Tornare a scuola, sul Monte San Primo

Ogni volta che salgo sul Monte San Primo, per me, è un po’ come tornare a scuola. A quella dell’età più allegra, la scuola elementare come si chiamava allora.

E allora, in quella scuola elementare di quando ero bambino, si studiava ancora la geografia (sia sempre maledetto chi decise di toglierla dai programmi scolastici), e avevo un libro di testo che tra le sue illustrazioni, in un capitolo sulla Lombardia o sui laghi alpini, non ricordo, ne aveva una con la celeberrima veduta del Lago di Como dalla vetta del Monte San Primo. Esattamente la stessa che ho rifatto io qualche giorno fa, tornando lassù, e che vedete lì sopra.

Ma tornandoci, sul San Primo (per la cronaca, stavolta l’ho fatto traversandolo per due volte, partendo dal Pian del Tivano e salendo in vetta per la cresta sudovest, poi scendendo dalla nord all’Alpe delle Ville e al Parco San Primo, risalendo a Terrabiotta e al Monte Ponciv e ridiscendendo al Pian del Tivano dall’Alpe Spessola e dall’Alpetto di Torno), mi sono reso conto che in effetti lassù è un po’ come tornare a scuola anche per tanti altri motivi, ancora più validi di quello sedimentato nella memoria personale.

Sul San Primo, innanzi tutto, si torna a scuola di bellezza: una bellezza assoluta, come solo la visione da lassù del mondo può donare, ancor più in forza della prominenza e del particolare isolamento del Monte che, senza raggiungere altitudini così elevate, regala una veduta panoramica a trecentosessanta gradi che molte vette ben più alte non possono offrire. Per di più, sempre grazie alla geomorfologia del San Primo, marcatore referenziale assoluto per tutto il territorio lariano, suscitando la vivida e affascinante impressione di essere proprio al centro del vastissimo panorama, nel punto attorno al quale quel pezzo di mondo si sviluppa con tutte le proprie innumerevoli forme e con tutto ciò che vi sta dentro, di naturale e di antropico.

Ecco, a tale proposito: sul San Primo si va anche a scuola di paesaggio nel senso culturale del termine. Dalla vetta si può contemplare come in pochi altri luoghi l’interazione tra ambiente naturale e spazi antropizzati, studiando come l’uomo abbia abitato i versanti montuosi, le rive del lago, i fondivalle, mentre verso meridione si stende la pianura iper-urbanizzata che tuttavia da lassù – sempre che la sua veduta non sia impedita da una cappa di smog – appare un mondo lontanissimo e inevitabilmente antitetico rispetto a ciò che si vede altrove, a nord dove il fiordo lariano si incunea tra le Alpi orientali e occidentali, a levante con le Grigne possenti e imperiose e dietro le Orobie, a ponente con le vette alpine italiane e svizzere che si susseguono a perdita d’occhio.

Si va anche a scuola di Natura, sul San Primo, con la gran varietà vegetale che offre, le conifere, le faggete, il bosco misto, i prati, le pietre, e tutto contenuto in uno scrigno geografico di rara bellezza, che a settentrione forma una conca dai bordi sinuosi – quella ove è sito il Parco Monte San Primo – che non è banale definire idilliaca per come il termine qui assuma il significato più compiuto possibile, mentre a sud appare come una dorsale che ricorda la schiena di un ciclopico tanto quanto docile animale le cui membra vengono definite dalle creste che dal crinale scendono sul Pian del Tivano, o viceversa.

Per tutto questo sul San Primo si può imparare o approfondire la più intensa e consapevole relazione con il territorio naturale, per come lo starci dentro, in tutta la meravigliosa bellezza del monte verso la quale viene spontaneo cercarvi un’armonia, un rapporto che non sia solo quello fugace del visitatore che passa e va come in un qualsiasi altro luogo ma qualcosa di più forte e radicato, più vitale, qualcosa che faccia veramente sentire di essere parte del paesaggio e il paesaggio che si fa parte di chi c’è lì: è quella congiunzione tra paesaggio esteriore e interiore che ci fa sentire bene nel luogo in cui siamo e, in qualche modo comunque ben percepibile, ci fa sentire vivi più che altrove e di altri momenti. Anche per questo il Monte San Primo si fa “scuola”, offrendo aule tra le più belle e accoglienti nelle quali ci insegna la forma, la sostanza e il senso della sua formidabile bellezza alpestre.

