Vittorio Peretto, “Manifesto di un ecogiardino”

Cos’è un giardino, se non la più compiuta definizione materiale elaborata dall’uomo nei riguardi della Natura da lui abitata? Ma forse non solo materiale: «Per fare un giardino ci vuole un pezzo di terra e di eternità.» scrisse Gilles Clément, uno dei maggiori teorici del giardino in quanto espressione della presenza umana nel mondo (qui trovate la mia “recensione” del suo Manifesto del Terzo Paesaggio), evidenziando anche la presenza di un elemento immateriale, quasi “sacro” nell’azione dell’uomo che crea un giardino – citando indirettamente, Clément, Martin Lutero il quale sosteneva che «Ogni giardino è un libro di Dio».

Ma nel mondo di oggi, nel quale l’uomo che troppo spesso si crede “dio” e per questo si permette di fare tutto ciò che vuole, sovente senza comprendere il portato delle proprie azioni e così cagionando al mondo danni profondi e ignobili, c’è bisogno di fermarsi un attimo e ripensare la nostra presenza rispetto all’ambiente naturale che ci circonda, fin da quelle pratiche che, appunto, ne rappresentano la manifestazione più diretta. Da questi principi – e da molto altro – nasce Manifesto di un ecogiardino, di Vittorio Peretto (Hortensia/Platform Network, 2023), agrotecnico, architetto paesaggista, artista e fondatore dello studio di progettazione ambientale Hortensia Garden Design, opera come altre “tradizionalmente” pubblicata in prossimità del Natale che accompagna il lettore alla scoperta e alla conoscenza di una peculiare «postura nel mondo», ovvero di un cambiamento di prospettiva, responsabile e interessato, che possa agevolare la transizione da “antropocentrico” a “ecoantropocentrico” []

[Vittorio Peretto.]

(Potete leggere la recensione completa di Manifesto di un ecogiardino cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Non volete pagare qualche centinaia di Euro per ammirare il cielo da una “stanza panoramica”? Ecco come fare!

(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 29 febbraio 2024.)

[Immagine tratta da infosannio.com.]

Questo provvedimento, modificato, riconsegna alle nuove generazioni la possibilità di vedere il cielo, di ammirare la Via Lattea: si dà un’opportunità in più per far conoscere l’ambiente montano, non per violarlo.

Così afferma il consigliere regionale del Veneto Marzio Favero nel sostenere la legge, approvata qualche giorno fa, che permette la realizzazione di “stanze panoramiche” di vetro e legno, veri e propri micro hotel di lusso sulle montagne venete anche sopra i 1600 metri di altitudine cioè dove, fino a ora, potevano essere costruiti solo rifugi, bivacchi o manufatti di servizio al territorio, e pure in zone sottoposte a tutela ambientale.

Non c’è dubbio che il consigliere Favero sia certamente un politico competente e preparato, nelle proprie mansioni istituzionali, ma lo manifesti in misura minore – almeno così viene da ipotizzare, leggendo le sue dichiarazioni – nei riguardi dei territori montani, al punto da dover premurosamente svelare al consigliere e a chi sostenga le sue stesse posizioni una cosa che probabilmente ad essi sfugge. In montagna c’è già un posto dal quale poter osservare il cielo, ammirare la Via Lattea e conoscere a fondo l’ambiente circostante: è la vetta. E di vette a disposizione ce ne sono a iosa, certe montagne ne hanno anche più d’una, alcune sicuramente ostiche da raggiungere ma molte altre semplicissime: ci si arriva tranquillamente a piedi, spesso con poca fatica e non si devono spendere qualche centinaia di Euro per soggiornarvi, come di norma richiedono quelle stanze panoramiche in forza dei pacchetti turistici con i quali vengono offerte. Semmai basta una normalissima tenda oppure nemmeno quella, è sufficiente stendersi lassù, sulla vetta liberamente prescelta, e osservare il cielo al di sopra e il paesaggio d’intorno fino a che se ne abbia voglia. Anzi, fino a che ci si senta parte di essi, in relazione profonda con l’ambiente montano e soprattutto in contatto diretto, senza mediazioni, senza infrastrutture artificiali di mezzo che, inevitabilmente, disturbano l’esperienza e ne annacquano il valore peculiare spesso fino a farlo svanire del tutto.

