Un’immagine speciale per un luogo speciale

Crocus ai Piani di Artavaggio, Piani di Artavaggio (Lecco), 22 maggio 2009.

Mauro Lanfranchi, fotografo di mirabile bravura tra i più quotati nel mondo della fotografia naturalistica – che ho la gran fortuna di conoscere, seguendone peraltro l’attività da decenni – sta partecipando al Concorso Fotografico a tema botanico bandito dall’Orto e Museo Botanico del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Pisa, con una foto (quella lì sopra, sì) che offre una spettacolare veduta floreale dei Piani di Artavaggio, sulle montagne della Valsassina.
Ciò che determinerà le immagini vincitrici del concorso sarà il maggior numero di apprezzamenti (like e “cuoricini”) raccolti sulle pagine Facebook e Instagram dell’Orto Botanico entro le ore 10:00 del 7 maggio 2023. Un metodo di valutazione che trovo alquanto opinabile ma tant’è; in ogni caso potete trovare ulteriori informazioni sul Concorso sul sito web dell’Orto Botanico.

Tuttavia qui mi preme non solo invitarvi caldamente a votare l’immagine di Mauro Lanfranchi, nelle modalità suddette, quale forma di omaggio alla sua arte fotografica e al fondamentale lavoro culturale che con essa ha portato avanti nel tempo a favore delle montagne – lombarde soprattutto e lecchesi in particolare ma non solo – e del loro paesaggio, ma pure mettere in evidenza proprio grazie all’immagine fotografica in questione la grande bellezza dei Piani di Artavaggio e l’inestimabile patrimonio naturale che sanno offrire ai propri visitatori, generando il valore di un luogo più unico che raro il quale chiede solo di essere ammirato, compreso, amato in ciò che realmente è: una delle località più belle e speciali di questa regione montana. Pensare e pretendere di poter “valorizzare” un luogo del genere con infrastrutturazioni turistiche banalizzanti, come si vorrebbe fare, e non capire quali siano invece le reali potenzialità di Artavaggio e quanta bellezza vi sia lassù, che abbisogna solo di essere còlta e goduta – e semmai su ciò costruire e strutturare una frequentazione turistica capace di esaltare il luogo e di renderlo speciale come è – mi pare realmente desolante. Col rischio per giunta di degradare quelle sue peculiarità per lungo tempo e di generare un nuovo oblio come già accaduto in passato – cosa peraltro probabile in caso di interventi turistici di matrice meramente speculativa e privi alla base di un pensiero culturale e di una pari relazione con il luogo.

Insomma: votate l’immagine dei Piani di Artavaggio di Mauro Lanfranchi anche per rivendicare la salvaguardia di un luogo così speciale e della sua grande bellezza. È un gesto piccolo ma importante e altamente significativo.

La corsa di massa verso la Natura

[Immagine tratta da questo articolo de “Il Dolomiti”.]

Che nessuno salti alla conclusione che il cittadino comune debba prendere un dottorato in ecologia prima di poter “vedere” il suo paese. Al contrario, lo specialista può diventare del tutto insensibile – proprio come un impresario di pompe funebri è insensibile ai misteri del suo ufficio. Come tutti i veri tesori della mente, la percezione può essere frazionata all’infinito senza perdere nessuna delle sue qualità. Le erbacce cresciute in città possono offrire la stessa lezione delle sequoie; il contadino può vedere nel suo pascolo di vacche ciò che forse non è concesso allo scienziato che si avventura fin nei mari del sud. La facoltà di percepire, in breve, non può essere acquisita con i titoli di studio o il denaro; cresce in patria come all’estero, e chi ne ha solo un po’ può usarla con lo stesso profitto di chi ne ha molta. E dal punto di vista della percezione, l’attuale corsa di massa verso la natura è futile, oltreché dannosa.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.182-183.)

