Non tutte torneranno

[Immagine tratta da create.vista.com.]

Mi ricordo come sono salite, più o meno cento giorni fa, passando la Crest la Gonda salendo in larghi giri, lamentandosi sempre. Si sono arrampicate ancora più su, dove crescono quei tre ultimi pini secchi e poi sono salite faticosamente sul Cuolm da Nuorsas e ancora più in alto, passando poco sotto al1’ometto, la lunga lunga fila senza fine né misericordia. Le prime scendevano già dall’altro versante, oltre l’ometto mentre le ultime stavano ancora giù sul Crest. I miei occhi vedevano centinaia e centinaia di dorsi bianchi che salivano in fila e mi ricordo ancora di aver detto alla mia cagna: «non tutte torneranno da quella valle».

[Leo TuorGiacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello, pag,121.]

 

Cambiamenti climatici e staticità mentali

[Foto di lesserland da Pixabay.]
Giovanni Baccolo, che di mestiere si occupa di ghiacciai all’Università Milano-Bicocca dove al Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra studia i campioni di ghiaccio provenienti da tutto il mondo (cura inoltre il bellissimo blog storieminerali.it nel quale scrive di tali argomenti) e, dunque, di clima se ne intende come pochi altri, scrive un post sul proprio profilo Facebook che avrei altrimenti scritto io in modi paragonabili, oggi:

Penso sia la prima volta che provo una sincera ansia da clima. Se maggio 2022 è così, come sarà luglio 2040? Quali colture sopravvivranno a estati sempre più secche e calde? Quale energia alimenterà metropoli refrigerate altrimenti invivibili? Abbandoneremo davvero i luoghi non più adatti alla vita? Il fatto di non sentire mai davvero parlare di questi temi è a suo modo una risposta e non mi piace per niente.

Parole che condivido in toto, considerando pure la situazione ambientale in essere: caldo torrido come fosse luglio a maggio, pochissime piogge da mesi, neve invernale scarsissima, ghiacciai che si prenderanno una gran batosta, fiumi con portare risibili, campi agricoli inariditi, siccità generale… Che abbiano ragione quei climatologi considerati “catastrofisti” i quali ritengono che il punto di non ritorno climatico l’abbiamo già ampiamente superato, alla faccia dei 2° di aumento da non superare, e il collasso ambientale sia ormai imminente?

Be’, c’è da augurarsi che sul serio siano fin troppo allarmisti, quelli. D’altro canto siamo dotati di abbondante acqua corrente nelle nostre case – per il momento – e di aria condizionata ben accesa per sopportare la situazione climatica in corso, no? Già, peccato che, in questo caso, sopportare è sinonimo di trascurare, di dimenticare. Il clima forse non è ancora collassato, la nostra attenzione e la sensibilità sul tema invece temo di sì.

Ultrasuoni #30: Simple Minds

Tutto questo gran ritorno a sonorità anni Ottanta che colgo nettamente in tanta musica pop odierna ascoltata sulle varie radio, anche da parte di artisti molto giovani (evidentemente dotati di produttori più “maturi”), mi piace molto per un motivo fondamentale: perché mi fa rendere conto quanto i suoni originali, quelli di quarant’anni fa, siano sostanzialmente inimitabili e insuperabili, nonostante la tecnologia contemporanea a supporto delle produzioni di oggi, anche perché dotati, gli originali, di un carisma artistico eccezionale.

[Immagine tratta da www.virginradio.it.]
In questi giorni sto ascoltando un “best of” dei Simple Minds, band tra le più influenti di quel decennio anche se, forse, non tra le prime che si potrebbero citare in tema di notorietà assoluta, e quel carisma eccezionale scaturisce da ogni brano o quasi, sia da quelli della prima parte di carriera, considerata eccelsa, che del seguito, quando alcuni enormi successi (Don’t You (Forget about Me), Alive And Kicking) li hanno fatto considerare “mainstream”, anche troppo per alcuni. Eppure io trovo classe sublime sia in uno dei brani simbolo della prima fase (e un po’ di tutto il Synth-pop del tempo), New Gold Dream (81/82/83/84), che diede anche il titolo al loro album del 1982…

che ad esempio in All The Things She Said, non tra i brani più celebri ma comunque un perfetto esempio del loro Pop rock elettronico, armonicamente perfetto o quasi, a tratti epico (ascoltatevi la parte finale), dotato d’un’anima elettrica (comunque i Minds venivano dal punk) eppure assolutamente popular:

Un gran pezzo, insomma, che proprio nel non essere considerato tra i più celebri della band dimostra la grandezza generale dei Simple Minds e la loro capacità di creare brani comunque capaci di lasciare una traccia forte e indissolubile nel panorama musicale degli ultimi decenni – come numerose altre band di quell’epoca, grandissime come forse nessun altra ha saputo (o potuto) essere nei lustri successivi. Dei brani di oggi che riecheggiano così platealmente le sonorità Eighties, quanti sapranno rimanere nel tempo e nella memoria collettiva allo stesso modo?

