Questa sera, alle ore 20.45 presso la Sala Besta della Banca Popolare di Sondrio – in Via Vittorio Veneto n°4 a Sondrio – avrò il gran piacere e l’onore di presentare il mio ultimo libro Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne anche al pubblico di una terra, la Valtellina, che in tema di grandi dighe e di conseguenti paesaggi idroelettrici è la regione più paradigmatica della Lombardia e tra le più importanti delle Alpi italiane. A rendere interessante e ancora più coinvolgente l’incontro, avrò l’onore di avere accanto Michele Comi, guida alpina della Valmalenco e grande conoscitore delle montagne valtellinesi, e in qualità di moderatore Angelo Costanzo, Presidente del Centro Culturale “Oltre i muri” che organizza la serata.
Partendo dai temi che ho trattato nel libro e in primis dalla relazione tra le montagne e le genti che nel corso del Novecento le hanno ampiamente antropizzate nel corso di un processo storico per il quale le dighe hanno rappresentato gli elementi più grandi in assoluto – sia materialmente che immaterialmente, per come hanno trasformato i territori, le geografie umane e i paesaggi – l’incontro sarà l’occasione per riflettere sul presente e sul futuro prossimo di quella relazione fondamentale, sulla gestione politica dei territori montani e delle risorse in essi presenti, sulle visioni necessarie alla salvaguardia tanto degli aspetti ecologici quanto di quelli economici del territorio valtellinese il quale, come detto, ha rappresentato dal punto di vista dell’infrastrutturazione idroelettrica un ambito estremamente emblematico in passato ma lo può ben rappresentare anche per gli anni prossimi ancor più in forza della realtà ambientale in divenire.
Una buona occasione, insomma, per riflettere insieme sul futuro – anche politico, ma non solo – delle nostre montagne e delle comunità che le abitano senza mai dimenticare l’inestimabile valore socioculturale che possiede la bellezza del territorio e dei suoi paesaggi.
Appuntamento dunque a questa sera: per chiunque sia della zona o nei paraggi, sarà un piacere accogliervi, presentarvi il libro e chiacchierare insieme sui temi citati e su ogni altra cosa correlata ci sembrerà interessante disquisire.
Per saperne di più su Il miracolo delle dighe – che troverete in vendita nel corso della serata – cliccate sull’immagine qui sotto:
N.B.: la galleria nel post vi presenta una selezione di immagini di alcune delle più significative “grandi dighe” della Valtellina e della Valchiavenna.
Grazie di cuore alla redazione di Unica TV che nell’edizione di Sondrio del TG di ieri, 7 novembre, ha dato notizia (cliccate qui sopra) della presentazione de Il miracolo delle dighe che si terrà domani alle 20.45 presso la Sala Besta della Banca Popolare di Sondrio, in Via Vittorio Veneto 4 nel centro del capoluogo valtellinese, a cura del Centro Culturale “Oltre i muri”, con la prestigiosa presenza di Michele Comi e la moderazione di Angelo Costanzo.
Attraverso la presentazione del libro, domani sera vi proporrò un affascinante viaggio attraverso le Alpi, in particolar modo quelle della Valtellina, osservate da un punto di vista particolare e “alternativo”, quello offerto dal coronamento delle grandi dighe alpine e dalla loro presenza storica, culturale e antropologica nelle vallate montane.
Se potrete e vorrete esserci, sarà per me un piacere incontrarci e chiacchierare insieme!
Per saperne di più sul libro, che ovviamente sarà disponibile alla vendita nel corso della serata, cliccate qui sotto:
In molti paesi mancano le scuole, ci sono pochi bambini e adolescenti, non c’è la posta, un bancomat, un benzinaio, nemmeno un piano di mobilità. Le famiglie in qualche modo devono arrangiarsi perché le progettazioni si indirizzano verso la trasformazione di case in strutture di ricezione turistica o in alberghi diffusi. Ecco il motivo del fallimento di molte progettualità calate dall’alto, che non hanno mai interpellato la comunità e i paesani.
La performance turistica batte su tutti i fronti i progetti incentrati sulla creazione di lavoro, di infrastrutture, sulla manutenzione degli spazi pubblici e sull’edilizia scolastica, o più semplicemente attività formative ed educative per i bambini e gli adolescenti: biblioteche, ludoteche, sale prove o palestre, campi sportivi, spazi espositivi, computer, skate park.
