Milleseicento Euro a testa per devastare il Vallone delle Cime Bianche

E così, tutti i cittadini saranno costretti a pagare la devastazione di uno degli ultimi territori d’alta quota ancora integri nelle Alpi valdostane. Già: per come se ne può leggere sugli organi di informazione, e come puntualmente denunciano gli amici di “Varasc.it”, il clan che sostiene la costruzione degli impianti funiviari nel Vallone delle Cime Bianche non solo pretende di poter fare ciò che vuole di quel territorio, il quale peraltro è parte della Zona di Protezione Speciale (ZPS) “Ambienti Glaciali del Gruppo del Monte Rosa” (IT1204220), espressione della rete europea Natura 2000, ma reclama pure «Un finanziamento al 100% regionale per la realizzazione del collegamento intervallivo di Cime Bianche agendo tramite una legge apposita».

A questo punto facciamo due conti da scuole elementari. Il progetto funiviario, in base al recente studio di fattibilità, potrebbe costare 123 milioni di Euro. Questo costo si pretende che venga sostenuto dalla Regione Valle d’Aosta, dunque dai cittadini valdostani, i quali a gennaio 2023 (ultimo dato Istat disponibile) ammontano a 122.547 unità. Da ciò si deduce che per soddisfare i devastanti capricci funiviari del clan suddetto, ogni cittadino valdostano dovrebbe sborsare poco più di 1.000 Euro. Se però consideriamo solo la fascia di popolazione contribuente, cioè quella che con le proprie tasse genera il gettito primario che sostiene il bilancio regionale, siamo a 77.602 unità (ultimo dato Istat disponibile), la spesa pro-capite per pagare le funivie ammonta a quasi 1.600 Euro.

Milleseicento Euro che dovrebbe pagare ogni contribuente valdostano, inclusi quelli ai quali dello sci non importa nulla anche perché posti nella condizione per la quale nulla ne possano guadagnare, per un progetto che impatta pesantemente su un territorio montano che è patrimonio naturale pubblico e collettivo, non a caso tutelato dalle apposite normative sopra citate, e dal quale possono trarre vantaggio solo le due società coinvolte e un tot di sciatori, buona parte dei quali provenienti da fuori regione. In parole povere, si pretende che i valdostani paghino con le loro tasse non una nuova struttura ospedaliera all’avanguardia, non il potenziamento del trasporto pubblico o dei servizi di base nei comuni montani, non lo sviluppo delle infrastrutture culturali, di una rete turistica peculiare diffusa in tutta la regione e la salvaguardia del paesaggio valdostano o altro di concretamente utile alle comunità residenti, ma la devastazione di un angolo di natura pressoché incontaminata della propria regione soprattutto per il diletto degli sciatori forestieri.

Complimenti, un affarone proprio!

Chiosa finale: nello studio di fattibilità del progetto funiviario si propone(va) la suddivisione dei costi in un 80% a carico della Regione e nel restante 20% da un mutuo pluriennale, invece ora si chiede che il 100% dell’investimento sia a carico regionale. Forse che nemmeno i sostenitori del progetto credono che qualche banca sia disposta a finanziare un’idea talmente deleteria e scriteriata?

La corsa di massa verso la Natura

[Immagine tratta da questo articolo de “Il Dolomiti”.]

Che nessuno salti alla conclusione che il cittadino comune debba prendere un dottorato in ecologia prima di poter “vedere” il suo paese. Al contrario, lo specialista può diventare del tutto insensibile – proprio come un impresario di pompe funebri è insensibile ai misteri del suo ufficio. Come tutti i veri tesori della mente, la percezione può essere frazionata all’infinito senza perdere nessuna delle sue qualità. Le erbacce cresciute in città possono offrire la stessa lezione delle sequoie; il contadino può vedere nel suo pascolo di vacche ciò che forse non è concesso allo scienziato che si avventura fin nei mari del sud. La facoltà di percepire, in breve, non può essere acquisita con i titoli di studio o il denaro; cresce in patria come all’estero, e chi ne ha solo un po’ può usarla con lo stesso profitto di chi ne ha molta. E dal punto di vista della percezione, l’attuale corsa di massa verso la natura è futile, oltreché dannosa.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.182-183.)

