Dunque le montagne avranno un futuro fatto di plastica?

Avrete forse letto della pista di plastica per “sciare” tutto l’anno inaugurata di recente al Passo della Presolana, nelle Prealpi Bergamasche. Ne avevo già scritto in passato, qui.

Ora, a parte che “sciare” (virgolette indispensabili) tutto l’anno su una pista di plastica lunga qualche centinaia di metri stesa tra i prati è una cosa che chi frequenta e conosce le montagne commenterà da sé (peraltro ci avevano già pensato più di mezzo secolo fa, non c’è nulla di veramente innovativo), ciò che veramente sconcerta, e sinceramente fa un po’ ridere (con tutto il rispetto del caso), non è nemmeno l’infrastruttura in sé ma sono le dichiarazioni di contorno di chi ne esalta le “virtù” (la fonte è qui):

«Il progetto della Presolana Ski Arena 365 si distingue per una combinazione di elementi chiave: la tecnologia all’avanguardia garantita dall’utilizzo delle più recenti superfici Neveplast e la sostenibilità ambientale (materiali certificati, attenzione al paesaggio, economia circolare).»

«Sciare su una pista sintetica significa poter praticare il nostro sport in ogni stagione, indipendentemente dalla neve, dal meteo e dal periodo dell’anno.»

«Questa pista saprà regalare sport, passione ed emozioni, creando nuove opportunità di crescita non solo per gli atleti ma per tutto il territorio bergamasco, che ancora una volta dimostra di saper innovare guardando al futuro senza dimenticare le proprie radici.»

«Così cambiamo il modo di vivere gli sport invernali.»

Ma veramente costoro credono alle cose che dicono?
«Sostenibilità», «attenzione al paesaggio», «economia circolare», «cambiamo il modo di vivere gli sport invernali»… con una pista da sci di plastica? Sul serio?

[Immagine tratta da www.bergamonews.it.]
Sinceramente, mi sembrano più dichiarazioni in stile televendita che affermazioni consone alla realtà del luogo e della montagna in generale, nemmeno funzionali a “vendere” la nuova attrazione ma più a imporre un’idea di montagna sempre meno genuina e più artificiale, più piegata alla turistificazione insensata, alla mera propaganda, alla montagna luna park per chi desidera sciare anche in piena estate a 1200 metri di quota. E ci starebbe anche se così fosse, cioè se in questo modo più sincero si avesse l’onestà di presentare l’iniziativa senza piazzarci sopra a forza termini e concetti che non solo non c’entrano nulla – “sostenibilità”, “paesaggio”, “economia circolare”… – ma il cui uso dimostra l’assenza di conoscenza e consapevolezza del loro reale significato, ancor più se riferito al contesto montano.

Invece, con quel profluvio di parole prive di senso, di sostanza e soprattutto di cultura della montagna, tutto quanto appare parecchio ridicolo, appunto. Nonché inquietante, inevitabilmente.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
P.S.1: in verità, formalmente io non avrei nulla contro le piste da sci in plastica… se fossero fatte in città come sarebbe più logico e funzionale, non in montagna.

P.S.: e comunque a me, a leggere queste cose, viene solo da pensare a quelli che, per sfogare le proprie pulsioni sessuali con l’altro genere, non sapendo o potendo fare nel modo più “ordinario” si muniscono di bambole gonfiabili. Che a loro volta sono fatte di plastica e sembrano vere, guarda caso.

 

«Non cieca opposizione al progresso ma opposizione al progresso cieco»

In molti, troppi luoghi montani ci sono persone, tra le quali purtroppo si annoverano numerosi politici, che al termine “sviluppo” associano immediatamente “ruspe”. E a seguire ogni altra cosa che possa indicare tornaconti e vantaggi particolari, invece di associare a “sviluppo” il termine “comunità”, e a seguire “luoghi”, “paesaggi”, “ambiente naturale”, “beni comuni”.

Che accada per superficialità, leggerezza, incompetenza, ignoranza o per mera scelleratezza, o che in ciò non vi sia nulla di formalmente illegittimo, la sostanza che ne deriva è un costante, irrefrenabile sfruttamento dei territori montani ancora intatti, spesso con autentiche devastazioni di ambienti naturali peculiari e identitari per quei territori, considerati né più né meno come spazi vuoti da riempire e mettere a valore (questa è la loro “valorizzazione”) per applicarvi un prezzo di vendita (uno skipass, ad esempio) e trarne una rendita.

