Sarebbe «sci» questo?

È «sci» quello che mostra l’immagine qui sopra? Formalmente no.
Ed è «montagna» quella intorno? Formalmente .

Ma poi, sostanzialmente – e nel senso di ciò che l’immagine mostra – quello è “sci” tanto quanto ciò che c’è intorno non è “montagna”.
Perché sulle strisce di neve artificiale che si snodano lungo i versanti erbosi e magari pure inariditi dei monti, come è accaduto quest’anno in molte località a Sud delle Alpi, si può effettivamente sciare ma, facendolo, si banalizza inesorabilmente la montagna, le si toglie senso, cultura, valore, identità, la si usa come mero “strumento morfologico” ludico, la si rende ancora più triste di quanto già non sia negli inverni privi di neve. E lì, dove si snodano le piste di neve finta, la si fa apparire persino brutta: un autentico sacrilegio per un luogo che normalmente risulta il più antitetico a qualsiasi idea di bruttezza.

Per porre la questione in altro modo, “sciando” in questo modo si trasforma la montagna in un sostanziale non luogo, meramente funzionale a ottenere qualcosa di altrettanto sostanzialmente irrazionale – lo sci senza la (vera) neve. A tal punto, appare molto più logico sparare neve artificiale su qualsiasi pendio cittadino o delle zone antropizzate: quanto meno si evita il traffico veicolare e il conseguente inquinamento nonché la pressione antropica spesso eccessiva in un ambito delicato, fragile e per di più, nelle stagioni senza neve, già per questo sofferente.

Inoltre, sciare nelle condizioni mostrate dall’immagine, che purtroppo saranno sempre più frequenti negli anni futuri, francamente è pure ridicolo. Fosse solo per chi accetti comunque di ridicolizzarsi così – con tutto il rispetto –  andrebbe anche bene, de gustibus: ma il problema è che ciò ridicolizza anche la montagna, appunto. E questa cosa è assolutamente inaccettabile oltre che tremendamente perniciosa, per il futuro della montagna stessa e di chi la abita, magari impegnandosi a fondo per farla vivere e renderla resiliente, nonostante tutto. Ma poi, quelle strisce bianche stese sui prati verdi inverno dopo inverno rovinano tutto, ecco.

Ora che siamo ormai alla fine della misera stagione sciistica 2021/2022, mi viene da pensare che sarebbe bello che prima della prossima ci si mettesse realmente a riflettere su tali evidenze e se ne ricavasse, come conseguenza necessaria tanto quanto ineluttabile, un cambio di mentalità, di idee, di paradigma, di atteggiamento da parte di chi gestisce nel concreto il turismo sciistico alpino. Ma so già che sto soltanto auspicando una grande utopia, sia formale che sostanziale.

P.S.: qui trovate un elenco dei miei articoli sul tema dello “sci su pista” pubblicati sul blog.

L’Europa e la Russia

[Lev Nikolàevič Tolstòj in una fotografia del 1906, quando venne pubblicato il saggio citato nell’articolo qui sotto.]
Sarebbe stato meraviglioso, dopo decenni di zarismo, stalinismo, comunismo e cortine di ferro conseguenti, riunire la Russia all’Europa e viceversa, finalmente un’entità unica per diversi aspetti nella diversità quale prezioso valore aggiunto, un sodalizio speciale che avrebbe reso definitivamente il nostro continente il centro del mondo e a tal punto reso sì superata e inutile la Nato nonché decentrata e depotenziata l’egemonia statunitense.

Invece, quella che si sta formando è una spaccatura se possibile ancora più profonda di quella che separava Russia e Europa ai tempi della guerra fredda, con la prima che si allontana sempre più dal contesto europeo – il quale, pur con tutte le sue possibili colpe, resta il più libero, democratico e civilmente avanzato del mondo – e si cuce addosso, volente o nolente ma senza far nulla per spogliarsene, un nuovo vestito che gli conferisce un aspetto maligno, ostile, repulsivo e antieuropeo, in primis nel senso culturale del termine.

