La neve artificiale è bella! Oppure no?

In questi giorni circola sulle pagine social di molti comprensori sciistici (vedi sopra, tra i tanti che si possono trovare sul web) un post, che altrove è un vero e proprio “spot”, con il quale si esalta l’innevamento programmato (cioè la neve tecnica, più comunemente definita neve artificiale), ma che a ben vedere appare come un tentativo piuttosto maldestro di giustificare in chiave ecologica una pratica meramente economica dagli impatti ambientali inequivocabili. Una sorta di green washing in salsa sciistica, in buona sostanza. Be’, sarebbe molto più onesto e in fondo ammissibile, da parte dei comprensori sciistici, se piuttosto di spendere tante belle parole nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile dicessero chiaramente: cari amici, sciatori e non, se non avessimo la neve artificiale con tutti i suoi impianti saremmo nella m**da e falliremmo in breve tempo. Amen.

Sarebbe più onesto e onorevole, appunto. Poi si potrebbe essere d’accordo o meno, ma almeno verrebbe evitata l’ipocrisia di fondo che invece traspare da certe dichiarazioni pubbliche come quella qui disquisita.

Ma, a tale proposito: analizziamo quel post dei comprensori sciistici con un poco più di attenzione.

Lo sci alpino è il volano dell’intera economia turistica montana invernale. Un settore che comprende 400 aziende, genera 1,5 miliardi di fatturato, 2,2 miliardi di immobilizzi e impiega 15.000 persone di cui un terzo a tempo indeterminato. Un settore che ha un indotto – ristorazione, attività ricettive, maestri di sci, negozi, noleggi, etc. – che moltiplica questo fatturato per 10 volte e i lavoratori coinvolti per 5.

Be’, questi sono dati che di frequente vengono esaltati dai comprensori sciistici, ma dei quali mai viene comunicata la fonte e/o il sistema di calcolo. Ciò non significa che non siano veritieri, tuttavia comporta che presentati in questo modo non dimostrano nulla, per giunta risultando contraddittori rispetto alla realtà socioeconomica effettiva di molti territori montani sciistici. Inoltre: siamo sicuri che veramente lo sci alpino è il volano dell’intera economia turistica montana invernale? Le analisi sui flussi turistici montani dicono cose molto diverse, in realtà.

Per fare neve:
– si usa solo acqua, aria ed energia elettrica;
– l’acqua viene prelevata tra novembre e dicembre e viene reimmessa poi nell’ambiente a fine stagione, a primavera, quando anche l’agricoltura ne ha più necessità;
– l’innevamento programmato ha vissuto negli ultimi anni uno sviluppo tecnologico costante che ne ha migliorato l’efficienza: oggi, a parità di acqua ed energia utilizzati, si produce quasi 10 volte la quantità di neve che si produceva 10 anni fa. E se ne produce solo la quantità minima necessaria.

Queste affermazioni sono effettive ma non obiettive. È vero che non vi sono più additivi chimici negli impianti come un tempo poteva succedere, ma sostenere che prelevare acqua a novembre e renderla a primavera non sia un danno è falsissimo: innanzi tutto comunque si toglie acqua al bilancio naturale del reticolo idrico locale del quale la popolazione usufruisce, e di norma nelle Alpi i mesi tra novembre e febbraio sono quelli con meno precipitazioni (clic) su base annuale, inoltre i cicli vegetativi naturali certamente rallentano nel periodo freddo ma non è che per questo non abbisogno di acqua per mantenersi stabili (qui trovate un’altra utile fonte al riguardo). D’altro canto l’agricoltura ai piedi delle montagne inizia in molti casi i cicli di irrigazione ben prima della fine stagione sciistica. Non solo: a differenza di quella naturale la neve artificiale induce modifiche chimico-fisiche nei terreni innevati, soprattutto in forza della maggiore densità, modificando di conseguenza anche le peculiarità vegetative di quei terreni: una mutazione che allo sciatore non interessa ma a chi fruisce dei prati/piste da sci per l’attività agricola deve interessare molto. È vero che gli impianti di innevamento più recenti sono più efficienti rispetto al passato, ma ciò non significa che non siano comunque pesantemente energivori, posto poi che la «quantità minima necessaria» di neve da sparare sulle piste con gli anni va sempre aumentando, al pari di quella complessiva nel corso dell’intera stagione, perché con il cambiamento climatico diminuisce sempre più la neve naturale, sia in termini di quantità che di durata al suolo. E con quali costi esorbitanti poi si produce oggi la neve artificiale? La risposta la trovare in buona parte negli aumenti costanti dei prezzi degli skipass!

