Il bosco è un popolo “ultradimensionale”

[Foto di Sebastian Engler su Unsplash.]
Camminiamo nel bosco, io e Loki. Sono le 20 passate, ci siamo solo noi. L’aria è ferma, gli unici suoni udibili sono quello sommesso dell’acqua che scorre nel ruscello più a valle e i cinguettii assortiti degli uccelli nascosti tra le foglie. Altrimenti, la quiete sarebbe quasi assoluta.

Siamo circondati dagli alberi, l’unico segno qui che non sia espressione e rappresentanza del regno silvestre è l’esile traccia di sentiero che stiamo percorrendo. Gettando lo sguardo nel profondo del bosco, la visione dei tronchi così numerosi mi generano in mente l’immagine di un popolo in attesa o in contemplazione di qualcosa che sta in cielo o chissà dove, vitale ma immobile o, forse, dinamico in modi per noi imperscrutabili. Comunque accogliente nei miei confronti, niente affatto minaccioso come a taluni risulta il bosco quando lo si percorra in solitudine.

Anzi.

A volte, nei testi che trattano il tema della ricerca di civiltà extraterrestri, viene segnalata la possibilità che l’eventuale contatto sarebbe difficile, se non impossibile, nel caso che gli alieni esistessero in un’altra dimensione o universo parallelo al nostro: è la cosiddetta ipotesi parafisica, che riconduce alla teoria del multiverso. In pratica: gli alieni potrebbero essere già qui tra noi ma sarebbe impossibile incontrarli e interagire reciprocamente, almeno fino a che non si troverà il modo di passare da un universo all’altro. Un tema, peraltro, sul quale la letteratura fantastica e quella fantascientifica, con tutti i loro derivati, hanno prodotto innumerevoli opere.

Ecco: mi viene da pensare che, sotto certi aspetti, quegli alieni “ultra dimensionali” potrebbero essere proprio gli alberi. Sono qui in mezzo a noi ma non li consideriamo granché se non attraverso una visione meramente estetica di matrice romantica o tramite afflati più emozionali che altro – intriganti, senza dubbio, ma piuttosto vacui; in effetti per molte persone è come se fossero invisibili o tutt’al più oggetti materiali inanimati sparsi qui e là nel mondo (il che non fa molta differenza con l’invisibilità). Sono organismi viventi che la scienza conferma sempre più essere pure intelligenti e senzienti ma in modi totalmente differenti dai nostri e dalla gran parte delle altre creature che abitano con noi la Terra; utilizzano anch’essi sostanze vitali terrestri quali l’acqua e l’aria ma attraverso processi biologici che nulla hanno in comune con i nostri; tra di loro comunicano – altra evidenza ormai provata dalla scienza – ma noi non siamo in grado di percepire nulla dei loro discorsi; persino quando ci sembrano morti in realtà spesso non lo sono e “resuscitano”, a modo loro. Le reciproche dimensioni di vita, comuni solo per il fatto che gli alberi sono visibili e tangibili, sembrano per qualsiasi altra cosa diverse e lontane. Non possiamo sapere se gli alberi detengano altre facoltà intellettive, se magari padroneggino la telepatia o conoscano verità ontologiche che noi nemmeno immaginiamo. Magari i loro rami si protendono così verso l’alto, verso il cielo, non solo per ragioni biologiche ma perché tramite di essi gli alberi sanno captare messaggi alieni e dialogare già da millenni con altre civiltà sparse per l’Universo, loro sì e non noi con le nostre supertecnologiche antenne che brancolano nel buio infinito del cosmo. Che ne possiamo sapere? In fondo, come rimarca spesso Stefano Mancuso, che di neurobiologia vegetale è tra i massimi esperti al mondo, noi umani in quanto tali siamo sulla Terra da 400 mila anni, le piante vi proliferano da ben 450 milioni di anni. Hanno avuto tutto il tempo per imparare a conoscere i massimi sistemi molto più che noi Sapiens, in effetti. Chi può negarlo?

Bene, è ora di rientrare verso casa. Nonostante il Sole sia già sceso oltre i monti ad occidente il cielo permane luminosissimo, quasi abbagliante. O forse gli occhi si erano ormai abituati alla penombra silvestre. Chissà se e cosa avranno pensato, gli alberi, di noi due strane creature che vagavano tra di loro, un bipede con arti prensili ricoperto di tessuti colorati e un quadrupede peloso col naso incollato al terreno ad annusare ogni cosa… chissà che commenteranno, tra di loro.

La fobia strisciante (per le “corde”)

[Foto di Dale Nibbe su Unsplash.]
Appena riemergo dall’ombra del bosco con il segretario Loki, sul sentiero percepisco qualcosa che si muove. Che striscia, anzi.

Di primo acchito mi spavento e spingo avanti Loki rudemente temendo che con le zampe possa schiacciare quella che potrebbe essere una vipera; in realtà il segretario a forma di cane nemmeno si accorge della presenza serpeggiante che intanto sta già sparendo nella vegetazione a lato del sentiero. Tuttavia, passata l’apprensione iniziale, faccio in tempo a riconoscere di chi si tratta: è un orbettino.

