Intanto, in Lombardia, ci sono amministratori pubblici che in base a motivazioni che mi viene da definire semplicemente deliranti vorrebbe liberalizzare il transito di tutti i mezzi motorizzati non solo sulle strade agro-silvo-pastorali ma anche su mulattiere e sentieri di montagna, demandando le decisioni al riguardo ai comuni ma, appunto, sostanzialmente dando loro carta bianca.
Giusto nel post di ieri, qui sul blog, ho definito “delitti” gli interventi di tale portata (sia essa materiale o immateriale) nei territori naturali, affermando di non voler usare la parola “crimini” per conservare una pur flebile speranza che i promotori di quegli interventi vogliano arretrare rispetto ai passi finora compiuti e non andare invece ancora oltre. In Lombardia sembra che quella speranza debba risultare vana: i sostenitori dell’emendamento in questione stanno commettendo un vero e proprio crimine contro la montagna, contro la sua cultura, contro le comunità che la abitano e chi le frequenta con rispetto e consapevolezza, contro il suo futuro. Il sostantivo relativo con il quale definire i suddetti sostenitori di un tale emendamento va da sé.
[…] Io non so, esattamente, cosa il consigliere Galizzi intenda con “sentieri della morte” e con “sentieri dello spaccio”. Per carità, magari ho avuto io la fortuna di non imbattermi mai in uno di questi pericolosissimi itinerari. Ma poniamo che esistano: la soluzione per arrestare il degrado sarebbero il motorino, l’enduro, il monopattino elettrico e così via? Se così fosse, le trafficatissime strade di periferia dovrebbero essere il regno della legalità. Per combattere seriamente il “degrado” bisognerebbe scavare in profondità, lavorando sulla cultura, realizzando percorsi educativi e incentivando puntuali e pervasive strategie sociali. Per combattere l’abbandono della montagna e il conseguente deterioramento paesaggistico è necessario garantire alle popolazioni locali i servizi per un vivere dignitoso, non la possibilità di scorrazzare per i sentieri in monopattino. Ora non rimane che sperare nel buon senso dei Comuni affinché questo ingegnoso antidoto ai “sentieri della morte” non si riveli piuttosto la morte dei sentieri.
Ecco. Una vergogna senza limite, che va fermata in ogni modo possibile. Oppure ad essa si è conniventi, con tutte le conseguenze del caso.
“Delitto”. Da delìnquere, derivante dal latino delinquĕre che significa «venir meno (al dovere)», a sua volta forma composta di de- e linquĕre «tralasciare».
Così si legge sul Vocabolario Treccani alla relativa voce. Ecco, di fronte a certe azioni, ai progetti che vi stanno alla base e a quelli che si vorrebbero forzatamente imporre ai territori di montagna e che ad essi appaiono palesemente avulsi, fuori contesto, rozzi, impattanti, degradanti, io dico che bisognerebbe cominciare a definirli per ciò che realmente sono: delitti, contro la montagna, la sua cultura, il suo buon futuro e contro le comunità che le abitano, soggiogate a tali politiche così deviate e convinte ipocritamente che siano attuate per il loro bene, il che ne accresce la natura bieca.
In effetti avrei potuto utilizzare un termine ancora più forte come “crimine”, ma voglio coltivare – forse con eccessiva ingenuità – una pur flebile speranza che i promotori di quegli interventi vogliano arretrare rispetto ai passi finora compiuti e non andare invece ancora oltre, comprendendo finalmente la portata e l’impatto delle loro azioni e delle decisioni antecedenti non solo nella realtà presente ma soprattutto in quella futura e sotto ogni punto di vista.
Dunque, quello immortalato da Michele Comi nelle immagini presenti in questo post (è la nuova “ciclovia” realizzata in Val Poschiavina, laterale della Valmalenco famosa per la sua bellezza alpestre un tempo meravigliosamente intatta e ora vergognosamente sfregiata dalle ruspe) per me è un delitto, punto. E lo sono gli innumerevoli altri interventi basati sulla stessa deviata e pericolosa forma mentis: delitti, cioè – si veda la definizione lì sopra – atti che vengono meno al dovere di salvaguardare e di sviluppare virtuosamente la montagna in quanto patrimonio di tutti, azioni che tralasciano qualsiasi cura e consapevolezza verso i territori montani e le loro realtà naturali e antropiche. Delitti, non altro.