Gli impianti di risalita:
– sono ecologici, usano trazione elettrica;
– non sono invasivi: se dopo qualche decennio di servizio si decide per qualsiasi ragione di chiuderli, il bosco in pochi anni riconquista naturalmente quello spazio;
– rappresentano un reale e concreto servizio di mobilità intervallivo, diminuendo drasticamente il traffico automobilistico, anche nella stagione estiva, per raggiungere le alte vie e programmare passeggiate, escursioni, scalate;
– rappresentano per i residenti, turisti e visitatori un concreto miglioramento infrastrutturale per limitare importanti flussi di traffico su gomma.

Anche qui, attraverso affermazioni reali ma rese funzionali a scopi particolari – ovviamente quelli degli impiantisti -, si cerca di giustificare l’attività sciistica con elementi oggettivamente marginali rispetto alla stessa e al suo impatto concreto nei territori, se non fuorvianti. Perché è sostanzialmente vero quello che viene dichiarato, tuttavia l’ecologicità e l’invasività degli impianti di risalita non si misura solo con il tipo di energia utilizzata, ma per come viene prodotta, sull’impatto ambientale nel territorio dell’infrastruttura, su quello visivo e sonoro nel paesaggio, su eventuali forme di inquinamento locale e del suolo derivanti dall’attività dell’impianto, dalle necessità manutentive… insomma, non si può farla troppo semplice. E quante centinaia di rottami di impianti non più attivi sono sparsi sulle montagne italiane che nessuno ha cura di smantellare bonificando di conseguenza il terreno coinvolto? Proseguiamo: che rappresentino un reale e concreto servizio di mobilità intervallivo che diminuisce il traffico automobilistico e limita importanti flussi di traffico su gomma è effettivamente una delle maggiori potenzialità degli impianti di risalita nei periodi non sciistici. Ma in quanti casi ciò avviene veramente? Quanti sono i territori che realmente potrebbero sfruttare tale potenzialità? E quanti di quelli che la potrebbero sfruttare la incentivano come dovrebbero in un’ottica veramente funzionale alla diminuzione del traffico automobilistico? L’unico territorio delle Alpi italiane nel quale la potenzialità degli impianti di risalita alternativi al traffico automobilistico risulta considerabilmente sfruttabile è quello delle Dolomiti: tuttavia, al netto di alcune iniziative certamente virtuose ma occasionali (come la chiusura in alcune giornate dei passi dolomitici) e di molte belle parole, non sembra che ci sia una reale volontà di sostituire le auto con le funivie e le telecabine, anzi.

Insomma, quelli dei comprensori sciistici sono un post e uno spot sostanzialmente poco credibili, oltre che piuttosto ipocriti.

