Neve artificiale e bambole gonfiabili

Per quanto riguarda gli interventi che mirano al potenziamento delle funzionalità della skiarea, un progetto in via di completamento è il nuovo bacino di circa 60mila m3 che garantirà per la stagione invernale entrante l’innevamento artificiale delle piste. Si tratta di un ulteriore tassello in un piano di interventi che permette ad ora la copertura con cannoni ed aste del 95% del comprensorio sciistico.

Ogni qual volta leggo notizie del genere (il brano lì sopra fa riferimento a una nota località sciistica lombarda), che parlano di impianti di innevamento artificiale e di percentuali delle piste coperte dalla neve prodotta dai cannoni, inesorabilmente – ma sul serio, cioè non per una forma di sarcasmo consapevole ma proprio per il prodotto della più spontanea inventiva – mi si formula in mente l’immagine della hall di una casa d’appuntamenti con 100 “operatrici” a disposizione dei clienti, delle quali 5 sono floride ragazze in carne e ossa e 95 sono bambole di plastica, apparentemente carine ma in verità nemmeno troppo fedeli alle originali umane, e mentre un tempo i clienti avrebbero aborrito queste seconde – nel caso fossero state disponibili – pretendendo assolutamente le prime, oggi che delle operatrici in carne e ossa non se ne trovano quasi più i clienti che entrano nel postribolo mostrano di gradire anche le riproduzioni in plastica, ormai immemori di come andavano le cose con le donne “vere” e insensibili a quel piacere in estinzione ma meramente smaniosi di godere del servizio per il quale hanno pagato nonostante offra ben poco di realmente eccitante. Il tutto sotto gli occhi del tenutario del postribolo, che guarda la scena con quello sguardo un po’ torvo di chi sa che per il momento se la può cavare ancora, grazie a clienti così malleabili e noncuranti, ma che per il futuro si dovrà inventare qualche nuovo escamotage per far soldi dato che quello in corso non durerà ancora tanto perché la plastica si usura, si rompe, l’uso reiterato annoia, rimpiazzare quelle danneggiate costa sempre di più…

Ecco, mi viene in mente un’immagine del genere, a leggere quelle notizie.

Chissà come mai.

P.S.: a dire il vero questa mia immagine non è poi così fantasiosa, visto che esistono già dei bordelli di bambole gonfiabili che, a quanto pare, hanno anche un certo successo. Proprio come accade con la neve finta, già!

Cambiano le montagne e i paesaggi, cambiamo anche noi

Ormai decenni fa, quando avevo poco più di vent’anni (dunque metà anni Novanta, in pratica), con alcuni amici salii per la prima volta il Cevedale, trovandomi così al cospetto di una montagna la cui bellezza iconica mi conquistò subito, per come era ed è possibile osservarla dalla via normale al Cevedale dal rifugio Casati: il Gran Zebrù/Königsspitze, una piramide pressoché perfetta puntata verso il cielo e scintillante di ghiaccio. Scattai una fotografia (il digitale era ancora roba rara, ai tempi) e ne ricavai un ingrandimento che incorniciai e appesi a casa – dove ora vivono i miei genitori e dove fa ancora bella mostra di sé, vicino all’ingresso: lo vedete lì sopra (e tenete conto che erano i primi di agosto, se volete fare qualche raffronto con il presente). Al netto del celeberrimo Cervino, credo sia una delle montagne più belle e “potenti” delle Alpi, il Gran Zebrù, e capace di narrare storie meravigliose su di sé, come raccontai in questo articolo.

