Quindi è vero che l’industria dello sci italiana fattura così tanti soldi?

Premessa #1: «Ma come? Siamo a luglio con 40° e scrivi di sci?» Sì, perché lo sci si pratica in inverno ma si “costruisce” in estate, sia nelle infrastrutture che nelle strategie imprenditoriali. Discutere di sci in inverno è un po’ come parlare di alcolismo con dei bevitori già ubriachi.

Premessa #2: il post che state per leggere non è affatto contro qualcosa – lo sci, gli impiantisti, il turismo della neve eccetera – ma a favore della conoscenza oggettiva e articolata delle realtà che caratterizzano le nostre montagne e del conseguente buon senso critico. Anche per il bene futuro dello sci.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Dunque, chiedevo nel titolo di questo post: è vero che l’industria dello sci italiana fattura così tanti soldi, come a ogni fine stagione viene enfaticamente comunicato e quest’anno se possibile anche più di quelli scorsi?

Sì, è vero. Ma…
“Ma” un attimo. Andiamo con ordine.

Secondo lo studio “L’economia della Montagna. Impatti e sfide del sistema montagna in Italia” presentato (ma non reso disponibile) da ANEF – l’associazione nazionale degli impiantisti – nel marzo scorso, i comprensori sciistici generano un giro d’affari di 8,9 miliardi di Euro. Al netto dell’affidabilità o meno della metodologia di calcolo, che non è disponibile dunque verificabile, sicuramente lo sci genera dei gran fatturati, in forte aumento negli ultimi anni. Tuttavia, come ha spiegato bene Veronica Vismara nella propria analisi dello studio di ANEF, «Si tratta di giro d’affari stimolato, inteso come valore della produzione, non come valore aggiunto. Ma il valore della produzione include costi intermedi, acquisti da fornitori, importazioni. È la cifra lorda, non il valore aggiunto netto, cioè la ricchezza effettivamente creata e trattenuta nel territorio.» È un dato, e un numero, che non dicono granché, insomma.

In ogni caso, torniamo a ragionare su questi grandi giri d’affari che genera lo sci. Nel grafico sottostante (per ingrandire questo e gli altri cliccateci sopra) si può appurare come il fatturato direttamente correlato alla gestione degli impianti di risalita è effettivamente raddoppiato negli ultimi venti anni:

Ma come si determina principalmente il fatturato degli impianti? Con la vendita degli skipass, il cui prezzo è a sua volta raddoppiato negli ultimi venti anni, sia in generale:

che in riferimento ai grandi comprensori:

Già ora risulterà più chiaro come lo sci abbia saputo raddoppiare i propri fatturati: ha parimenti raddoppiato i costi che gli sciatori devono sostenere. L’aumento è stato ingente soprattutto negli ultimi 4 anni, dove in molti comprensori (ad esempio a Livigno o nella “Via Lattea”) i prezzi sono cresciuti di quasi il 40%.

Tuttavia l’aumento dei fatturati, legato come visto al correlato aumento dei costi degli skipass, non equivale a un pari aumento delle vendite degli stessi, dunque a più sciatori sulle piste ovvero a “giornate-sciatore” come si dice in questo caso:

L’aumento c’è stato (al netto degli anni del Covid) ma nei vent’anni si ferma poco oltre il 21% rispetto all’anno di riferimento 2006, il che conferma quello che si dice da tempo ovvero che quello dello sci è un mercato “maturo”, non più destinato a crescere in maniera importante ma anzi a rischio di cali futuri più o meno ingenti per cause diverse. Dunque, in vent’anni +21% di sciatori e +115% di fatturato: capite bene che, senza l’aumento dei prezzi degli skipass, i fatturati dello sci sarebbero stati ben diversi e molto minori.

D’altro canto i comprensori sciistici sono stati costretti ad aumentare i prezzi dei propri skipass – anche se forse qualcuno ha calcato fin troppo la mano al riguardo, approfittando dell’entusiasmo turistico post-Covid – in forza dei forti aumenti dei costi da sostenere per mantenere aperti impianti e piste. Inutile dire che una delle componenti di costo maggiori sia quella legata alla produzione di neve artificiale, sempre più necessaria vista la diminuzione delle nevicate e il clima sempre meno adatto alla pratica dello sci al di sotto dei 1800-2000 metri di quota:

Come si evince, vent’anni fa produrre un metro cubo di neve costava in media tra 1,50 e 2,00 Euro. Oggi, a causa dell’aumento strutturale dei costi energetici, dei rincari idrici e degli ammortamenti per i bacini di raccolta e i cannoni di ultima generazione, quel costo è più che raddoppiato, oscillando tra i 3,50 e i 5,50 Euro al metro cubo (con picchi fino a 6,50 Euro nelle stagioni con autunni e inverni molto caldi). La produzione di neve artificlale e la preparazione delle piste assorbono mediamente tra il 15% e il 25% dei costi operativi totali di una stagione sciistica, arrivando a picchi superiori nei comprensori a quote medio-basse (sotto i 1800 metri) o in stagioni con inverni particolarmente miti. Come sostengo da tempo, i comprensori sciistici continuano a sostenere che la neve artificiale stia salvaguardando la loro attività ma in realtà sta solo scavando lentamente ma inesorabilmente la fossa sotto i loro piedi.

Posti tutti questi aspetti, chiunque abbia qualche nozione elementare di economia aziendale sa bene che per capire l’andamento buono o cattivo di un comparto economico-industriale non conta tanto l’ammontare del fatturato complessivo o la quantità dei beni servizi venduta, ma gli utili. E nonostante nel 2026 i comprensori sciistici italiani hanno conseguito l’utile complessivo maggiore di sempre, il margine netto di profitto si è assestato al 14-16%: un utile molto basso per un comparto economico che deve sostenere continuamente costi di esercizio enormi e in perenne crescita (energia, neve artificiale, personale, ammortamenti degli impianti…) e che mantiene le società di gestione dei comprensori sciistici costantemente sul filo del rasoio tra sopravvivenza incerta e rischio di chiusura potenziale.

Ecco perché i comprensori hanno costante bisogno di ingenti finanziamenti pubblici per mantenersi aperti e turisticamente competitivi: non c’entrano lo sviluppo dei territori montani, la lotta allo spopolamento, l’indotto e tutte le altre “belle parole” spese al riguardo, ma – salvo rari casi – è una questione di pura e semplice sopravvivenza dei soggetti economici. Che in moltissimi casi senza l’aiuto pubblico sarebbero costretti a chiudere per l’inesorabile insostenibilità economica della loro attività ma, anche in sua presenza, a determinare ciò potrebbero bastare un paio di stagioni andate male, senza neve e/o condizioni climatiche funzionali all’apertura degli impianti (e speriamo non per ulteriori pandemie o altre disgrazie simili), proprio per la costante debolezza economico-finanziaria peraltro inesorabilmente legata all’andamento di variabili incontrollabili – a partire da quella climatica.

[Immagine creata con Google Gemini AI.]
Ecco. E si tenga conto che quanto vi ho proposto è un’analisi di “primo livello”: si potrebbero considerare altri fattori – sia macro che micro – in grado di determinare l’andamento economico dell’industria dello sci, i quali se da un lato ne approfondirebbero il dettaglio, dall’altro, temo, ne peggiorerebbero viepiù il giudizio complessivo definendo una condizione generale dell’industria dello sci italiana veramente inquietante. Perché in fondo è vero che, almeno in certi casi, quella dello sci è ancora un’economia importante per i territori montani, che genera un “indotto” ingente seppur “artificioso” e per certi versi ambiguo, che dà lavoro a molte persone, dalla quale molte comunità sono nel bene o nel male dipendenti. Ma è anche un’economia sempre più gonfia di sé – inevitabilmente, visto quanto avete letto fin qui – e sempre meno contestuale ai territori in cui opera, formalmente incapace di rinnovare i modelli sui quali si basa, sempre troppo attenta a coltivare il proprio orticello come se questo potesse perdurare in eterno mentre intorno il mondo cambia totalmente, legata in maniera tossica a una politica che appare totalmente alienata dai territori sui quali dovrebbe governare – cioè dovrebbe saper dimostrare di governarli al meglio. E invece dimostra il contrario.

Dunque sì, l’industria dello sci genera dei gran fatturati. Ma sovente sono soldi bucati, come si dice, dunque di valore generale per diversi aspetti discutibile. Sperando che, di questo passo, il comparto non diventi a breve la Lehman Brothers delle Alpi, con tutto ciò che a cascata ne deriverebbe per i territori montani e le loro comunità.

Il Conte Mascetti che visita l’alta Val Seriana e parla di “sci”!