Occuparsi soltanto dell’aspetto turistico elude la questione dei diritti. Gli interventi legati alla performance turistica, oltre che generare mostri, generano sfiducia negli abitanti che si sentono sempre più esclusi. Le comunità, i paesani, nella maggior parte dei casi non vengono mai interrogati. C’è questo pregiudizio orribile e fastidioso. La promessa di sviluppo, di innovazione, di crescita economica in un paese che magari viene documentato arretrato è lo specchietto per le allodole di amministratori che dovrebbero tutelare e non esporre il comune all’esibizione e allo sfruttamento dell’immagine.
In poche righe, compendiando in maniera tanto obiettiva quanto illuminante la realtà dei fatti, Anna Rizzo descrive la situazione di molte località italiane, considerate dai loro amministratori locali (!) solo come spazi da turistificare, consumare e vendere a quanti più clienti possibili, siano essi immobiliaristi, imprenditori, tour operator, turisti, con la scusa, ripetuta immancabilmente come un mantra, dello “sviluppo del territorio”. Invece, in questo modo la sola cosa che viene sviluppata, e in crescendo, è la velocità della crisi – economica, sociale, culturale, identitaria oltre che ambientale – di quei luoghi. Tanto poi gli amministratori suddetti finiti i loro mandati se ne vanno altrove, magari vengono pure promossi a cariche politiche e istituzionali superiori – l’ipocrisia fa curriculum, in questo paese dalla memoria cortissima – e pure i turisti rapidamente si dileguano dai luoghi ai quali è stata soffocata l’identità e l’anima. Restano gli abitanti, sempre più abbandonati, derelitti, alienati. Che magari si beccano pure l’accusa di non amare il proprio paese – privato nel tempo di scuole, poste, banche, medici di base, trasporti pubblici… – e di abbandonarlo, spopolandolo.
Ma l’importante in questi luoghi è «fare sempre qualcosa per il turismo» (cit.), no?
N.B.: potete leggere la mia “recensione” al libro di Anna Rizzo qui.
Ricevo da Luigi Casanova – Presidente onorario di Mountain Wilderness Italia e figura di riferimento ed esperienza fondamentali per quanto riguarda i temi legati al mondo della montagna, ambientali e non solo, che ho la gran fortuna di conoscere – e rilancio qui la lettera che ha inviato qualche giorno fa ad alcuni organi di informazione dell’area alpina, nella quale Luigi rilancia considerazioni basilari, e per certi versi amare, sulla montagna contemporanea quand’essa venga soggiogata alla turistificazione più ottusa e insensibile nonché a una visione delle terre alte totalmente priva di cura e di consapevolezza del valore culturale del paesaggio montano.
“Consumo” è un termine che purtroppo devo usare spesso anche io, nel trattare certe questioni, che rimanda non solo all’idea di consumismo ma pure alla pratica del consumare le montagne, dell’eroderne il paesaggio identitario, del dilapidarne le risorse, sciuparne la bellezza, distruggerne la storia passata e ancor più quella futura. Sembra un’assurdità il pensare che possa accadere tutto ciò a fronte di un patrimonio collettivo talmente inestimabile come quello del nostro paesaggio, e delle montagne ancor più stante la loro fragilità ambientale, eppure tocca continuamente avere a che fare con questa realtà assurda, e parimenti tocca tenere costantemente vigili lo sguardo, la mente, il senso civico, la sensibilità nei confronti del mondo che viviamo e con il quale dobbiamo pure mantenere il miglior equilibrio possibile, per non finire col consumare noi stessi e la nostra “civiltà” ben più rapidamente di qualsiasi montagna.
Per comprendere come la montagna venga consumata nella sua intima pelle, giorno dopo giorno, prendiamo a esempio tre diversi recenti accadimenti. Letti slegati fra loro possono sembrare passi leggeri, di basso impatto. Valutandoli nell’insieme, nella velocità sempre accelerata su come si consumino paesaggi e spazi liberi sulle montagne, qualche istituzione dovrebbe essere portata a agire e fermare questa deriva.
Partiamo dalla controversa croce imposta dal Soccorso alpino locale sul Piz de Guda (Rocca Pietore BL). I membri del gruppo sono soci del CAI. Si tratta di una croce invasiva, di ferro, imponente, con basamento in cemento: porta con se il tradimento dei valori della cristianità autentica, quella che si offre alla comunità in preghiera, anche in silenzio. Uno sfregio sulle alte quote, imposto per apparire, per vanagloria di un gruppo e di un sindaco. Più che cementare una croce in vetta è l’immagine del locale Soccorso alpino a uscirne umiliata: la sua collocazione ha invaso uno spazio fino a poco tempo fa inciso da una croce umile, in legno. Un atto autoritario al quale nessuna istituzione si è opposta, men che meno la magistratura nonostante fosse informata in tempi utili e si sia violata un’area di rete Natura 2000.