Tutto ciò senza porsi limiti, senza farsi domande, senza porsi dubbi sulla legittimità politica, civica, culturale di tali interventi, come fossero la manifestazione di una verità assoluta che fa di un patrimonio collettivo e dei suoi beni comuni un ambito sostanzialmente privatizzato da sfruttare a piacimento – visto come quasi sempre tali opere commissionate da enti pubblici producano vantaggi soprattutto a soggetti privati.

È un assalto ormai costante, tambureggiante, apparentemente irrefrenabile. Già, perché solo la sensibilità diffusa derivante dal nostro senso civico di cittadini, persone, donne e uomini sinceramente appassionati di montagne può contrastare quell’assalto e impedirlo, come molti vicende hanno dimostrato. Forse dobbiamo solo fermarci un attimo e riflettere su ciò che vediamo e constatiamo, capendo che cose del genere sono sempre “affare nostro”, ci coinvolgono sempre e comunque perché toccano e consumano un nostro patrimonio collettivo e perché ogni indifferenza al riguardo è uno stimolo in più regalato a quei soggetti per perpetrare il loro assalto e la devastazione alle montagne. Fermarci un attimo, osservare, comprendere, riflettere. E agire non con «cieca opposizione al progresso ma in opposizione al progresso cieco» come disse già un secolo fa John Muir. Senza più remore, se queste nostre montagne le vogliamo salvare da un degrado altrimenti inevitabile e, forse, irreversibile.

Nessuna nuova cabinovia su aree tutelate tra la Valfurva e Bormio, «Però lo spopolamento…»

[Veduta della Valfurva da sopra San Nicolò verso Santa Caterina e il Passo di Gavia, con sullo sfondo il Pizzo Tresero. Immagine tratta da www.parrocchiedellavalfurva.it.]
Ieri, nelle “MONTAG/NEWS”, ho dato notizia del parere negativo della Provincia di Sondrio, a seguito della Valutazione d’Incidenza Ambientale, al nuovo impianto tra San Nicolò Valfurva e la ski area di Bormio, a causa delle tempistiche stringenti per ottenere i fondi e, soprattutto, perché l’impianto, le piste di discesa annesse e un nuovo parcheggio interessano «Elementi della Rete ecologica e andrebbero a frammentare un versante integro, proprio al confine con la ZPS» nonché con il territorio del Parco Nazionale dello Stelvio. Per ciò il comune di Valfurva ha dovuto accantonare i vecchi “sogni” di collegamento del proprio comprensorio con quello di Bormio e si è visto costretto a dirottare i fondi disponibili su altri interventi non legati allo sci. Al riguardo un commento del Sindaco di Valfurva mi è parso piuttosto emblematico:

Sul no ai nuovi impianti, aggiungo che il problema più grande della montagna è lo spopolamento. Se i giovani se ne vanno gli effetti si vedono anche in pianura.

Embè?

Obiettivamente, letta così sembrerebbe l’ennesima affermazione di quella convinzione per la quale senza lo sci la montagna si spopola e muore, tanto diffusa tra gli impiantisti e in certa politica quanto sostanzialmente infondata, come dimostrano palesemente i dati demografici delle località sciistiche.

[Santa Caterina Valfurva ha un parco impianti di risalita rinnovato dal 2004 in poi, con l’ultimo intervento nel 2025. Eppure lo spopolamento del comune è costante, segno che l’attività del comprensorio sciistico non sta affatto contrastando l’emigrazione degli locali.]
Cioè, la manifestazione di un bias cognitivo, di un formale “analfabetismo funzionale” per il quale si continuano a sostenere cose ormai insostenibili nonostante la realtà effettiva e i dati analitici che la dimostrano incontrovertibilmente. D’altro canto, e non a caso, lo stesso Sindaco di Valfurva ha dichiarato che i fondi per il nuovo impianto non sono stati sufficienti anche perché

Avevamo anche chiesto alle società di impianti se fossero disponibili a partecipare il progetto al 51% per altri 4,5 milioni di euro, ma nessuna si è fatta avanti.

Ma tu guarda! In pratica, gli stessi imprenditori dello sci, che pubblicamente (e legittimamente, dal loro punto di vista) difendono a spada tratta le proprie attività, sanno invece benissimo che certi progetti non possono più stare in piedi, non solo a causa della crisi climatica ma pure per ragioni prettamente economiche.