Delitti, ribadisco.
DELITTI. Ok?
Ecco, posto quanto sopra, è sempre più fondamentale che la montagna torni ad essere considerata tale: quale ambito culturale, economico, sociale, antropologico, patrimonio prezioso di tutti e poi, in base a ciò, gestita politicamente in modo consono alla sua realtà, ai suoi bisogni, a ciò che realmente si può definire “sviluppo” nel senso più ampio e compiuto del termine. Si smetta dunque una volta per tutte di considerarla un oggetto di consumo da patrimonializzare e vendere ovvero un banale divertimentificio ad uso di un turismo volgarizzante, e trasformata in un luna park le cui giostre risultano inquinanti non solo ecologicamente ma pure, e soprattutto, culturalmente. Altrimenti una sorte assai triste per le montagne e per chiunque le frequenta, da semplice visitatore o da residente stanziale, sarà inevitabile.
Usiamo i giusti termini, quindi, per definire certi “progetti”, fino a che le giuste azioni – consone, contestuali, equilibrate, meditate, sensate, virtuose, proficue, belle e ben fatte – a favore delle montagne non verranno finalmente attuate.
P.S.:qui potete leggere un articolo che “La Provincia di Sondrio” ha dedicato alle osservazioni di Michele Comi in merito ai nuovi progetti turistici presentati per la Valmalenco.
[Il Monte San Primo dall’Alpe di Terrabiotta. Immagine tratta da trekkinglecco.com.]Nelle scorse settimane ho già scritto più volte, qui sul blog, della vicenda che coinvolge il Monte San Primo, massima vetta del Triangolo Lariano, ovvero del progetto di “sviluppo turistico” che la locale Comunità Montana e il Comune di Bellagio vorrebbero realizzare, un progetto che appare tra i più dissennati visti nei tempi recenti (e l’elenco al riguardo si sta facendo assai lungo, purtroppo). In primis così appare per la volontà di riportare sulla montagna lo sci su pista, con relative infrastrutture e l’inevitabile innevamento artificiale, a quote nivologicamente ridicole, (siamo a 1100 m!) che rendono qualsiasi investimento al riguardo fallimentare ancor prima di nascere, dunque uno spreco di denaro pubblico. Ma il progetto si “distingue” anche per rappresentare un ottimo esempio di certo contemporaneo interventismo per la “turistificazione” dei monti portato avanti da amministrazioni locali palesemente prive di idee, di logiche territoriali, di visione imprenditoriale, di cognizione ambientale e ecologica – che significa anche economica -, di capacità progettuali sistemiche e, in generale, di autentica conoscenza del territorio sul quale intervengono. Si propongono così un tot di cose, le si titola “progetto” facendole credere in grado di sviluppare l’offerta turistica del luogo e pretendendo che in esse vi si debba riscontrare una logica – magari attaccandoci sopra i soliti slogan del caso, quelli con dentro i termini “sviluppo”, “opportunità”, “rilancio”, “sostenibilità”, eccetera. Ma la sensazione che se ne ricava è invece quella di un po’ di carte da gioco pescate a caso da un mazzo e buttate altrettanto casualmente sul tavolo sostenendo che tale modo di giocare sia ragionato: ovvero, un copia-incolla generale di cose ritenute valide solo perché già fatte altrove che viceversa appaiono decontestuali, prive di logica territoriale e di conformità al luogo e alle sue peculiarità, senza nessuna autentica progettualità, nessuna visione di medio-lungo termine, nessuna considerazione culturale del luogo e una sterilità intellettuale complessiva che non lascia prevedere nulla di proficuo per il futuro ma appare come un voler ottenere tornaconti immediati e immediatamente spendibili (in chiave politica o in altro modo). Circostanze che purtroppo, come detto, si riscontrano in molti pretesi progetti di sviluppo turistico sostenuti da certe amministrazioni locali e che nel complesso evidenziano una diffusa mancanza di competenze su tali temi (ovvero un’inopinata obsolescenza di esse, come se si riferissero a realtà di cinquant’anni fa) che, per carità, nessuno pretende che chiunque possegga, anzi, ma che non per questo possono giustificare interventi confusi, raffazzonati e fatti tanto per fare – e per dire di aver fatto.