Attenzione: con ciò non si vuole dar contro “dritti per dritti” all’industria dello sci, che è legittimata a fare ciò crede per salvaguardare il proprio business fino a che le sue azioni non vadano oltre la sostenibilità, in senso generale e non solo ambientale, che i territori montani dove operano possono sopportare e ammettere. Ma molta parte del marketing elaborato e messo in circolazione negli ultimi tempi dall’industria dello sci si è rivelato e si rivela così poco onesto, obiettivo e così spesso subdolo da minare la credibilità non solo del comparto turistico invernale ma della stessa realtà montana nel suo complesso. Un comparto che ad oggi resta indiscutibilmente fondamentale – anche per oggettiva mancanza di alternative turistiche e relative progettualità – per molti territori montani, ma che per questo non può e non deve esimersi dal risultare il più sostenibile possibile, e in qualsiasi modo il termine trova un senso (vero, non blaterato come spesso accade), nei riguardi delle montagne dove opera, delle comunità che le abitano, delle molteplici valenze storico-culturali che le caratterizza, dei loro paesaggi e dell’ecosistema generale che dà loro vitalità. Ecco, da questo ineludibile punto di vista, a mio parere, l’innevamento programmato può essere qualcosa di funzionale a certi obiettivi economici locali ma non si può considerare un’attività ecologica – e si noti che il termine indica lo studio e la gestione equilibrata della “casa comune”: dal greco oikos (dal quale viene eco-) che significa casa, appunto, e anche ambiente. Dunque, affermare come sto facendo che l’innevamento programmato non si può considerare un’attività ecologica significa anche che non lo è nemmeno a beneficio di chi abita la “casa comune” e “l’ambiente”, dunque delle comunità che abitano le montagne sciistiche.

A meno di voler far credere e giustificare ciò che non è credibile né giustificabile, già.

SONDAGGIO! La neve artificiale in Svizzera e in Italia

Cari amici, vi propongo di seguito un bel SONDAGGIO(NE)!

Leggete la domanda di seguito formulata e scegliete la risposta che ritenete più corretta:

Secondo voi, perché in Svizzera gli enti governativi disincentivano la realizzazione e il finanziamento di impianti di innevamento artificiale dei comprensori sciistici soprattutto al di sotto dei 2000 m di quota mentre in Italia la politica locale continua a stanziare centinaia di milioni di soldi pubblici per realizzare tali impianti soprattutto in comprensori sciistici al di sotto dei 2000 m di quota?

 

  1. Perché notoriamente gli svizzeri non capiscono nulla di montagne mentre gli italiani capiscono molto di più.
  2. Perché notoriamente gli svizzeri capiscono molto di montagne mentre gli italiani da tempo non capiscono più nulla.
  3. Perché c’è un equivoco di fondo: in Italia si è convinti di dover aver bisogno di sempre più «neve», solo che non si tratta della “neve” che è «acqua ghiacciata cristallina».
  4. Perché è tutto un magna-magna.

Forza, manifestate la vostra opinione!

Tra chi risponderà verrà estratto a sorte uno stagionale per la stagione 2024/2025 valido nel comprensorio sciistico dei Piani Resinelli (Lecco) oppure, in alternativa, una bottiglia di ottima birra artigianale! 😄

Lo sci sul Monte San Primo e lo “sputtanamento” di Bellagio

Posto che ormai anche i pinguini imperatore (Aptenodytes forsteri) della Terra Vittoria, nell’Antartide Orientale, sono ben consci di quanto sia dissennato il progetto “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor” con il quale si vorrebbe riportare lo sci sul Monte San Primo, a 1100 m di quota dove non nevica più e non fa nemmeno così freddo per produrre e mantenere al suolo la neve artificiale, spendendo con annessi e connessi 5 milioni di Euro di soldi pubblici (lo sanno, i pinguini dell’Antartide, anche grazie al recente articolo – ultimo di una lunghissima serie pubblicata sulla stampa italiana e internazionale – apparso sul numero di febbraio della prestigiosa rivista geografico-scientifica “National Geographic Italia”, lo vedete lì sopra; cliccate sulle due immagini per ingrandirle), e posto che il Monte San Primo si trova nel territorio comunale di Bellagio, una delle località italiane più note nel mondo, viene da chiedersi se gli amministratori pubblici che sostengono quel folle progetto – Regione Lombardia, la Comunità Montana del Triangolo Lariano e soprattutto il Comune di Bellagiosi rendano conto di quale danno d’immagine stiano arrecando al loro territorio e a Bellagio in primis, appunto, con tutta la cospicua rassegna stampa che ormai a livello planetario sta evidenziando e denunciando la dissennatezza e la pericolosità del progetto.