Mi tornano in mente le parole di Lev Tolstoj, sul rapporto tra i russi e i propri potenti, scritte ad inizio Novecento – quando ancora non era sopravvenuta l’era comunista, insomma – nel saggio Guerra e rivoluzione ma incredibilmente (o forse non è così incredibile, appunto) attuali:

La leggenda relativa all’appello fatto ai variaghi dai russi per governarli, composta evidentemente già dopo la conquista degli slavi da parte dei normanni, mostra perfettamente quale sia l’attitudine dei russi verso il potere, lo stesso prima del cristianesimo: “Noi non vogliamo prendere parte al peccato del governare. Se voi non lo considerate come un peccato, venite e governate”. Questa psicologia dei russi spiega la loro docilità verso gli autocrati più crudeli, o più pazzi, da Ivan il Terribile fino a Nicola II. È così che il popolo russo considerava il potere nei tempi antichi, ed è così che lo considera ancora oggi.

Se fosse accaduto ciò che ho scritto poco sopra si sarebbe potuto sostituire una volta per tutte quei dominatori autocrati e fare della Russia un paese finalmente avanzato anche dal punto di vista politico. Invece c’è il più che mai peccaminoso Vladimir Putin, al Cremlino, e il futuro dell’Europa e del mondo sarà diverso e, temo, più buio.

La morte imminente e omessa del Po

Sono stato in Po. Mai come in questo caso la frase vale alla lettera nel senso che il 28 marzo 2022 ero nel mezzo dell’alveo del grande fiume. Non in barca, a piedi. Con i miei passi ho camminato sulle acque che non ci sono più. Siccità e cambiamento climatico ci hanno consegnato un fiume sparito. Un disastro ecologico, umano, alimentare, culturale. Ma che non spaventa quanto dovrebbe.
Quei rigagnoli d’acqua che ho visto sono lacrime che scorrono su un viso martoriato da un uso del suolo insensato e irresponsabile che continuiamo a infliggere al nostro Paese. Assieme a dei colleghi del Politecnico abbiamo fatto delle riprese con un drone perché dobbiamo documentare l’impronta umana su quell’ambiente morente. Una documentazione che in pochi stanno raccogliendo, soprattutto le nostre istituzioni pubbliche alle quali mi sono rivolto nei giorni scorsi ricevendo risposte negative.
Il Po sta morendo: ci riempiamo la bocca di transizione ecologica, ma non andiamo a vedere. I nostri politici non vanno a vedere. Non si fanno accompagnare da ecologi che spiegano loro la gravità. I nostri presidenti (dalla Repubblica in giù) i nostri governatori, i nostri sindaci, soprattutto quelli che si credono importanti anche se non hanno i loro Comuni sulle sponde del fiume, non vanno a vedere. Non vanno neppure i nostri alti dirigenti pubblici. Solo l’emergenza li muove. Solo le catastrofi che conoscono li impietosiscono. […]

Questo è l’inizio di un articolo pubblicato il 29 marzo scorso su “altraeconomia.it” e intitolato Il fiume Po sta morendo ma nessuno lo osserva veramente il cui autore è Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano (il suo ultimo libro, L’intelligenza del suolo, è a sua volta pubblicato da Altraeconomia); potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post, tratta dall’articolo stesso.

L’atto di denuncia di Pileri è tanto drammatico quanto inequivocabile, e nella parte “dedicata” alla politica mi trova purtroppo totalmente concorde per personale esperienza diretta. Nella stragrande maggioranza dei politici nostrani – non in tutti ma in troppi certamente -, nelle alte come nelle basse sfere dell’amministrazione pubblica, c’è un tale menefreghismo e una così sconcertante ignoranza riguardo le tematiche paesaggistiche e ambientali da restarne terrorizzati. Sembra che persone altrimenti brillanti, una volta che scendono in politica e entrano nei palazzi del potere, subiscano qualche sorta di aleggiante e inesorabile maleficio che genera loro la più profonda inettitudine verso certe questioni – magari subìto in buona fede, sia chiaro, ma tant’è: che sia essa ingenua o conscia, quell’inettitudine, nulla cambia nei danni che provoca. La situazione del Po rilevata da Pileri è un caso eclatante ma, inutile dirlo, di altri esempi se ne potrebbero fare a iosa. E, appunto, nessuno o quasi fa nulla, tutti troppo impegnati a spolverare e lucidare il proprio scranno politico-amministrativo, a difendere i privilegi conquistati e, se proprio tocca, a proclamare “emergenze” che in molti caso null’altro sono se non la conseguenza della suddetta inettitudine menefreghista, che è la vera, costante, spaventosa emergenza. Ma va tutto bene così, evidentemente.