Tuttavia, come dicevo, il progetto del San Primo è talmente squinternato da essere stato immediatamente giudicato da molti come un’autentica follia, qualcosa privo di alcun buon senso sotto ogni punto di vista. Di contro, qualche rappresentante delle istituzioni locali sostenitrici del progetto ha ritenuto di bollare tali osservazioni formulate da più parti come «intellettualmente disoneste» (ovviamente, dal suo punto di vista, non potendo fare molto altro nel tentativo di giustificare le proprie scelte a fronte della loro generale illogicità). Ma se l’individuo onesto è colui che «agisce con lealtà, rettitudine, sincerità, in base a principî morali ritenuti universalmente validi, astenendosi da azioni riprovevoli nei confronti del prossimo, sia in modo assoluto, sia in rapporto alla propria condizione, alla professione che esercita, all’ambiente in cui vive» (voce “onesto”, vocabolario Treccani), una analisi appena più approfondita del progetto del Monte San Primo porta inesorabilmente a ritenere che la “disonestà” non stia certo in chi cerca di mettere in evidenza le palesi problematicità degli interventi ipotizzati in relazione al luogo e alle sue caratteristiche ambientali: un luogo di meraviglioso valore alpestre che veramente certifica alcuni di quegli interventi come «azioni riprovevoli» e certamente lontano da quei «principi morali» che in territori come il Monte San Primo dovrebbero mirare innanzi tutto alla salvaguardia ambientale e alla valorizzazione culturale di esso e della sua bellezza, un patrimonio dall’enorme potenzialità “turistica” ma nell’accezione virtuosa del termine, non certo in quella banalizzante che il progetto per molti versi tende a alimentare se non proprio che ricerca esplicitamente.
Quindi è una bella e nobile iniziativa quella che ha determinato la costituzione del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, unendo sotto tale egida ben 19 associazioni di vario genere, non solo specificatamente ambientaliste, che agiscono sia nell’ambito locale che in quello regionale e nazionale, oltre che un gran numero di persone che stanno pubblicamente manifestando la loro netta opposizione al progetto, magari anche inviando messaggi al riguardo agli enti locali coinvolti (si veda qui sotto). Il primo atto del Coordinamento è stata la diffusione di un “appello pubblico” nel quale sono riportati i principi cardine dell’azione dei soggetti che vi partecipano, le richieste al riguardo agli enti pubblici locali e alcune proposte alternative di immediata realizzazione atte a riequilibrare il progetto e soprattutto il suo impatto sul luogo.
Trovo che la nascita del Coordinamento rappresenti una bella dimostrazione di attenzione e di sensibilità – oltre che di affetto – verso il San Primo, anche per come la sua attività rimetta nel giusto equilibrio la relazione civica e politica che la comunità sociale deve intessere con i territori in cui vive e che gestisce, e che non possono essere soggetti a interventi incoerenti ad essi imposti in modo univoco, calandoli dall’alto dunque senza un’analisi condivisa e strutturata della loro portata sul territorio. Giustamente il Coordinamento chiede un incontro sollecito alle amministrazioni pubbliche coinvolte, per discutere intorno alle maggiori criticità del progetto: dovrebbe avvenire il contrario ma, ahinoi, la politica contemporanea dimentica sempre più spesso la propria natura originaria e gli scopi in base ai quali è delegata ad agire. In ogni caso è assolutamente augurabile che un confronto ci sia e che risulti effettivamente costruttivo; il Coordinamento poi non si ferma qui e anzi da questi punti iniziali intende partire per sviluppare un’articolata azione non solo di sorveglianza intorno al progetto ma pure di sviluppo di idee alternative e di una presa di coscienza culturale sulla realtà del Monte San Primo, sulle sue valenze ambientali e sull’importanza di valorizzare un luogo così bello e speciale in modo consono e coerente alle sue caratteristiche geografiche, storiche, ambientali, culturali. È ciò che un luogo come il San Primo merita, ed è qualcosa che farebbe del San Primo un modello emblematicamente virtuoso, da seguire e nei suoi principi da imitare. E che darebbe anche molto lustro agli amministratori pubblici che in tal senso agissero: basterebbe che con un pizzico di onestà intellettuale (appunto, si veda sopra) capissero l’importanza e la valenza di un modello del genere. In fondo a volte basta poco per fare grandi e nobili cose, no?
