Dunque, in fin dei conti, lavoriamo per poter guadagnare il diritto di riposarci o ci riposiamo per rispettare poi il dovere di lavorare? E se la Repubblica fosse fondata sul riposo, finiremmo per lavorare con più diligenza e maggior profitto comune?
Leggo (vedi qui sopra) del conferimento al consigliere regionale lombardo – lecchese e dunque delle mie parti – Giacomo Zamperini della carica di Presidente della Commissione Speciale “Valorizzazione e tutela dei territori montani e di confine – Rapporti tra la Lombardia e la Confederazione Svizzera”. Incarico importante e impegnativo, come segnala il nome stesso della commissione presieduta, che impone responsabilità non da poco, tanto politiche quanto culturali.
Ciò è rimarcato dal passo falso con il quale il Presidente appena eletto è partito per questa nuova avventura politica: Zamperini dichiara che «All’atto del mio insediamento, ho voluto ricordare il grande temperamento e l’autenticità della gente di montagna, la quale affonda convintamente le radici nella propria terra e nella propria comunità, radici antiche e così profonde da superare le difficoltà e gli inverni più gelidi. Così, ho voluto ricordare l’alpinista ed esploratore Walter Bonatti il quale, parlando delle nostre montagne, diceva: “Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna”. Questa sua citazione ci farà da guida per il nostro lavoro nei prossimi cinque anni».
Eh, peccato che, come i più fervidi appassionati di montagna sapranno, quella citazione non sia di Walter Bonatti ma di Felice Bonaiti,uno dei fondatori della Giuseppe e Fratelli Bonaiti di Calolziocorte che nel 1977 è diventata la Kong Spa, tra i leader mondiali nella produzione di materiali per l’alpinismo e autentica eccellenza industriale lecchese (con la quale peraltro ho avuto la fortuna e l’onore di collaborare). Fu proprio Felice a mettere in pratica le intuizioni del grande Riccardo Cassin che portarono all’ideazione del moderno moschettone da alpinismo, quella a forma di “D” che ha reso celebre l’azienda oggi con sede a Monte Marenzo (ma nata nell’Ottocento a Lecco). La frase venne poi diffusa dal figlio Marco Bonaiti, attuale presidente della Kong, su un catalogo di molti anni fa (nell’immagine in fondo al post vedete una sua riproduzione, tratta da libro sulla storia della Kong); come sia poi stata attribuita a Bonatti è un mistero, o forse è soltanto il frutto di una banale confusione tra i due cognomi simili, Bonaiti e Bonatti, nel contesto alpinistico/montano. La superficialità del “sentito dire” (e di recente i soliti social) ha(nno) fatto poi il resto, facendo credere a chi di montagna non ne mastichi granché che effettivamente fosse Bonatti l’autore di quelle belle parole.
[Estratti dal libro sulla storia della Kong, pubblicato nel 2019.]Dunque non se ne dolga, il Presidente Zamperini, per questo appunto da me (e forse anche da altri, chissà) segnalato, che gli sembrerà pedantesco ma vuole essere innanzi tutto costruttivo, dacché è bene mantenere sempre alto il livello culturale di base nelle questioni legate alla montagna, che è appunto uno dei nostri paesaggi culturali per eccellenza ovvero quello dove il legame tra territorio e genti che lo abitano è più emblematico: in fondo da qui nascono le suddette grandi responsabilità che l’incarico politico in questione porta in sé. Fin dal nome della commissione in questione, ribadisco, ove si accostano i termini «valorizzazione» e «tutela» che non di rado, le cronache lo testimoniano, sui monti vanno in collisione: perché se generalmente la tutela della montagna comporta anche la sua valorizzazione, non sempre questa seconda ha implicato, ovvero ha previsto, la prima. Siamo sempre nell’ambito del rapporto conflittuale, ma “filosoficamente” paradossale, tra economia e ecologia, due ambiti che nascono come «fratelli» (hanno la stessa radice etimologica) ma col tempo sono spesso diventati «coltelli» e in montagna, per le caratteristiche peculiari del territorio e della presenza umana in esso, tale correlazione tra i due diventa o ancora più perniciosa oppure può essere finalmente virtuosa e benefica per chiunque, uomini e monti.
Non posso dunque che fare i migliori auguri di buon lavoro al Presidente Zamperini, nell’ottica generale di quanto ho appena affermato e parimenti rammentandogli di fare attenzione al possibile ghiaccio lungo i sentieri montani, sul quale a volte è facile scivolare malamente. Qualche buon moschettone da tenersi nello zaino, in tal caso, sarà sempre utile!
Sediamoci insieme, meditiamo, ascoltiamo il silenzio degli alberi, il mormorio dei ruscelli, il canto degli uccelli, il variegato pulsare degli astri in una notte limpida, prepariamoci a fare quel che fanno le stelle cadenti, come scriveva magistralmente Rainer Maria Rilke (1875-1926), già in noi «ha avuto inizio / ciò che dura oltre i soli». Poiché l’uomo che s’inoltra in natura capisce da solo, un’esperienza dopo l’altra, che la vita non ha una direzione obbligata, che tutto – a partire dal tempo che ci è dato, dalle energie che giostriamo, dai desideri e dai limiti con i quali ci forgiamo e misuriamo – è un dono senza un senso preciso: siamo la vita che decidiamo di indossare.
A rileggere questi passi del mirabile libro di Fratus, mi viene da pensare che per un dono senza un senso preciso come è la vita il “senso” migliore possibile è proprio quello che possiamo seguire inoltrandoci nella Natura. Così, come scrive Fratus, forse capiremo tutto ciò che serve da soli.
Crocus ai Piani di Artavaggio, Piani di Artavaggio (Lecco), 22 maggio 2009.