Posto tutto ciò – che è solo una minima parte delle tante cose che di sé il Monte San Primo sa insegnarenon c’è invece bisogno di andare a scuola per “imparare” a capire quanto il progetto, ormai noto e famigerato, di nuovi impianti sciistici che si vorrebbe imporre alla montagna, a questa montagna così bella e speciale per quello che è, sia un’idiozia assoluta. Non occorre essere meno diretti e rudi, bisogna rimarcare le cose per come stanno: è un progetto che può proporre solo chi, invece di imparare la bellezza del San Primo, preferisce ignorarla oppure, assurdamente, non sa comprenderla e per questo formula idee e proposte non solo scriteriate ma pure totalmente avulse dall’anima autentica del San Primo, oltre che alla sua realtà ambientale, paesaggistica e naturale.

Degradare un luogo così speciale, così bello e prezioso, così capace di donare visioni, emozioni, percezioni e sensazioni più uniche che rare a chi lo visita e ne percorre i versanti e le creste è qualcosa che semplicemente non si può accettare, esattamente come non è ammissibile degradare e devastare una scuola prestigiosa e autorevole. Una “scuola” montana che ha soltanto bisogno di alunni curiosi che abbiano voglia di imparare a goderne consapevolmente le bellezze, non di “asini” che invece, malauguratamente, ne disprezzano gli insegnamenti.

Luigi Casanova, Duccio Facchini, “Oro colato. L’eredità per pochi delle Olimpiadi di Milano Cortina”

Credo che chiunque, salvo casi rari, quando nel giugno di sette anni fa le Olimpiadi invernali del 2026 furono assegnate all’Italia, cioè al “sodalizio” Milano e Cortina d’Ampezzo, ne sia tato contento. Le Olimpiadi sono il più grande e prestigioso evento sportivo esistente e tornavano in Italia dopo soli vent’anni, dall’edizione del 2026 di Torino. Ecco, proprio quell’edizione piemontese, e ciò che aveva comportato soprattutto dopo lo svolgimento dei Giochi (alti debiti, impianti abbandonati, scarse o nulle ricadute positive per i territori coinvolti), in aggiunta alla rinuncia di molti paesi di alto profilo alla candidatura (Svizzera, Austria, Canada, Giappone…) suggeriva ad alcuni qualche dubbio o quanto meno un entusiasmo più controllato rispetto all’assegnazione dei Giochi a Milano e Cortina. D’altro canto, come dice il noto proverbio, «errare è umano, perseverare è diabolico»: come non imparare dagli errori commessi per “Torino 2006” e organizzare un evento, ora, in modi molto migliori, ben più virtuoso e vantaggioso per i territori interessati?

A fine 2022, dunque tre anni fa, Luigi Casanova – presidente di Mountain Wilderness Italia e figura chiave della tutela ambientale in Italia – aveva offerto un primo significativo quadro della situazione organizzativa di Milano Cortina in “Ombre sulla neve”; ora torna, insieme al direttore di “Altreconomia” Duccio Facchini, non solo a fare il punto sullo stato di fatto olimpico ma pure a spingere la visione e le considerazioni oltre le Olimpiadi, a quella che è stata definita la “legacy” dei Giochi ovvero a cosa accadrà, una volta spenti i riflettori sui campi di gara, ai territori coinvolti. “Oro colato”, pubblicato a fine novembre scorso (Altreconomia, 176 pagine) è il risultato del loro meticoloso lavoro investigativo sul dossier olimpico milano-cortinese (o, per meglio dire, milanese-valtellinese-trentino-altoatesino/sudtirolese-cortinese-bellunese), ed è un libro semplicemente imperdibile.