Al di là del potente valore culturale atemporale di queste parole di Aldo Leopold, quell’ultima osservazione sulla corsa di massa alla Natura – così spesso “auspicata” e sostenuta dal marketing turistico nonostante lo sparlare di “sostenibilità”, “eco”, “green”, eccetera: il lago di Braies nelle immagini lì sopra è un luogo tra i più emblematici al riguardo, come già scrissi qui – potrebbe far credere a qualcuno che questo brano sia stato scritto ai giorni nostri, magari proprio negli ultimi anni per come sembra coglierne ispirazione. Invece A Sand County Almanac venne pubblicato nel 1949 raccogliendo testi scritti da Leopold antecedentemente, il che rende sorprendente e parecchio emblematica l’attinenza delle sue osservazioni con la realtà corrente. O, forse, con una realtà che tutt’oggi pesca da un immaginario diffuso nei confronti dell’ambiente naturale già distorto da tempo e che, nel corso degli anni, ha sempre più perso la relazione con la Natura trascurando ampiamente le facoltà percettive del “cittadino comune”. Quelle facoltà che consentono di osservare e non solo di vedere il mondo, di elaborarne il paesaggio, di comprenderne o quanto meno di meditare la realtà sistemica, di intessere quella relazione fondamentale tra uomini e paesaggi che genera identità reciproca, valore culturale, cognizione intellettuale e fa da base all’altrettanto reciproca e armonica salvaguardia: dell’uomo nei confronti della Natura (che invece la “corsa di massa” di matrice più o meno turistica mette a rischio) e viceversa. Una facoltà, la percezione, che come sostiene Leopold non può essere acquisita perché tutti quanti ce l’abbiamo già – ce l’avremmo già, se solo ricordassimo dove l’abbiamo smarrita, negli angoli più reconditi e bui della nostra mente e dell’animo. E, infatti, tale dimenticanza la si vede poi tutta, in molti luoghi – naturali e non solo – del mondo abitato e modificato dagli umani.

P.S.: tornerò a breve a disquisire di overtourism montano, una questione che va affrontata al meglio e quanto prima per evitare che degeneri causando danni irreparabili alle nostre montagne (e non solo a quelle).

Cancellare cose, in montagna

«Il turismo di massa invade le vallate di montagna; gli impianti sciistici sono sempre più attrezzati per ogni comfort; nuove e imponenti strutture piano piano sovrastano la natura selvaggia di boschi e prati».
Alessandro Di Lenardo e Chiara Boccardi, studenti del Corso di Fotografia di IED Torino, intraprendono un lavoro di sensibilizzazione legato al fenomeno di iper-urbanizzazione della montagna, indagando il sentimento di un luogo che sta perdendo la sua autenticità, violentato da un desiderio di conquista che gli manca continuamente di rispetto. Per enfatizzare il tema, gli autori attuano un intervento digitale che cancella ma allo stesso tempo evidenzia le strutture che risultano di troppo nel paesaggio, quali pali, cannoni sparaneve, stazioni, piloni.
Il titolo del progetto è Alte Terre, che riprende l’uso dell’espressione “terre alte”, affermatasi da alcuni anni per indicare le regioni di montagna occupate e vissute dall’uomo, e rappresenta il risultato di un percorso biennale di ricerca che inizia nel secondo semestre del primo anno e si conclude nel primo semestre del terzo anno con l’esame del modulo Metodologie e Tecniche del Contemporaneo. I due studenti hanno lavorato dapprima in modo individuale, su due temi diversi ma connessi al mondo della montagna, e hanno poi deciso di unire i loro sforzi nel progetto Alte Terre.