[Immagine tratta da venetosecrets.com.]

Non c’è bisogno di qualcuno o qualcosa che «dia un’opportunità» di fare tutto questo, dunque. Anzi, sostenere ciò significa ritenere le «nuove generazioni» un po’ stupidotte e incapaci di conoscere e relazionarsi con l’ambiente montano senza qualche invenzione di natura commerciale, pur fascinosa che sia… [continua su “L’AltraMontagna”, qui.]

 

Il metodo più efficace per rendere “sostenibile” ogni progetto da realizzare sulle montagne

Di seguito vi verrà illustrato nel dettaglio il metodo migliore e più efficace per rendere “sostenibile” qualsiasi progetto di infrastrutturazione, urbanizzazione, turistificazione, cementificazione, consumo di suolo e altro di simile nei territori montani e di particolare pregio ambientale.

Non è così complicato, basta seguire attentamente i punti indicati:

  1. Prendere un progetto qualsiasi, anche il più palesemente impattante.
  2. Scriverci da qualche parte «sostenibile».

Ecco fatto!

Semplice, vero? Infatti è un metodo già alquanto diffuso e impiegato dagli enti pubblici italiani, che ne possono garantire la notevole efficacia politica e mediatica.

Provateci anche voi se diventerete sindaci, presidenti e assessori di provincia, di comunità montana, di regione, di altri dicasteri, soggetti istituzionali e di governo locale, responsabili di società che operano per conto del pubblico, eccetera. Ne trarrete una gran soddisfazione, garantito!

(Per leggere l’articolo al quale si riferisce l’immagine in testa al post, cliccate qui. Per leggere invece altre considerazioni interessanti sul tema, cliccate qui.]

Il turismo delle motoslitte, su “Il Dolomiti”

Ringrazio molto “Il Dolomiti” che in un articolo del 25 febbraio scorso ha ripreso le mie considerazioni in merito al “turismo motoslittistico” che di frequente viene proposto sulle nostre montagne come “esperienza” «a contatto con la Natura» e «nell’incanto dei boschi e delle cime innevate». A bordo di una motoslitta, già, quanto di più fastidioso, impattante e inquinante possa circolare in ambiente innevato. Ma vi pare possibile?

Be’, stavolta, a differenza delle altre, le mie considerazioni al riguardo non vogliono essere per nulla costruttive ma molto chiare e inequivocabili. Ecco.

Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo. Invece il post originario pubblicato nel blog lo trovate qui.

Valgreghentino, un “piccolo mondo antico” di grande fascino contemporaneo

Pioviggina, nubi grigie coprono le montagne, veli di foschia vagano nel fondovalle… le condizioni ideali per una bella passeggiata, che io e il segretario personale (a forma di cane) Loki questa volta dedichiamo al piccolo mondo antico di Valgreghentino, in provincia di Lecco, comune adagiato sul boscoso versante abduano del Monte di Brianza nel punto dal quale si può godere la più bella visione del Resegone dal lato della Val San Martino.

Ma attenzione: uso quella definizione “fogazzariana” non per sostenere che Valgreghentino sia un luogo fuori dal tempo, dunque con accezione negativa. Voglio invece rimarcare come Carghentin (il toponimo locale, sì) se ne stia tranquillo nella sua bella valletta boscosa al di fuori di quel tempo che connota la nostra contemporaneità e corre fin troppo veloce, se non proprio frenetico, lungo la trafficata strada provinciale 72 che da Lecco costeggia l’Adda e scende verso la Brianza meratese tra innumerevoli capannoni industriali – altro segno del tempo corrente e della poca armonia di tali insediamenti, pur essenziali, con il territorio circostante. Valgreghentino invece da questo tempo iper contemporaneo se ne sta un passo indietro, e un poco più in alto, separato e protetto dal rumore laggiù al piano dalla collina morenica della Rocchetta oltre che dai fitti boschi che coprono il Monte di Brianza appena oltre le case del paese, regalando un “piccolo mondo” di pace e tranquillità che appare ben più in armonia con il proprio territorio di tanti altri luoghi, pur stando a pochi chilometri dalla caotica Lecco e nel bel mezzo della Lombardia più antropizzata.

