Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.
Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello (ultra classico!) ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia bello? Perché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.
E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noi, è una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe di se stesso di essere “brutto” dentro?
Nella differenza culturale tra “territorio” e “paesaggio”, cioè tra ciò che vediamo intorno a noi e ciò che concepiamo da quella visione, nella relazione che si forma tra i due elementi e nella sua stortura (il più delle volte inconsapevole, in certi casi no), si può riscontrare sia la fortuna di essi, ovvero la loro frequentazione antropica armoniosa, sia la loro sfortuna, cioè l’origine dei danni che l’uomo con le sue attività vi compie. Comprendere che l’antropizzazione e la territorializzazione realizzate in armonia con lo spazio e l’ambiente naturale generano un altrettanto armonioso e bel paesaggio, nel quale ci si trova bene perché è bello starci, è fondamentale tanto quanto capire che la confusione tra i due elementi e il travisamento del loro valore, innanzi tutto da parte di chi opera e gestisce quegli spazi vissuti e antropizzati, è garanzia pressoché certa di danni e di degrado della bellezza peculiare dei luoghi, dunque conseguentemente anche della nostra relazione con essi, del nostro atteggiamento, della capacità di comprenderne e salvaguardarne il valore. Per questo il paesaggio deve necessariamente scaturire da una nostra elaborazione intellettuale e culturale: se ciò non accade, il territorio diventa come un dipinto dai colori bellissimi ma che non si capisce cosa rappresenti.
[Veduta aerea del Passo del Tonale. Foto di Adam Rubáček, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]Sembra di avere a che fare con dei racconti ucronici, quando si leggono le notizie di stampa sugli investimenti continui (di soldi per gran parte pubblici, è sempre bene rimarcarlo) nei comprensori sciistici, che in certe zone si stanno facendo particolarmente incessanti – in Lombardia, ad esempio: perché ci saranno le Olimpiadi invernali nel 2026? No, semmai perché ci saranno le elezioni regionali, tra meno di un anno!
Tuttavia, bieche convenienze politico-elettorali a parte (che comunque da queste parti contano sempre, purtroppo), sembra veramente di leggere dei testi di narrativa fantastica che raccontano una storia alternativa e surreale, come dicevo:
(Cliccate sulle due immagini per leggere gli articoli in originale.)
I promotori di quei progetti, che sovente già in partenza non possono essere considerati realistici – quello su Montecampione, ad esempio, dove si vuole rilanciare un comprensorio sciistico posto quasi totalmente a meno di 1800 m di quota cioè in una zona altimetrica nella quale già oggi e ancor più nei prossimi anni non ci saranno più le condizioni climatiche per il mantenimento della neve al suolo, naturale o artificiale che sia – ne sostengono la realizzazione, tra molte belle definizioni lessicali (“strategia di sviluppo”, “sostenibilità”, “destagionalizzazione”, “combattere lo spopolamento”, eccetera) assicurando che garantiranno un futuro alle montagne. È invece palese come tutti questi progetti abbiano lo sguardo rivolto al passato, come se volessero continuamente e ostinatamente riproporre una realtà che non esiste più perché quella vera è ormai diretta altrove, in una diversa dimensione climatica, economica, culturale che apre a nuove e diverse potenzialità nel contempo rendendo quei progetti totalmente fuori dal tempo e da ogni logica. Chi li propone è fermo agli anni Settanta del secolo scorso, all’epoca dello “ski total”, dei grandi “comprensori integrati”, a un periodo nel quale il clima era ben diverso rispetto a quello attuale e futuro, quando si pensava che lo sci, e solo lo sci, avrebbe fatto tramontare ogni altra attività di montagna e reso eternamente benestanti i montanari. Invece è successo quasi sempre il contrario – proprio Montecampione ne è un esempio lampante – con danni notevoli per quelle montagne soggiogate alla monocultura dello sci su pista e per questo degradate, impoverite, rovinate.
Così, appunto, mentre il mondo della montagna va da un’altra parte, verso una nuova realtà più o meno difficile ma riguardo la quale è fondamentale strutturare la più articolata resilienza – anche perché, ribadisco, di cose nuove o diverse da poter fare a vantaggio dei territori di montagna ve ne sono a iosa – i personaggi suddetti continuano a vivere e a vedere il mondo come cinquanta o sessant’anni fa, imponendogli progetti non solo irrealistici ma pure ipocriti. Citando ancora l’esempio di Montecampione: come si può parlare di «sviluppo strategico, integrato e sostenibile», di «destagionalizzazione delle presenze turistiche e contrasto allo spopolamento delle aree montane», di «offerta turistica variegata e di qualità» se poi sostanzialmente si investe sempre e solo sullo sci? Cosa si sviluppa, cosa si destagionalizza, come si sostiene concretamente la popolazione delle montagne? Dove sono gli investimenti nel sociale, nelle economie circolari così importanti su base locale, nei servizi alle persone, agli abitanti, nella salvaguardia del territorio e del paesaggio? Niente o quasi: solo sci, sci, sci, sci e poi sci e ancora sci. A quote dove lo sci sparirà presto, ripeto.