Così si può leggere su “Artribune”, in un articolo del 18 marzo scorso che anticipa l’uscita del numero 71 del magazine, del progetto Alte Terre, veramente molto interessante e di grande forza, sia simbolica che espressiva, che offre numerosi spunti di analisi e riflessione sui temi indagati parimenti intensi. Giusto per citarne un paio: è molto significativo che un progetto del genere, e la visione critica che propone rispetto alla montagna contemporanea, venga da due giovani, rappresentati di una fascia generazionale che nuovamente si dimostra ben più attenta e sensibile di quelle più “adulte” nei confronti della realtà del mondo contemporaneo e più capace di coglierne le contraddizioni e le storture presenti con grande consapevolezza – oltre a essere quella che dovrà gestire e possibilmente risolvere i danni perpetrati al mondo dalle generazioni precedenti. Inoltre, l’idea delle «montagne che spariscono» perché inghiottite dalle infrastrutture del turismo di massa rimandano direttamente – e forse consapevolmente, mi piacerebbe chiederlo ai curatori del progetto – a quel meraviglioso brano di Giovanni Cenacchi, tratto da Dolomiti cuore d’Europa e che ho riportato in questo mio recente post,  nel quale Cenacchi racconta della “scomparsa” delle celeberrime Tre Cime di Lavaredo, cancellate dalla visione banalizzante di esse prodotta dal turismo di massa che frequenta il luogo.

Alte Terre è un progetto e un lavoro da conoscere e apprezzare parecchio, insomma. Cliccando sull’immagine in testa al post (che “farà” la copertina del #71 di “Artribune”) potrete visitare il sito web del magazine e leggere l’intervista ai curatori del progetto; qui invece potrete saperne di più al riguardo e vedere altre immagini che ne fanno parte.

P.S.: grazie di cuore a Lorenzo Manenti, amico, docente e a sua volta artista pregevole, che mi ha dato notizia del progetto.

Il vero impatto economico della cultura – di montagna

[Foto di Joel & Jasmin Førestbird su Unsplash.]

Il patrimonio, se opportunamente salvaguardato, vissuto e accresciuto con nuove realizzazioni contemporanee, può e dovrebbe essere una risorsa per aiutarci a vivere e capire meglio il mondo in cui viviamo, per avvicinarci alla cultura prima di tutto per migliorare la nostra qualità della vita, per renderci più curiosi e più attenti verso il mondo che ci circonda. Il vero impatto economico della cultura non deriva dai ricavi dei biglietti staccati nei musei o nei teatri e nemmeno dagli incassi al botteghino del cinema. Deriva piuttosto dai cambiamenti comportamentali che suscita in noi, migliorando il nostro benessere psicologico (e a volte persino la nostra salute), la nostra capacità innovativa, la nostra coesione sociale, persino la nostra sensibilità verso le sfide ambientali. Tutti questi effetti della cultura, che hanno potenzialmente un impatto economico e sociale enorme e che stiamo imparando a misurare sempre meglio dal punto di vista scientifico, sono in grado di cambiare un Paese se diventano il centro di un nuovo modo di intendere la politica culturale.

Queste osservazioni (tratte da qui) del professor Pier Luigi Sacco, figura sempre illuminante nelle proprie dissertazioni sui temi della cultura, trovo che siano particolarmente adatte, ovvero adattabili, anche alla montagna e alla gestione dei territori in quota – non fosse altro perché la montagna è un patrimonio anche culturale, la cui valenza si riverbera in chi ne gode con modalità che effettivamente rimandano a quelle della fruizione artistica, intesa come manifestazione primaria della “cultura”.