L’elemento “antico”, poi, è dato al “piccolo mondo” di Valgreghentino dalla sua storia – qui transitava la romana Via Spluga, che metteva in comunicazione Milano con Lindau transitando dall’omonimo passo – e soprattutto dalla sua urbanistica di matrice rurale, che intorno al centro comunale vero e proprio annovera numerosi piccoli nuclei sparsi spesso in forma di corti, di origine seicentesca e foggia architettonica tradizionale lombarda (quindi di planimetria quadrata, suddivisione interna funzionale al lavoro nei campi con fienili, stalle, alloggi per i “padroni” e i contadini, un unico grande portone d’ingresso, spesso al centro del cortile interno una grande pianta a sua volta tipica del territorio – gelso, caco, tiglio, ciliegio et similia) e dotate non di rado di dettagli di notevole pregio – colonnati, porticati, fregi, ornamenti esterni, eccetera – nonché ciascuna dotata d’un nome assolutamente referenziale nella geografia antropica locale, sovente poi divenuto toponimo identificativo del luogo.

Lasciata l’auto presso Ganza, uno dei nuclei più interessanti in forza della sua origine signorile (certificata dalla presenza, nell’annessa chiesina di San Giuseppe, di una pregevole pala di Andrea Lanzani, datata 1680 dunque coeva al nucleo), io e il segretario Loki percorriamo sotto una pioggia costante ma non fastidiosa – se ben equipaggiati – la sponda destra della valle del Greghentino fino alla zona occupata da alcuni capannoni industriali, l’unica in prossimità del centro comunale contagiata dal “mondo moderno” il quale produce e rumoreggia più cospicuamente laggiù lungo l’Adda, come detto. Questa zona in buona sostanza è l’”altopiano” che divide il bacino del torrente Greghentino, il quale scorre verso nord, da quello di Val Tolsera che invece scende a sud (verso Airuno, i cui abitanti lo chiamano orgogliosamente “fiume”); da questo bordo meridionale saliamo per stradine e un breve tratto di sentiero verso il Santuario della Rocchetta, il cui complesso occupa la sommità della lunga collina morenica che divide Valgreghentino dall’ampio corridoio orografico nel quale scorre l’Adda. La Rocchetta è uno dei luoghi più rinomati e frequentati dai fotografi lombardi, per il panorama che offre del bacino abduano lì dove si distende nel grande piano della Palude di Brivio con a levante la scenografica quinta prealpina che dal Resegone corre lungo la dorsale dell’Albenza verso il Monte Linzone e i colli di Bergamo, e più dietro, a nord, il Coltignone, le Grigne, i monti della Valsassina e quelli sovrastanti il Lago di Como.

Da quassù sono state scattate fotografie che hanno vinto concorsi internazionali, dunque immagino che nonostante la pioggia, anzi, proprio per questo tempo uggioso che fa vagare sulla valle pittoreschi drappi di foschia e nuvolaglie in continuo sfilacciamento creando di continuo visuali panoramiche estremamente suggestive, ci sia su qualcuno con le proprie apparecchiature fotografiche che ne approfitta, oltre a qualche visitatore in passeggiata come noi… Invece no, non c’è anima viva. Incredibile! Non sanno cosa si perdono, quelli che troppo viziati dagli agi della vita odierna rifuggono un po’ di pioggia e di umidità! O forse siamo noi che non avevamo di meglio da fare, oggi, che venire quassù a imbrumarci e infangarci? Be’, in ogni caso, per quanto ci riguarda meglio così. Il luogo s’ammanta, oltre che di foschie erranti, di un’atmosfera fascinosa e surreale, di inopinata quiete, di sospensione solo appena disturbata da rumore del traffico in transito sulla provinciale centocinquanta metri più in basso, proprio ai piedi della scogliera sulla quale si regge il Santuario che è il segno antropico ultimo d’una serie di altri precedenti, con scopi militari, a loro volta di primigenia origine romana – un castrum datato fra il V e il IX secolo d.C. che lassù assiso poteva facilmente controllare tutta la Val San Martino e qualsiasi transito che dalla bergamasca passasse verso Lecco e la Valtellina, rimanendo altrettanto facilmente immune da eventuali arrembaggi ostili.

