La giornata del “Made in Italy”… ma a volte del “Fake in Italy”!

Oggi è il 15 aprile e si celebra la “Giornata Nazionale del Made in Italy, promossa dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy per la promozione della creatività e dell’eccellenza italiana.

Io tutte queste “giornate-mondiali/nazionali-di-qualcosa” non le apprezzo granché, trovandole iniziative di pura retorica con ben poco portato utile concreto. Però che il “Made in Italy” sia una cosa da celebrare è assolutamente vero. E tra i tanti settori produttivi che si meritano tutto il prestigio della definizione c’è sicuramente quello enogastronomico: dunque mi è venuto in mente di festeggiare la giornata di oggi con un bel piatto di pizzoccheri, la ricetta “tradizionale” per eccellenza e super-identitaria della Valtellina, terra alpina alla quale sono molto legato.

Più “Made in Italy” di così!

Eh, già. Peccato che l’ingrediente principale dei pizzoccheri, il grano saraceno, senza il quale i pizzoccheri non esisterebbero e dunque nemmeno esisterebbe la cultura tradizionale che si portano dietro, venga per la grandissima parte dall’estero.

Riportai già qui e ora ribadisco ciò che disse al riguardo l’amico Jonni Fendi, rinomato imprenditore vitivinicolo e agricolo valtellinese:

Per evitare mistificazioni sarebbe interessante sottolineare che attualmente in Valtellina produciamo (io compreso) nemmeno l’1% del grano saraceno che si utilizza nei piatti “tipici” valtellinesi. Difatti il 99% arriva su dei TIR targati Lituania, entra a Teglio, Chiavenna eccetera e poi diviene “magicamente” locale.

Locale cioè “Made in Italy”.

Ecco.

E chissà quanti altri casi simili, ovvero di “Made in Italy” che in realtà è Fake in Italy, si potrebbero citare.

Tuttavia, ribadisco, la definizione di “Made in Italy” è una di quelle che più attrae i paesi esteri e ne rimarca l’apprezzamento, che a volte è quasi venerazione, per le cose italiane.

Forse che siamo noi italiani i primi a non saper apprezzare e valorizzare quando non a svilire il “Made in Italy”?

La stagione sciistica 2024/2025 è stata positiva per molte località: ma tra le “rose e fiori” dei numeri è bene stare attenti alle spine!

(Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” venerdì 11 aprile: lo trovate qui.)

[Immagine tratta da www.radiocittafujiko.it.]
La stagione sciistica 2024/2025 sulle montagne italiane si sta ormai per concludere – in molte località si è già chiusa – e dunque a breve appariranno sulla stampa gli articoli che, come ad ogni fine stagione, riporteranno i numeri conseguiti dai vari comprensori nel corso dell’inverno: riguardo le presenze, in merito agli skipass venduti, sull’aumento percentuale rispetto allo scorso anno, e così via. Numeri che, è facile ipotizzarlo, saranno nella maggior parte dei casi in crescita, anche perché quella conclusa è stata una stagione nivologicamente abbastanza positiva rispetto agli anni recenti ovvero meno negativa di altre passate – ma molto più negativa rispetto a quale lustro fa, quando nei weekend di Pasqua si sciava ovunque senza nessun problema mentre da anni non accade più, se non nelle stazioni poste alle quote maggiori. In ogni caso anche quest’anno il trend di diminuzione delle nevicate si è confermato, soprattutto al di sotto dei 1800-2000 metri di quota: limite che, non a caso, è indicato come quello che, al di sopra, oggi può garantire la sostenibilità dei comprensori sciistici e, al di sotto, la loro irragionevolezza. In fin dei conti, anche nell’ultima stagione si è sciato bene per tre mesi o poco più e durante le festività di fine anno, il periodo più importante per far quadrare i conti turistici a stagione terminata, di neve naturale ce n’era ben poca sulle piste da sci italiane, ovviamente sostituita ove possibile da quella artificiale, con tutti i costi del caso.