Non ce n’è stata una, di testata d’informazione italiana o internazionale, che non abbia descritto ciò che si vorrebbe fare sul San Primo con toni estremamente critici – ad eccezione di un articolo di qualche tempo fa de “La Verità” il quale tuttavia era così poco chiaro e scarsamente convinto di ciò che sosteneva da risultare alla fine una delle testimonianze migliori contro il progetto – e tutte, ovviamente, accostano al progetto del San Primo e alle sue insensatezze il nome di Bellagio, che in questo modo ne viene inesorabilmente coinvolto: una località così bella e rinomata sulla cui montagna si vorrebbe realizzare un progetto tanto assurdo e degradante. Fatte le debite proporzioni, è un po’ come se a Venezia, in prossimità di Piazza San Marco, volessero costruire un luna park pretendendo che il fascino del luogo resti inalterato nonostante da più parti se ne denunci l’insensatezza.

Se gli amministratori del Comune di Bellagio e al loro seguito quelli della Comunità Montana del Triangolo Lariano se ne rendessero conto, del danno d’immagine potenziale cagionato dal progetto sciistico sul San Primo, e comunque perpetrassero i loro obiettivi, la questione assumerebbe contorni veramente malvagi, non più solo scriteriati. Significherebbe che gli amministratori suddetti sceglierebbero scientemente di mettere alla berlina il proprio territorio agli occhi del mondo pur di ottenere i propri fini e i relativi tornaconti.

Se invece non se ne rendessero conto – evenienza inopinata, visto il portato del progetto e le citate reazioni planetarie, ma d’altro canto circostanza auspicabile – sarebbe bene che finalmente gli amministratori bellagini e triangololariani si mettessero seduti, tirassero un respiro bello profondo, liberassero la mente da baggianate ideologiche e strumentali di varia natura e, una volta per tutte, pensassero seriamente a quel loro progetto e alle sue conseguenze. Forse anche più delle solide e numerosissime confutazioni tecniche, scientifiche, giuridiche e culturali ricevute in opposizione al progetto, potrebbero capire quanto sia il caso di tornare sui propri passi e ripensare il tutto nell’ottica di uno sviluppo della frequentazione turistica del Monte San Primo realmente logico, consono al luogo, alle sue peculiarità e alla realtà corrente, equilibrato, sostenibile, dotato di visione a lungo termine e vantaggioso per chiunque, in primis per tutta la comunità locale. D’altro canto, sarebbero vantaggi dei quali gli stessi amministratori godrebbero, per come insieme a quella di Bellagio e del Triangolo Lariano ne gioverebbe la loro immagine, nel presente e nel futuro.

Ecco: riusciranno a rendersene conto, di questa così palese evidenza?

N.B.: per seguire l’evoluzione del “caso San Primo” e difendere la montagna dai folli progetti di infrastrutturazione turistica previsti, avete a disposizione il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”  del quale potete sostenere le attività e parteciparvi. Qui trovate tutti gli articoli da me dedicati al Monte San Primo fino a oggi.

Il Lago Bianco al Gavia: non dimenticare per evitare che a primavera la devastazione riprenda

Lassù, al Passo di Gavia, tutto è immoto e silente. Il regno della quiete invernale è rotto solo dalle intemperanze del tempo meteorologico, ma la coltre di neve che ammanta il paesaggio lo protegge anche dalle buriane che a volte impazzano lungo l’ampia sella.

Anche il Lago Bianco è protetto, ora, da ogni cosa e soprattutto dall’insensatezza degli uomini che, fino a quando il meteo lo ha consentito, si sono arrogati il diritto di distruggere le sue rive, quelle che danno verso la Valtellina, per compiacere chi vorrebbe rubare le acque del lago per innevare artificialmente le piste di Santa Caterina.