Con estrema accuratezza nel delineare la pur grande messe di dati che rende perfettamente in termini numerici – non solo economico-finanziari – cosa siano le Olimpiadi di Milano Cortina, e al contempo con una grande e rara chiarezza espositiva che rende la lettura del libro tanto semplice quanto comprensibile, “Oro Colato” offre una panoramica completa dello stato dell’arte (ormai pressoché definitivo) dell’evento olimpico []

(Potete leggere la recensione completa di Oro colato cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

MONTAG/NEWS #10: sono accadute parecchie cose interessanti la scorsa settimana sulle montagne

In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente parecchio interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe, e la scorsa settimana in modo particolare, tra vacanze natalizie sula neve imminenti e le Olimpiadi sempre più vicine: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


PISTE DA SCI APERTE SOLO IN PARTE MA SKIPASS A PREZZO PIENO

Montano le polemiche sulle tariffe nelle stazioni sciistiche svizzere, che per la scarsità di neve offrono solo una parte di piste aperte ma spesso vendono i propri skipass a prezzo pieno. Gli operatori dei comprensori sciistici difendono la scelta, che sarebbe giustificata dai costi di gestione comunque elevati nonostante l’apertura parziale delle piste, mentre le associazioni di difesa dei consumatori la criticano e guardano in modo negativo a questa evoluzione del mercato sciistico. Cosa accadrà invece in Italia, nell’imminenza delle vacanze natalizie?


LA VALPOSCHIAVO, UN MODELLO VIRTUOSO (E DA REPLICARE)

Un’indagine e una ricerca sviluppate nell’ambito del progetto di sviluppo regionale “PSR 100% (bio) Valposchiavo” nell’autunno del 2024, i cui risultati sono stati presentati in questi giorni, mettono in luce le peculiarità del “modello Valposchiavo”, territorio alpino marginale, poco turistificato e apparentemente “sfortunato” ma che ha saputo fare di necessità virtù e fortune, diventando un laboratorio di sviluppo socioeconomico alpino veramente esemplare e da imitare.


L’INEVITABILE SARCASMO ESTERO PER L’ITALIA “OLIMPICA”

Sembra proprio che uno degli “effetti collaterali” generati dall’ormai palese disastro organizzativo e gestionale delle Olimpiadi di Milano Cortina sia la costante attenzione dei media esteri rispetto a ogni episodio negativo che accade nelle stazioni sciistiche italiane: come ha fatto il “Times” britannico dando notizia della rabbia degli sciatori ad Arabba per la pessima qualità della neve sulle piste per il troppo caldo. Certo in alcuni media esteri non manca una certa dose di cinismo antitaliano, ma senza il disastro olimpico probabilmente la situazione sarebbe ben diversa.


MA QUINDI COS’È “MONTAGNA”, ALLA FINE?

Sul “Fatto Quotidiano” anche Marco Albino Ferrari torna a rimarcare l’importanza di definire cosa sia realmente “montagna”, al fine di elaborarne il futuro con piena cognizione di causa: una questione che nemmeno la recente riclassificazione del “DDL Montagna” sembra abbia risolto. «È arrivato il momento che i grandi media nazionali non ci raccontino più solo la montagna-Cortina, patinata e minoritaria, ma neppure che la descrivano come il luogo dei vinti da assistere, come un rimorchio passivo, luogo dimenticato a cui guardare con benevolenza e rassegnazione.»


TICINO: NIENTE NEVE, SCI GIÀ IN DIFFICOLTÀ

A poche settimane dall’avvio formale della stagione sciistica invernale, l’assenza di precipitazioni obbliga i gestori delle stazioni ticinesi a rinviare la data di partenza, mentre altri invece optano per un’offerta minima. «Le temperature sono troppo elevate anche per l’innevamento artificiale. […] «Oggi, se va bene, riusciamo a lavorare da fine gennaio, quando ormai le vacanze natalizie sono un ricordo» lamentano gli impiantisti della Svizzera italiana.


ANCHE LO JODEL È “PATRIMONIO DELL’UMANITÀ”

Se qualche giorno fa è stato celebrato l’inserimento della cucina italiana nei “Patrimoni dell’Umanità” Unesco, allo stesso tempo in Svizzera si è festeggiato il canto alpino per eccellenza, emblema dell’identità elvetica anche se diffuso in altri paesi delle Alpi (e pure fuori dall’Europa) e famoso ovunque: lo jodel, a sua volta riconosciuto come “Patrimonio culturale immateriale” dall’Unesco.