Un povero orbettino, già. Mi viene spontaneo voltarmi come a volergli chiedere perdono (ma è già scomparso) per come lo abbiamo messo in pericolo e soprattutto pensando alla malasorte evolutiva che ha colto la sua specie. Voglio dire: l’orbettino è creduto da chiunque se lo veda davanti – salvo che dagli esperti, ovviamente – un serpente, cosa che non è affatto dato che è un sauro, una lucertola in buona sostanza, che però nel corso dell’evoluzione ha perso le zampe così ritrovandosi suo malgrado a far parte della categoria di creature viventi più disprezzata in assoluto. Quando invece è giovane e non ancora cresciuto in lunghezza molti lo scambiano per un grosso verme, altra categoria animale assai repulsiva. Peraltro alcune vecchie credenze popolari lo pensavano cieco (da cui il nome popolare) e per questo velenoso per autodifesa, cosa del tutto falsa: gli occhi li ha mentre il veleno per nulla. Non solo: dai serpenti, con i quali viene confuso, è pure predato – in primis dai colubri, altra presenza che non di rado incrociamo, qui nei boschi (e con i quali personalmente ho un rapporto di cordiale indifferenza). Insomma: una batteria di scalogne non indifferenti, il povero orbettino.

Ho letto di un proverbio africano che così recita: «Chi ha visto un serpente di giorno, di notte ha paura di una corda» Verissimo. A volte però, da questa parte del mondo, sembra quasi che abbiamo paura delle corde di giorno anche più dei serpenti di notte, che d’altro canto non vediamo e dunque non temiamo. O li temiamo ma in forza di una ofidiofobia del tutto indotta e irrazionale che ci terrorizza ben oltre i suoi stessi limiti naturali: così le povere creature striscianti, per natura tra le più furtive, continuano a portarsi appresso lo stigma demoniaco della Genesi, sotto forma di fobia diffusa e quasi sempre immotivata. Anche quando non sono affatto serpenti, appunto.

[Albrecht Dürer, Il peccato originale, 1504.]

La necessità del cortocircuito

Ultima sera di giugno, estate ormai acquisita, ma sembra fine settembre se non oltre.

Piove, l’aria è fresca. Nuvole grigie nascondono le vette delle montagne qui intorno mentre più in basso si sfilacciano in drappi nebbiosi che s’impigliano alle cime degli alberi, ombrando il paesaggio che altrimenti sarebbe inondato di luce e di calore.
Non ho sbagliato nell’indossare il gilet sopra la tshirt, la temperatura lo richiede, mentre Loki se la gode per questo frammento d’autunno inopinatamente caduto dal cielo nel mezzo dell’impeto estivo fino a qualche ora fa imperante – e che tornerà a breve a tiranneggiare, inesorabilmente.

In effetti è bello vivere questi cortocircuiti inaspettati, e non solo per il sollievo climatico che regalano. Ribaltano per qualche momento l’ordinarietà, generano l’inaspettato nel prevedibile, rimarcano – o illudono – che non tutto e non sempre va preso per scontato, anche quando verrebbe difficile non farlo. Bisognerebbe cortocircuitare spesso la visione del mondo nel quale viviamo: ribaltarne il punto di vista, metterlo sottosopra per capire se sta comunque in piedi oppure no, osservare una cosa che pare bianca e poi andare dalla parte opposta per osservarla da là e constatare se invece non appare nera.

Invece spesso questi cortocircuiti li viviamo con fastidio, qualcosa che non doveva accadere e che mette in discussione la “norma” sulla quale costruiamo le nostre certezze, a volte fin troppo comodamente. Sono irregolarità, certo, ma che in fondo definiscono ancora meglio la regola. Oppure che ne rivelano l’infondatezza. In ogni caso qualcosa di positivo e utile, per capire meglio il mondo e capirci meglio in esso.

Fa bene Loki a godere di questi momenti, devo seguire il suo “consiglio”. Già domani, forse, il caldo asfissiante tornerà a bollire ogni cosa e la luminosità lividamente abbacinante del paesaggio ci farà rimpiangere le ombre fresche e madide di quel sottosopra inatteso e speciale in un’ordinaria giornata estiva.

Riconnessione alla Valle della Pietra

Un paio d’anni fa ho scritto e pubblicato qui sul blog un testo nel quale raccontavo di quanto fosse “potente” il paesaggio dell’alta Valle del Bitto di Gerola, laterale della Valtellina ove questa, verso occidente, si conforma nella Valle della Pietra che a sua volta, più in quota, si divide nella Valle dell’Inferno e nella Valle di Trona. Un territorio alpestre di bellezza decisa e conturbante, di vette che strisciano contro il cielo apparendo ben più elevate di quanto siano, di rocce che raccontano storie di avvincenti duelli geologici iniziati in ere lontanissime, di acque che risuonano la loro vitalità in quasi ogni minima piega del terreno, di angoli che sembrano sul ciglio dell’infinito e altri invece misteriosi, arcani, avvolti e celati nelle pieghe della montagna la cui eventuale scoperta diventa subito segreto prezioso nel cuore e nell’animo del visitatore.