[La seggiovia Valbella nei pressi di Cima Bianca, punto più elevato del comprensorio sciistico di Bormio.]
Dunque, ribadisco la domanda fondamentale in queste circostanze: siamo proprio sicuri che sia lo sci ciò che fa vivere le montagne e non spopola le loro comunità, oppure in verità ad esse serve ben altro, di ben più consono alla realtà delle cose, di molto più articolato e organico per lo sviluppo futuro dei territori montani?

Mi auguro vivamente che quelle parole del Sindaco di Valfurva non ne segnalino l’assoggettamento pervicacemente reiterato a quei modelli turistici ormai obsoleti, insostenibili e degradanti per i territori, e che il “no” ai nuovi impianti previsti rappresenti invece una nuova buona occasione per un profondo e articolato ripensamento del presente e del futuro prossimo delle sue e nostre montagne.

MONTAG/NEWS #24: alcune recenti e interessanti notizie alle montagne che magari vi siete persi

Dopo qualche settimana d’assenza per cause di forza maggiore, rieccovi la rassegna stampa n°24 di “MONTAG/NEWS, che vi propone alcuni dei fatti di montagna più interessanti sui quali si è scritto in rete e sulla stampa nei giorni scorsi, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento.

Vi ricordo che le notizie più recenti le trovate quotidianamente e con aggiornamenti frequenti sulla home page del blog nella colonna di sinistra, sotto il logo di “MONTAG/NEWS“; l’archivio permanente di tutte le notizie pubblicate lo trovate invece qui.

Come al solito, buone letture e buoni approfondimenti!


A ST.MORITZ STANNO COSTRUENDO CASE NON DI LUSSO

Letta come ne dice il titolo, la notizia che segue sembrerebbe uno scherzo, oppure il frutto di un equivoco. Invece anche nella località per super-ricchi engadinese, che conta cinquemila abitanti stabili, mancano case per molte persone con un reddito medio-basso (per i parametri svizzeri) che vivono e ci lavorano e non possono permettersi gli altissimi affitti della zona. Così nei giorni scorsi è iniziata la costruzione di un edificio che ospiterà 19 appartamenti che il comune intende affittare alle persone residenti in base al loro reddito. È un primo progetto che fa parte di un più ampio piano comunale per provare a risolvere la carenza di case a prezzi accessibili per gli abitanti.


“ALPI IN MOVIMENTO”, UN’AZIONE COLLETTIVA A TUTELA DELLE MONTAGNE

Lo spazio alpino è chiamato ad affrontare grandi sfide comuni: crisi climatica, estinzione delle specie, turismo di massa e congestione del traffico. A partire da quest’anno la giornata d’azione “Alpi in movimento”, che si terrà il 29 agosto 2026, richiamerà l’attenzione sulle possibili soluzioni attraverso una vasta gamma di attività, invitando a vivere le Alpi, a scoprirne la diversità e a festeggiarle insieme. Ogni idea conta: che si tratti di un grande evento o di un’iniziativa locale – una lettura, una visita guidata, una tavola rotonda, un’escursione, un’azione creativa o una manifestazione politica – tutto è benvenuto! Da subito è possibile inserire le attività direttamente sulla mappa all’indirizzo www.alpiinmovimento.org, nel quale troverete ogni altra info utile.


[Immagine generata con Google Gemini AI.]

OLIMPIADI, LA LOMBARDIA CONTINUA A NON PAGARE I PROPRI DEBITI CON LA SVIZZERA

Mentre a soli due mesi dalla fine delle Olimpiadi di Milano Cortina si moltiplicano le notizie sui debiti sempre più alti accumulati dall’organizzazione, in aggiunta agli enormi costi risaputi, il piano per gestire la viabilità e la sicurezza olimpici nel Canton Grigioni dovrebbe risultare meno costoso rispetto ai 5,5 milioni di franchi previsti: a riprova della minor affluenza di pubblico rispetto alle cifre pindariche (e già allora poco credibili) diffuse prima dei Giochi. Di contro, la Regione Lombardia continua a non dare risposte agli svizzeri sul pagamento del contributo a lei spettante: un comportamento istituzionale non solo opaco ma che pure, viene da pensare, rimarca il disequilibrio nei conti olimpici. E sono passati solo due mesi dalla fine dei Giochi!