Sì, il celeberrimo Conte Raffaello Mascetti della saga di “Amici miei” interpretato da un magistrale Ugo Tognazzi e divenuto immortale grazie alle sue supercazzole (o supercàzzore).

Ecco, proprio a tale proposito, il Conte Mascetti di recente deve essere stato in visita all’alta Val Seriana, dove ha proferito una delle sue fenomenali supercazzole travestito da Assessore regionale alla Casa e Housing Sociale della Lombardia – persona peraltro degnissima di rispetto, al di là di incarico e appartenenza politica – e, ve l’assicuro, una supercazzola così era da tempo che non la si trovava in circolazione.

In buona sostanza, il Mascetti travestito da Assessore regionale della Lombardia ha annunciato «L’approvazione da parte della Giunta regionale dell’individuazione dell’area sciabile attrezzata del comprensorio Presolana-Monte Pora» con un profluvio di parole e affermazioni che, per come le riporta la stampa (alla cui bontà di cronaca do ovviamente fiducia), non dicono niente di niente. Nulla, il vuoto assoluto di sostanza in un’esplosione di forma retorica che appare quasi grottesca.

A parte che non si capisce perché sia l’Assessore regionale alla Casa e Housing Sociale a parlare di aree sciabili, visto che i suoi compiti ordinari sono ben altri (al riguardo il fatto che l’Assessore sia bergamasco non conta granché), parimenti non si capisce cosa comporti quell’approvazione, che risultati concreti genererà, quali effetti e conseguenze avrà per i territori coinvolti. Si vuole ampliare l’area sciabile della zona? Ma è tutta sotto i 1800 metri, sarebbe una follia assoluta. Si vuole aumentare la sua turistificazione? Come se il territorio non fosse già ampiamente antropizzato e, semmai, avesse bisogno di essere razionalizzato al riguardo. Si vuole consentire una maggiore edificabilità? Cioè più cementificazione e consumo di suolo? È un timore che già qualcuno paventa, visto che a parlare della cosa è una figura istituzionale che si occupa di case.

[Gli impianti sciistici del Monte Pora con sullo sfondo, a sinistra, l’Altopiano di Clusone e, a destra, il Gruppo della Presolana.]
Inoltre, come da “Manualetto del bravo politico che si occupa di montagne” del quale evidentemente il Mascetti-Assessore si è munito, ecco che tale supercazzola viene adeguatamente condita delle solite frasi fatte: contrastare lo spopolamento della montagna, generare sviluppo economico, aiutare i giovani, rendere il territorio attrattivo… e ovviamente non mancano parole come «destagionalizzazione» e «sostenibile», che bisogna pur infilare da qualche parte sennò fa brutto anche se mai una volta si spiega cosa si debba concretamente intendere con esse. E questo «risultato di grande importanza per la montagna bergamasca e per l’intero sistema turistico lombardo» – sono sempre parole del Mascetti-Assessore – lo si vorrebbe ottenere con cosa? Con iniziative che, a quanto viene da pensare e temere leggendo gli articoli della stampa, arrivano direttamente dal secolo scorso, obsolete, superate, che dimostrano una visione della montagna completamente distaccata dalla sua realtà effettiva e appare funzionale alla consueta mera propaganda politica. Non c’entra di quale parte politica, sia chiaro: il sopra citato “Manualetto” ce l’hanno in mano tutti, nelle stanze del potere.

E se si può ammettere che le azioni derivanti da tale «risultato di grande importanza» dovranno essere delineate nell’eventuale Accordo di Programma territoriale, non accennare a nulla e nascondere le reali intenzioni dietro quel profluvio di parole vuote non solo è cosa sospetta ma pure irrispettosa delle comunità dei territori coinvolti nonché dei cittadini lombardi, visto che si tratta di un’iniziativa istituzionale per la quale, se sarà realizzata, si spenderanno soldi pubblici, di tutti i contribuenti lombardi. Posto ciò, ribadisco, che motivo ci sarebbe per presentare tutto quanto con siffatta pompa magna? Forse per buttare in giro tanto fumo e così nascondere l’arrosto bruciato che si pensa di mettervi sotto?

[Il Monte Pora senza già più neve a metà marzo 2023.]
Ok, sarò fin troppo diffidente, critico, polemico, colpevolizzante prima del tempo: ma avendo a che fare con la politica che ci ritroviamo, e soprattutto constatando il suo frequente, opinabile operato sulle nostre montagne, il buon senso civico che ogni cittadino dovrebbe manifestare richiede espressamente di esserlo.