Abbandonare il paesaggio

[Cortina d’Ampezzo, luglio 2020: lavori per i Mondiali di sci 2021 e le Olimpiadi 2026. Immagine tratta da altrispazi.sherpa-gate.com, in origine pubblicata qui.]

Si abbandona un paesaggio non tanto lasciandolo, ma lasciando che predomino interessi speculativi e sfruttamento indiscriminato, cioè per effetto di sciatteria intellettuale e scarsa lungimiranza, per la concentrazione dello sguardo su meri bisogni contingenti.

[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]

Geografia e migrazioni

[Immagine tratta da www.agenzianova.com, cliccateci sopra per la fonte originaria.]
Personalmente è da anni (almeno da qui) che vado sostenendo che la questione dell’immigrazione non può e non potrà essere risolta e tanto meno gestita al meglio finché non verrà compresa sul suo piano fondamentale che è quello antropologico, il quale ne sottintende altri – quello storico, quello geografico, sociologico, ambientale eccetera – ma che, appunto, appare come l’ineluttabile contesto entro il quale bisogna analizzare e comprendere la questione.

Ma io non sono nessuno e dunque le mie opinioni valgono per quel che (non) valgono, dunque mi fa molto piacere constatare che un ente scientifico prestigioso come GEA, l’Associazione dei Geografi del Ticino, membro della Associazione Svizzera di Geografia, ha dedicato un numero (il 42 di settembre 2020) della propria rivista “GEA paesaggi territori geografie” alla suddetta questione, con alcuni illuminanti saggi che ne dissertano con quel taglio antropologico suddetto, saldamente ancorato alla dimensione spaziale che la geografia studia e determina. Credo sia una delle poche pubblicazioni, almeno tra quelle reperibili sul web, che affrontino la questione in tal modo, per cui la sua importanza è veramente notevole.

In uno dei saggi della rivista nel quale si occupa della cosiddetta “rotta balcanica”, Valerio Raffaele – geografo, membro dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia – segnala proprio l’inadeguatezza dell’approccio alla questione finora utilizzato dalle istituzioni nazionali e europee la quale a cascata influenza (in un rapporto di causa/effetti viziosamente circolare) le azioni intraprese dalla politica al riguardo:

L’impellente necessità di trovare un reale coordinamento delle politiche migratorie, fondamentale per il futuro stesso dell’Unione Europea, è anche una questione geopolitica. Gli eventi dei primi mesi del 2020, con la minaccia turca di aprire i confini ai migranti nell’area di Edirne, ne sono una chiara dimostrazione. Mettere il proprio futuro nelle mani di un vicino di casa poco affidabile quale è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, per non parlare dell’opportunità o meno di pagare fior di soldi uno Stato dalla marcata deriva autoritaria, costituisce certamente un elemento di estrema debolezza. In una “fortezza Europa” dove i venti sovranisti soffiano forte, emergono tutti i limiti degli Stati-nazione nell’affrontare le nuove migrazioni globali che, per loro natura, richiamano una serie complessa di legami spaziali transnazionali. La questione riguarda anche i diritti umani. Sono ben poche le lapidi con un nome nel cimitero musulmano di Sidirò. Una delle poche porta il nome di Mustafà Rahuan, siriano di Aleppo. I muri voluti dall’Europa uccidono anche chi scappa dalla guerra.

Peraltro è bene rimarcare che in queste settimane l’attenzione del mondo e dei media si è inevitabilmente puntata sul conflitto russo-ucraino ma nel frattempo i flussi migratori Sud-Nord, cioè sostanzialmente quelli con direttrice Africa/Asia Centrale-Europa, continuano e anzi aumentano, come si può evincere dalle statistiche diramate al riguardo dal Ministero dell’Interno italiano ovvero dalle cronache drammatiche che comunque i media forniscono, se le si cercano, come questa. Senza contare che la stessa situazione ucraina acuisce la gravità della situazione, con l’esodo di massa degli ucraini al quale si unisce quello meno ingente ma comunque significativo dei non ucraini, sovente migranti, che vivevano nel paese allo scoppio della guerra.

Insomma: mi auguro vogliate cogliere il mio invito alla lettura della rivista di GEA (lo potete fare qui), sono certo ne potrete trarre delle opinioni assolutamente interessanti e, ribadisco, importanti.