NON CI SONO PIÙ I BIVACCHI DI MONTAGNA D’UNA VOLTA (?)

bivacchi in alta montagna oggi stanno vivendo un momento contraddittorio: se l’alpinismo prestazionale tutto velocità e cronometro li snobba, possono di contro sostenere la frequentazione meno impattante e più genuina delle montagne, e infatti anche per questo l’architettura li sta rendendo sempre più tecnologici e confortevoli. Non solo: con il notevole numero di persone che affrontano le montagne senza adeguata preparazione, la loro funzione di riparo d’emergenza riacquisisce valore. Luca Gibello, autore del bel volume “I bivacchi delle Alpi”, di innovazioni tecnologiche e “cultura del bivacco” attuale ne ha parlato di recente qui, spiegando come il bivacco sia tutt’oggi un presidio montano fondamentale ma in certi casi “incompreso” e banalizzato.


OLIMPIADI DI MILANO CORTINA, MEDAGLIA D’ORO AI DEBITI

La Fondazione Milano-Cortina, organizzatrice dei Giochi olimpici e paralimpici che si sono svolti fra Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige a febbraio e marzo, rischia di chiudere il 2026 con un rosso in bilancio da circa 300 milioni di Euro. La cifra, riportata da diverse fonti nelle ultime ore, sarebbe stata stimata nel corso dell’ultimo CdA della Fondazione, che si è svolto lo scorso 9 aprile. Una perdita economica provocata dall’aumento dei costi (di circa 230 milioni) e dagli introiti totali più bassi del previsto. E chi li pagherà, secondo voi, questi debiti? Le Regioni, le provincie, i comuni coinvolti. Cioè noi tutti contribuenti. Come avrebbe esclamato la sublime Sora Lella, «ANNAMO’BBENE, PROPPRIO’BBENE!»


LO SCI IN CRISI, ANCHE SULLE MONTAGNE BRESCIANE

In un dettagliato dossier, il quotidiano “BresciaToday” racconta la crisi crescente delle stazioni sciistiche della provincia di Brescia, tra la neve che non c’è oppure è sempre più incerta e discontinua, gli impianti che chiudono o vengono dismessi, l’innevamento artificiale, i costi energetici e idrici altissimi, le settimane bianche che non si fanno più, la montagna cambia volto: ma il modello dello sci è davvero destinato a sopravvivere? Il turismo nei numeri cresce ma quando sale sui monti lo fa sempre meno per sciare e per ciò il sistema dello sci manifesta una fragilità strutturale sempre maggiore. Insomma, anche sulle montagne bresciane l’epoca dello sci di massa sembra sempre più avviata verso il tramonto.


DEREGULATION DELLA CACCIA, C’È DA ALLARMARSI

Mountain Wilderness Italia lancia un nuovo allarme riguardo la deregulation della caccia contenuta nella riforma della legge in vigore, che si sta discutendo in Parlamento: «Si sta inserendo nei calendari venatori la possibilità di cacciare specie protette: tetraonidi, fauna aviaria, stambecchi, marmotte, corvidi, aironi e cormorani. Si sta procedendo a uno sgretolamento della normativa europea per favorire una categoria come quella dei cacciatori che chiede sempre più spazio a discapito di numerose specie di fauna selvatica in difficoltà, il tutto condito da un sensibile ridimensionamento della componente scientifica che si occupa dei problemi legati alla fauna». Domanda (spontanea): come mai tutto questo supporto di certa politica ai cacciatori, categoria ormai in via di estinzione?


GIOVANI IN MONTAGNA PER RISCRIVERE LA PROPRIA VITA

Mountain è un progetto Erasmus+, Cooperation Partnerships in Youth, coordinato dal consorzio Comunità Brianza, che vede il Club Alpino Italiano come partner ed è cofinanziato dall’Unione Europea. L’obiettivo dell’iniziativa è dare una seconda possibilità per i giovani già autori di reato o devianti, quindi tendenzialmente a rischio. Il progetto è già entrato nella sua prima fase di attivazione, con i primi minori che sono stati accolti, formati e accompagnati in montagna, la quale può così diventare un terreno fertile per provare a fare germogliare il seme del cambiamento con una fatica che non è fine a sé stessa, ma mira a riparare il danno arrecato, a trasformarlo in buone azioni. Utili non solo alla società, ma all’individuo stesso.


[Il Rifugio Roda di Vael, nel gruppo del Catinaccio/Rosengarten (Dolomiti). Foto di Obisnow, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

IL CLIMA FARÀ CAMBIARE ANCHE LE APERTURE DEI RIFUGI?