UN ALTRO TURISMO PER LA VALSASSINA SENZA PIÙ LO SCI

La Valsassina un tempo ospitava numerose stazioni sciistiche che la crisi climatica e le congiunture economiche degli scorsi anni hanno chiuso rapidamente. Oggi prova a (ric)ostruire una frequentazione turistica post sciistica grazie a “Un’altra Via per la Valsassina, progetto vincitore del bando Cariplo “Montagne in Transizione 2025”, con il quale si creerà un itinerario escursionistico di circa sette giorni, le cui tappe collegheranno tra loro tutte le ex stazioni sciistiche valsassinesi. Un progetto molto bello e emblematico, da conoscere.


C’È ANCORA CONFUSIONE, SULLA DEFINIZIONE DI “MONTAGNA”

Anche “Il Post”, in un articolo dello scorso 12 dicembre, si è occupato del pastrocchio nel quale si è infilata la recente “Legge sulla Montagna” sul tema della definizione di “comune montano”, spiegando rapidamente e chiaramente i termini della questione. Che stanno ancora tenendo in fibrillazione moltissimi comuni montani italiani, soprattutto appenninici, o che almeno “montani” lo erano fino a ieri e oggi rischiano di non esserlo più, perdendo così molti finanziamenti ed agevolazioni e peggiorando ulteriormente la realtà delle aree interne italiane.

“Difendiamo la Montagna”: un coordinamento per la tutela e lo sviluppo equilibrato dei monti lecchesi (e non solo)

Martedì 2 dicembre scorso è stato presentato a Lecco con una conferenza stampa il Coordinamento “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, un nuovo soggetto che intende operare a favore dei territori montani della provincia di Lecco e delle loro comunità residenti mettendo in dialogo costante le istituzioni, l’associazionismo di montagna e ambientale, esperti e studiosi dei temi legati alle terre alte e la società civile.

Il Coordinamento è nato su iniziativa di alcune persone che si occupano a vario titolo di cose di montagna, oltre a esserne tutti quanto degli assidui frequentatori – Emilio Aldeghi, Arianna Cecchini, Paolo Galli, Ruggero Meles, Giovanni Ponziani, Silvia Tenderini e lo scrivente – e si è strutturato attraverso frequenti interlocuzioni con l’associazionismo di montagne e di tutela ambientale lecchese durate due anni, nel corso delle quali sono emersi vari temi e motivi che hanno supportato la decisione di costituire il Coordinamento – a cui hanno già aderito alcune associazioni mentre se ne attendono altre.

[Il servizio sulla conferenza stampa andato in onda nel TG di “UnicaTV” il 3 dicembre. Cliccate sull’immagine per vederlo, il servizio parte a 19’05”.]
Innanzi tutto la realtà del territorio montano lecchese, dotato di grandi valenze paesaggistiche, turistiche, culturali, identitarie oltre a rappresentare una cerniera prealpina fondamentale, non solo dal punto di vista geografico, tra la parte più antropizzata della Lombardia, quella a nord di Milano, e l’area prettamente alpina, quella retica e valtellinese. Valenze numerose e importanti delle quali però a volte la popolazione locale non ha piena consapevolezza, come si evince quando vengano proposte particolari iniziative di sviluppo turistico verso le quali il territorio, poste le suddette specificità, si presta molto.

Di contro, tanto in queste circostanze quanto in generale, è spesso carente se non del tutto assente il dialogo tra i decisori politici e istituzionali e la società civile, il che rende indispensabile la tessitura di una interlocuzione costante e consapevole tra istituzioni e comunità locale riguardo i processi decisionali e gli interventi proposti nei territori. Per questo il Coordinamento non nasce contro qualcuno o qualcosa ma proprio per diventare un media tra istituzioni, territorio montano, comunità e ulteriori soggetti funzionali al miglior sviluppo possibile della montagna lecchese.

