Ma chi vuole riportare lo sci a 1100 metri di quota sul Monte San Primo «ci è o ci fa»?

Il Consigliere regionale lombardo Marisa Cesana si è espressa di recente sul progetto “OltreLario” che punta alla “riqualificazione turistica” del Monte San Primo con una serie di interventi scriteriati e impattanti, tra i quali nuove infrastrutture sciistiche a 1100 metri di quota, dove già da anni le condizioni per poter sciare non esistono più. Un progetto ormai conosciuto e criticato da chiunque su scala nazionale e internazionale, eccetto che dai suoi promotori.

Il consigliere Cesana ne ha parlato con una serie di affermazioni che, oggettivamente, sono quelle che proferirebbe chiunque non sia mai stato sul San Primo, non ne conosca le specificità, non abbia cura del suo paesaggio e dell’ambiente naturale e non sia realmente interessato alla sua autentica valorizzazione sostenibile, e per tutto questo sostenga un progetto talmente scriteriato e invasivo, peraltro con la solita gran profusione di frasi fatte, affermazioni fuori contesto e quei soliti termini – «valorizzazione» appunto e poi «sostenibilità», «sviluppo», «tutela ambientale», eccetera – che ormai in certe dichiarazioni risultano così fuori contesto e vuoti di significato da apparire inevitabilmente grotteschi.

Dopo aver letto tali dichiarazioni, la domanda che sorge spontanea è sempre quella: ma davvero ci crede a ciò che ha detto?

Piuttosto, il problema – temo – è proprio che il Consigliere Cesana il Monte San Primo lo conosce, e questo rende le sue affermazioni pure inquietanti. Perché provano che l’obiettivo primario delle sue parole, se non l’unico, è puramente strumentale, ideologico, propagandistico, che riguardo il San Primo e la sua “riqualificazione” e/o “valorizzazione” non c’è alcun reale interesse ma c’è solo la volontà di imporre al territorio in modo dogmatico un progetto totalmente invasivo, impattante, degradante e che nulla c’entra con il luogo per mere ragioni politiche – e si intenda tale termine nella sua accezione più negativa. Per di più spendendo – anzi, sperperando soldi pubblici, denaro di tutti noi.

È da sempre e sempre di più una follia vera e propria il progetto del San Primo, non c’è altro da dire. C’è invece ancora molto da fare per impedirlo e per salvaguardare una montagna e un territorio così meravigliosi, di raro fascino e altrettanto rara bellezza: è un dovere e ancor più un diritto che chiunque ami le montagne deve manifestare fattivamente.

Per saperne di più sulla vicenda e per sapere come sostenere la causa a difesa del Monte San Primo, consultate il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui: https://bellagiosanprimo.com/

P.S.: proprio oggi il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” ha emesso un nuovo comunicato stampa per fare il punto della situazione e ribadire i principi alla base della difesa della montagna dal progetto di “valorizzazione turistica” proposto dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano e dal Comune di Bellagio. Ve ne parlerò più diffusamente nei prossimi giorni.

La transizione ecologica del pensiero

[Foto di Thomas Richter su Unsplash.]
Di frequente, a constatare la realtà in divenire della crisi climatica in corso, i suoi effetti sempre più pesanti e di contro l’apparente (in)sensibilità dell’opinione pubblica al riguardo, viene da temere che stiamo soltanto attendendo apaticamente la catastrofe finale senza sapere che fare ovvero convinti che «tanto cosa ci posso fare, io?» In realtà, questa percezione è molto alimentata dai vuoti e stupidi battibecchi propagandistici della politica intorno a certe questioni molto strumentalizzate, dunque del tutto travisate, e dai media mainstream compiacenti ad essa.

Di contro, mentre quelli perdono tempo a blaterare sul nulla, la transizione ecologica è in atto e continua a rafforzarsi, anche in un paese sempre così lento, arretrato, inerte come l’Italia: se certa grande industria continua a fregarsene bellamente per difendere le proprie posizioni economiche, molta altra ha capito perfettamente che il futuro è altrove e vi si sta muovendo. Tutto ciò lo si evince da alcuni grafici emblematici:

Poi, certo, le cose potrebbero (e dovrebbero) andare ancora meglio, dato che l’Italia è in evidente ritardo rispetto al raggiungimento dei target europei di emissioni fissati al -55% entro il 2030:

Manca il 35,5% dello sforzo complessivo, che deve essere concentrato in un arco di tempo molto ristretto (4 anni e mezzo, in pratica, quando il 64,5% del target nazionale è stato conseguito in 35 anni, visto che l’anno di riferimento base è il 1990), richiedendo una drastica accelerazione nell’installazione di nuovi impianti rinnovabili e nell’elettrificazione dei trasporti.