Le aperture stagionali dei rifugi in alta montagna sono sempre state molto regolari: tre mesi in estate più alcuni weekend, e qualche settimana in primavera per quelli scialpinistici. Oggi invece la crisi climatica in corso sta cambiando anche tale aspetto dell’andare sui monti: a volte nevica talmente poco o tardi, oppure la meteo è ancora favorevole, che a ridosso dell’inverno le condizioni sono simil-estive, altre volte invece ad inizio stagione sono sfavorevoli, inoltre capita sempre più spesso che in estate manchi l’acqua, per l’estinzione dei ghiacciai che prima alimentavano i rifugi o per i periodi di siccità prolungata. D’altro canto prolungare la stagione di apertura potrebbe comportare rischi economici per i gestori. Tra i quali il dibattito al riguardo è ormai aperto.


[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay.]

INVERNO 25/26: POCA NEVE SUI MONTI, POCA ACQUA NEI LAGHI

Secondo ARPA Lombardia, le riserve idriche regionali si presentano sotto la media all’inizio della primavera: al 28 marzo la disponibilità complessiva – tra grandi laghi, neve e invasi idroelettrici – è pari a 2455 milioni di metri cubi. Il confronto con la media degli ultimi vent’anni evidenzia un deficit di oltre 800 milioni di metri cubi, circa il 25% in meno rispetto ai valori di riferimento. Ciò in quanto, nonostante le affermazioni (di mera propaganda) degli impiantisti, di neve sulle montagne lombarde ne è venuta poca: in Orobie e in Valcamonica il manto nevoso è inferiore di circa la metà rispetto alla media del periodo. Per di più l’ultimo inverno è stato il terzo più caldo degli ultimi 35 anni, provocando la fusione di molta neve prima del solito.


DIFENDERE I MICROBI DEI GHIACCIAI PER DIFENDERE LA VITA (E NOI STESSI)

La conservazione della biodiversità si concentra su ciò che vediamo: foreste, coralli, grandi mammiferi. Ma il vero sistema di supporto della vita sulla Terra resta invisibile: è il sistema microbico, che regola l’ossigeno che respiriamo, il carbonio che assorbiamo, la stabilità degli ecosistemi e risulta dunque fondamentale per ogni organismo vivente. Eppure, mentre proteggiamo specie iconiche, non facciamo lo stesso con i microbi, che stanno collassando senza che ce ne accorgiamo per gli effetti della crisi climatica e delle attività antropiche. Come quelli che dimorano nei ghiacciai: sono comunità microbiche uniche, che potrebbero contenere soluzioni mediche o ecologiche oggi impensabili. Che stanno svanendo insieme ai ghiacciai che le ospitano.


 

«Almeno quest’inverno ha nevicato un sacco!» (Ovvero: il “bias nivologico” è servito!)

Sulle proprie pagine social il servizio di informazioni meteo-climatiche Meteo Valle d’Aosta di recente ha spiegato bene come l’affermazione sovente diffusa da molti – in primis i gestori dei comprensori sciistici (e ci sta: fanno propaganda a loro favore) e a ruota da certa stampa (e non ci sta per nulla: dimostra quanto sia superficiale l’informazione giornalistica odierna) – sul fatto che nell’inverno da poco concluso abbia nevicato molto, sia palesemente errata. Meteo Valle d’Aosta parla chiaramente di «fake news che supera la scienza» e la definisce come il frutto di un bias, termine della psicologia che identifica «una distorsione cognitiva o un errore sistematico di giudizio, spesso causato da pregiudizi, che porta a interpretazioni irrazionali o previsioni errate della realtà». Qualcosa che viene creduto vero e reale quando invece non lo è affatto e lo si può dimostrare facilmente. Un bias nivologico, in pratica.