Provo a adattare il testo di Sacco all’ambito montano:

La montagna, se opportunamente salvaguardata, vissuta e accresciuta con nuove realizzazioni contemporanee, può e dovrebbe essere una risorsa per aiutarci a vivere e capire meglio il mondo in cui viviamo, per avvicinarci alla cultura alpina prima di tutto per migliorare la nostra qualità della vita, per renderci più curiosi e più attenti verso il mondo che ci circonda. Il vero impatto economico della montagna non deriva dai ricavi degli skipass staccati nei comprensori sciistici o negli hotel e nemmeno dagli incassi delle altre attrazioni turistiche. Deriva piuttosto dai cambiamenti comportamentali che l’ambiente montano suscita in noi, migliorando il nostro benessere psicologico (e a volte persino la nostra salute), la nostra capacità innovativa, la nostra coesione sociale, la nostra sensibilità verso le sfide ambientali proprie innanzi tutto dei territori in quota. Tutti questi effetti della montagna, che hanno potenzialmente un impatto economico e sociale enorme e che stiamo imparando a misurare sempre meglio dal punto di vista scientifico, sono in grado di cambiare un Paese se diventano il centro di un nuovo modo di intendere la politica culturale e ambientale.

Ecco. Come vedete, poche “correzioni” (quelle in grassetto, ovvio) sono sufficienti per costruire un discorso pur succinto ma di notevole valore politico potenziale, che è in grado di indicare chiaramente, tra i tanti “paradigmi” che da più parti si invoca di ripensare, modificare, innovare per la realtà montagna contemporanea e futura, in primis rispetto l’ambito turistico, quale sia il paradigma “a monte” dal quale si derivano tuti gli altri ovvero ne deriva la loro più benefica innovazione: quello culturale. Già, perché la gestione di un territorio così particolare per innumerevoli aspetti e così differente da ogni altro come la montagna, nonché così pregiato e delicato al contempo, è innanzi tutto una questione culturale. E lo è in alto e in basso, presso le istituzioni e nella società civile, a partire dal politico importante e influente fino all’ultimo montanaro e all’ultimo turista. Senza questa presa di coscienza culturale compiuta e collettiva su cosa è veramente la montagna, cosa può essere e cosa non deve essere, cosa ci si può fare e cosa no – proprio perché è montagna, un luogo speciale e non un altro ambito – temo che nessun reale cambio di paradigma sia possibile e che così permanga dunque quella dimensione politica, sociale e culturale superficiale e poco consapevole, ovvero parecchio incosciente se non alienata, per la quale sui monti si fanno cose del tutto fuori contesto e parecchio deleterie senza che la maggioranza (più o meno “qualificata”) si possa rendere conto della loro perniciosità e delle conseguenze che avranno.

Accrescere la cognizione culturale diffusa sulla montagna e sulle sue realtà è IL fondamentale obiettivo per il quale lavorare e sviluppare iniziative ad esso funzionali. Un compito fondamentale che, sia chiaro, non è da considerare riservato solo a certe figure potenzialmente competenti al riguardo ma è di tutti, perché tutti possiamo e dobbiamo capire cosa è la montagna, e farlo doverosamente quando in montagna ci stiamo e ne godiamo della bellezza del paesaggio. Non c’è da aspettare l’illuminazione di chicchessia, ma dobbiamo cominciare tutti quanti a osservare, percepire, comprendere, conoscere meglio la montagna, per quanto ci è possibile; d’altro canto è pure il modo grazie al quale godercela ancora di più restandone insuperabilmente appagati. Ogni “rivoluzione” importante è sempre la somma di innumerevoli prese di coscienza singolari, che vi conferiscono forza, sostanza, vivacità: e la cultura è sempre rivoluzionaria, perché è lo strumento che la civiltà umana possiede per costruire il proprio futuro, ovunque essa viva ma, per certi versi, sulle montagne anche di più.

Il Vallone delle Cime Bianche, sempre più a rischio di devastazione

Il Vallone delle Cime Bianche, ormai dai più conosciuto come l’ultimo Vallone selvaggio delle Alpi valdostane, è sempre più a rischio di essere ignobilmente turistificato, dunque deturpato, dalla costruzione del collegamento funiviario e sciistico tra i comprensori di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski. Una vicenda sconcertante e per molti aspetti folle sulla quale ho già scritto più volte e al cui riguardo si stanno muovendo tantissime persone appassionate di montagna variamente riunite in comitati o sotto l’egida delle associazioni alpinistiche, con capofila il team del progetto fotografico L’ultimo Vallone selvaggio. In difesa delle Cime Bianche e del sito web Varasc.it, promotore della petizione su Change.org in difesa del Vallone che ha ormai superato le 18.200 firme.

