo, non interessa e anzi diventa pure sgradevole, visto che non offre più le condizioni naturalmente adatte allo sci e si presenta spoglia, arida, brulla, non bianchissima e scintillante come nelle immagini del marketing turistico.

Nell’odierna montagna invernale turistificata finzione e realtà sono su due piani paralleli ma viepiù antitetici, così come sostanzialmente lo sono l’essere (montagna) e l’apparire (tale).

Dunque: è ancora «montagna», questa? La si può ancora chiamare «sci», un’attività così dissimulata e artefatta?