Al di là del potente valore culturale atemporale di queste parole di Aldo Leopold, quell’ultima osservazione sulla corsa di massa alla Natura – così spesso “auspicata” e sostenuta dal marketing turistico nonostante lo sparlare di “sostenibilità”, “eco”, “green”, eccetera: il lago di Braies nelle immagini lì sopra è un luogo tra i più emblematici al riguardo, come già scrissi qui – potrebbe far credere a qualcuno che questo brano sia stato scritto ai giorni nostri, magari proprio negli ultimi anni per come sembra coglierne ispirazione. Invece A Sand County Almanac venne pubblicato nel 1949 raccogliendo testi scritti da Leopold antecedentemente, il che rende sorprendente e parecchio emblematica l’attinenza delle sue osservazioni con la realtà corrente. O, forse, con una realtà che tutt’oggi pesca da un immaginario diffuso nei confronti dell’ambiente naturale già distorto da tempo e che, nel corso degli anni, ha sempre più perso la relazione con la Natura trascurando ampiamente le facoltà percettive del “cittadino comune”. Quelle facoltà che consentono di osservare e non solo di vedere il mondo, di elaborarne il paesaggio, di comprenderne o quanto meno di meditare la realtà sistemica, di intessere quella relazione fondamentale tra uomini e paesaggi che genera identità reciproca, valore culturale, cognizione intellettuale e fa da base all’altrettanto reciproca e armonica salvaguardia: dell’uomo nei confronti della Natura (che invece la “corsa di massa” di matrice più o meno turistica mette a rischio) e viceversa. Una facoltà, la percezione, che come sostiene Leopold non può essere acquisita perché tutti quanti ce l’abbiamo già – ce l’avremmo già, se solo ricordassimo dove l’abbiamo smarrita, negli angoli più reconditi e bui della nostra mente e dell’animo. E, infatti, tale dimenticanza la si vede poi tutta, in molti luoghi – naturali e non solo – del mondo abitato e modificato dagli umani.

P.S.: tornerò a breve a disquisire di overtourism montano, una questione che va affrontata al meglio e quanto prima per evitare che degeneri causando danni irreparabili alle nostre montagne (e non solo a quelle).

Una Milano irripetibile

[Milano, anni Sessanta del Novecento. Immagine tratta da https://www.flickr.com/photos/milan_lera_insc/8746348521.%5D
Ogni qual volta ce n’è l’occasione – la più recente è stato il decennale dalla scomparsa di Enzo Jannacci – e mi ritrovo a leggere della Milano del secondo Novecento, resto puntualmente basito nel constatare la quantità abnorme di talento e genialità che si concentrava in città in quegli anni per la presenza di personaggi variamente appartenenti al mondo delle arti che, mi sia consentito l’accenno di “passatismo”, così non ne esistono proprio più. Fu una sorta di favorevolissima e ineguagliabile congiunzione astral-artistica, il risultato esplosivo di un incrocio di culture, creatività, doti, destini che si sono mescolati gli uni agli altri per “inventare” un mondo espressivo profondissimamente meneghino seppur – e anche questa è una peculiarità emblematica di quel “qui&ora” novecentesco – formato da individui spesso di origini niente affatto milanesi.

[Adriano Celentano e i suoi “Rock Boys”, con Giorgio Gaber alla chitarra e, seminascosto dal sassofonista, Enzo Jannacci al piano. Immagine tratta da www.laquintat.it.]
Per fare qualche nome tra i tanti e nella certezza assoluta di dimenticarne altri di pari valore: il citato Jannacci (figura centrale di quella fenomenale Milano d’antan) che al liceo ha come compagno di classe Giorgio Armani, comincia la carriera di musicista entrando nel gruppo di un giovane cantautore rock, Adriano Celentano, per il quale suona la chitarra Giorgio Gaber. Poi comincia a proporre pezzi suoi con testi sovente scritti da Dario Fo (che scrive anche per Ornella Vanoni la quale intanto lavora con Giorgio Strehler) o ispirati dall’amico Luciano Bianciardi, spesso composti ai tavoli del leggendario bar “Jamaica” bevendo qualcosa insieme ad altri avventori del locale come Lucio Fontana, Piero Manzoni, Dino Buzzati. Nel frattempo frequenta da musicista i locali milanesi, come il “Club 64” dove si esibisce anche un giovane Franco Battiato che verrà poi lanciato proprio da Gaber, e l’altrettanto leggendario “Derby Club”, locale aperto dagli zii materni di Diego Abatantuono, dove spesso suona con musicisti come Enrico Intra e Franco Cerri: del locale, nel quale si fa anche molto cabaret, ne diventa il direttore artistico de facto e parimenti lo diventa del gruppo di comici che più frequentemente si avvicendano sul palco, come il citato Abatantuono, Cochi e Renato, Mauro Di Francesco, Giorgio Porcaro, Massimo Boldi, Teo Teocoli, Giorgio Faletti, Francesco Salvi, Guido Nicheli… e via di questo passo. Ne sto dimenticando un sacco, ribadisco.

