Perché non rendere i piccoli paesi dei luoghi di produzione culturale?

[Cervara, sui Monti Simbruini, provincia di Roma. Foto di Krichilla da Pixabay.]

Il futuro di un paese non si gioca sulla velocità dei risultati per progettare gli spazi pubblici ma sul tempo da dedicare allo studio. È un percorso che ha bisogno di professionisti: archeologi, cartografi, Storici, archivisti, antropologi, speleologi, naturalisti, paleontologi, etnomusicologi, architetti, urbanisti, archeo-sismologi, botanici che lavorano in équipe per anni in centri ricerca, magari proprio nei palazzi in disuso.
Vorrei che esistessero i Borghi dell’Art. 9 [della Costituzione, n.d.L.] per mettere in pratica i valori costituzionali di equità, giustizia, accessibilità. La filantropia delle migliaia di volontari, i paesani, che presidiano, documentano e lottano per la tutela dei beni pubblici è la garanzia indiretta di un sistema virtuoso di conservazione e di recupero. Sviluppare un approccio consapevole verso questi contesti unici ci permetterebbe di usare un linguaggio inedito, perché i paesi possono essere dei luoghi di altissima cultura.

[Anna RizzoI paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia, il Saggiatore, Milano, 2022, pag.153.]

[Cliccate su questa immagine per leggere la mia “recensione” de I paesi invisibili.]
In questo passaggio del suo bellissimo libro I paesi invisibili, Anna Rizzo mette in luce un’altra carenza del “sistema-paese” italiano nei confronti delle aree interne e rurali: l’incomprensione, più o meno voluta, del fatto che i piccoli paesi sono e possono diventare grandi produttori di cultura – e intendo dire cultura propria, non indotta. Non è solo la chiesetta antica, il nucleo medievale o il museo a fare cultura per essi: sia chiaro, sono elementi imprescindibili e ci sta che rappresentino la cultura in modo referenziale per il luogo –l’importante è che siano adeguatamente valorizzati senza essere dati in pasto al porno-turismo massificato, come è accaduto per moltissimi borghi – ma perché non si può considerare ciò che c’è intorno ad essi e dentro quell’intorno, ovvero la comunità residente nei suoi vari membri come un ulteriore e, appunto, più significativo strumento di produzione culturale? Perché non pensare ai piccoli paesi anche come luoghi di studio e spazi attrattivi per quelle figure citate da Anna, impegnate in un lavoro d’equipe a favore di loro stessi tanto quanto (e non di meno) del luogo, in correlazione alla comunità locale e alle sue iniziative volontarie di attenzione verso il proprio territorio che peraltro da ciò trarrebbero nuovo attivismo e maggior vitalità?

Anche questa potrebbe essere (il condizionale è solo formale, perché per me lo è sicuramente) un’altra buona via da percorrere per rigenerare le aree interne contrastandone i cronici fenomeni di impoverimento demografico, sociale, economico nonché, ovviamente, culturale; e una via molto più relazionata al contesto territoriale e alla comunità residente cioè ben più place based di certe altre a partire dai vari modelli turistici i quali, anche quando apparentemente virtuosi, a volte tendono (forse inevitabilmente, forse no) a ricalcare schemi legati alla customer experience, cioè all’assoggettamento del luogo alle proprie finalità più che ai bisogni e alle visioni degli abitanti.

Dice bene Anna: serve «un linguaggio inedito» al riguardo, dunque serve un pensiero differente da quello diffuso che lo possa elaborare e proferire. Una cosa apparentemente semplice, si potrebbe ritenere. E dunque perché non sappiamo praticarla?

Soldi per le ciclovie SÌ, soldi per i servizi di base NO!