Così scrivevo, al tempo. Poi, in Valle della Pietra ci sono tornato qualche giorno fa e… non posso che confermare ciò che ne ho scritto. Veramente lassù, a mio modo di vedere e sentire, c’è uno dei paesaggi che come pochi altri potrei restare a contemplare per un tempo illimitato senza mai stancarmi (e io questa cosa la potrei fare con qualsiasi paesaggio, dunque l’asticella personale al riguardo è molto alta): ciò perché la sua dinamicità geografica gli conferisce una dote di inopinata vitalità e al contempo di sorprendente accoglienza, nonostante le aspre rupi (come si sarebbe detto una volta) che sovente caratterizzano i corpi montuosi i quali racchiudono la valle verticalizzandone la percezione morfologica. È un quadro paesaggistico fenomenale, armonioso in ogni sua parte, la cui visione nulla ha di che invidiare a panorami alpini ben più elevati e rinomati. Un luogo possente con il quale ci si può intessere una relazione altrettanto forte, vitale, che solletica e sollecita la mente fino a instillare la sua grandiosità nell’animo di chi vi si immerga. Ci si sente quanto mai elementi vivi della Terra sulla quale ci si muove e quanto mai fluidamente immersi nel cielo sovrastante: respirando a pieni polmoni si inala una purezza alpestre ancestrale, primigenia, qualcosa di oltre modo benefico e necessario.

Eppure è una vallata alpina come innumerevoli altre, alla fine. Ma con un Genius Loci vigoroso e selvaticamente vibrante come invece molte valli di grande bellezza non hanno ormai più, silenziato e scacciato da troppe cose superflue messe al servizio di chi non desidera più relazioni autentiche con i luoghi in cui si trova ma pretende solo tresche meramente ludiche. Be’, tant’è. Ognuno è libero di vivere la montagna come crede e anche di non viverla: c’è chi alla bellezza ci mette «una pietra sopra», e chi come me “sopra” alla Pietra – nel senso di Valle – ci va, vi ascende fino alle terre più alte, fino a che il panorama si amplia per accogliere più cielo possibile, fino a che ci si sente bene come in pochi altri posti.

(La foto in testa al post è mia ed è brutta, lo so. D’altro canto è fatta con un cellulare peraltro vecchiotto e io non sono un fotografo.)

La libertà del/nel bosco

[Foto di Larisa Koshkina da Pixabay.]

A partire dagli undici anni, trascorrevo molto tempo nei boschi, alla scoperta di non so cosa. Spesso partivo la mattina in bici con un panino e un termos, per non tornare che la sera. Ricordo che avevo scoperto in mezzo alla foresta, lontano da case, strade e sentieri, un laghetto dove mi ero costruito un rifugio. Passavo ore lì a osservare, fiutare, esplorare un angolo di natura selvaggia dove non veniva nessuno, e dove mi piaceva immaginare che nessuno tranne me avesse mai messo piede. In ogni caso non ho mai incontrato anima viva intorno a quel laghetto sperduto, cui non conduceva alcun sentiero. Ero solo e mi sentivo straordinariamente bene. Non avevo sempre bisogno di compagnia per sentirmi felice. Anzi. Oggi direi che ero felice perché mi sentivo libero, perché potevo andare dove mi pareva, perché nessuno mi diceva cosa fare e cosa non fare, ma anche perché, suggestionato dalle storie di indiani – piuttosto che di cowboy – dei romanzi di Fenimore Cooper e altri, immaginavo di essere fuori dal mondo quotidiano e tristemente reale (…) Le ore e i giorni trascorsi in solitudine nella foresta di Åseda sono sicuramente stati uno momento di libertà importante e formativo nella mia vita. E’ probabile che avrei trovato altre vie di fuga e altri margini dove inscrivere la mia indipendenza, se fossi vissuto in una grande città. Ma sarebbe stato molto più difficile scoprirli da solo.

(Björn LarssonBisogno di libertàIperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, pag.22/25)

Anche io, come Larsson e con in mente l’esperienza filosofica di Thoreautrovo da sempre il bosco come uno dei luoghi dentro il quale mi sento più a casa, se così posso dire. Un ambito non solo possentemente naturale, protettivo, vitale, non solo bio-logico e antropologico ma anche culturale, in senso filosofico e non solo. E non è un caso che lo scrittore svedese ne parli in un libro dedicato al concetto di libertà e al bisogno di essere – non sentirsi, essere – liberi: che cos’è la libertà se non una delle più alte e consapevoli forme di cultura?
E dove si è liberi, e d’una libertà garantita, per così dire, anche dal poter starsene al riparo dalle cose spesso torbide del mondo, se non in ciò che possiamo riconoscere come “casa” – la quale non è solo, ovviamente e banalmente, il luogo con un tetto e quattro mura dove risiediamo?
Ecco, appunto.