La memoria dei ghiacciai

A proposito di ghiacciai (clic), loro storia e loro futuro – un tema oltre modo emblematico e fondamentale riguardo a ciò che ci aspetta nei prossimi anni – c’è una bella (e breve) mostra in corso a Locarno: ne vedete qui sopra la locandina (e cliccate sull’immagine per scaricarla in pdf); per saperne di più, date un occhio qui e qui.

In seguito la mostra sarà presentata in diverse altre località ticinesi – dunque facilmente raggiungibili anche dal Nord Italia – sino a metà 2023: per sapere dove e quando, controllate il sito ti.ch/clima.

Una bella foto. Anzi no, terribile

L’immagine fotografica che vedete qui sopra è bellissima e, al contempo, terribile.
È stata scattata qualche giorno fa da Michele Comi dalla parete Ovest del Torrione Porro e mostra la Val Ventina con l’omonima vedretta, tra la dorsale che dal Pizzo Cassandra scende al Pizzo Rachele, a sinistra, e i contrafforti orientali del Monte Disgrazia a destra. Il luogo è meraviglioso ma è in condizioni inquietanti: sembra un’immagine scattata a fine estate, quando ormai la copertura nevosa invernale si è dissolta, e invece è di maggio e l’intero territorio visibile nella foto sarebbe ancora dovuto essere pressoché bianco di neve, in condizioni climatiche normali. O forse è ormai il caso di dire in condizioni climatiche d’un tempo, visto che la nuova “normalità” al riguardo, posto l’andamento recente del clima, facilmente sarà questa.

Terribile, senza alcun dubbio. Eppure temo che, se l’immagine venisse mostrata ad un variegato campione di persone, molte ne coglierebbero la bellezza paesaggistica più che il messaggio climatico. Il problema culturale di fondo, al riguardo, è proprio questo: il clima sta inesorabilmente cambiando, noi stiamo realmente cambiando la consapevolezza al riguardo?

P.S.: nel frattempo, leggo il report del Servizio Glaciologico Lombardo che riporta i dati di innevamento in due delle stazioni di riferimento sulle montagne lombarde. Al Lago Reguzzo (Alpi Bergamasche, quota 2440 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 240 cm, quest’anno non c’è già più neve. Alla Vallaccia (Alpi di Livigno-Dosdè-Piazzi, quota 2670 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 170 cm, quest’anno non c’è già più neve. Non era mai accaduto prima che la neve al suolo si sciogliesse così precocemente: rispetto ai record precedenti quest’anno è avvenuto quasi 15 giorni prima alla Vallaccia e quasi un mese prima al Lago Reguzzo.

Il primo giugno non è / il primo maggio

“Domenico Modugno e la Cinquetti anno vinto al Festival di San Remo”
“1 +1 – 34 XY”
“Domani vado a Comabbio”
“1+1-355x”
“Questa volta mi sono sbagliato, un’altra volta no”
“il primo giugno non è / il primo maggio”
“Quanti gigioni in Italia, che ne pensi Teresa…”
“La rivoluzione dei giovani è sempre valida”

Le frasi che scriveva il grande Lucio Fontana – uno dei più importanti e rivoluzionari artisti del Novecento, come ho cercato di spiegare più volte, qui ad esempio – dietro molte delle sue tele sono tutt’oggi un piccolo, intrigante e divertente mistero – ne avete letta qualcuna lì sopra. Il perché lo facesse è risaputo: Fontana, per cautelarsi dai numerosi falsari delle sue opere, scriveva queste frasi apparentemente insensate come semplice e al contempo efficace appiglio per una perizia calligrafica, dunque per l’attestazione dell’autenticità di una sua opera. Ma se quelle frasi volessero dire qualcosa, se servissero a comunicare qualcosa, se fossero enigmatici messaggi celanti chissà quali segreti oppure se fossero solo piccoli pseudo-haiku senza senso alcuno – compresa quella dedicata a modo suo alla data odierna – nessuno l’ha mai saputo.

Una cartolina dalla Jungfraubahn

«Qui su in cima, tra la Kleine Scheidegg e lo Jungfraujoch, si trova una delle chiavi fondamentali per comprendere al meglio la Svizzera moderna, la cellula primordiale di un progetto straordinario nel cuore dell’Europa. Una vera e propria visione, l’eccezionale arte ingegneristica, un sistema bancario funzionante, una dose di senso degli affari e di ospitalità, in aggiunta ad un pizzico di buona fortuna e molta perseveranza – che molti preferiscono chiamare testardaggine. È ormai da tempo che la Svizzera ha fatto il suo ingresso nel mondo.»

