Ho scritto tante volte qui e altrove del Lago di Motta, meglio conosciuto come Lago Azzurro, uno degli specchi d’acqua naturali più belli delle Alpi lombarde, da qualche stagione “scomparso” – cioè svuotato delle sue acque – in forza dei periodi di scarse precipitazioni nevose e piovose. Be’, c‘è una buona notizia per i suoi tanti estimatori: è ricomparso, bello pieno, presumibilmente grazie alle recenti e intense piogge. Speriamo che resti così a lungo, al netto delle sue variazioni stagionali ordinarie: l’evidenza che il lago sia così dipendente dalle precipitazioni, che i cambiamenti climatici in corso rendono sempre più irregolari sia in quantità che in periodicità, non risolve la preoccupazione per la sua sussistenza ma, appunto, c’è da augurarsi che le cose per il Lago Azzurro si rimettano al meglio.
Di contro, c’è un’altra notizia che concerne la zona, forse meno buona: è ormai quasi pronto il nuovo grande bacino di raccolta delle acque per l’alimentazione dell’impianto di innevamento programmato delle piste da sci di Madesimo. Ecco, in tal caso – al netto dell’assenso o del dissenso verso un’opera del genere – bisogna vivamente sperare che tale bacino non vada a drenare eccessivamente le risorse idriche del territorio (in un articolo del 2021 si legge che «L’acqua sarà prelevata dal torrente Groppera senza modifiche rispetto al prelievo attuale. Andrà ad alimentare un bacino da 45 mila metri cubi»), compromettendo la salute dei corsi d’acqua e magari quella dei bacini lacustri naturali della zona, proprio in considerazione delle mutate condizioni climatiche, dunque inesorabilmente pregiudicando pure la bellezza e il valore ambientale del paesaggio locale.
Purtroppo, il futuro delle nostre montagne è spesso troppo legato a mere speranze più che a solide certezze, visioni programmatiche, idee virtuose, resilienze necessarie. È un altro macro-tema sul quale ci sarebbe moltissimo da lavorare, e con urgenza.
[Ciò che succede nel Parco Nazionale Svizzero. Cliccateci sopra per saperne di più.]Mentre ilParco Nazionale Svizzero – la più grande riserva naturale del paese, istituita ufficialmente nel 1914 con i più alti standard di protezione e di ricerca sugli habitat naturali montani – attira delegazioni dall’estero che vengono a raccogliere informazioni e esperienze su come si possono promuovere ed eventualmente combinare il turismo sostenibile e la tutela della biodiversità nelle riserve naturali dei propri paesi, al di qua del confine, nel contiguo settore lombardo del Parco Nazionale dello Stelvio, si può constatare concretamente e “imparare” non solo come non si tutela un’area naturale montana ma pure come la si può distruggere con l’autorizzazione e il bene placito delle istituzioni politiche nonché, soprattutto, con la consensuale indifferenza dello stesso Parco Nazionale.
[Ciò che succede nel Parco Nazionale dello Stelvio. Cliccateci sopra per saperne di più.]Si rimarca spesso che le montagne da sempre non dividono ma uniscono: territori, paesaggi, genti, culture, tradizioni, saperi… ma in certi disgraziati casi invece è vero che dividono: tra Grigioni e Lombardia, nelle rispettive e, ripeto, contigue aree naturali protette, da una parte si trova competenza, cura, capacità di gestione, visione, idoneo supporto politico, dall’altra si constata incompetenza, menefreghismo, incapacità gestionale, assenza di visione e progettualità ambientale, azione politica deleteria. E riguardo questa seconda parte, quella lombarda del Parco Nazionale dello Stelvio, ciò che sta accadendo al Lago Bianco del Passo di Gavia è tra le prove più emblematiche e inquietanti.
Una divisione netta, una differenza di relazione con il territorio e di gestione delle proprie montagne radicale e sconcertante. Di là, nei Grigioni, ammirazione; di qua, in Lombardia, vergogna.
[Il Ghiacciaio orientale di Fellaria e il suo lago proglaciale, domenica 24 settembre 2023.]Visitare la fronte del Ghiacciaio di Fellaria, in Valmalenco, è un po’ come affacciarsi su una sorta di “palcoscenico del tempo” sul quale la montagna racconta sé stessa attraverso un palinsesto diacronico, cioè con una narrazione che sovrappone i diversi momenti temporali che hanno caratterizzato il luogo e ne stanno contrassegnando il prossimo futuro.
