
Quando stavo facendo delle ricerche per Un paradiso all’inferno (ed.it. Fandango, 2009), un libro sul modo in cui le persone rispondono ai disastri, a colpirmi non fu tanto il coraggio o la capacità di costruire nuove reti sociali e mezzi per sopravvivere, ma il fatto che in queste situazioni si trova qualcosa che si vorrebbe con tanta forza da riuscire a provare gioia anche se intorno ci sono morte, rovina e disordine.
Per rispondere alla crisi climatica, un disastro più grande di qualsiasi cosa la nostra specie abbia mai dovuto affrontare, dobbiamo riportare a galla quello che le persone provano nei disastri: un senso di rilevanza, di connessione e generosità, la coscienza di essere vivi di fronte alle incertezze. Un senso di gioia. È questo il genere di ricchezza di cui abbiamo bisogno. È l’opposto del danno morale: è la bellezza morale. Qualcosa che non abbiamo bisogno di acquisire, perché è già dentro di noi.
[Rebecca Solnit, La vera ricchezza è il nostro futuro, su “Internazionale” nr.1504, 24 marzo 2023, pag.46.]
Risponde indirettamente in questo modo Rebecca Solnit, intellettuale sempre illuminante e stimolante (che molti di voi probabilmente conosceranno per la sua fondamentale Storia del camminare) a una emblematica riflessione di un’altra figura di intellettuale fondamentale, Alex Langer, che quasi quarant’anni fa parlò di come sia difficile rendere la conversione ecologica socialmente desiderabile, nonostante pure i sassi ormai sappiano quanto sia indispensabile a fronte degli effetti del cambiamento climatico – e a prescindere da cosa lo abbia causato, questione innegabilmente importante ma rispetto la quale sarebbe bene andare finalmente oltre, producendo meno parole e più fatti concreti e maggiormente utili a costruirci un’efficace resilienza e un buon futuro. Con ciò andando oltre anche ai negazionisti, ormai sparuti ma sempre pericolosi anche solo come fenomenologia psicosociale, e agli apatici, figli di una società che impone di vivere alla giornata senza curarsi del domani, ma per i cui inevitabili problemi non fornisce alcuna soluzione e nemmeno via di fuga.
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Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…