[Madesimo (Sondrio). Immagine tratta da facebook.com/skiareavalchiavenna.]
Dunque, come accennato, usciranno numerosi articoli che rimarcheranno gli aumenti di presenze, le percentuali positive, finanche i “record” ma, pur essendo dati significativi e forzatamente positivi per i comprensori sciistici, è bene ricordare che non sono questi a sancire il successo economico di una stagione invernale dal punto di vista dello sci. I comprensori sciistici sono aziende, soggetti economici in forma industriale (a volte afferenti alla categoria della “grande impresa”) che rispondono alle dinamiche finanziarie e sottostanno ai rilievi contabili, ergo sono i bilanci – in senso generale, non solo negli utili conseguiti – a suggellarne la vitalità o l’eventuale crisi, e ad un aumento di presenze nel corso di una stagione turistica non è detto che corrisponda un aumento degli utili e dunque la sostenibilità economica complessiva dell’attività, posto che per i comprensori sciistici i costi di gestione aumentano da anni in maniera sensibile e ciò si riflette in maniera diretta sul costo degli skipass, i quali sono parimenti in aumento costante nelle ultime stagioni anni, con punte per alcune località di quasi il 30% in tre anni (a Livigno e Bormio, ad esempio).

[Ovindoli (L’Aquila). Immagine tratta da facebook.com/MonteMagnolaOvindoli.]
Come si rimarca spesso da più parti, è da tempo che quello dello sci su pista viene considerato un mercato maturo, il quale ha già raggiunto il proprio picco di presenze stagionali (secondo alcuni fin dai primi anni Duemila) e ora appare stagnante oppure variabile su percentuali minime che spesso, anche se in aumento, non compensano la maggior incidenza dei costi di gestione dei comprensori. Ciò spiega la presenza frequente e importante di finanziamenti pubblici nei conti delle stazioni sciistiche italiane, un supporto senza il quale è facile prevedere che molte di esse avrebbero notevoli difficoltà a rimanere attive; di contro, la maturazione del mercato impone ai comprensori costanti aggiornamenti del parco impianti e delle piste da discesa al fine di mantenersi concorrenziali nella speranza di strappare gli sciatori alle altre località ma, tutto ciò, con ulteriori aggravi di spesa da mettere a bilancio. Insomma, il rischio per i comprensori sciistici è quello di infilarsi in un “circolo vizioso” dal quale, una volta entrati e posta la realtà attuale delle nostre montagne così dipendente dall’evoluzione della crisi climatica nonché da fattori macroeconomici che in concreto stanno restringendo la platea turistico-sciistica, è pressoché impossibile uscirne, con tutte le conseguenze relative… [continua su “L’AltraMontagna, qui.]

 

Le montagne della Lombardia e il dissesto (della logica)

Leggo sulla stampa (qui ad esempio) che la Regione Lombardia ha approvato la graduatoria del bando “Dissesti 2024” allo scopo di finanziare interventi di difesa del suolo e contrasto al dissesto idrogeologico nei territori montani. Al bando sono stati destinati 7,7 milioni di Euro.

In pratica, la Lombardia investe per la salvaguardia idrogeologica di tutto il territorio regionale meno del costo di un singolo impianto di risalita per lo sci (una telecabina di medie dimensioni costa 10-12 milioni, una funivia anche 20 e più).

Secondo voi ha senso tutto ciò? E che conclusioni se ne possono derivare riguardo l’attenzione della Regione Lombardia verso il proprio territorio montano e chi lo vive quotidianamente?

Sono domande retoriche, lo so. Volutamente.

Leggo anche che al bando sono state presentate 267 domande, delle quali sono state 249 ritenute ammissibili ma, vista la scarsità di fondi, solo 23 progetti hanno potuto accedere al contributo.

Ribadisco: che senso ha tutto ciò?

Forse, di senso la cosa ne avrebbe un po’ di più se parte delle centinaia di milioni che la Lombardia destina ai nuovi impianti sciistici, sovente in zone dove la crisi climatica rende già oggi problematico sciare e entro pochi anni lo renderà impossibile, fosse destinata a rimpinguare interventi di ben altra importanza e utilità per le comunità di montagna, come quelli legati alla difesa del suolo e alla salvaguardia dal dissesto idrogeologico. No?