Vista la complessità della vicenda e la torbidezza delle azioni dei soggetti che sostengono il progetto funiviario, ho chiesto a Annamaria Gremmo e Marco Soggetto, referenti principali del progetto fotografico suddetto e di Varasc.it di aggiornarmi sullo stato delle cose ad oggi: li ringrazio di cuore per le informazioni dettagliate e chiare che mi hanno inviato e che vi ripropongo tali e quali di seguito, punto per punto, così da dare anche a voi la possibilità di vederci chiaro, sulla vicenda, ricavandone il senso sostanziale. Il quale (non è spoiler, questo) getta una pessima luce sui promotori del collegamento funiviario e di contro rende ancor più indispensabile la mobilitazione di chiunque alla salvaguardia del Vallone. Che poi è, come ho scritto fin da quando ho conosciuto la vicenda, un atto di difesa e salvaguardia di tutte le nostre montagne, ovunque esse siano e dovunque vi sia qualcuno che in barba a qualsiasi tutela ambientale e a ogni logico senso del limite voglia sfruttarle commercialmente e rovinarne il prezioso paesaggio per ricavarci dei tornaconti.

Cominciamo:

  • In data 30 gennaio 2020 la Regione Valle d’Aosta ha approvato, dopo una lunga impasse politica e grazie al voto decisivo di Rete Civica, il Documento di Economia e Finanza Regionale (DEFR 2020-2022) che prevede di (…) “Valutare la realizzabilità del collegamento tra i comprensori di Cervinia e Monterosa”. Alla voce “Attività previste”, il documento impone di (…) “Dar corso, da parte dei concessionari coinvolti, agli studi propedeutici, per giungere alla decisione basata sulle analisi di realizzabilità in termini di sostenibilità finanziaria, ambientale e urbanistica”.[1]
  • Nel mese di agosto 2020, il sindaco uscente di Ayas ha affermato alla stampa di aver (…) “Istituito un gruppo di lavoro per la progettazione” del collegamento, lamentando però la “discontinuità di referenti a livello regionale”.
  • Sempre durante l’estate 2020 si è costituito un comitato favorevole alla realizzazione del collegamento, il “Comitato collegamento Cervino/Monterosa” o “Cervino Monterosa Paradise” che ha subito precisato (senza citarne le fonti) il costo ipotetico dell’impianto: (…) “L’investimento, calcolato in circa 66 milioni di Euro, è tra i più grandi degli ultimi anni in opere di infrastruttura (impianti di risalita) di tutta la Valle d’Aosta.” Il costo totale calcolato dallo Studio di fattibilità del 2015 ammontava invece per “l’alternativa vincente” a 51 milioni di Euro, per un costo di gestione annuo di 1.335.340,00 Euro. Il neonato comitato ha sostenuto di voler procedere a una (…) “valorizzazione del territorio, nel pieno rispetto dell’ambiente”, garantendo un (…) “facile accesso ai disabili che avranno la possibilità di ammirare lo scenario delle grandi cime anche dalle alte quote” e perfino un (…) “polo museale che racconta la montagna, la sua fauna e flora”. Di particolare interesse, infine, la considerazione che (…) “una tale opera porterebbe infatti a un maggiore afflusso di turisti, con l’assoluta necessità di ampliare e potenziare le strutture turistiche in loco, dagli alberghi ai bar e ristoranti sulle piste”.
  • Il Vallone è quindi entrato nella campagna elettorale valdostana, in vista delle recenti elezioni regionali. È stato ad esempio citato dall’allora candidata Chiara Minelli (Progetto Civico Progressista), nominata poi il 21 ottobre 2020 Assessore all’ambiente, trasporti e mobilità sostenibile, in un video pubblicato il 3 settembre 2020 e girato proprio a Fiery.[2]