[Il centro di Lecco con sullo sfondo il Resegone, insieme alle Grigne le montagne lecchesi per eccellenza. Immagine tratta da https://leccotourism.it.]
Dunque gli obiettivi di “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, oltre a quanto già ben intuibile nel nome e nel “sottotitolo” del Coordinamento sono quelli di (far) conoscere, analizzare, riflettere, informare, dialogare, se è il caso di contrastare ma innanzi tutto contribuire a mantenere sempre al centro territorio, paesaggio e comunità ovvero salvaguardia del territorio, sviluppo economico, sociale e turistico, bisogni e istanze della comunità nell’ottica già rimarcata del miglior sviluppo possibile per le montagne lecchesi.

“DIFENDIAMO LA MONTAGNA” è un Coordinamento assolutamente aperto, nel senso al netto di chi vi aderisce che chiunque – associazione, ente, gruppo sociale, soggetto privato – vi si può appoggiare stabilmente oppure in occasione di determinate circostanze e azioni, nella più totale libertà reciproca di movimento e opinione; anche per questo è stato definito in quel modo e non come “Comitato” o altro titolo del genere. Parimenti, il Coordinamento intende creare una rete di azione civica a favore delle montagne con le altre realtà simili che operano sulle Alpi italiane, nella certezza che «l’unione fa la forza» e fa anche massa critica a sostegno della tutela dei territori montani e in sostegno delle loro comunità.

[La home page del sito web del Coordimamento. Cliccateci sopra per visitarlo.]
Tutto quanto rimarcato finora è stato compendiato in un “Manifesto”, che indica le linee guida sulle quali si muoverà l’azione del Coordinamento. Inoltre è già attivo il sito web https://difendiamolamontagna.it/ nel quale si potrà trovare ogni cosa elaborata e messa in atto dal Coordinamento, la documentazione utile a conoscere i fatti di montagna lecchesi, la rassegna stampa, le iniziative organizzate oltre ovviamente allo stesso Manifesto e ai contatti, che si possono utilizzare da subito per qualsiasi comunicazione relativa all’attività del Coordinamento o segnalazione, richiesta, istanza, necessità e per ogni altra cosa che chiunque possa cogliere nel vivere, abitare e frequentare le montagne della provincia di Lecco.

Tocca restare impotenti di fronte alle moto che scorrazzano sui sentieri?

«Questa mattina andando verso il Cimone di Margno insieme a mio figlio siamo stati raggiunti e passati da due moto da trial puzzolenti e rumorose.
In queste situazioni chi e come si può allertare? Mi sono sentito totalmente impotente.
Un cordiale saluto.»

Ciò è quanto mi ha scritto, con un messaggio privato, un conoscente che si è recato sulla montagna citata, una delle più frequentate della Valsassina in provincia di Lecco.

Questo messaggio, e le risposte alla domanda posta, mi danno l’occasione di rimarcare alcuni aspetti importanti del tema spinoso dei transiti motoristici impropri e/o non autorizzati lungo le vie rurali, verso i quali ci si sente pressoché impotenti, appunto. Me ne sono occupato di frequente in passato ma repetita iuvant, assolutamente.

Dunque, come è ormai evidente e risaputo, i motociclisti (salvo rari casi) sui sentieri fanno quello che vogliono perché sanno benissimo di essere difficilmente perseguibili. Purtroppo in questi casi ciò che in buona sostanza vale è la flagranza di reato: ma quando mai si vedono sulle nostre montagne pattuglie di Carabinieri Forestali o di altre Forze dell’Ordine a fare i controlli che dovrebbero fare? D’altro canto sono troppo pochi, privi di risorse e, appunto, spesso depotenziati da assurde normative vigenti come quelle presenti in Lombardia, che a parole vietano il transito sulle vie rurali ma di fatto lasciano ai comuni la facoltà di regolamentare e autorizzare il passaggio attraverso i propri regolamenti locali. Così, nel caso di sindaci consenzienti, poco sensibili oppure distratti, la libertà di transito è (palesemente o tacitamente) garantita e parimenti lo è ancora di più la percezione da parte dei motociclisti di poter passare ovunque, a prescindere dall’esistenza o meno di regolamenti comunali e dai confini amministrativi.