Mi spiego: il grande ghiacciaio, nonostante il suo stato di notevole sofferenza e di ingente fusione, permette ancora di immaginare come fosse la zona solo qualche decina di anni fa, quando buona parte del territorio attraversato dal sentiero glaciologico Marson che si percorre per giungere al lago proglaciale era sepolto sotto decine di metri di ghiaccio e le due fronti del Fellaria, l’orientale e l’occidentale confluivano ancora l’una nell’altra – negli anni Quaranta del Novecento, in pratica; dunque grazie a tali percezioni si può supporre come fosse la zona in tempi ancora più antichi, quand’era totalmente glacializzata e dalla superficie del ghiacciaio spuntavano solo le sommità montuose più elevate del territorio mentre la lingua glaciale scendeva verso il fondovalle e raggiungeva la piana di Gera, oggi sommersa dalle acque dell’omonimo lago artificiale. Per non parlare poi dei millenni addietro, quando tutta la Valtellina e il bacino del Lago di Como erano occupati dal grande Ghiacciaio dell’Adda!
A questa “post-visione” o memoria percepibile di ciò che era e ora non è più, si sovrappone la visione sincronica del presente, quella che racconta in maniera inequivocabile della realtà climatica attuale, della trasformazione repentina del territorio e del paesaggio, quella che si nutre dello stupore, che per molti versi è sgomento e inquietudine, generati dalla visione del grande lago proglaciale, dei suoi iceberg generati dal distacco di lame ghiacciate dalla fronte del corpo glaciale che lo origina, ormai da anni separata dal ghiacciaio superiore la cui imponente seraccata (tale ancora ma anche in questo caso molto meno massiccia rispetto a qualche anno fa) incombe dal ciglio della parete rocciosa e ogni tanto lascia cadere a valle grossi blocchi di ghiaccio, annunciati da un boato che echeggia per l’intero vallone e fa inesorabilmente rabbrividire chiunque.
Infine, nella mente che elabora le percezioni sensoriali – oculari e uditive in primis ma non solo – prende forma anche la pre-visione del luogo e di ciò che sta diventando in forza delle sempre più rapida trasformazione geomorfologica dovuta alla fusione del ghiacciaio, la cui parte inferiore tra qualche lustro scomparirà definitamente ingrandendo il lago che da proglaciale diverrà naturale e rappresenterà, come già è ora, uno degli specchi d’acqua più grandi della zona – un lago che solo meno di vent’anni fa non esisteva, lo si tenga presente – mentre la parte superiore del Fellaria diventerà sempre meno visibile, in conseguenza dell’assottigliamento della seraccata prima citata la quale si ritirerà a quote sempre più alte, allontanandosi dal ciglio della parete rocciosa e così degradando la cognizione dell’elemento glaciale nello sguardo dei visitatori da visione marcante e identitaria per il luogo a vaga e secondaria impressione. Un po’ come è già accaduto al ramo occidentale del ghiacciaio, appiattitosi e quasi nascosto dietro alla mole rocciosa del Piz Argient, una delle vette principali della zona, il che ha modificato in maniera ingente l’elaborazione percettiva e culturale di quel ramo della valle, oggi principalmente roccioso e erboso.
Insomma, lassù al Fellaria si osserva nello stesso tempo il passato, il presente e il futuro del luogo e del suo paesaggio: la montagna racconta il proprio divenire su differenti piani narrativi che sarebbe bene saper cogliere e comprendere: non solo per elaborare la più completa e compiuta coscienza del luogo ma pure – e soprattutto – perché sia altrettanto compiuta la nostra relazione con esso, che rappresenta la base culturale necessaria per preservare in noi quella narrazione diacronica montana facendone memoria, consapevolezza, cognizione, intuizione, previsione, prospettiva. Tutte cose utili e preziose tanto alla montagna quanto a noi, già.