Passiamo ora a delle vie ferrate. La società Funivia Ciampac (Canazei, TN) annuncia di voler costruire una nuova via ferrata sulla Crepa Neigra. Non si ritiene sufficiente l’esistente ferrata dei Finanzieri, una situazione di rischio continuo per chi la frequenta. Per alimentare sempre più il circo che usa i mezzi funiviari per salire in quota si aggiunge un nuovo percorso, un insieme di ferraglia imposta alla parete. Eppure tutta l’area circostante l’arrivo della Funivia Ciampac – Contrin è già stata trasformata in circo divertimenti, o meglio, devastata. La montagna autentica e leggera è stata cancellata, ma non ci si accontenta mai. Ogni limite va superato, con cemento e ferri ben ancorati.
Cambiando regione passiamo in Lombardia dove si è annunciato che si realizzerà una nuova via ferrata sul ghiacciaio dei Forni, una via dedicata al fratello della sciatrice Deborah Compagnoni, Jacopo, morto travolto da una valanga (Valfurva SO). Ogni scusa è buona per aggiungere. Invece di apporre una minima, comunque non richiesta targa, si realizzerà una nuova ferrata finanziata con 135 mila euro della Regione Lombardia. Avviene nonostante si sia nel cuore di un’area protetta e delicata.
Si aggiunge sempre. Non si pensa mai a togliere, a ripulire le montagne dagli errori del passato, da sfregi abbandonati al degrado (Fedaja, Stelvio, Tonale). Eppure ancora oggi chi sale le montagne con fatica e i propri mezzi va alla ricerca di spazi liberi, di natura autentica, di paesaggi che non vengano interrotti da intrecci di funi o da torri alberghiere, o croci che invece di parlare con il linguaggio del Vangelo impongono quello dei mercanti. Si inneggia alla potenza dell’uomo, si eleva il narcisismo (di gruppo o singolo) a valore. Si cancellano spazi naturali, paesaggi e emozioni. Questo è il divenire delle montagne italiane. Si deve lasciare l’impronta della nostra arroganza, ovunque e sempre ben visibile. Si occupa ogni spazio, devono trionfare i segni di questa umanità disperata, incapace di leggere la ricchezza di un ambiente libero. Il tutto si riassume in una sola parola. Vuoto.
Ormai credo lo sappiate benissimo – voi che leggete con una certa abitudine questo blog o le mie pagine social – cosa ne penso delle “panchine giganti” o Big Bench le quali, pur nella loro apparente (per alcuni) “simpatia”, ritengo rappresentino uno dei punti più bassi della turistificazione del paesaggio e della banalizzazione della sua frequentazione – nonché, in fondo, una sostanziale e nemmeno troppo sottintesa presa in giro dello stesso turista e della sua esperienza di visita.
In ogni caso, tra le tante serialmente piazzate un po’ ovunque, ce n’è una che appare (per quanto possibile) ancora più incongrua delle altre: è a Santa Maria Hoè, nella Brianza lecchese, e offre un bellissimo panorama… sul tornante di una strada asfaltata (si veda qui sotto)! «Bel panorama anche se non si vede direttamente dalla seduta» infatti si legge in una recensione su Google Maps, e d’altronde per godere della vastissima veduta della Brianza visibile da lassù basta andare da qualche altra parte nella località lecchese, senza bisogno di nessun “simpatico” giocattolone per adulti poco sensibili al paesaggio e alla sua autentica percezione. Come dovrebbe essere logico, peraltro.
A ben vedere, tuttavia, si potrebbe pure pensare che la panchinona di Santa Maria Hoè sia viceversa ben più coerente di tante altre con la sua stessa natura: cioè un manufatto così vuoto di senso e di valore culturale, in sé e rispetto al luogo in cui si trova – ovunque sia piazzata – ovvero così banalizzante da non potersi che affacciare su una veduta altrettanto banale e desolata come quella d’una strada asfaltata!
Dunque, forse, non c’è da biasimare i promotori della panchinona di Santa Maria Hoé ma bisogna complimentarsi con essi: hanno saputo palesare il senso effettivo e la reale sostanza di tali opere turistiche meglio di centinaia di altri siti, ben più banalizzati e degradati dalla loro presenza! Bravi!
P.S.: ringrazio l’amico Paolo Canton che mi ha ricordato l’esistenza (e l’essenza) di tale panchinona alto-brianzola.