Record di TIR sulle autostrade italiane: perché si lavora tanto o perché ci si cura poco di vivere bene?

[Code di mezzi pesanti sull’Autostrada A22 del Brennero. Immagine tratta da www.ilnordestquotidiano.it.]
Alla lettura del recente documento riservato di Autostrade per l’Italia (ASPI) – riportato da “Il Sole 24 Ore” e poi da “Il Post”, secondo il quale nel 2023 c’è stato il record assoluto di mezzi pesanti che hanno circolato sulle autostrade italiane, probabilmente qualcuno se ne rallegrerà, penserà che è una bella notizia, che è il segno dell’operosità dell’industria italiana – come più d’una volta m’è capitato personalmente di sentire: più mezzi pesanti circolanti, più merce prodotta, più lavoro. Evviva!

Io invece trovo che sia la prova provata del fallimento del sistema infrastrutturale italiano, che da decenni trascura la logistica intermodale e ferroviaria, sviluppata invece da tutti i paesi confinanti, per rendere sempre più dominante il trasporto delle merci su gomma, costruendo nuove strade e evitando accuratamente di fissare limitazioni alla circolazione – come di nuovo fatto dai paesi vicini. Risultato inevitabile: più strade, più mezzi pesanti, più traffico, più inquinamento, più disagi per i territori che ospitano le arterie maggiormente utilizzate dal trasporto merci e, di contro, linee ferroviarie pessime, al netto dell’alta velocità che fa tanto immagine. Chiedete ai pendolari, vi sapranno dire bene al riguardo.

Peraltro, che la realizzazione di più strade non serva a diminuire e diluire il traffico ma invece lo aumenti – come postula il noto paradosso di Braess – è dimostrato dai dati del transito sull’autostrada Bologna-Firenze, che dal 2015 è stata raddoppiata con la cosiddetta “variante di valico”: nel 2023 il traffico dei tir è aumentato del 17,1 per cento rispetto al 2007.

È una situazione che si ripercuote per molta parte sulle regioni alpine, in tal senso più delicate dal punto di vista ambientale, dato che i valichi che attraversano le Alpi risultano fondamentali per le esportazioni italiane (come spiega di nuovo “Il Post” qui e come ho scritto più volte io, anche di recente su “L’AltraMontagna”): lo palesa il dato dell’autostrada che più di ogni altra ha visto aumentare il traffico di mezzi pesanti, la Venezia-Belluno, con il 36,7 per cento di mezzi pesanti in più rispetto al 2007. Ciò in quanto da tale arteria passano i TIR che vogliono evitare le limitazioni di transito verso l’Austria vigenti sull’autostrada del Brennero, i quali così intasano, inquinano e degradano una zona alpina di gran pregio come quella delle Dolomiti bellunesi e dei territori circostanti. Tuttavia anche qui, nonostante la matematica del paradosso di Braess non sia un’opinione, la politica locale pensa solo a costruire nuove strade invece di gestire meglio e regolamentare il traffico in transito a beneficio innanzi tutto degli abitanti dei territori interessati. Ma forse, temo, ciò equivale a chiedere a un astemio di stilare una classifica dei migliori vini sul mercato, ecco.

D’altro canto, è proprio grazie al disinteresse e all’incompetenza di lungo corso della politica italiana se il paese si ritrova in questa situazione che solo uno stolto potrebbe pensare come “positiva” per l’industria nazionale, non capendo che invece per la produzione industriale rappresenta un grande handicap e al contempo genera un disagio notevole – e per certi aspetti pericoloso – per i cittadini.

Dunque? Andiamo avanti così come nulla fosse? O magari finalmente pensiamo a spostare una buona parte delle merci sulla rotaia, recuperando almeno un po’ sull’arretratezza che ci contraddistingue rispetto ai paesi confinanti, liberando le strade dai mezzi pesanti e i polmoni dallo smog?

L’unica via percorribile verso il futuro, per le località dove si scia(va)

Se da un lato un ente scientifico inappuntabile come MeteoSvizzera certifica che anche quest’anno il trend a temperature stagionali oltre la norma si è confermato di nuovo, portando a quello che sarà uno degli inverni fra i più caldi registrati (e le intense nevicate di questi giorni non sono affatto un fenomeno che smentisce il trend climatico in corso, anzi, paradossalmente lo conferma), dall’altro lato l’Osservatorio Turismo di Confcommercio rileva che, a causa delle condizioni dell’innevamento che rappresentano un’incognita sempre più rilevante e difficile da controllare, in montagna d’inverno si fanno avanti nuove tendenze: per il 62% dei turisti ferie brevi e solo uno su tre farà sport.