[Immagine tratta da www.wegow.com.]

Un emblematico paesaggio industriale

I processi di industrializzazione che dal Settecento in poi hanno interessato buona parte dell’Europa si sono fatti particolarmente significativi nei territori alpini, innescando dinamiche che hanno profondamente ridefinito le realtà socioeconomiche locali, precedentemente ancora determinate da economie rurali meramente sussistenziali e innescando una trasformazione generale, spesso anche troppo rapida, delle geografie fisiche e umane. Per questo la loro considerazione è pressoché ineludibile, in territori come questi, rappresentando una narrazione ecostorica alquanto emblematica e d’altro canto strettamente legata alla realtà presente e ai suoi sviluppi. Anche la Val San Martino, territorio prealpino pur assai vicino alla pianura maggiormente antropizzata e a suoi centri importanti in rapido sviluppo (Bergamo, Lecco, ovviamente Milano), ha conosciuto l’effetto dei citati processi e delle conseguenti dinamiche, che hanno comportato altrettanto rapide transazioni esperienziali e professionali dalle figure di contadino a quelle di contadino-operaio, poi operaio-contadino e quindi operaio puro, in un contesto comunitario già alquanto portato a sviluppare la più ingegnosa laboriosità certamente per ragioni sussistenziali, in principio, ma rapidamente anche per spiccata vivacità imprenditoriale. Sotto questo aspetto la valle ha presentato alcune specificità post-rurali, o pre-industriali, importanti: la lavorazione del legno nella parte montana, la tradizione edile dell’alta valle, l’industria tessile e serica, particolarmente sviluppata in tutto il circondario lecchese, per citare alcuni esempi storicizzati, fino alla forte presenza metalmeccanica contemporanea il cui sviluppo infrastrutturale ha inevitabilmente contraddistinto in maniera fondamentale la territorializzazione e l’urbanizzazione dello spazio, dunque la costruzione del paesaggio. A tal proposito per la Val San Martino si può tranquillamente affermare di essere in presenza, anche, di un paesaggio industriale: tanto in senso visivo, generato dallo spandersi più o meno ampio e quasi continuo dei capannoni industriali – in base a un disegno urbanistico non sempre virtuoso, c’è da ammetterlo – quanto in senso antropologico e culturale, per come le dinamiche legate all’industralizzazione e in alcuni casi alla deindustrializzazione (ma qui in maniera minore rispetto ad altre realtà territoriali affini) hanno determinato pure un ripensamento via via più profondo, ovvero più discosto dall’origine storica, dell’identità locale.

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Nel bene e nel male (ed è arduo stabilire quale delle due componenti sia maggioritaria), quello industriale è uno dei paesaggi (plurale, sì) che più caratterizza buona parte dei nostri territori sotto diversi aspetti, materiali e immateriali, ma è pure quello forse meno meditato e indagato, se non dal mero punto di vista urbanistico o infrastrutturale. Certamente conta il fatto che è il paesaggio che – sostanzialmente – dà da vivere a buona parte degli abitanti del suo territorio e per questo è considerato di default “necessario”, d’altro canto è anche quello che spesso e con maggior evidenza segnala uno scollamento tra l’ambito economico e quello ecologico del territorio stesso, cioè tra la visione prettamente funzionale del territorio e quella principalmente culturale – ne scrissi anche qui al riguardo, proprio in relazione alla Val San Martino. Ecco, forse questo è il tema che dovrebbe essere meglio analizzato e indagato, per la sua valenza storica e la conseguente, potenziale importanza futura. Un tema che d’altro canto coinvolge tre elementi imprescindibili del nostro vivere quotidiano: l’industria (ovvero il fare umano), la cultura (il sapere umano) e quello che comprende e compendia entrambi, il paesaggio, cioè il mondo umano.

Ci tornerò, più avanti, su questo tema, sperando di saper formulare qualcosa di interessante e costruttivo; nel frattempo vi (ri)consiglio la lettura di questo libro, assolutamente illuminante al riguardo.

Una cartolina dal Monviso

«Il Monviso! Questa maravigliosa montagna, che forma la parte più originale, più graziosa e più ardita dell’impareggiabile cornice che corona ogni vista dell’Italia settentrionale: il padre del maggior fiume d’Italia: la sola cima alpina e importante, di cui pare che i romani ci mandassero memoria, il pinifer Vesulus. […] Immagina posto verticalmente uno di quei pugnali triangolari con cui solevano talvolta sbudellarsi i nostri padri; supponi quindi che si giri una delle costole del medesimo infino a che venga a porsi nello stesso piano verticale contenente un’altra costola, ed avrai un’idea della forma del Monviso.»

[Quintino Sella, Una salita al Monviso. Lettera a Bartolomeo Gastaldi, 1863. Immagine della cartolina di Felsbrunn, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]