[Il “Gruppo Repellente” al Derby Club, metà anni Settanta: da sinistra, Ernst Thole, Diego Abatantuono, Enzo Jannacci, Mauro Di Francesco, Giorgio Porcaro, Massimo Boldi, Giorgio Faletti.]
Una Milano che non esiste più, certamente e inevitabilmente. Il tempo corre avanti, la storia riscrive giorno dopo giorno le proprie pagine, cambiano la persone, le mode, i costumi, le arti, cambia il mondo nelle grandi cose e nelle piccole, com’è giusto che sia e meno male che va così; d’altro canto, in considerazione di tutto ciò fare confronti tra momenti diversi è sempre una cosa pressoché priva di senso. Tuttavia, ribadisco, a volte certe circostanze sembrano proprio eccezionali, forse irripetibili: e quella Milano aveva un paesaggio, nel senso più ampio del termine dunque comprendente anche la geografia umana che caratterizzava la città, le conferiva l’identità peculiare del tempo e dava voce al suo Genius Loci, che veramente risulta straordinario anche, se non soprattutto, se visto e considerato al di là del tempo, quale corpus culturale e per molti versi antropologico che è un patrimonio ineluttabilmente inestimabile divenuto eredità, memoria, retaggio, fondamenta umanistiche del presente e del futuro.

[Gaber, Jannacci, Fo. Immagine tratta da https://ilfotografo.it.]
Ecco, a questo punto qualcuno avrà trovato la risposta alla domanda che forse, a leggere questo post, si sarà fatto: «Ma perché si occupa di paesaggi e qui scrive di quegli artisti milanesi?». Perché era (è) paesaggio, appunto, pienamente e compiutamente.

Insomma, come si cantava in una celeberrima canzone di qualche lustro prima di quegli anni eccezionali, «Lassa pur ch’el mond el disa ma Milan l’è on gran Milan!» E speriamo che lo resti, nonostante tutto.

Enzo Jannacci

[Foto di Deeday-UK, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Di me, una delle ultime volte che ci siamo visti, Giorgio Gaber disse a mio figlio Paolo: «Guarda che tuo padre quando era giovane era pazzo». Io guardai mio figlio e dissi a Giorgio: «Giorgio, io non ero pazzo, ero povero». Del resto si sa che i poveri e i pazzi sono sempre stati accomunati.

[Enzo Jannacci, citato in Andrea Pedrinelli (a cura di), Gaber, Giorgio, il Signor G. Raccontato da intellettuali, amici, artisti, Kowalski, Milano, 2008.]

Cosa si può dire di Enzo Jannacci, morto il 29 marzo di dieci anni fa?
Che era Enzo Jannacci. Punto. Detto tutto, non serve altro.

Senza dare una sola occhiata

[Una veduta lacustre del centro di Bellagio. Immagine tratta da qui.]

Questa diminuzione di sensibilità va diffondendosi dappertutto. Quelli che fanno andare a tutto volume radio e televisori e si portano la radio portatile in spiaggia, che mangiano solo i formaggini più reclamizzati, usano la vaniglina invece dei baccelli di vaniglia, buttano le cicche sui binari della metropolitana, non sanno mettersi in coda, dedicano il loro ultimo romanzo «A mia moglie, che ha battuto a macchina con amore il manoscritto», si vergognano se il nonno si annoda il tovagliolo intorno al collo, hanno voluto che secondini, spazzini, pompieri, ciechi e sordi si chiamassero agenti di custodia, netturbini o, peggio, operatori ecologici, vigili del fuoco, non vedenti e non udenti, dicono zola invece di gorgonzola e sisma invece di terremoto, augurano ai colleghi d’ufficio «buon lavoro», sono ancora quelli che nelle gite aziendali sul Lago di Como si raccolgono in circolo compatto intorno a una chitarra scordata, magari sottoponte, e fanno il percorso Como Bellagio e ritorno senza dare una sola occhiata all’acqua, alle rive, alle ville, alle montagne, al cielo. La sera, uscendo dalla stazione, comprano un chilo di prugne all’acetone e la gita è finita.

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pagg.89-90.)