Questa situazione ormai incontrovertibile rende sempre più evidente e necessaria, nelle località turistiche invernali fino a oggi vocate allo sci, la transizione verso forme di frequentazione ben più consone alla realtà in divenire e logiche rispetto ai rispettivi contesti territoriali. Ciò non significa che non si debba più sciare ma che, inevitabilmente, lo si possa fare in quei comprensori dotati di una geografia favorevole e capaci di implementare la propria sostenibilità sia in senso ecologico (dunque anche ambientale) che economico (dunque anche sociale), mentre gli altri comprensori devono e dovranno saper elaborare un’offerta turistica non più sciistica e mirata tanto ad attività adeguate alle proprie peculiarità territoriali quanto a ciò che, come rilevato (e non da oggi), risultano le nuove tendenze richieste da quel pubblico che ormai ha capito che non sia più il caso di sciare (con quello che oggi costa, per giunta) e tuttavia vuole continuare a frequentare le montagne.

[Foto di G.C. da Pixabay.]
In tal senso, dunque, non si tratta solo di una questione meramente legata alla sopravvivenza delle attività commerciali attive nelle località turistiche montane ma, a monte, di un tema culturale in ottica turistica: ovvero di mantenere vivo un turismo, non solo invernale, che risulti non più impattante e degradante com’è ancora oggi ma idoneo al contesto montano e parimenti in grado di assicurare ai luoghi un importante sostegno economico, non più univoco, discriminatorio e monoculturale come accadeva prima (e come è stato lo sci alpino fino a oggi) ma inserito in una visione di sviluppo territoriale ben più ampia e articolata, ciò anche per salvaguardarne beneficamente la parte umana che sui monti vive, da autoctono o da neomontanaro, e lavora, tanto nel settore turistico quanto nell’indotto oppure altrove.

Questa io credo sia l’unica via che quelle località la cui natura sciistica risulti viepiù insostenibile hanno da percorrere per “salvarsi” o, se preferite, per elaborare la più adeguata resilienza attuale e futura. Non vedo alternative se non molto più rischiose, irrazionali e deleterie, francamente.

REMINDER! Questa sera alle 20.45 a Olginate… “Il male non esiste”!

Vi ricordo l’appuntamento di questa sera, alle ore 20.45 presso il Cinema Teatro Jolly di Olginate (Lecco), presso il quale sarò ospite di “NPC Magazine” per parlare di montagne, ambiente, turismi e turistificazioni in occasione della proiezione, nell’ambito del cineforum in corso, del film Il male non esiste, del regista giapponese Ryûsuke Hamaguchi, Leone d’Argento all’80a Mostra del Cinema di Venezia.

Vi aspetto: sarà una buona occasione per vedere un gran bel film e chiacchierare insieme di montagne e natura!

Cliccate sull’immagine per saperne di più.

Lo sci sul Monte San Primo e lo “sputtanamento” di Bellagio

Posto che ormai anche i pinguini imperatore (Aptenodytes forsteri) della Terra Vittoria, nell’Antartide Orientale, sono ben consci di quanto sia dissennato il progetto “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor” con il quale si vorrebbe riportare lo sci sul Monte San Primo, a 1100 m di quota dove non nevica più e non fa nemmeno così freddo per produrre e mantenere al suolo la neve artificiale, spendendo con annessi e connessi 5 milioni di Euro di soldi pubblici (lo sanno, i pinguini dell’Antartide, anche grazie al recente articolo – ultimo di una lunghissima serie pubblicata sulla stampa italiana e internazionale – apparso sul numero di febbraio della prestigiosa rivista geografico-scientifica “National Geographic Italia”, lo vedete lì sopra; cliccate sulle due immagini per ingrandirle), e posto che il Monte San Primo si trova nel territorio comunale di Bellagio, una delle località italiane più note nel mondo, viene da chiedersi se gli amministratori pubblici che sostengono quel folle progetto – Regione Lombardia, la Comunità Montana del Triangolo Lariano e soprattutto il Comune di Bellagiosi rendano conto di quale danno d’immagine stiano arrecando al loro territorio e a Bellagio in primis, appunto, con tutta la cospicua rassegna stampa che ormai a livello planetario sta evidenziando e denunciando la dissennatezza e la pericolosità del progetto.