La stessa evoluzione delle società umane porterà ad una condizione della geografia per la quale l’ambiente terrestre esisterà solo come spazio utile (è quanto già accade), fruibile indiscriminatamente. E porterà infine al suo riempimento, con la continua sommersione del paesaggio preesistente, di cui si salveranno solo poche testimonianze. Una sommersione, ad esempio, già in parte avvenuta da noi nel corso del più recente processo di riterritorializzazione, con gli adattamenti ad una condizione di vita che le tecniche industriali hanno profondamente rinnovato, affrancando l’uomo dalle passate dipendenze nei confronti dell’ambiente naturale.
La sommersione, simile ad un diluvio, ha obliterato i paesaggi ereditati nel giro di poche decine di anni. Ordine delle campagne, strutture insediative, architetture che esprimevano forme trepide e nondimeno geniali del costruire, segni devozionali, scenari esaltati da poeti, vissuti e nobilitati da eroi culturali e così via. È questo il destino del paesaggio terrestre, al di fuori delle “isole” rappresentate dalle terre marginali, estranee all’ecumene più densamente popolato? Un destino segnato dalla continua sommersione? E con questa sommersione continua saranno destinate a scomparire per sempre le testimonianze della storia dell’uomo, il paesaggio che racconta?
Da Eugenio Turri, Il paesaggio racconta, saggio presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000. Qui trovate alcuni degli articoli che ho dedicato a Turri, una delle figure fondamentali per chiunque si occupi e s’interessi di paesaggio, geografia e relazioni tra uomo e ambiente. L’infografica sottostante invece fa ben capire la “sommersione” in corso del paesaggio denotata da Turri, ovvero il consumo dei suoli di quel territorio antropologicamente identitario il cui paesaggio custodisce (e racconta) la nostra storia nonché ci offre i semi dai quali far germogliare il miglior futuro possibile per i luoghi in cui viviamo, ma che troppo spesso calpestiamo e sommergiamo nell’oblio culturale e politico più profondo.
Per saperne di più sull’infografica, i cui dati si riferiscono al 2021, cliccateci sopra – e sul tema al quale si riferisce ne ho già scritto qui.
A Teglio, in Valtellina, dove sono in corso e in progetto interventi parecchio opinabili (dal punto di vista economico, climatico, turistico, culturale) a sostegno della monocultura dello sci sui quali ho disquisito qui, pare che nessun privato si sia fatto avanti per finanziare la costruzione della nuova seggiovia.
Moto interessante e emblematico, ciò, ma in effetti non così strano: il privato deve fare profitti altrimenti non sta in piedi, e viene da pensare che a Teglio nessun privato ritenga di poter ricavare profitti a sufficienza da giustificare l’intervento economico richiesto (ribadisco: clic).
È un bel paradosso anche questo, a pensarci bene, per diversi aspetti: se tali discutibili interventi di infrastrutturazione turistica fossero promossi e finanziati esclusivamente da privati, resterebbero opinabili ma non potrebbero essere contestati più di tanto: in fondo il privato, fatto salvo il rispetto generale delle leggi vigenti e del patrimonio collettivo, può fare più o meno ciò che vuole (la dico grossolanamente per farla breve). Invece questi interventi, soprattutto nell’ambito dello sci su pista, sono quasi sempre finanziati da soldi pubblici, cioè di tutti noi, ma guai a contestare o anche solo a dubitare della bontà di quanto viene realizzato alle amministrazioni pubbliche che, anzi, proprio perché tali, si sentono in diritto di poter fare ciò che vogliono, anche quando le opere previste siano completamente insostenibili sia nella forma che nella sostanza e risultino sostanzialmente ingiustificabili alla luce del più ordinario buon senso. In pratica il privato, che potrebbe fare ciò che vuole ma sa di poterlo fare solo se la cosa sta in piedi, spesso in tali situazioni non fa ovvero fa altro; il pubblico, che non potrebbe fare ciò che vuole in quanto dovrebbe innanzi tutto salvaguardare il patrimonio collettivo nonché rispondere di ciò che vorrebbe fare alla cittadinanza, pretende sempre di voler fare tutto ciò che vuole per di più con i soldi dei cittadini. Ecco.
Sono solo io quello che “pensa male” oppure pensate anche voi che ci sia qualcosa che non quadra, in queste situazioni?