A meno che tutto quanto non sia veramente stato soltanto una gran zingarata del Conte Mascetti, nei panni dell’Assessore suddetto, ai danni delle comunità alto-seriane!

Il caso studio di Courmayeur, località sempre più “alle stelle” per i turisti e “alle stalle” per gli abitanti

[Courmayeur e il versante italiano del Monte Bianco. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Come riporta “Il Sole 24 Ore” in un articolo dell’8 giugno, Courmayeur spicca nell’ambito dell’ultimo Market Report sull’immobiliare di lusso realizzato da Engel & Völkers Italia in collaborazione e con il supporto scientifico di Nomisma. Per la nota località valdostana ai piedi del Monte Bianco il report riferisce

«di un mercato in forte crescita trainato dalla domanda verso il nuovo o il ristrutturato al nuovo, che tuttavia deve confrontarsi con una disponibilità di immobili in calo. I prezzi oscillano, così, tra i 10mila e i 15mila euro al metro quadro per il segmento di pregio e tra i 15mila e i 20mila per quello di lusso. Inoltre, la domanda proviene per il 90% da italiani, prevalentemente tra i 45 e i 54 anni. Nell’80% dei casi di tratta di compravendite legate alla seconda casa, per il 15% relative alla prima casa e per il restante 5% come investimento.»

Dunque si può parlare di un gran successo per Courmayeur, di un luogo pienamente vitale e attrattivo in forza della sua prestigiosa immagine turistica?

[Vista di Courmayeur dalla località Plan Chécrouit. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
No, niente affatto. Anzi: Courmayeur è un comune in lento, costante declino: un centro abitato che demograficamente, socialmente, civicamente sta deperendo, rappresentando in ciò un emblematico caso di studio da analizzare e approfondire attentamente.

Come ho rimarcato nel corso del mio intervento nella conferenza “La montagna del futuro: abitare il cambiamento” svoltasi lo scorso 23 maggio ad Aosta, Courmayeur è la località turistica/sciistica valdostana che, a fronte della propria notevole fama, presenta dati demografici tra i peggiori di tutta la regione:

Come si evince dai grafici, Courmayeur da quasi vent’anni perde abitanti: al 28/02/2026 erano 2.493, dunque dal 2007 ne ha persi circa 500, più del 16%, e i cancellati dall’anagrafe comunale nel periodo sono stati sempre di quelli che vi si sono iscritti. In buona sostanza le persone se ne stanno andando dal comune, e se non fosse per gli iscritti dall’estero – probabilmente lavoratori del settore turistico – la perdita di abitanti sarebbe ancora più rilevante.

Tutto ciò si riflette chiaramente negli indici di struttura della demografia locale: la popolazione sta rapidamente invecchiando e pesa sempre di più sulla parte economicamente attiva che a sua volta è parecchio anziana; è evidente che Courmayeur non sa “attrarre” nuovi abitanti e lavoratori giovani che possano/vogliano stabilirvisi, non a caso pure l’indice di natalità per 1.000 abitanti è estremamente basso:

Sono dati che certificano una comunità in declino e una realtà di svigorimento demografico e sociale, peraltro confermata dalle testimonianze dirette di locali che mi hanno raccontato di persone e lavoratori “espulsi” dal centro di Courmayeur per i prezzi degli alloggi e il costo della vita sempre più alti, costretti a cercare casa più a valle, spesso a parecchi chilometri di distanza, in centri meno turistificati e dunque economicamente più abbordabili.

Posta tale realtà di fatto, quindi dove “spicca” veramente Courmayeur? Con quale sua prerogativa?

Be’, i dati demografici ad oggi forniscono a queste domande una risposta chiara: il paese si sta “resortizzando”, sta diventando un grande residence turistico per persone benestanti e viepiù privo di abitanti, se non quelli direttamente legati alla filiera del turismo. Un centro “abitato” solo parzialmente e periodicamente che potrebbe perdere la valenza di “paese”, di luogo abitato, vissuto, dotato di una propria anima elaborata dalla relazione culturale dei suoi abitanti, per diventare un meraviglioso, costosissimo, celebratissimo non luogo, esclusivamente legato alle dinamiche turistiche e dell’economia conseguente: oggi “di successo” in forza di condizioni e circostanze favorevoli, domani chissà.