Si poteva leggere così su Chemin de Fer de la Jungfrau, Oberland Bernoise, un testo del 1903 di presentazione della celeberrima Ferrovia della Jungfrau, che sarebbe stata inaugurata qualche anno dopo. Ai tempi l’opera fu considerata un’ennesima, possibile “ottava meraviglia del mondo”; oggi come la possiamo, o dovremmo, considerare? Uno dei massimi trionfi per quell’epoca dell’ingegno umano sulla più ostica Natura, oppure una sua cocente sconfitta perpetrata da uno dei primi e più emblematici atti di prepotenza tecnologica dell’uomo?

[Foto di Michal Gorski, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Nesolio, un gioiello di architettura montana

Nei boschi montani della Val San Martino (provincia di Lecco), sopra l’abitato di Erve e in vista del versante meridionale del Resegone, si nasconde un altro piccolo ma mirabile gioiello di storia e architettura montane, il villaggio di Nesolio. “Nasconde” è termine improprio ma geograficamente indicativo, visto come il nucleo di case resti sostanzialmente invisibile dal fondovalle, celato dalla morfologia locale e dai vecchi e vasti castagneti che lo circondano; inoltre la bella mulattiera che vi giunge non si trova sulle direttrici turistiche che da Erve, durante tutto l’anno, portano numerosi escursionisti verso il Resegone. Tale posizione discosta accentua la condizione di “oblio” di Nesolio, che come numerosi altri nuclei di montagna simili ha subìto nel Novecento uno  spopolamento inesorabile, mitigato solo dalla trasformazione di alcune abitazioni in dimore per il fine settimana dei locali; d’altro canto, quella condizione ne ha cristallizzato il fascino antico e profondo dal quale c’è da augurarsi che si possa generare una sensibilità particolare e costante verso la salvaguardia del luogo e della sua lunga nonché emblematica storia.

Già citato nel Cinquecento ma risalente nella sua porzione più antica e secondo indagini condotte sulle murature al secolo XIV, il nucleo di Nesolio è disposto su vari piani che seguono la linea di crinale e si articola lungo un asse viario principale pavimentato, alla cui sommità si apre una piazzetta. Esempio rappresentativo dell’architettura montana e delle sue connessioni urbanistiche e socio-economiche, oggi quasi del tutto abbandonato, è posto a 695 m poco sopra l’abitato di Erve, al quale è unito dalla citata bella mulattiera selciata che vi sale dalla contrada Torre.

L’insediamento, ufficialmente attestato nel secolo XVI, si ritiene sia il centro originario della Val d’Erve. La tradizione orale (invero non avallata da riscontri oggettivi) narra che siano state genti di presunta origine franco-gallica di stanza in Valle Imagna, più precisamente nella zona di Valsecca,  in cerca di nuovi terreni agricoli a calare dall’alto e fondare il primigenio nucleo abitativo, costruito ai margini di una vasta area che venne disboscata per ricavarne prato, chiamata Prà Ratto. Denominati “quelli di Valsecca” e quindi i Valsec, avrebbero poi dato origine alla prima e tutt’oggi più numerosa casata della valle, i Valsecchi [1]. Il toponimo Nesolio deriverebbe invece da “nissoi”, noccioli, mentre l’origine dall’unione dei termini francesi “nes” nato, e “Soleil”, Sole, cioè “luogo da dove nasce il Sole” è parte di quelle tradizioni orali ad oggi non convalidate.

Il tipo di abitato alpino, compatto intorno ad un asse e comprendente senza soluzione di continuità dimore, fienili e stalle, si compone come un grappolo di edifici disposto secondo il risalire della costa, dove i ripiani si allargano, e lungo una direttrice che sale ai pascoli e ai boschi del Monte Ocone e al passo del Pertüs. È ragionevole ipotizzare che la scelta di ubicare l’insediamento ove si trova sia derivata da una molteplicità di fattori quali la buona esposizione al sole su un crinale appena al di sopra del pendio più ripido, la presenza di un paio di sorgenti, l’affioramento di roccia destinata a fornire materiale da costruzione e la buona solidità alle fondazioni. Bisogna peraltro ricordare che a quei tempi non era usanza solita (come verrebbe da pensare oggi) edificare insediamenti abitati nei fondivalle, soprattutto in presenza di corsi d’acqua, col fine primario di preservarli da possibili inondazioni oltre che per garantire ai nuclei una posizione di maggior sicurezza generale.