[Foto di Adrián Gómez – Millán Díaz da Pixabay.]
Penso che ormai l’abbiano capito pure i camosci più tonti che l’elettrocicloturismo montano – o emtb – è il nuovo mantra turistico-commerciale delle amministrazioni dei territori di montagna le quali, sostenute dagli enti locali superiori, spendono e spandono soldi pubblici a gogò in progetti i cui tracciati ormai si possono trovare pure negli angoli più sperduti – sovente ancora incontaminati, purtroppo – di qualsiasi valle alpina. L’immagine lì sotto fa riferimento a progetti finanziati sulle montagne della mia zona, ma è inutile rimarcare che di simili iniziative, con i relativi stanziamenti di denaro pubblico, ve ne sono in corso ovunque, appunto, e i quotidiani più o meno locali ne riferiscono quotidianamente. Siccome lo sci sta diventando sempre più irrazionale, e nemmeno le amministrazioni locali riescono ormai a negarlo, evidentemente si è trovato il modo di “far girare comunque l’economia” (virgolette inevitabili) con qualcosa che nella forma sembra una novità – venduta come sostenibile in un modo estremamente superficiale – ma nella sostanza ricalca ne più ne meno i principi che governano (o governavano) la monocultura sciistica, sovente conseguendo risultati a dir poco fallimentari, appunto.

Detto ciò, non posso che augurarmi – e augurare alle montagne coinvolte – che i progetti proposti siano basati sul buon senso e sulla più consona sostenibilità, sensibilità, cura e responsabilità versi i territori che li ospiteranno e le comunità che tali montagne abitano. Tuttavia faccio veramente fatica a non chiedermi – e chiedere a chi di dovere: perché non si riscontra un similare entusiasmo politico, amministrativo e finanziario verso progetti che sostengano direttamente la quotidianità delle genti che abitano la montagna? Ci sono così tanti soldi per le ciclovie e il turismo in generale e non ci sono per i servizi di base, la sanità territoriale, i trasporti pubblici, le scuole, la cultura, la manutenzione stradale e dei manufatti pubblici, i supporti necessari allo sviluppo dell’imprenditoria delle economie circolari locali… possibile?

Giusto qualche giorno fa, durante il notiziario di “Bergamo TV”, sentivo che ci sono nell’aria nuovi tagli ai trasporti pubblici, i cui effetti andrebbero inevitabilmente a gravare soprattutto sugli abitanti delle zone montane. Dunque i cicloturisti li facciamo arrivare su comode strade fin sulle cime più ardite mentre i bus del trasporto pubblico li eliminiamo dai paesi a valle di quelle cime? E se poi piove? I cicloturisti non fruiscono le tanto generosamente finanziate ciclovie mentre gli studenti, i lavoratori o gli anziani privi di patente o auto dei bus pubblici ne hanno bisogno anche se piove. Quindi? Va comunque bene così?

[Una delle contestate ciclovie in realizzazione in Val Gerola, provincia di Sondrio. Per saperne di più potete leggere qui.]

Ribadisco: al netto della qualità delle opere progettate e finanziate – comunque da verificare, considerando certi scempi in realizzazione – non mi sembra una realtà del tutto logica e virtuosa, soprattutto dal punto di vista politico e riguardo lo sviluppo autentico, non quello a parole, delle comunità residenti in montagna. Chissà, forse si sta puntando a degradare e spopolare le montagne ancor più velocemente di quanto già non accada, per trasformarle completamente e definitivamente in uno spazio turistico-commerciale da sfruttare e consumare fino all’ultimo e senza più nessuno che possa protestare. Chissà.

“Ombre sulla neve” e “Inverno liquido”, domani sera in (Libreria) Alaska

Domani, martedì 28 novembre, dalle ore 19 presso la Libreria Alaska di Milano, avrò l’onore e il piacere di moderare – insieme all’Associazione APE Milano – l’incontro tra Maurizio Dematteis, direttore dell’Associazione Dislivelli, e Luigi Casanova, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, che presenteranno i rispettivi libri Inverno liquido: la crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa (DeriveApprodi) e Ombre sulla neve. Il “libro bianco” delle olimpiadi invernali (Altreconomia).