[La Skyway Monte Bianco. Immagine tratta da www.facebook.com/skywaymontebianco.]
Ecco perché ritengo Courmayeur un interessantissimo caso di studio tra le località più turistificate delle Alpi, da indagare a fondo: è una località che si sta elevando sempre di più nell’olimpio turistico internazionale e con ciò sembra non rendersi conto che più si eleverà, da più in alto rischierà di precipitare e “schiantarsi”, con danni conseguentemente maggiori per sé stessa, il proprio territori e per la comunità locale. O per ciò che ne resterà, di questo passo.

N.B.: occorre ricordare che a Courmayeur nel 2015 è stata pure realizzata quella che si può considerare la principale attrazione turistica della Valle d’Aosta, la “Skyway Monte Bianco”, costata ben 138 milioni di Euro – fondi pubblici della Regione Valle d’Aosta. Un’attrazione importante e rinomata (nonché costosissima) che a quanto pare non ha fatto per nulla bene al luogo e alla sua comunità. I cui abitanti infatti se ne vanno via, nonostante la spettacolare funivia e il viavai di turisti che l’affollano di continuo.

«Non cieca opposizione al progresso ma opposizione al progresso cieco»

In molti, troppi luoghi montani ci sono persone, tra le quali purtroppo si annoverano numerosi politici, che al termine “sviluppo” associano immediatamente “ruspe”. E a seguire ogni altra cosa che possa indicare tornaconti e vantaggi particolari, invece di associare a “sviluppo” il termine “comunità”, e a seguire “luoghi”, “paesaggi”, “ambiente naturale”, “beni comuni”.

Che accada per superficialità, leggerezza, incompetenza, ignoranza o per mera scelleratezza, o che in ciò non vi sia nulla di formalmente illegittimo, la sostanza che ne deriva è un costante, irrefrenabile sfruttamento dei territori montani ancora intatti, spesso con autentiche devastazioni di ambienti naturali peculiari e identitari per quei territori, considerati né più né meno come spazi vuoti da riempire e mettere a valore (questa è la loro “valorizzazione”) per applicarvi un prezzo di vendita (uno skipass, ad esempio) e trarne una rendita.

Tutto ciò senza porsi limiti, senza farsi domande, senza porsi dubbi sulla legittimità politica, civica, culturale di tali interventi, come fossero la manifestazione di una verità assoluta che fa di un patrimonio collettivo e dei suoi beni comuni un ambito sostanzialmente privatizzato da sfruttare a piacimento – visto come quasi sempre tali opere commissionate da enti pubblici producano vantaggi soprattutto a soggetti privati.

È un assalto ormai costante, tambureggiante, apparentemente irrefrenabile. Già, perché solo la sensibilità diffusa derivante dal nostro senso civico di cittadini, persone, donne e uomini sinceramente appassionati di montagne può contrastare quell’assalto e impedirlo, come molti vicende hanno dimostrato. Forse dobbiamo solo fermarci un attimo e riflettere su ciò che vediamo e constatiamo, capendo che cose del genere sono sempre “affare nostro”, ci coinvolgono sempre e comunque perché toccano e consumano un nostro patrimonio collettivo e perché ogni indifferenza al riguardo è uno stimolo in più regalato a quei soggetti per perpetrare il loro assalto e la devastazione alle montagne. Fermarci un attimo, osservare, comprendere, riflettere. E agire non con «cieca opposizione al progresso ma in opposizione al progresso cieco» come disse già un secolo fa John Muir. Senza più remore, se queste nostre montagne le vogliamo salvare da un degrado altrimenti inevitabile e, forse, irreversibile.

“La Montagna del futuro” e la difesa delle Cime Bianche sul TGR della Valle d’Aosta

L’onda lunga delle impressioni derivate dall’incontro dello scorso sabato 23 maggio ad Aosta dal titolo “La Montagna del futuro: abitare il cambiamento” sta continuando a fluire: oltre ai numerosi articoli usciti sulla stampa e sui quotidiani on line, anche il TGR valdostano se n’è occupato con un servizio che ha provato a riassumere i temi e le tante considerazioni emerse dalla serata, nel quale trovate anche gli interventi di Nicola Pech e del sottoscritto.

Il servizio è al minuto 13’35” (cliccate sull’immagine per attivare il link):

Ringrazio molto i cronisti della sede RAI di Aosta per essere intervenuti all’incontro e averne dato testimonianza.