I caseggiati maggiori si distinguono per l’elevazione, dovuta generalmente a sopralzi ottocenteschi; predomina la doppia falda nord-sud, con affaccio verso valle di complessi ballatoi in legno, a volte intagliati e decorati negli accessi e nei ripiani inferiori contigui all’abitazione. Peculiare è pure l’uso delle pareti divisorie in rami di castagno, o ciliegio, ricoperti di malta. Gli edifici più antichi (secolo XIV) sono quelli che rivelano una migliore tecnica costruttiva, impregnata ancora di saperi che si rifanno alle esperienze dell’età romanica. Tra di essi la mulattiera procede con slarghi, ripiani, gallerie, si muove con prospettive mutevoli dovute all’adattarsi delle costruzioni secondo spazi e altimetrie; nella parte più alta si apre una piazzetta comunitaria, con resti del lastricato originario e una fontanina addossata al montante della mulattiera. Dalla piazzetta dipartivano altri percorsi che permettevano di raggiungere con agiatezza sia i boschi delle montagne circostanti, sia l’altipiano ai piedi del Resegone, sia quello di Mònico, (il Pian Munik), dove insistevano gli alpeggi ora in gran parte rioccupati dal bosco ma attivi, secondo fonti orali, fino alla metà del Novecento.

Agli inizi del XX secolo, Nesolio contava 170 abitanti distribuiti in una ventina di unità abitative ed altrettante famiglie, dedite all’allevamento degli animali e allo sfruttamento delle risorse del bosco. Ancora negli anni Cinquanta le famiglie residenti erano 17, ma a partire da allora il nucleo è stato progressivamente abbandonato salvo per i pochi che vi salgono per risiedervi temporaneamente, accudire agli animali domestici e curare piccole coltivazioni. In effetti ancora oggi un sistema articolato di appezzamenti di terreno per colture o prati si distribuisce tutto attorno all’abitato. A valle, il versante ripido era utilizzato per piccoli orti e per il prato stabile; a monte, il versante meno scosceso in parte venne terrazzato sia con scarpate inerbate sia con muri a secco che denotano differenti tecniche costruttive e, in altra parte, era tenuto a prato misto con castagni.

Oggi Nesolio, nonostante l’inesorabile degrado di alcune delle sue costruzioni conseguente anche alla difficoltà di recupero e manutenzione del nucleo, rappresenta senza alcun dubbio uno dei migliori esempi di borgo rurale montano dell’intera Lombardia, sia dal punto di vista architettonico che storico-antropologico (parimenti al vicino nucleo di Colle di Sogno, in territorio comunale di Carenno), oggetto di studio nonché di alcune iniziative culturali e artistiche tese a valorizzare il dialogo tra contesto ambientale, rilevanze storiche e presenze contemporanee, nel potenziale tentativo di recuperare l’antica e peculiare ruralità urbana del borgo. Caratteristiche per le quali, tuttavia, è necessaria l’attenzione e la sensibilità di tutti, residenti locali o visitatori occasionali, perché in fondo Nesolio “appartiene” alle sue montagne ma la sua dimensione, la sua storia, l’atmosfera, la bellezza e il suo fascino sono patrimonio di tutti.

[1] In verità tale ipotesi sull’origine principale del familonimo “Valsecchi” è controverso, dacché alcuni elementi storici farebbero ritenere un’origine milanese e dunque, nel caso, sarebbe stata la famiglia a dare il nome alla località valdimagnina giungendovi da Erve.

P.S.: il testo che avete appena letto, redatto in origine da Fabio Bonaiti e qui da me integrato, è tratto dal volume Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, che ho scritto e curato nel 2015 per la sezione CAI di Calolziocorte. Per saperne di più, cliccate qui.

(Crediti delle immagini, ove non di proprietà dello scrivente: Paola Clarissa / commons.wikimedia.org; valsanmartinospot.it; Ecomuseo Val San Martino; Agnese Econimo/Orobie.it.