Una vera e propria ucronia, di quelle più inquietanti: la riproposizione continua di un passato che non esiste più, che si vuole imporre al presente la cui realtà effettiva è ormai altrove, col risultato di creare un futuro, per le montagne, senza alcuna speranza.
[Foto di Massimiliano Morosinotto da Unsplash.]Quelle che potreste leggere se continuerete a farlo sono cose banalissime e in parte già dette da molti altri, sappiatelo. Quindi, se volete, andate pure oltre; io le metto per iscritto anche per me stesso, per rifletterci sopra e tenerle da parte in caso di bisogno.
Abbiamo perso il senso del limite. Ribadisco, sono l’ultimo e non l’ultimo sia a dirlo e sia ad avere titolo per farlo (ve l’ho detto, è un’osservazione banale), ma appurarlo costantemente e meditarci sopra non è mai cosa superflua, in considerazione di ciò che di concreto, di materiale ne deriva.
In quanto creature abitanti il pianeta Terra dotate di specifiche caratteristiche, i nostri limiti fondamentali sono quelli che il pianeta stesso, ovvero la Natura, l’ambiente naturale, fissa per noi. D’altronde, se tali limiti naturali non esistessero, potremmo volare in cielo come gli uccelli o giocare a calcetto sul fondo del mare, no? Oppure salire in vetta all’Everest correndo come al parco in città e respirando a pieni polmoni, ma proprio perché ciò non è possibile e solo attraverso una specifica preparazione fisica e mentale lassù ci si può arrivare, la salita alla vetta dell’Everest o a qualsiasi altra montagna risulta qualcosa di importante, di valoroso e ammirevole (al netto delle bieche spedizioni commercialo odierne, ovvio).
Ecco, a tal proposito: le montagne sono un ambito che probabilmente meglio di chiunque altro manifesta chiaramente il concetto di limite e la comune perdita del suo senso, e al riguardo non serve citare esempi alpinistici e variamente sportivi o prestazionali. Per dire: la cima di un monte è il limite naturale materiale per eccellenza; la paura che possiamo provare nel salirla è la manifestazione di uno dei limiti immateriali fondamentali che dobbiamo saper rispettare e con il quale convivere.
Tuttavia, come accennavo, la montagna contemporanea ci offre numerosi altri esempi illuminanti di limiti e di perdita del loro senso. Lo sfruttamento turistico-sciistico della montagna invernale avrebbe il suo limite naturale nella presenza o meno di neve; noi abbiamo perso il senso di questo limite naturale e ci siamo inventati la neve artificiale, presunta “manna” per i monti con la quale pretendiamo di poter sciare anche quando non vi siano le condizioni per farlo e che invece ormai da tempo manifesta tutta la sua nocività, sia dal punto di vista ambientale che economico e culturale. Molte delle installazioni turistiche che oggi degradano numerose località montane – panchine giganti, passerelle, ponti d’ogni genere e sorta, giostre alpestri, eccetera – rappresentano la perdita del senso del limite offerto dal paesaggio e dalle sue caratteristicheculturali: ormai incapaci di goderle e comprenderle nella loro pur meravigliosa realtà, vogliamo andare “oltre”, inventarci un nuovo limite estetico-ludico e aggiungervi quei vari manufatti, inutili e invasivi, che per giunta denotano pure la perdita del senso di ogni limite di decenza e di rispetto per i luoghistessi. L’imposizione alle montagne di certe strategie turistiche massificanti (mega-parcheggi, enormi palazzoni da tot-piani, superfunivie, eccetera), senza capire che i territori montani sono un ambito non solo differente da ogni altro ma probabilmente ben più delicato di qualsiasi altro, soprattutto per come ogni intervento antropico ne modifichi pesantemente il paesaggio (nel senso antropologico del termine), manifesta la perdita del senso del limite sia di quantità e sia di qualità; il credere – come molti fanno, certi operatori del settore turistico o certi media, ad esempio – che questo rappresenti un successo per la montagna rimarca invece la perdita del senso del limite di intelligenza e di consapevolezza o, per meglio dire, il suo superamento verso ambiti di vuoto culturale spinto totalmente antitetici ai luoghi montani e alle loro valenze.