Due libri pubblicati ormai un anno fa ma il cui valore – narrativo, testimoniale, documentale, didattico – continua a rimanere costante nel tempo se non a crescere sempre più: martedì faranno da prezioso e efficace stimolo per discutere con i loro autori e con APE Milano di alcuni dei temi più emblematici che caratterizzano la realtà contemporanea delle montagne italiane, soprattutto di quelle sottoposte all’industria turistica, nonché della relazione tra città e montagna in ottica presente e ancor più futura nel contesto sociale, economico, culturale, climatico e ambientale che stiamo vivendo e per molti versi subendo, in maniera crescente col passare delle stagioni.

Lo faremo a Milano, città storicamente legata alle montagne che disegnano il suo orizzonte alpino, prossima sede olimpica invernale e proprio in questa veste un luogo urbano che compendia – nel bene e nel male – molti degli aspetti propri delle tematiche sulle quali discuteremo insieme. Aspetti sovente troppo sottovalutati eppure fondamentali per il futuro della parte di mondo nella quale viviamo, che lo si viva da montanari o da cittadini.

Sarà un incontro oltre modo interessante, affascinante, illuminante: da non perdere, senza alcun dubbio. Per saperne di più al riguardo, cliccate sull’immagine in testa al post.

Dunque ci vediamo “in” Alaska domani sera! Non mancate!

Monte San Primo, un anno di lotta e di difesa

Esattamente un anno, nel novembre 2022 fa nasceva il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo sulla scia di un entusiasmo crescente che stava coinvolgendo sempre più associazioni di varia natura e singoli cittadini nell’impegno in difesa della meravigliosa montagna nel Triangolo Lariano dallo scriteriato progetto di “sviluppo turistico” portato avanti dalla locale Comunità Montana e dal Comune di Bellagio, con l’avvallo della Regione Lombardia, con il quale tra le altre cose si vorrebbe riattivare sul monte una stazione sciistica a 1100 m di quota. Una follia che sta facendo il giro dei media di tutto il mondo suscitando sdegno e scherno unanimi.

Per il Coordinamento è stato un anno di intensa attività e iniziative contro quell’assurdo progetto di trasformazione del Monte San Primo in un luna park turistico, con cannoni sparaneve, tapis roulant, piste tubing in plastica, parcheggi e altre oscenità, senza alcuna cura del luogo, delle sue valenze e delle peculiarità che lo rendono così speciale. E la lotta in corso continuerà senza sosta e con crescente impegno fino a che non verrà ritirato lo scellerato progetto, ovvero fino a quando il meraviglioso territorio del San Primo, con il suo ambiente naturale e il paesaggio peculiare, non sarà messo al sicuro da chi lo vorrebbe svendere e consumare per scopi totalmente contrari alla sua autentica valorizzazione.

[Le associazioni che fanno parte del Coordinamento a febbraio 2023.]
Per sapere tutto quanto sulla questione San Primo, sul Coordinamento e per restare informati sulle varie iniziative: https://bellagiosanprimo.com/, info@bellagiosanprimo.com o sui vari social del Coordinamento, i cui link trovate nel sito.

Qui invece trovate tutti (o quasi) gli articoli che ho scritto sulla vicenda.

Lunga vita al Monte San Primo!

P.S.: personalmente, riguardo quanto sopra, non posso che ringraziare profondamente il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” che da subito si è preso a cuore l’istanza del San Primo (e non solo perché di zona), organizzando con grande efficacia il Coordinamento delle trenta e più associazioni che ne fanno parte allora come oggi.