Credo lo sia, ho scritto, e vorrei poter continuare a utilizzare la forma verbale al presente tuttavia temo mi (e ci) sarà impossibile farlo, di questo passo. Qualche giorno fa l’amico Luca Ciccio Impagnatiello ha pubblicato sulla sua pagina Facebook quest’immagine del Gran Zebrù, presa dalla vetta del dirimpettaio Monte Pasquale. Una foto (della cui concessione lo ringrazio di cuore) quanto mai significativa e francamente angosciante:

Consentitemi un paragone un po’ idiota ma certamente chiaro: immaginate di avere un’amica (parlo per me uomo, ovviamente il tutto vale anche in ogni altra versione di genere) bella, formosa, atletica, bionda, assolutamente affascinante, e poi di rivederla solo dopo qualche giorno smagrita, pallida, ingrigita, spenta al punto da faticare a riconoscerla se non fosse per le sue fattezze principali. Ecco, è ciò che mi si formula in testa nel considerare l’immagine odierna del Gran Zebrù, quasi del tutto privato dei suoi ghiacci e dunque dall’aspetto soprattutto roccioso, ingrigito, cupo dacché senza più lo scintillio nivale che prima rendeva abbacinante la sua piramide, con il letto della lingua valliva che sembra un’enorme piaga sterile diffusasi tra gli alti pascoli della Valle di Cedèc… un’altra montagna, in pratica, se non fosse per le forme che la rendono ancora identificabile da parte di chi la conosce. E il tutto in pochi decenni, un periodo rapidissimo nella scale del tempo della Terra: per questo l’ho correlato ai pochi giorni del paragone suddetto.

Per tutto ciò sostengo da tempo che i cambiamenti climatici e le trasformazioni fisiche dei territori che ne subiscono gli effetti, tra i quali le montagne sono quelli forse in assoluto più soggetti, più sottoposti ad alterazioni, non comportano conseguenze solo ambientali e in generale materiale ma anche, e per certi versi soprattutto, immateriali ovvero culturali, antropologici, psicogeografici… Il Gran Zebrù che si osserva oggi obiettivamente non è più la montagna di trenta o cento anni fa: ne conserva le forme ma la sua identità assume un aspetto diverso e dunque anche la nostra percezione, assimilazione e elaborazione della sua immagine e del suo paesaggio sta cambiando, quindi inevitabilmente si modifica anche la relazione culturale che possiamo intrattenere con essa e che, nel caso di una montagna appunto così iconica, finisce per influire sul costrutto dell’intero paesaggio d’intorno, rispetto al quale il differente aspetto della montagna genera una diversa percezione del luogo. E siccome noi siamo il paesaggio, dal momento che esso è una nostra elaborazione culturale che esprime nell’idea del paesaggio anche noi stessi, sostanzialmente pure noi cambiamo, al cospetto del Gran Zebrù attuale e futuro così come in ogni circostanza simile.

Sono cambiamenti o, se preferite, alterazioni intense, profonde, complesse, senza dubbio epocali, ma che ancora, credo, non sappiamo percepire e comprendere, fermandoci ai pur essenziali aspetti ambientali (ed è comunque già buona cosa, visto che non sempre accade e il disinteresse, l’apatia o il negazionismo – del clima ma di rimbalzo anche dell’effettiva realtà ambientale – a volte si palesano in tutta la loro sconsideratezza). Ma dobbiamo saperli elaborare e capire, quei cambiamenti in atto, dal momento che come detto stanno cambiando anche tutti noi e la nostra relazione con il mondo che abitiamo, quella che ce lo può far vivere al meglio oppure in maniera problematica. Cioè per costruirci il necessario futuro di proficua resilienza rispetto al divenire della realtà: sarebbe il caso di pensarci, finalmente.

Ciclovie montane, “cattedrali nel deserto” turistico del futuro prossimo

Quanto vale una radice?
Un gradino di pietra, un muro storto? Un piccolo solco inciso nella cotica erbosa, contornato dai rododendri?
Cosa rappresenta una vecchia pista? Un’antica via? Cosa giustifica la cancellazione dei segni di passaggio impressi nei sentieri noti e meno noti disseminati sulle nostre montagne?
Per secoli abbiamo camminato a piedi per queste vie accidentate, aperte a tutti. Generazioni di donne e uomini hanno vissuto e lavorato lungo questi sentieri. Oggi stanno sparendo, non tanto per l’assenza di una misurata manutenzione ordinaria collettiva, ma per l’insana follia di “valorizzazione” che li vede sacrificati in nome di nuove accessibilità.
Mentre in città i camion spianano i ciclisti per l’assenza di piste ciclabili, in Valtellina si spianano i sentieri per il sollazzo su due ruote.
Tra Retiche ed Orobie un esercito di ruspette ed escavatori liscia, scassa e spiana, senza ritegno, senza pudore.
Ricordatevi che la terra con acqua diventa fango.
Maledetti.