Ecco, solo per citare qualche caso emblematico tra i tanti possibili.
Poi è vero che a volte la tecnologia che noi “Sapiens” abbiamo a disposizione ci permette di spostare un po’ più in là certi limiti, anche naturali, e in fondo questo è un bisogno e un successo ontologici dell’essere umano, il frutto del «seguir virtute e canoscenza» dantesca che ci differenzia, almeno formalmente, dall’essere e dal «viver come bruti». Tuttavia la posizione dominante che la tecnologia ci dona, sovente ci rende fin troppo boriosi e meno attenti alle conseguenze di quel fissare nuovi limiti, nonché ignari dei danni più o meno gravi che ne derivano. In tal caso i limiti non vengono spostati in avanti, come ci viene di credere, ma in realtà di lato o di sbieco, per così dire, e quando ciò accade ci ritroviamo oltre di essi in una zona di pericolo pressoché totale perché posta “oltre ogni limite”, appunto. In circostanze del genere, il danno è pressoché certo, l’unica variabile è quanto sarà grave. Per tornare a uno degli esempi prima citati, è quello che accade con la pratica dell’innevamento artificiale delle piste da sci, nata per contrastare gli effetti meteorologici dei cambiamenti climatici ma proprio da questi resa sempre più deleteria per la montagna in ogni suo aspetto. Il continuo proliferare di questi impianti, in un clima che ci impone con sempre maggior frequenza alte temperature, pioggia al posto di neve fino a quote alte, permanenza del manto nevoso al suolo in costante riduzione, condizioni ambientali ogni anno meno consone alla sussistenza di tali attività, rappresenta un superamento ormai profondo e drammatico di un limite naturale ben determinato, con la conseguente generazione di numerose e inquietanti criticità – costi enormi, consumo di energia, depauperamento delle risorse idriche, degrado ambientale, banalizzazione culturale dei luoghi, patrimonializzazione esasperata e insensata, eccetera. Si è finiti ben oltre quel limite in una zona di pericolo assoluto, nella quale la permanenza e ancor più la costante fuga in avanti rispetto al limite suddetto è garanzia certa di una brutta fine: in primis per chi manifesta l’arroganza di governare il superamento, e nel caso questa non sarebbe che una sorte meritata; peccato che a farne le conseguenze sarà anche l’intero territorio montano, la sua bellezza, la sua integrità ambientale, la gente che lo abita, il paesaggio, la relazione tra esso e ogni individuo. Insomma, è la manifestazione di una dissennatezza senza limiti – guarda caso come si usa dire.
Ma sono cose perfino “banali” da osservare, ve lo dicevo all’inizio. Eppure, a ben vedere, mi verrebbe da credere che per qualcuno non lo siano così tanto. Anzi.
È praticamente lapalissiano affermare che, nello sviluppo della nostra parte di mondo, e intendo in primis del continente europeo, dal Settecento in poi si è avviata un’accelerazione costante e crescente che ha radicalmente rivoluzionato ogni cosa, il cui motore tutt’oggi rombante è l’industrializzazione. La nascita dell’industria moderna, basata materialmente sulle invenzioni tecnologiche e scientifiche e immaterialmente sul retaggio ideologico e culturale in gran parte influenzato dall’Illuminismo, ha modificato l’intero paesaggio del nostro mondo, ancor più di quanto avesse fatto nei secoli precedenti l’urbanizzazione residenziale e agraria: ma se tale rivoluzione è stata da subito ben visibile attorno ai centri urbani più o meno grandi, ove si è concentrata, ancor più emblematicamente si è rivelata nei territori rurali marginali, anche in quelli maggiormente “difficili”: nelle vallate delle Alpi, ad esempio. Qui, ai piedi di vette e ghiacciai, sul fondo di valli spesso anguste ma ricche di risorse naturali – acqua e minerali in primis – sono nati distretti e poli industriali sempre significativi e in certi casi assai imponenti e importanti, innescando dinamiche socioeconomiche e culturali dall’impatto ben più ingente rispetto a quanto avveniva nelle aree urbanizzate di pianura. Nelle Alpi, insomma, la rivoluzione industriale è stata oltre modo rivoluzionaria, sia nel suo periodo di crescita, sia in quello – ancora oggi in corso, in molte zone – di decadenza, in forza del quale si sono innescati processi di deindustrializzazione spesso pesanti e impattanti sui tessuti sociali delle zone interessate, per i quali – se così posso dire – la dimensione di rivoluzione di quale decennio prima è stata nuovamente rivoluzionata, ma non necessariamente al contrario, semmai verso direzioni diverse e non del tutto prevedibili.