Non ce n’è stata una, di testata d’informazione italiana o internazionale, che non abbia descritto ciò che si vorrebbe fare sul San Primo con toni estremamente critici – ad eccezione di un articolo di qualche tempo fa de “La Verità” il quale tuttavia era così poco chiaro e scarsamente convinto di ciò che sosteneva da risultare alla fine una delle testimonianze migliori contro il progetto – e tutte, ovviamente, accostano al progetto del San Primo e alle sue insensatezze il nome di Bellagio, che in questo modo ne viene inesorabilmente coinvolto: una località così bella e rinomata sulla cui montagna si vorrebbe realizzare un progetto tanto assurdo e degradante. Fatte le debite proporzioni, è un po’ come se a Venezia, in prossimità di Piazza San Marco, volessero costruire un luna park pretendendo che il fascino del luogo resti inalterato nonostante da più parti se ne denunci l’insensatezza.

Se gli amministratori del Comune di Bellagio e al loro seguito quelli della Comunità Montana del Triangolo Lariano se ne rendessero conto, del danno d’immagine potenziale cagionato dal progetto sciistico sul San Primo, e comunque perpetrassero i loro obiettivi, la questione assumerebbe contorni veramente malvagi, non più solo scriteriati. Significherebbe che gli amministratori suddetti sceglierebbero scientemente di mettere alla berlina il proprio territorio agli occhi del mondo pur di ottenere i propri fini e i relativi tornaconti.

Se invece non se ne rendessero conto – evenienza inopinata, visto il portato del progetto e le citate reazioni planetarie, ma d’altro canto circostanza auspicabile – sarebbe bene che finalmente gli amministratori bellagini e triangololariani si mettessero seduti, tirassero un respiro bello profondo, liberassero la mente da baggianate ideologiche e strumentali di varia natura e, una volta per tutte, pensassero seriamente a quel loro progetto e alle sue conseguenze. Forse anche più delle solide e numerosissime confutazioni tecniche, scientifiche, giuridiche e culturali ricevute in opposizione al progetto, potrebbero capire quanto sia il caso di tornare sui propri passi e ripensare il tutto nell’ottica di uno sviluppo della frequentazione turistica del Monte San Primo realmente logico, consono al luogo, alle sue peculiarità e alla realtà corrente, equilibrato, sostenibile, dotato di visione a lungo termine e vantaggioso per chiunque, in primis per tutta la comunità locale. D’altro canto, sarebbero vantaggi dei quali gli stessi amministratori godrebbero, per come insieme a quella di Bellagio e del Triangolo Lariano ne gioverebbe la loro immagine, nel presente e nel futuro.

Ecco: riusciranno a rendersene conto, di questa così palese evidenza?

N.B.: per seguire l’evoluzione del “caso San Primo” e difendere la montagna dai folli progetti di infrastrutturazione turistica previsti, avete a disposizione il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”  del quale potete sostenere le attività e parteciparvi. Qui trovate tutti gli articoli da me dedicati al Monte San Primo fino a oggi.

Il flop della funivia tra Cervinia e Zermatt e “l’inaffondabile” Titanic

Non so se, dopo pochi mesi di esercizio, i risultati del “Matterhorn Alpine Crossing” si possano realmente definire «un flop». Certo riscontrare nell’articolo a cui si riferisce l’immagine qui sopra (cliccatela per leggerlo) che «circa 8.000 sciatori hanno risalito il Klein Matterhorn ogni giorno, solo 800 persone hanno preso la cabinovia di collegamento con l’Italia» e dunque che «Una cosa comincia a essere certa: la funivia di tutte le funivie, che avrebbe dovuto funzionare tutto l’anno, dovrà ridimensionare le proprie ambizioni e accontentarsi del turismo estivo» suona molto come un’ammissione di sconfitta, sia morale che ancor più economica: far girare un impianto del genere solo pochi mesi all’anno, al netto di imprevisti, intemperie, manutenzioni eccetera, in buona sostanza significa non ammortarlo e perderci soldi.

D’altro canto, posta la grande enfasi che era stata spesa in occasione dell’inaugurazione dell’impianto quasi fosse la nuova e definitiva “ottava meraviglia” del mondo alpino, quando ho letto la notizia lì sopra mi è venuto in mente – un po’ cinicamente, magari – il Titanic. All’epoca a sua volta definito l’ottava meraviglia del mondo e diffusamente considerato «inaffondabile». Ma sappiamo tutti la triste fine che fece, già.