Ora, come detto, la neve che speriamo abbondante ancora a lungo nasconde lo spaventoso cratere e il silenzio della montagna sospende lo sconcerto e la rabbia di chiunque abbia potuto constatare il disastro. Un silenzio ben più nobile e puro di quello reiterato per troppo tempo di chi doveva parlare e non lo ha fatto in quanto mandante e complice del danno cagionato al Lago Bianco: il settore lombardo del Parco Nazionale dello Stelvio con i suoi responsabili, innanzi tutto, poi gli enti locali a partire dai comuni interessati – Santa Caterina e Bormio – fino a Regione Lombardia. Un silenzio, questo di tali soggetti, tanto deprecabile quanto del tutto significativo sul loro atteggiamento verso il luogo, il suo ambiente, il paesaggio e verso le montagne in generale. Poi, spinti da chi invece non è mai stato in silenzio, ovvero le migliaia di frequentatori della montagna che hanno cominciato a denunciare ciò che stava accadendo al Gavia, anche quei soggetti responsabili del disastro hanno dovuto parlare – l’hanno fatto a ottobre inoltrato quando ormai il danno era stato fatto – ma hanno detto cose quasi cadendo dalle nuvole, sostenendo che «forse c’era un errore», «Il progetto è da rivalutare», «Verificheremo la situazione». Un enorme cratere scavato in una torbiera alpina più unica che rara, in zona di protezione integrale sancita dallo stesso regolamento del Parco Nazionale dello Stelvio “forse un errore”? Cos’è, un bislacco tentativo di fare dietrofront di fronte al danno palese oppure una presa in giro per cercare di svicolare e lasciare che la pausa invernale distolga l’attenzione sulla questione?

Come ha scritto l’amico Davide Sapienza, «Su, al Gavia, l’inverno tiene lontane ruspe e traffico, ma poi la primavera torna e la stupidità istituzionale si ripresenterà intatta.» Esatto, il pericolo è proprio questo, che i maledetti mandanti di un tale delitto perpetrato alle nostre montagne – perché di questo si tratta – tentino di approfittarsi del silenzio invernale per mettere a tacere le voci contrarie ai lavori e, a primavera, riaprire indisturbati il cantiere per finire l’opera e portare a termine il delitto ai danni del Lago. E, considerando come si sono comportati finora, il pericolo è più che concreto.

Invece no. NOI NON DIMENTICHIAMO.

E non restiamo zitti e non lo resteremo mai. Come ha fatto l’amico Matteo Lanciani nel recente question time in Regione Lombardia – che al riguardo ha fornito risposte al solito insufficienti e ambigue – e come farà di nuovo Lanciani insieme a Fabio Sandrini a Salò, giovedì prossimo:

Quello che è avvenuto e forse tornerà ad avvenire a breve al Lago Bianco è uno dei casi più sconcertanti e emblematici di quell’assalto alle Alpi (per citare il titolo del noto volume di Marco Albino Ferrari) le cui manifestazioni troppo spesso ci troviamo di fronte e di frequente in territori e luoghi di straordinaria bellezza che non meriterebbero tanta dissennatezza ma solo attenzione, sensibilità, cura e una frequentazione in armonia totale con i luoghi. È ora di smetterla una volta per tutte con questi disastri così privi di logica, di rispetto per le montagne, visione del loro futuro, buon senso.

Il Lago Bianco deve essere salvato da tutto ciò: ne va del suo ambiente, del suo paesaggio, di chi lo vuole godere in tutta la sua bellezza e ne va del futuro di tutte le nostre montagne. Tutte.

P.S.: l’immagine in testa al post è di sabato 10 febbraio scorso ed è presa da qui; il Lago Bianco resta alle spalle e poco fuori dalla visuale della camera, sulla destra.

Che fine ha fatto la nuova seggiovia dei Piani di Artavaggio?

(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)

Sulle Alpi sono innumerevoli i progetti basati su modelli alternativi di sviluppo, sulla cosiddetta economia verde e sulla economia dolce. Crescono le proposte per una fruizione moderna della montagna invernale, e assistiamo alla conversione di centrali dello sci in oasi naturali (come il Dobratsch, in Carinzia, come ai Piani di Artavaggio, ma gli esempi potrebbero continuare).

Nei mesi scorsi numerose associazioni e tanti cittadini si sono mobilitati, anche con eventi in loco, contro il paventato progetto di una nuova seggiovia – con relativo impianto di innevamento artificiale – ai Piani di Artavaggio, affascinante località della Valsassina (provincia di Lecco, Prealpi Lombarde) tra i 1600 e i 2000 m di quota dalla storia alquanto emblematica.