Posto ciò, bisogna pure rimarcare che con tale realtà di fatto non significa che stiamo risolvendo la crisi climatica. Come rilevano gli scienziati, il clima è un sistema complesso le cui variazioni impiegano tempo per manifestarsi, e molto probabilmente l’umanità avrebbe dovuto attivare la transizione ecologica, e più in generale ogni azione efficace alla salvaguardia climatica, qualche decennio fa, quando già la scienza metteva in guardia rispetto a ciò che stava accadendo. Di contro, vista la realtà delle cose, è indispensabile sostenere e portare ancor più a compimento la transizione in atto, ciascuno per come può (e deve) fare a partire dalle più piccole azioni quotidiane e dalla relativa consapevolezza culturale alla base.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Se negazionisti e minimalisti climatici sono soltanto una piccola categoria di perdenti da emarginare definitivamente (anzi, siamo in ritardo pure qui), anche l’atteggiamento di pessimisti e catastrofisti – che pur qualche ragione ce l’hanno – risulta non solo nocivo ma parimenti sbagliato. Con consapevolezza autentica e impegno diffusi – a livello tanto individuale quanto globale – possiamo contrastare efficacemente la crisi climatica e salvaguardare l’ambiente nel quale viviamo (e che ci fa vivere, peraltro). Subiremo inesorabilmente, per qualche tempo, le conseguenze dal cambiamento climatico ma sapremo andarvi oltre e garantire a noi e a chi verrà dopo di noi – e a ogni altro organismo vivente con il quale condividiamo il pianeta – un mondo ancora bello da abitare e nel quale essere felici di vivere.

(Be’, guerre a parte, che qualche ennesimo capo di stato criminale scatenerà sicuramente. Ma è un altro problema, questo. Purtroppo.)

 

«Non cieca opposizione al progresso ma opposizione al progresso cieco»

In molti, troppi luoghi montani ci sono persone, tra le quali purtroppo si annoverano numerosi politici, che al termine “sviluppo” associano immediatamente “ruspe”. E a seguire ogni altra cosa che possa indicare tornaconti e vantaggi particolari, invece di associare a “sviluppo” il termine “comunità”, e a seguire “luoghi”, “paesaggi”, “ambiente naturale”, “beni comuni”.

Che accada per superficialità, leggerezza, incompetenza, ignoranza o per mera scelleratezza, o che in ciò non vi sia nulla di formalmente illegittimo, la sostanza che ne deriva è un costante, irrefrenabile sfruttamento dei territori montani ancora intatti, spesso con autentiche devastazioni di ambienti naturali peculiari e identitari per quei territori, considerati né più né meno come spazi vuoti da riempire e mettere a valore (questa è la loro “valorizzazione”) per applicarvi un prezzo di vendita (uno skipass, ad esempio) e trarne una rendita.

Tutto ciò senza porsi limiti, senza farsi domande, senza porsi dubbi sulla legittimità politica, civica, culturale di tali interventi, come fossero la manifestazione di una verità assoluta che fa di un patrimonio collettivo e dei suoi beni comuni un ambito sostanzialmente privatizzato da sfruttare a piacimento – visto come quasi sempre tali opere commissionate da enti pubblici producano vantaggi soprattutto a soggetti privati.

È un assalto ormai costante, tambureggiante, apparentemente irrefrenabile. Già, perché solo la sensibilità diffusa derivante dal nostro senso civico di cittadini, persone, donne e uomini sinceramente appassionati di montagne può contrastare quell’assalto e impedirlo, come molti vicende hanno dimostrato. Forse dobbiamo solo fermarci un attimo e riflettere su ciò che vediamo e constatiamo, capendo che cose del genere sono sempre “affare nostro”, ci coinvolgono sempre e comunque perché toccano e consumano un nostro patrimonio collettivo e perché ogni indifferenza al riguardo è uno stimolo in più regalato a quei soggetti per perpetrare il loro assalto e la devastazione alle montagne. Fermarci un attimo, osservare, comprendere, riflettere. E agire non con «cieca opposizione al progresso ma in opposizione al progresso cieco» come disse già un secolo fa John Muir. Senza più remore, se queste nostre montagne le vogliamo salvare da un degrado altrimenti inevitabile e, forse, irreversibile.

Nessuna nuova cabinovia su aree tutelate tra la Valfurva e Bormio, «Però lo spopolamento…»

[Veduta della Valfurva da sopra San Nicolò verso Santa Caterina e il Passo di Gavia, con sullo sfondo il Pizzo Tresero. Immagine tratta da www.parrocchiedellavalfurva.it.]
Ieri, nelle “MONTAG/NEWS”, ho dato notizia del parere negativo della Provincia di Sondrio, a seguito della Valutazione d’Incidenza Ambientale, al nuovo impianto tra San Nicolò Valfurva e la ski area di Bormio, a causa delle tempistiche stringenti per ottenere i fondi e, soprattutto, perché l’impianto, le piste di discesa annesse e un nuovo parcheggio interessano «Elementi della Rete ecologica e andrebbero a frammentare un versante integro, proprio al confine con la ZPS» nonché con il territorio del Parco Nazionale dello Stelvio. Per ciò il comune di Valfurva ha dovuto accantonare i vecchi “sogni” di collegamento del proprio comprensorio con quello di Bormio e si è visto costretto a dirottare i fondi disponibili su altri interventi non legati allo sci. Al riguardo un commento del Sindaco di Valfurva mi è parso piuttosto emblematico:

Sul no ai nuovi impianti, aggiungo che il problema più grande della montagna è lo spopolamento. Se i giovani se ne vanno gli effetti si vedono anche in pianura.