Non posso che concordare, pienamente e amaramente ma pure nervosamente, con quanto afferma Michele Comi – guida alpina della Valmalenco, assai nota e rinomata, che ciò che scrive se lo vede davanti quotidianamente – riguardo il fenomeno delle ebike in montagna, la cui trasformazione in moda turistica massificata è diventato ormai il nuovo “mantra” politico di tanti comuni in crisi con il turismo sciistico, in forza del cambiamento climatico in corso, che intendono così “destagionalizzare” (?) i flussi turistici, fregandosene bellamente della salvaguardia dei propri territori e ignorando che è la loro tutela a rappresentare il valore turistico assoluto il quale può fare la fortuna di essi nel lungo periodo, mentre al contrario, con certe iniziative pensate con la pancia più che con la testa (e sovente realizzate parimenti: basta constatare la pessima qualità di certi lavori a scopo turistico in quota), ci si fa illudere di un successo effimero – ma facile da vendere nella propaganda elettorale agli elettori troppo svagati – e così si ignora che ci si sta scavando la fossa sotto i piedi, a sé stessi e all’intera comunità che si amministra.

Ma attenzione: ogni fenomeno sociale e di costume che viene trasformato in “moda” si sviluppa lungo una parabola che conosce un’ascesa e poi inevitabilmente registra una conseguente discesa e un declino. Bene, vi sono già segnali in tal senso, riguardo il fenomeno dell’ebiking montano. E se tutto quello scassare le montagne per farci passare orde di cicloturisti d’ogni genere e sorta, in primis quelli meno avvezzi alla pratica, rappresentasse già ora la costruzione di un’enorme e devastante cattedrale montana nel deserto turistico prossimo venturo?

P.S.: ovviamente, il “problema” non sono le mtb, elettriche o muscolari che siano, e chi intende utilizzarle, ma la trasformazione della loro pratica in un ennesimo strumento di svendita commerciale e monetizzazione dei territori montani a beneficio della loro turistificazione massificata e a totale discapito della salvaguardia del loro ambiente naturale e del paesaggio. Sia ben chiaro ciò.

Gli albergatori di Cortina e il “fiore all’occhiello” della pista di bob

[P.S. – Pre Scriptum: il seguente articolo è stato pubblicato su “Il Dolomiti” sabato 30 settembre 2023.]

Qualche giorno fa su alcuni organi di informazione locali sono state pubblicate le dichiarazioni del presidente dell’Associazione Albergatori di Cortina d’Ampezzo in difesa della progettata nuova pista olimpica di bob, probabilmente l’opera più paradigmatica, in senso critico, tra quelle previste per i prossimi giochi olimpici di Milano-Cortina 2026, contestatissima da chiunque. O quasi, appunto, anche se…

Certamente è comprensibile che gli albergatori di Cortina si muovano a sostegno della promozione del proprio territorio e dell’immagine conseguente dacché ciò difende il loro business ed è lecito, è il loro lavoro – al netto di ogni altra considerazione imprenditoriale al riguardo che qui e ora non c’entra. È molto meno comprensibile che lo facciano sostenendo la realizzazione della pista di bob – oppure, forse, è comprensibile ma nel modo che gli albergatori stessi non vorrebbero palesare finendo invece per farlo in modo ancora più evidente.