Infatti, dopo la fine della propria era sciistica negli anni Novanta del secolo scorso per i “soliti” motivi principali – cambiamenti meteoclimatici, insostenibilità economica, concorrenza di altre stazioni – nel corso degli ultimi lustri si è rilanciata alla grande e in maniera sostanzialmente spontanea come luogo montano ideale a una frequentazione turistica sostenibile e non meccanizzata (salvo che per la funivia di arroccamento da Moggio, il comune nel cui territorio sono situati i Piani di Artavaggio). Un pubblico articolato e crescente che ha letteralmente riscoperto il luogo quasi solo grazie al passaparola, e ha preso a frequentarlo in gran quantità per praticare le numerose attività che la montagna consente anche senza impianti di risalita – anzi, proprio grazie alla loro assenza e a quanto ne giova il luogo e la sua fruibilità. Per tutto questo oggi i Piani di Artavaggio vengono frequentati non solo nei mesi estivi e invernali ma per tutto l’anno da moltissimi escursionisti che sull’altopiano valsassinese possono godere di quella dimensione di ritrovata armonia con il territorio naturale altrove soggiogata alla presenza e all’impatto delle infrastrutture turistiche (come per gli adiacenti Piani di Bobbio, totalmente asserviti al comprensorio sciistico attivo in loco). La storia della rinascita ecoturistica di Artavaggio appare così interessante da essere citata in numerosi saggi sulla montagna contemporanea – come Assalto alle Alpi di Marco Albino Ferrari (Einaudi, 2023) da cui proviene il brano in testa a questo articolo – diventando persino un caso di studio per il CAST, il Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna che li cita come esempio nelle Alpi italiane di località mirata «al potenziamento di forme di turismo diverse».

[I Piani di Artavaggio qualche anno fa, innevati come oggi capita ormai raramente. Foto di ©Roberto Garghentini, per gentile concessione dell’autore.]
Nonostante questa realtà così riconosciuta, le numerose fonti sovente prestigiose che ne attestano il successo e la situazione climatico-ambientale della cui evoluzione tutti ormai sappiamo, ecco che nel corso del 2022 è saltato fuori il progetto – finanziato con ben 11 milioni di Euro di finanziamenti pubblici erogati da Regione Lombardia – relativo all’installazione di una nuova seggiovia ai Piani per riportarvi lo sci su pista oltre che delle solite opere annesse – innevamento artificiale, manufatti al servizio delle piste, parcheggi a valle, eccetera. Un progetto simile a molti altri dei quali, per il contesto al quale viene riferito, se ne denuncia l’illogicità e l’anacronismo, e che calpesterebbe il successo unanimemente riconosciuto e il molteplice valore della rinascita turistica sostenibile dei Piani di Artavaggio per inseguire un modello di presunto sviluppo obsoleto e, in tale contesto, fallimentare prima ancora di nascere.

Da qui le logiche e inevitabili proteste di tantissimi appassionati del luogo e della montagna in generale: tuttavia, dopo i dibattiti pubblici dello scorso inverno e un certo numero di articoli sui media al riguardo, tutti quanto parecchio indeterminati (ma non per colpa dei cronisti), da parte degli enti pubblici coinvolti sul progetto è formalmente calato il silenzio. Come mai, se i media davano per assodato lo stanziamento degli 11 milioni di Euro da parte di Regione Lombardia? Perché nessuno della società civile o delle associazioni che si sono attivate sulla questione riesce a saperne di più?

[Veduta della parte alta dei Piani di Artavaggio del 7 febbraio, con il Monte Sodadura sullo sfondo, tratta dalla webcam del Rifugio Nicola; fonte https://www.pianidiartavaggio.it/webcam/. Si nota la quantità di neve al suolo, a quasi 2000 m di quota, su pendii lungo i quali lustri fa ho sciato innumerevoli volte fino a marzo inoltrato.]
Continuo a raccontare il “giallo” della nuova seggiovia dei Piani di Artavaggio nell’articolo su “L’AltraMontagna”, che potete leggere qui.