Così scrive Meteo Valle d’Aosta sulle proprie pagine a corredo dell’eloquente immagine che vedete in testa a questo articolo, raffigurante la gran parte del comprensorio sciistico di Breuil-Cervinia ripreso dalla webcam di Plateau Rosa:

Se parliamo con qualcuno dell’inverno appena trascorso ci dirà che «quest’anno almeno di neve ne è venuta un sacco». Purtroppo non è così e questo è frutto di un bias nato dopo le abbondanti nevicate di dicembre osservate in un angolo di Alpi (nel cuneese, o meglio tra Marittime e Liguri, che a loro volta rappresentano meno della metà delle Alpi cuneesi).
Tale bias ha fatto credere ai più che la situazione neve delle Alpi Marittime e Liguri fosse la stessa di tutto l’arco alpino: falso. Sul resto delle Alpi Piemontesi e della Valle D’Aosta fino a fine gennaio le nevicate sono risultate in media o con un modesto deficit e la neve è riuscita a permanere al suolo grazie a temperature nella norma, questo è il vero punto. Tra fine gennaio e febbraio sulla nostra regione c’è stato poi un buon recupero grazie alle correnti da nord-ovest, che tuttavia hanno sfavorito le zone di sud-est.
Da marzo è poi iniziata una fase sopra media a livello termico con una rapida fusione del manto, in parte controbilanciata dall’evento nevoso di metà mese, quando però la neve è scomparsa in pochi giorni per le alte temperature. Aprile ha poi accelerato la fusione: dopo le tempeste di vento di fine marzo, è arrivata una lunga fase con temperature bollenti, tanto che la nostra stazione a Plateau Rosa a 3467 m ha registrato ben 10 massime ad aprile sopra lo zero ed una media massime di -1.32 gradi fino ad oggi, ovvero la media di maggio.
Siamo un mese avanti a livello termico, ma con poca neve: il risultato lo vedete nel confronto fotografico della cam di Plateau Rosa per le annate 2024, 2025 e 2026. Le due annate precedenti presentano un innevamento molto migliore: la 2024 è stata però una primavera eccezionale, con nevicate copiose, mentre la 2025 possiamo dire che si avvicina più all’atteso. Una forte fase di maltempo con 150/200 cm di neve a metà aprile 2025 aveva riportato l’innevamento vicino alle medie, dopo che a inizio mese già si raggiungevano livelli sotto media.
Sapete a cosa assomiglia la stagione 2026? Al 2022, annata molto negativa per i ghiacciai.

Ecco. Inutile rimarcare che la nota previsionale finale su come potrebbe essere la prossima estate per i ghiacciai alpini è a dir poco inquietante.

In ogni caso, dal mio punto di vista il nocciolo della questione evidenziata da queste osservazioni di Meteo Valle d’Aosta non è soltanto legata all’andamento effettivo della stagione nivologica 2025/2026, ma concerne pure la permanente superficialità con la quale viene veicolata l’informazione pubblica relativa ai fenomeni meteo-climatici: una superficialità che, temo, si autoalimenta aggravandosi sempre di più e generando di conseguenza una altrettanto crescente superficialità cognitiva generale riguardo ciò che sta accadendo al clima, ovvero a ciò che sta accadendo a noi. Sostenere che ha nevicato tanto quando non è proprio così non rappresenta solo un tentativo di affermare il falso per motivi più o meno funzionali, come può essere per i gestori dei comprensori sciistici che gioco forza non possono ammettere che la materia prima con la quale essi lavorano sta svanendo ogni inverno di più ponendoli di fronte, in molte località delle montagne italiane, a una fine prossima e inesorabile: a me sembra anche, se non soprattutto, il tentativo maldestro di allontanare da sé la realtà delle cose, di rifiutarla come se così facendo si potesse invertirne il corso, con un effetto che, preso per sé, non sarebbe rilevante ma, ove rilanciato dalla stampa senza alcuna visione oggettiva con l’unico intento di costruire titoloni roboanti acchiappa-like, può diventare devastante per la sensibilità ecologica e ambientale diffusa e della cui definizione crescente la nostra società avrebbe bisogno.

[Ho chiesto a Google Gemini AI di interpretare il “bias nivologico” e questo è il significativo risultato.]
Cioè, in altre parole, se quel bias individuale evidenziato da Meteo Valle d’Aosta si innesta nel contesto culturale già – almeno in certi ambiti – eccessivamente superficiale e banalizzante che caratterizza il nostro tempo, i danni che ne derivano sono veramente pericolosi, fino a giungere al paradosso sociologico della “Profezia che si autoadempie” ma al contrario: in questo caso, vivere il cataclisma climatico subendone le conseguenze peggiori ma negando che stia avvenendo. Non nevicherà quasi più, sulle montagne, ma basteranno pochi centimetri accumulati in un paio di occasioni per negare che stia avvenendo e continuare come nulla fosse. Fino alla fine.