Ma analizziamo nel dettaglio le dichiarazioni del presidente degli albergatori, che riporto nei passaggi più interessanti per come li ho letti sugli organi di informazione suddetti:

«Il Bob avrebbe dovuto senza ombra di dubbio rappresentare il fiore all’occhiello [delle Olimpiadi].» Il bob “fiore all’occhiello” dei giochi olimpici invernali? Con tutto il rispetto per i suoi praticanti e per lo stesso sport, assolutamente affascinante, quanti pensano che il bob sia così fondamentale per le olimpiadi invernali al punto da rappresentarne una delle massime espressioni, un «fiore all’occhiello» appunto?

«A che pro contestarlo adesso? I ripensamenti tardivi non portano mai a niente di buono.» In verità le contestazioni per la nuova pista di bob sono partite non «adesso» ma anni fa, appena dopo che si è diffusa la notizia della sua progettazione che fin da subito è sembrata sproporzionata, troppo costosa (già ai tempi, quando la cifra prevista era meno della metà di quella attuale!) e impattante. E sono state contestazioni da subito ampie e diffuse: chissà dov’è stato fino a oggi il presidente degli albergatori per non averle mai sentite prima!

«Perché passa il messaggio neanche troppo implicito che non siamo in grado di onorare i nostri impegni.» In verità i termini della questione sono esattamente opposti: è l’impegno a essere totalmente sproporzionato e illogico da non poter essere onorato. Ovvero, per dirla in altro modo, sarebbe veramente onorevole se finalmente ci si rendesse conto che la nuova pista di bob è un’opera assurda e si considerassero le opzioni alternative prospettate, anche solo per come permettano di risparmiare decine e decine di milioni di soldi pubblici senza per questo inficiare minimamente il valore e lo spirito della competizione olimpica.

«Confidiamo […] che Cortina possa avere la sua pista da Bob nel pieno rispetto delle tempistiche indicate.» Tempistiche già esaurite, come ampiamente riferito dai media, se non (forse) lavorando in fretta e furia cioè in modi discutibili e spendendo chissà quanti altri soldi pubblici per far fronte all’emergenza.

«Ogni infrastruttura nuova o riqualificata in vista dell’appuntamento iridato costituirà un lascito a lungo termine per la nostra comunità e per i tanti amanti degli sport invernali che ogni anno vengono a visitare le nostre montagne per apprezzarne le bellezze e praticare le loro discipline preferite contribuendo a generare indotti significativi.» Oh, ma certo, una pista di bob rappresenta «un lascito a lungo termine per la nostra comunità» (notoriamente in montagna le comunità hanno bisogno di piste di bob, non di infrastrutture e servizi sistemici che ne agevolano la quotidianità) e genererà «indotti significativi» portando di sicuro migliaia e migliaia di bobbisti a riempire ogni posto letto disponibile nella conca ampezzana (notoriamente gli abitanti delle località che hanno piste di bob sono invariabilmente tutti milionari)! Come no!

«Non possiamo pensare di identificarci come località di eccellenza se mancano gli impianti o sono fatiscenti». Tanto meno se ci sono impianti impattanti, inutili e eccessivamente dispendiosi, a meno di voler eccellere sì ma nel dimostrare come si degrada un territorio di montagna e si impoverisce la sua comunità! L’eccellenza in montagna, oggi, non è invece il saper rispondere ai bisogni dei residenti e lo sviluppare i servizi ecosistemici necessari alla comunità, parimenti al soddisfacimento (sostenibile, consono al luogo e in equilibrio con i suoi abitanti) delle richieste dei turisti?

«Una gara strategica in un’Olimpiade che porta il nostro nome.» Strategicissima proprio, vedi sopra. E povero il nome di Cortina, quanta ignominia si attirerà addosso se realmente verranno buttati più di 120 milioni di Euro in un’opera del genere!