D’altro canto sulla rete viabilistica rurale i divieti di transito spesso ci sono e ben validi, basta constatare la presenza dei relativi cartelli all’inizio dei percorsi di montagna: se ne vedono ovunque, magari vecchiotti e arrugginiti ma ci sono. Tuttavia, come detto, in presenza di normative ambigue come quelle lombarde (similmente presenti in altre regioni) e in assenza di chi è deputato a vigilare e formulare contravvenzioni al riguardo, i motociclisti si sentono intoccabili e liberi di fare ciò che vogliono praticamente su qualsiasi sentiero, anche in orari di ordinario transito pedestre.

[Immagine tratta da https://valdarno24.it.]
Tuttavia, posta tale (deprecabile) situazione, almeno una cosa importante si può (e si deve) fare, che forse non ha effetti giuridici immediati ma nel tempo li può certamente far maturare anche per come rappresenti un’azione pienamente civica, di cittadinanza attiva e, dunque, detenga pure un valore politico: scattare una o più foto dei motociclisti che si trovano a scorrazzare sui sentieri a loro vietati e inviarla ai comandi locali dei Carabinieri Forestali (e, magari, anche ai comuni nei cui territori ci si trova) chiedendo espressamente di attivare specifici controlli nelle zone indicate e, in generale, sulla rete di percorsi rurali locale. Ciò perché se ci si lascia vincere dallo scoramento e nemmeno si segnalano le violazioni motoristiche a cui si assiste, la situazione resterà immutata e, anzi, peggiorerà inevitabilmente perché nulla potrà impedire una sua evoluzione ulteriore a favore dei motociclisti in assenza di testimonianze concerete delle loro violazioni. Se invece ai comandi locali delle Forze dell’Ordine preposte al controllo territoriale cominciano a pervenire le segnalazioni, e sperabilmente le più numerose possibili, si alimenta un obbligo sostanziale a loro carico di intervenire – e si alimenta pure la più consona sensibilità culturale diffusa al riguardo e in generale sulla salvaguardia dei territori naturali. In fondo per arginare fenomeni del genere la repressione non basta, serve anche e soprattutto la sensibilizzazione: se la prima ha qualche effetto immediato ma senza alcuna garanzia di efficacia concreta e duratura (altrimenti sulle strade non vi sarebbe più infrazioni al Codice della Strada!), è la sensibilizzazione delle persone che frequentano i sentieri di montagna ad alimentare la consapevolezza, il rispetto verso di essa e la cultura che serve per viverla nei modi più armonici possibile.

Ad esempio, per la zona citata nel messaggio dell’amico, indico di seguito i recapiti dei Carabinieri Forestali che hanno giurisdizione sulla Valsassina e sulle montagne lecchesi – che sono anche quelle a me più vicine, per giunta:

  • Nucleo Carabinieri Forestale Lecco: 0341/494668, casella mail Pec: flc43204@pec.carabinieri.it
  • Comando Stazione Carabinieri Nucleo Forestale Barzio: 0341/996393
  • Comando Nucleo Carabinieri Forestale Margno: 0341/840059

Unità superiori:

Alle caselle mail indicate, che sono delle Pec e dunque le cui comunicazioni hanno valore legale, vanno inviate le segnalazioni scritte e le immagini raccolte delle violazioni constatate. Meglio inviare le segnalazioni a tutte le Pec indicate, così da dare loro maggior forza e mettendo in conoscenza anche il comune locale, come detto, in quanto primo ente amministrativo di riferimento che per tale motivo non può ritenersi disinteressato o mostrarsi inerte a tali segnalazioni.

[Immagine tratta da www.voceapuana.com.]
Riguardo qualsiasi altro territorio italiano, per trovare i comandi locali dei Carabinieri Forestali ai quali inviare le segnalazioni e le denunce basta una semplice ricerca sul web e si può anche consultare il sito web dell’Arma; oppure ci si può rivolgere ai comandi delle Polizie Locali nonché ai comuni competenti – insistendo nel caso si mostrino poco sensibili o sfuggenti, cosa che a volte accade.

Ecco, questo è quanto si può fare, in attesa che la crescita dell’attenzione e della sensibilità diffuse su questo tema, effettivamente tra i più inquietanti e irritanti che concernono le nostre montagne, convinca i legislatori locali e nazionali a diventare a loro volta più attenti e attivi alla tutela dei territori montani e naturali. «La speranza è l’ultima a morire» si dice, no?