È un’atmosfera quasi gotica, con la pioggia, le nubi basse, la nebbiolina che vaga sopra l’Adda e s’infila nei boschi a monte del paese, la chiesa col suo portico silenti, la “scala santa”, le cappelle votive che paiono lapidi, le statue esangui e grigie come il cielo, gli alberi nella loro scheletrica veste invernale e, appunto, nessuna presenza umana. Le uniche note di colore sono quelle delle case che formano i vari nuclei di Valgreghentino, laggiù oltre il piano, e il verde dei prati, ravvivato e lucidato dalla pioggia, che di contro rende più cupa l’ombrosità silvestre d’intorno.

Torniamo verso valle, io e Loki, e tagliando per quei prati madidi e odorosi di buona terra puntiamo su Miglianico, altro affascinante nucleo rurale poco a monte del centro di Valgreghentino, dalle cui vie s’intravedono edifici rurali apparentemente disabitati (in effetti su alcuni non manca il cartello «VENDESI») dalla foggia possente e affascinante. Farebbero la gioia di un architetto bravo e competente: preservandone la struttura originaria ne potrebbe ricavare delle dimore spettacolari (ho scritto “competente” perché non di rado i tecnici che mettono mano su tali edifici di pregio combinano dei gran disastri, inevitabilmente deprecabili). Dopo che il segretario Loki si è dilettato in una delle attività da lui preferite e da me irrefrenabili, le abluzioni torrentizie (nel Val Tolsera, in questa circostanza, le cui acque ribollenti delimitano Miglianico a meridione), proseguiamo lungo la strada asfaltata puntando verso il centro comunale e continuando a godere della quiete e della tranquillità che domina il paesaggio, quindi gironzoliamo per le anguste viuzze che caratterizzano il paese sulle quali si affacciano altre belle corti: nota di merito al comune, o a chi per esso, che per ciascuna ha installato dei piccoli pannelli che ne illustrano rapidamente storia e peculiarità, così rimarcandone il valore per il paese e la comunità che lo vive e anima.

Infine puntiamo di nuovo su Ganza, ove ho lasciato l’auto. Per tutto il tempo la pioggia non ha cessato di cadere, d’altro canto mai diventando troppo fastidiosa. Alla fine diventa essa stessa parte del paesaggio e del suo godimento, il rumore leggero delle gocce cadenti sul terreno si intona con il sottofondo generale – d’altronde Valgreghentino è anche luogo d’acque, diffusamente elargite dal Monte di Brianza – ravvivando le percezioni sensoriali e al contempo facendo di questi momenti qualcosa di più intimo, più genuino – vuoi anche per la solitudine che ci ha scortato per quasi tutto il cammino. Meglio soli che male accompagnati, come recita il noto detto? Non saprei, viceversa so per certo ormai che a volte non è meglio il Sole di questi tempi uggiosi, per molti tristi, noiosi, che invece sanno regalare inusitate suggestioni a chi decida di farne, invece che un motivo di fastidio, una fonte di complessità, di trasformazione delle cose più ovvie e ordinarie in altre che l’imprevedibilità rende fascinose e, alla fine, più memorabili. Così il “piccolo mondo antico” di Valgreghentino diventa un luogo a suo modo grande per quanto appaia ricco di proprie peculiarità, importanti oppure minime ma comunque referenziali, di un’anima singolare e viva, a suo modo speciale, nonché un posto niente affatto fuori dal tempo, anzi: forse è proprio qui che il tempo scorre nel modo più naturale e benefico e tale lo si può percepire, non altrove dove la sua corsa genera fretta, affanno e nervosismo. Basta risintonizzarsi su quel ritmo più genuino e vitale e Valgreghentino aprirà la sua anima così particolare, così peculiare al visitatore, ne sono certo.

N.B.: ad eccezione di quella in testa al post le foto le ho fatte io, che non sono un fotografo, con uno smartphone che non è certo all’ultimo grido, dunque non sono nulla di che. Non ne abbiate a male.

N.B.#2: la Pro Loco di Valgreghentino presenta sul proprio sito un percorso di visita storico-culturale del paese e delle sue frazioni, che trovate qui.