Embè?

Obiettivamente, letta così sembrerebbe l’ennesima affermazione di quella convinzione per la quale senza lo sci la montagna si spopola e muore, tanto diffusa tra gli impiantisti e in certa politica quanto sostanzialmente infondata, come dimostrano palesemente i dati demografici delle località sciistiche.

[Santa Caterina Valfurva ha un parco impianti di risalita rinnovato dal 2004 in poi, con l’ultimo intervento nel 2025. Eppure lo spopolamento del comune è costante, segno che l’attività del comprensorio sciistico non sta affatto contrastando l’emigrazione degli locali.]
Cioè, la manifestazione di un bias cognitivo, di un formale “analfabetismo funzionale” per il quale si continuano a sostenere cose ormai insostenibili nonostante la realtà effettiva e i dati analitici che la dimostrano incontrovertibilmente. D’altro canto, e non a caso, lo stesso Sindaco di Valfurva ha dichiarato che i fondi per il nuovo impianto non sono stati sufficienti anche perché

Avevamo anche chiesto alle società di impianti se fossero disponibili a partecipare il progetto al 51% per altri 4,5 milioni di euro, ma nessuna si è fatta avanti.

Ma tu guarda! In pratica, gli stessi imprenditori dello sci, che pubblicamente (e legittimamente, dal loro punto di vista) difendono a spada tratta le proprie attività, sanno invece benissimo che certi progetti non possono più stare in piedi, non solo a causa della crisi climatica ma pure per ragioni prettamente economiche.

[La seggiovia Valbella nei pressi di Cima Bianca, punto più elevato del comprensorio sciistico di Bormio.]
Dunque, ribadisco la domanda fondamentale in queste circostanze: siamo proprio sicuri che sia lo sci ciò che fa vivere le montagne e non spopola le loro comunità, oppure in verità ad esse serve ben altro, di ben più consono alla realtà delle cose, di molto più articolato e organico per lo sviluppo futuro dei territori montani?

Mi auguro vivamente che quelle parole del Sindaco di Valfurva non ne segnalino l’assoggettamento pervicacemente reiterato a quei modelli turistici ormai obsoleti, insostenibili e degradanti per i territori, e che il “no” ai nuovi impianti previsti rappresenti invece una nuova buona occasione per un profondo e articolato ripensamento del presente e del futuro prossimo delle sue e nostre montagne.

Il “bias dello status quo sciistico”

[Immagine creata con Google Gemini AI.]

Perché molti di noi preferiscono spendere di più quando potremmo risparmiare, facendo per giunta qualcosa di buono per l’ambiente? Dal punto di vista economico, la risposta non c’è. Ma dal punto di vista psicologico sì: si chiama bias dello status quo. Un errore sistematico che ci spinge a privilegiare ciò che è familiare, stabile e rassicurante, anche quando esistono alternative chiaramente migliori. Si tratta di un pregiudizio radicato e spesso inconsapevole, che può limitare significativamente la nostra capacità di cambiare e adattarci alle nuove circostanze.

[Matteo MotterliniScongeliamo i cervelli, non i ghiacciai (Solferino, 2025, pag.93.]

Questo passaggio dell’imprescindibile libro di Motterlini (da leggere assolutamente!) il quale, da stimato scienziato e professore ordinario di logica e filosofia della scienza, vi ha analizzato la questione della crisi climatica dal punto di vista psico-cognitivo, sembra scritto apposta per l’industria dello sci contemporanea, che perseverando le proprie attività anche dove le condizioni climatiche e ambientali per sciare non ci sono più e con ciò spendendo cifre esorbitanti (si pensi solo ai costi della neve artificiale: in media tra i 3 e i 7 Euro al metro cubo e circa 45.000 Euro a stagione per ogni chilometro di pista innevato), manifesta come pochi altri soggetti il bias dello status quo descritto da Motterlini. Con ciò limitando fortemente la propria capacità di cambiare e adattarsi alle nuove circostanze che la crisi climatica in corso e le contingenze economiche attuali ovvero, per dirla con parole più semplici, scavandosi da sola la fossa sotto i piedi.

Il problema è che, nella fossa, presto potrebbero finirci non solo i comprensori sciistici ma pure le montagne e le comunità che li ospitano e che, in vari modi, ne sono assoggettati. Se accadesse sarebbe un errore con conseguenze fatali, non serve rimarcarlo.