Mauro Lanfranchi, fotografo di mirabile bravura tra i più quotati nel mondo della fotografia naturalistica – che ho la gran fortuna di conoscere, seguendone peraltro l’attività da decenni – sta partecipando al Concorso Fotografico a tema botanico bandito dall’Orto e Museo Botanico del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Pisa, con una foto (quella lì sopra, sì) che offre una spettacolare veduta floreale dei Piani di Artavaggio, sulle montagne della Valsassina.
Ciò che determinerà le immagini vincitrici del concorso sarà il maggior numero di apprezzamenti (like e “cuoricini”) raccolti sulle pagine Facebook e Instagram dell’Orto Botanico entro le ore 10:00 del 7 maggio 2023. Un metodo di valutazione che trovo alquanto opinabile ma tant’è; in ogni caso potete trovare ulteriori informazioni sul Concorso sul sito web dell’Orto Botanico.
Tuttavia qui mi preme non solo invitarvi caldamente a votare l’immagine di Mauro Lanfranchi, nelle modalità suddette, quale forma di omaggio alla sua arte fotografica e al fondamentale lavoro culturale che con essa ha portato avanti nel tempo a favore delle montagne – lombarde soprattutto e lecchesi in particolare ma non solo – e del loro paesaggio, ma pure mettere in evidenza proprio grazie all’immagine fotografica in questione la grande bellezza dei Piani di Artavaggio e l’inestimabile patrimonio naturale che sanno offrire ai propri visitatori, generando il valore di un luogo più unico che raro il quale chiede solo di essere ammirato, compreso, amato in ciò che realmente è: una delle località più belle e speciali di questa regione montana. Pensare e pretendere di poter “valorizzare” un luogo del genere con infrastrutturazioni turistiche banalizzanti, come si vorrebbe fare, e non capire quali siano invece le reali potenzialità di Artavaggio e quanta bellezza vi sia lassù, che abbisogna solo di essere còlta e goduta – e semmai su ciò costruire e strutturare una frequentazione turistica capace di esaltare il luogo e di renderlo speciale come è – mi pare realmente desolante. Col rischio per giunta di degradare quelle sue peculiarità per lungo tempo e di generare un nuovo oblio come già accaduto in passato – cosa peraltro probabile in caso di interventi turistici di matrice meramente speculativa e privi alla base di un pensiero culturale e di una pari relazione con il luogo.
Insomma: votate l’immagine dei Piani di Artavaggio di Mauro Lanfranchi anche per rivendicare la salvaguardia di un luogo così speciale e della sua grande bellezza. È un gesto piccolo ma importante e altamente significativo.
Che nessuno salti alla conclusione che il cittadino comune debba prendere un dottorato in ecologia prima di poter “vedere” il suo paese. Al contrario, lo specialista può diventare del tutto insensibile – proprio come un impresario di pompe funebri è insensibile ai misteri del suo ufficio. Come tutti i veri tesori della mente, la percezione può essere frazionata all’infinito senza perdere nessuna delle sue qualità. Le erbacce cresciute in città possono offrire la stessa lezione delle sequoie; il contadino può vedere nel suo pascolo di vacche ciò che forse non è concesso allo scienziato che si avventura fin nei mari del sud. La facoltà di percepire, in breve, non può essere acquisita con i titoli di studio o il denaro; cresce in patria come all’estero, e chi ne ha solo un po’ può usarla con lo stesso profitto di chi ne ha molta. E dal punto di vista della percezione, l’attuale corsa di massa verso la natura è futile, oltreché dannosa.
Al di là del potente valore culturale atemporale di queste parole di Aldo Leopold, quell’ultima osservazione sulla corsa di massa alla Natura – così spesso “auspicata” e sostenuta dal marketing turistico nonostante lo sparlare di “sostenibilità”, “eco”, “green”, eccetera: il lago di Braies nelle immagini lì sopra è un luogo tra i più emblematici al riguardo, come già scrissi qui – potrebbe far credere a qualcuno che questo brano sia stato scritto ai giorni nostri, magari proprio negli ultimi anni per come sembra coglierne ispirazione. Invece A Sand County Almanac venne pubblicato nel 1949 raccogliendo testi scritti da Leopold antecedentemente, il che rende sorprendente e parecchio emblematica l’attinenza delle sue osservazioni con la realtà corrente. O, forse, con una realtà che tutt’oggi pesca da un immaginario diffuso nei confronti dell’ambiente naturale già distorto da tempo e che, nel corso degli anni, ha sempre più perso la relazione con la Natura trascurando ampiamente le facoltà percettive del “cittadino comune”. Quelle facoltà che consentono di osservare e non solo di vedere il mondo, di elaborarne il paesaggio, di comprenderne o quanto meno di meditare la realtà sistemica, di intessere quella relazione fondamentale tra uomini e paesaggi che genera identità reciproca, valore culturale, cognizione intellettuale e fa da base all’altrettanto reciproca e armonica salvaguardia: dell’uomo nei confronti della Natura (che invece la “corsa di massa” di matrice più o meno turistica mette a rischio) e viceversa. Una facoltà, la percezione, che come sostiene Leopold non può essere acquisita perché tutti quanti ce l’abbiamo già – ce l’avremmo già, se solo ricordassimo dove l’abbiamo smarrita, negli angoli più reconditi e bui della nostra mente e dell’animo. E, infatti, tale dimenticanza la si vede poi tutta, in molti luoghi – naturali e non solo – del mondo abitato e modificato dagli umani.
P.S.: tornerò a breve a disquisire di overtourism montano, una questione che va affrontata al meglio e quanto prima per evitare che degeneri causando danni irreparabili alle nostre montagne (e non solo a quelle).