Questa seconda “rivoluzione” – o “devoluzione”, o “antirivoluzione”, fate voi – ha tra le altre cose generato la nascita quasi improvvisa e certo ingente di un ampio patrimonio di manufatti e infrastrutture industriali, con annesso l’altrettanto ingente patrimonio socioculturale immateriale, i quali oltre agli studi e alle analisi di archeologia industriale che li stanno indagando e in qualche modo classificando, anche a favore della loro necessaria memoria storica, hanno pure avviato profonde e articolate riflessioni multidisciplinari su cosa farne, di questi manufatti deindustrializzati, e come gestire le dinamiche sociali e culturali che hanno innescato. Una materia ancora piuttosto nuova, indagata per di più in superficie ma per inevitabile “ordine dei fattori” oltre che per la mole di materiale sul quale lavorare, che col tempo necessita di approfondimenti il più possibile scientifici e strutturati. Un ottimo strumento – di studio e d’azione – in tal senso è certamente Alpi e patrimonio industriale, opera curata da Luigi Lorenzetti e Nelly Valsangiacomo pubblicata nel 2016 da Mendrisio Academy Press – realtà editoriale legata all’Accademia di Architettura di Mendrisio – sotto l’egida del Laboratorio di Storia delle Alpi dell’Università della Svizzera Italiana […]
I processi di identificazione, appropriazione e umanizzazione dei territori che l’uomo formula e mette in atto fin dalla notte dei tempi possono essere concepiti anche – con una formula che a me piace parecchio – come una pratica di scrittura del (o sul) territorio della storia (o delle storie) delle genti che lo abitano nel corso del tempo, pratica che utilizza particolari codici semiologici i quali a loro volta si sono sviluppati nei secoli fino alle più complesse forme moderne, sviluppando al contempo una semantica che a volte è giunta ben leggibile fino ai giorni nostri, altre volte si è persa o è stata dimenticata. Tuttavia i segni restano, testimonianza sovente antichissima e messaggio intrigante di genti che hanno sviluppato relazioni particolari con i territori e i luoghi nei quali hanno inscritto quei segni: e se cogliere oggi il loro significato originario è un esercizio ostico, spesso meramente speculativo, constatarne la presenza marcante e così emblematica nella definizione culturale di quei territori e delle loro comunità residenti è un’attività non solo affascinante ma assolutamente necessaria e fondamentale al fine di mantenere vivi quei territori, la loro cultura, la storia, l’identità, conservando parimenti attivo il dialogo con il Genius Loci, riconoscendo e comprendendo il valore del luogo e ciò che da secoli, se non da millenni, custodisce. Con la possibilità per giunta di indagare e magari trovare la chiave di decifrazione di quei segni, di scoprirne il codice e così svelarne il messaggio: una ricerca oltre modo affascinante e comunque sempre illuminante, anche quando il codice resti segreto (il che ne preserva l’attrattiva, d’altronde).
Massimo Centini, antropologo torinese dalla fervida e variegata attività di ricerca su temi culturali “alternativi”, con una marcata predilezione per quegli ambiti che presentino ancora argomenti arcani e non spiegati e una produzione editoriale nella quale più volte ha disquisito di questi temi riferiti ai territori montani, ne I segni delle Alpi (Priuli & Verlucca, 2014) indaga la vastissima produzione semiotica millenaria delle genti alpine che, in forza delle regioni abitate, delle loro peculiarità e della conseguente particolare relazione intessuta con il territorio, risulta alquanto emblematica. Confrontate infatti con un ambiente oltre modo difficile, nel quale la residenza assumeva la costante forma di sussistenza quando non di sopravvivenza, le popolazioni alpine hanno inevitabilmente sviluppato un rapporto speciale con la Natura, il paesaggio, le altre specie viventi così come con i vari aspetti immateriali legati a una presunta matrice divina, magica o variamente sovrumana: rapporto che si è poi manifestato in una produzione di segni, di tracce, di “scritture” estremamente variegata nonché spesso arcana. […]
[Rosa camuna (evidenziata). Località Carpene, Parco archeologico e minerario di Sellero, Val Camonica. Foto di Luca Giarelli, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.](Potete leggere la recensione completa de I segni delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)