[Cortina d’Ampezzo, domenica 24 settembre 2023.]Venerdì 22 settembre ad Aosta c’era un sacco di gente per ascoltare Marco Albino Ferrari, Pietro Lacasella e manifestare la propria adesione alla lotta per la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche, tra Cervino e Monte Rosa, minacciato da un devastante progetto funiviario e sciistico. Domenica 24, a Cortina d’Ampezzo, Piazza Dibona era stracolma di persone radunatesi lì per dire un chiaro e inequivocabile “NO” allo scellerato e vergognoso progetto della nuova pista olimpica di bob. Due weekend fa, il 10 settembre, ancora altre centinaia di persone si sono radunate ai 2600 m del Passo di Gavia, sulle rive del Lago Bianco tra Valtellina e Valle Camonica, per protestare contro i lavori di posa delle tubature che prederanno le acque del lago per alimentare gli impianti di innevamento programmato di Santa Caterina Valfurva. E tutti questi recenti raduni non so che gli ultimi di una serie di altri precedenti, altrettanto sentiti e partecipati, nonché alcuni dei tanti attraverso cui, nelle Alpi e sugli Appennini, un numero crescente di persone, riuniti in associazioni o da cittadini comuni, sta chiedendo di salvaguardare i territori e i paesaggi montani.
[Aosta, venerdì 22 settembre 2023.]Ecco perché, nonostante la devastante azione di certa politica che sta cercando in ogni modo di svendere e consumare le montagne per biechi e inutili scopi turistici al fine di ricavarne chissà quali tornaconti («A pensar male si fa peccato ma si indovina» recita quel noto motteggio) io resto assolutamente fiducioso che una tale realtà, oggi inquietante e irritante, possa cambiare presto. Sempre più persone – me ne rendo conto non solo dalle manifestazioni come quelle citate ma in generale frequentando le montagne e parlando con chi incontro lungo i sentieri e nei rifugi – si stanno rendendo conto che non si può più, non si deve più fare ciò che si vuole sulle/delle nostre montagne, che molte cose che accadono nei territori montani sono sbagliate, pericolose, illecite, insensate, che bisogna necessariamente riprendere la piena consapevolezza del valore inestimabile e condiviso – ambientale, culturale, sociale, economico – delle montagne e dei loro paesaggi, un patrimonio di tutti che nessuno, nemmeno quei pochi scellerati amministratori pubblici coi loro sodali, può permettersi di deteriorare, degradare, consumare e distruggere.
[Lago Bianco al Passo di Gavia, domenica 10 settembre 2023.]Forse anche per questo i suddetti amministratori manifestano una tale foga nel presentare e finanziare continuamente progetti così devastanti: ove non siano semplicemente dei pazzi, in realtà si rendono conto di avere il tempo contato per portare avanti ciò che vogliono fare, che la stragrande maggioranza delle persone non è dalla loro parte e che tutti quelli che al momento restano silenti, che i proponenti pubblici pensano essere concordi alle loro azioni, lo sono soltanto per disinteresse civico, mera pusillanimità ovvero nel tentativo di difendere il proprio “orticello” di interessi privati. Purtroppo per il momento il sistema che autoalimenta la predazione delle montagne sta ancora in piedi ma è vieppiù traballante, anche in forza dei colpi di maglio sempre più violenti, ahinoi, portati dalla crisi climatica in divenire; di sicuro la consapevolezza crescente e sempre più diffusa riguardo la salvaguardia delle montagne concluderà molto presto la loro folle e devastante corsa. Speriamo, quando ciò accadrà, che i danni nel frattempo inferti ai territori montani e alle comunità che li abitano non siano troppo pesanti e profondi.
Quello di stasera alle ore 18 a Lanzada, in Valmalenco (la precedente location presso il Parco Gande in via V Alpini a Chiesa in Valmalenco la si è dovuta cassare per ragioni meteorologiche ma nulla di bello sarà perduto, vedrete!), nell’ambito di ALT[R]O Festival 2023, sarà un salotto letterario più unico che raro. Per il contesto, per la bellezza del luogo per il tema e la sua importanza nella contemporaneità, per il modo con cui verrà disquisito, perché nel corso del dibattito si potranno degustare ottime bevande ma innanzi tutto per la gran pregevolezza di chi animerà la discussione: Daniele Zovi, Davide Cinalli, Lorenzo Pavolini, Davide Sapienza. «Tanta roba» insomma, come si dice oggi, ovvero quattro figure illuminanti sui temi protagonisti dell’incontro alle quali cercherò abbastanza indebitamente di affiancarmi io, apportando il mio contributo, insieme a chiunque vorrà partecipare. E, nel caso, state certi che L’identità fluttuante del paesaggio sarà un evento che vi porterete dentro a lungo, mantenuto ben vivido nel tempo dalle suggestioni e dalle emozioni che vi susciterà.
Ci vediamo questa sera alle 18 in Valmalenco, dunque!