La «neve necessaria»

La persona tossicodipendente avverte la necessità irrefrenabile e frequente di assumere droga, nonostante il danno fisico, psicologico, affettivo, emotivo o sociale che tale assunzione può comportargli come conseguenza.

Mmm

Dov’è che ho sentito delle affermazioni di tono simile?

Ah, ora ricordo! Ecco qui:

Oggi, la produzione di neve artificiale è diventata una necessità. Più che parlare di una neve diversa, sarebbe opportuno riconoscerla come una neve necessaria.

Le ha proferite l’Anef, l’associazione che riunisce i gestori degli impianti sciistici italiani!

Dunque, per quanto riguarda la neve artificiale in relazione a molti comprensori sciistici, tocca parlare di una bizzarra, inopinata ma tangibile “tossicodipendenza”? Nel senso che, come il tossicodipendente necessita di assumere continuamente droga per andare avanti nella propria esistenza, anche le località sciistiche per continuare con la loro attività non possono più fare a meno della neve sparata dai cannoni, per loro stessa ammissione e nonostante le conseguenze ambientali e culturali cagionate alle montagne dove operano.

Be’, in entrambi i casi quel che ne esce è una realtà artificiale, a ben vedere. Che poco o nulla c’entra con la realtà ordinaria, con la “normalità” delle cose, con il benessere autentico delle montagne e dei loro paesaggi. Se non come fanno sentire “bene” certe sostanze, appunto.

Morgan, la «me*da» degli apres ski e un pianoforte a 3000 metri di quota

[Per leggere l’articolo de “Il Dolomiti” cliccate sull’immagine.]
Morgan – personaggio per molti versi controverso ma musicalmente tra i più colti del panorama artistico nazionale – ha mille ragioni per lamentarsi della «caduta agli inferi» generata dalla «musica dozzinale, orribile, da localaccio di Milano» degli apres ski sulle piste da sci, nel suo caso a Bormio dove si trovava lo scorso sabato 5 aprile. Ma allora perché lo stesso Morgan è andato a fare un concerto a 3000 metri, motivo per il quale si è recato nella località valtellinese?

Certo, il suo “Concerto per la Natura” è stata una performance di ben altra qualità musicale, solo pianoforte e voce, in un luogo già antropizzato e acusticamente contaminato. Ma pur sempre situato a 3000 metri di quota e all’ingresso del territorio del Parco Nazionale dello Stelvio, zona di massima tutela ambientale che di disturbi antropici dovrebbe registrarne il meno possibile – in realtà nessuno – oltre a quelli eventualmente già manifesti.

Insomma, se è vero che alcune cose, come molti apres ski ed eventi simili che palesemente se ne fregano del contesto naturale e ambientale nel quale si trovano e vi propongono un modello di fruizione ludico-ricreativa totalmente fuori luogo, sarebbe bene che svanissero da certi ambiti montani, forse è il caso che chiunque sia protagonista di circostanze similari accetti di fare un passo indietro al fine di alimentare la consapevolezza più ampia e definita riguardo la tutela dell’ambiente montano, vista poi la realtà climatica sempre più critica che le montagne devono e dovranno affrontare negli anni prossimi.

[Cima Bianca, punto più elevato raggiunto dagli impianti di risalita di Bormio, dove si è esibito Morgan. Immagine tratta da https://about.me/heaven_3000.]
È (sarebbe) bene, e una volta per tutte, condividere collettivamente il pensiero che in montagna, e soprattutto in certi suoi luoghi, non si può fare tutto e in particolar modo fare un copia-incolla di cose concepite per altri ambiti e che con le terre alte non c’entrano nulla, anzi, vi si palesano come occasioni di disturbo, degrado e di offesa della specifica alterità identitaria montana rispetto agli altri spazi nei quali viviamo. Si può fare tantissimo, sui monti, ma non tutto. E a ben vedere, lo dico con tutto il rispetto del caso, anche un pianoforte a 3000 metri di quota può rappresentare un “disturbo” – insieme a tutto ciò che ha intorno. Già.

N.B.: ringrazio l’amico Antonello Fumagalli che mi ha segnalato questa cosa di Morgan a Bormio.