La montagna va da una parte, la politica “pedala” dall’altra

Nel mentre che sempre più soggetti dell’associazionismo e della società civile incluse molte sezioni CAI, unendosi a innumerevoli altre voci del mondo della montagna, cominciano a mobilitarsi contro il proliferare di nuovi percorsi cicloescursionistici in quota, in troppi casi tremendamente impattanti tanto quanto insensati – come quelli in realizzazione nell’alta Val Gerola (laterale della Valtellina, in provincia di Sondrio, ma è solo un caso tra i tanti citabili: le immagini che vedete qui si riferiscono ad essa e risalgono a prima delle recenti nevicate), dunque totalmente ingiustificabili e comunque quasi sempre legati a logiche di mera fruizione ludico-ricreativa dell’ambiente montano, senza alcuna ricaduta socioeconomica e nessun retaggio culturale, la politica – almeno quella lombarda – cosa fa? Promuove e finanzia la realizzazione di nuovi percorsi cicloescursionistici in quota – si veda ad esempio qui per la zona delle montagne lecchesi. In mezzo ad altri interventi, certo, che tuttavia appaiono per molti versi lo specchietto per le allodole atto a giustificare quelle opere palesemente discutibili. Le quali, per giunta, in molti casi hanno la foggia di vere e proprie strade in quota, bell’e pronte per essere percorse da qualsiasi mezzo motorizzato senza la possibilità di un controllo giuridico, come già accade per le moto lungo i sentieri.

Già. Ormai siamo a questo punto.

«Azioni ed investimenti per il miglioramento e l’implementazione delle politiche a favore delle aree montane e, in particolare, di quelle che si stanno spopolando, promuovendo una maggiore qualità della progettazione locale, la partecipazione delle comunità locali ai processi di sviluppo, contribuendo a rafforzare il dialogo tra società civile e istituzioni locali» scrivono i sostenitori di quelle opere per promuoverne la realizzazione. E come pensano che delle ciclovie pensate unicamente in ottica di turistificazione della montagna e senza alcuna attenzione al territorio e al paesaggio, possono contrastare lo spopolamento, promuovere la qualità della progettazione locale e la partecipazione delle comunità locali?

Forse quei bei propositi pubblicamente sostenuti dalla politica non verrebbero assai più concretizzati nel venire incontro ai bisogni più importanti delle comunità residenti in quei territori, nel promuovere i servizi di base e quelli ecosistemici, nel lavorare a sviluppare il migliore equilibrio possibile tra ecologia ed economia locali nonché la rinascita culturale dei territori e parimenti l’altrettanto necessario equilibrio tra le esigenze della comunità locale e i desideri dei turisti, senza che ogni volta le prime siamo sottomesse e soggiogate dai secondi come se il territorio e la sua geografia umana fossero solo un bene liberamente consumabile e vendibile senza che nulla resti di concreto e vantaggioso sul territorio?

Fortunatamente, sono sempre di più le persone che si stanno rendendo conto, senza più alcun dubbio, che certe cose sulle montagne non vanno bene e non devono essere fatte perché pericolose e degradanti. La politica, da tempo distaccata dalla realtà effettiva delle cose, continua nell’alimentare il proprio sistema di (in)gestione dei territori montani: ma è sempre più vicina alla fine della propria epoca di vacche grasse alle spalle dei cittadini. Forse se n’è anche resa conto e per questo spende e spande come non ci fosse un domani… perché un domani non ce l’avrà. Statene certi.

P.S.: per quanto riguarda la citata ciclovia della Val Gerola, veramente tra le più scriteriate e impattanti che si stiano realizzando, è in corso una petizione per chiederne la sospensione che in pochi giorni ha abbondantemente superato i 2.000 firmatari (ad oggi 14 novembre siamo a 2.217). Firmare è un gesto semplice ma importante: lo potete fare qui.

P.S.#2: sia chiaro, della proliferazione scriteriata di ciclovie montane sono vittime anche gli stessi bikers – quelli veri intendo dire – che rischiano di passare per complici della distruzione dei territori in quota quando invece per lo stesso motivo dovrebbero essere i primi – e mi auguro che lo facciano – a chiedere fermamente di non realizzare opere talmente impattanti, degradanti e palesemente inutili dacché pensate solo per far girare soldi tra i loro promotori.