Ecco. Alla fine della fiera, a me pare che dichiarazioni di questo tipo siano comprensibilmente un palese tentativo comandato, forse imposto da terzi a un soggetto locale di peso come l’associazione albergatori (lo sapete, a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina), di difendere qualcosa che sotto ogni punto di vista risulta indifendibile. Un tentativo oltre modo maldestro – come sempre, in tali circostanze – e, come detto, incomprensibile se non nell’interpretazione appena esposta. Che tuttavia non fa certo onore a chi volente o nolente s’è preso la briga di esternarlo – e sinceramente spiace per ciò. «Se invece fosse vero che gli albergatori di Cortina la vogliono, la nuova pista di bob?» potrebbe chiedere qualcuno. Be’, nel caso, e rispettando qualsiasi opinione e posizione, sarebbe un problema di sensibilità civica e qualità imprenditoriale, anche per come, ripeto, ci siano di mezzo 124 milioni di Euro di soldi pubblici. Centoventiquattromilioni. Non per un ospedale, una scuola, un centro culturale, una riqualificazione urbanistica… per una pista di bob. Ci vuole un bel coraggio a sostenere una spesa così ingente per un siffatto «fiore all’occhiello», probabilmente il più costoso (e inutile) della storia!

Il tutto, ribadisco, senza che sia lo sport del bob a dover subire conseguenzeil quale è anzi a sua volta una vittima dell’insensatezza olimpica prevista a Cortina. Auguro ai praticanti italiani di avere a disposizione quante più piste belle e efficienti per gareggiare nel loro sport ma realizzate con il buon senso, la razionalità, la sensibilità ecologica e economica e la lungimiranza che al momento i sostenitori della nuova pista cortinese dimostrano drammaticamente e inquietantemente di non avere affatto.

La diffida contro i lavori al Lago Bianco: fermare la distruzione delle montagne si può, si deve!

«Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce.» Così ha scritto Tucidide ne La guerra del Peloponneso eternando un principio fondamentale per qualsiasi società veramente civile e progredita. Per i nostri territori, in primis per le montagne, il male oggi è rappresentato da quelle opere scriteriate che ne devastano l’ambiente e il paesaggio, considerati beni da consumare per ricavarci tornaconti a vantaggio di pochi e a danno di chiunque altro: proprio come sta accadendo in questi giorni al Lago Bianco del Passo di Gavia. E quel “chiunque altro” siamo tutti noi, dato che il territorio e il paesaggio sono un patrimonio comune che tutti abbiano il diritto di godere e il dovere di tutelare: per questo, come scrive Tucidide, chi di fronte a certe opere palesemente devastanti, oltre che manifestamente illegittime, mostra disinteresse e cinismo pur capendone la pericolosità, è esso stesso il male, ovvero è complice consapevole della devastazione.

Ma contrastare la dissennata prepotenza che promuove quelle opere non solo si deve: si può fare. Perché tale prepotenza è arrogante non solo nei confronti delle montagne e del paesaggio che pretende di consumare a piacimento ma pure degli ordinamenti legislativi vigenti e dei regolamenti di tutela ambientale, che crede di poter aggirare, derogare o semplicemente ignorare credendosi intoccabile. Invece no, non va affatto così se si ha veramente a cuore la salvaguardia delle montagne e del loro buon futuro, e se si manifesta la volontà di opporsi civicamente e culturalmente a quella prepotenza. Esattamente come sta facendo il comitato “Salviamo il Lago Bianco”, che ieri ha depositato la diffida formale a interrompere il cantiere per la posa delle tubature che trasformeranno il Lago Bianco da uno dei bacini naturali più belli e integri delle Alpi centrali a un mero serbatoio di alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva, in piena area di massima tutela ambientale del Parco Nazionale dello Stelvio. La diffida è stata redatta dagli studi legali Dini e Saltalamacchia, specializzati in Diritto e Tutela dell’ambiente, è firmata da CAI Lombardia, Mountain Wilderness Italia, il Comitato Civico Ambiente di Merate ed il Comitato Attuare la Costituzione ed è indirizzata agli enti mandanti (mi viene inesorabilmente da usare questo termine) dei lavori al Gavia: Comune di Valfurva, Comune di Bormio, Parco Nazionale dello Stelvio, Provincia di Sondrio, Regione Lombardia, Ministero dell’Ambiente e Santa Caterina Impianti Spa. Sono 46 pagine – che potete leggere qui oppure cliccando sull’immagine qui sotto – in gran parte occupate dalle segnalazioni di illeciti ambientali, amministrativi e procedurali che palesano in maniera inequivocabile l’illegittimità assoluta dei lavori in corso, un atto d’accusa dettagliato e netto la cui conclusione è la seguente:

Alla luce dei fatti e delle contestazioni sollevate, il Comitato e le Associazioni scriventi, mio tramite
DIFFIDANO
Gli Enti e i soggetti in indirizzo a:

  • dare puntuale riscontro ai rilievi e alle contestazioni di cui alla presente diffida;
  • interrompere i lavori di cantiere attualmente in corso per la realizzazione del progetto relativo alla riqualificazione dell’impianto di innevamento artificiale, sito nella citata area protetta del Comune di Valfurva;
  • revocare in autotutela i provvedimenti ammnistrativi che autorizzano e/o assentono al progetto stesso.

Diversamente, comunico di aver già avuto mandato per procedere nei confronti dei responsabili, nelle sedi giudiziarie, anche ordinarie ed europee, competenti.

D’altro canto, la devastante e, mi sia consentito il termine, criminale illegittimità dei lavori in corso al Lago Bianco è palese fin dalle fotografie del cantiere, soprattutto quelle più recenti (quelle in testa al post sono del 3 ottobre), che testimoniano inequivocabilmente la devastazione del luogo, del suo habitat naturale, dell’ecosistema locale, del paesaggio. Il tutto, ribadisco, nel bel mezzo di un’area sottoposta a massima tutela ambientale del Parco Nazionale dello Stelvio il quale, se possibile, risulta il soggetto più moralmente colpevole e per questo più riprovevole, anche per come stia dimostrando di non essere assolutamente in grado di “fare” il Parco Nazionale e di tutelare il proprio territorio.

Ma torno a ribadire con forza il punto di tutto ciò: contrastare la “casta” dei soggetti politici e dei loro sodali che consumano e distruggono le montagne per ricavarne tornaconti particolari, si può e si deve. Sovente, purtroppo, tocca farlo tramite vie legali – un altro “triste” aspetto che dimostra quanto l’Italia sia arretrata in tema di salvaguardia del proprio patrimonio naturale e paesaggistico, la cui integrità si è costretti a difendere grazie a dei bravi avvocati e non in forza del senso civico e della sensibilità ambientale diffusa – ma lo si può fare e lo si deve fare. Per non essere complici della devastazione innanzi tutto – Tucidide docet – e perché i nostri territori, montani o no, sono un patrimonio comune di inestimabile valore tutelato dalla Costituzione la cui bellezza non si può lasciare nelle mani di personaggi così privi di cura, di competenza, di capacità amministrative e politiche, di visioni e di attenzione verso il mondo che tutti quanti insieme viviamo e che potremo continuare a vivere al meglio solo se sapremo mantenere con esso il più armonioso equilibrio.

Dunque, lunga vita al Lago Bianco e grazie di cuore a chiunque sosterrà questa battaglia di civiltà rifiutando di stare dalla parte del male ovvero restando dalla parte di chi fa e farà il bene delle nostre montagne.

P.S.: tra i tanti organi di informazione che lo hanno fatto, il “Giornale di Brescia” ha dedicato alla presentazione della diffida un ottimo articolo che ripercorre un po’ tutta la vicenda dei lavori al Lago Bianco, tornando utile a chi voglia ricostruirla per capirla meglio. Per restare invece aggiornati in tempo reale sulla situazione, ecco qui:

P.S.#2: qui invece trovate tutti gli articoli che ho dedicato alla questione del Lago Bianco al Passo di Gavia.