  • Sempre nel mese di ottobre 2020, in seguito e in ottemperanza a quanto stabilito dal DEFR, la partecipata Monterosa S.p.A. ha indetto il bando per un nuovo studio di fattibilità per la realizzazione dell’impianto, questa volta per un valore di oltre 742.000 Euro. Il bando ha descritto in grande dettaglio, nei suoi due documenti principali, ciò che si vorrebbe commissionare nel Vallone delle Cime Bianche: quattro tronconi di telecabine con le relative stazioni, infrastrutture di servizio e manutenzione. Oltre a ben due nuove piste da sci, di cui una estesa dal Colle Inferiore delle Cime Bianche all’Alpe Vardaz.
  • A luglio 2021 la società Monterosa Spa ha affidato lo studio di fattibilità ad uno studio tecnico di Bolzano per un totale di 403.000 euro, ribassando così la cifra iniziale stanziata. I primi risultati si attendevano per ottobre 2021.
  • A settembre 2021 sono state da noi rilevate, mappate e denunciate pubblicamente delle macroscopiche croci blu dentro e fuori dall’area protetta: dopo interrogazione in Consiglio Regionale valdostano, è stato ammesso che questi segni sono stati realizzati nell’ambito dello studio di fattibilità. La questione arrivò all’attenzione delle autorità competenti. Le croci, dopo l’inverno 2021-2022, risultano tuttora ben visibili. Il primo danno al Vallone.
  • In data 24 settembre 2021 l’Eurodeputata On. Tiziana Beghin ha presentato al Parlamento Europeo, in collaborazione con la collega On. Elisa Tripodi, un’interrogazione scritta in merito al progetto di collegamento intervallivo. Sempre l’On. Tripodi ha fatto seguire ad inizio ottobre 2021 un’interrogazione a Montecitorio sullo stesso tema. In data 15 novembre è stata recepita la risposta inequivocabile del Parlamento Europeo sulla Conservazione dei siti tutelati da Rete Natura 2000. Si attende la risposta all’interrogazione presentata in Parlamento.
  • Per l’autunno 2022 dovevano essere consegnati gli esiti dello studio di fattibilità la cui consegna tuttavia subisci continui inspiegabili ritardi.
  • Si apre una fase caratterizzata da una serie di anticipazioni ed indiscrezioni a mezzo stampa con un articolo del Sole24 Ore a metà dicembre: https://www.ilsole24ore.com/art/sci-cervinio-zermatt-piano-realizzare-580-km-piste-AE7qyeOC
  • E con un ultimo articolo del Telegraph in cui è contenuta una intervista a Maquignaz AD di Cervino Spa: https://www.ilsole24ore.com/art/sci-cervinio-zermatt-piano-realizzare-580-km-piste-AE7qyeOC. Il tutto senza che il Consiglio regionale valdostano riceva i documenti relativi allo studio (Munari AD di Monterosa accennava già a gennaio a problemi per l’aumento dei costi e promette poi a marzo la consegna a stretto giro al Consiglio Valle, che nel frattempo ha dovuto rieleggere il presidente, superando l’ennesima crisi). Le opposizione ovviamente insorgono. Persino la Lega chiede il rilascio dello studio, lamentando che è venuta meno la centralità del Consiglio.

Questo è quanto per ora.

Per finire, mi unisco idealmente alle opinioni riportate di seguito da Annamaria e Marco: il Vallone è una Zona Protetta ed un Bene Comune, un patrimonio naturalistico di tutti, alla cui difesa siamo quindi chiamati a partecipare attivamente, indipendentemente dalla nostra residenza e dal luogo di nascita.  La battaglia per la sua Conservazione è forse ad oggi la più importante causa sulle nostre Alpi Occidentali in cui l’opinione pubblica ha fondamentale rilievo e che non può quindi rimanere confinata tra le ristrette mura di un Consiglio Regionale.

Dunque, sempre e comunque: lunga vita al Vallone!

[1] Link: https://www.regione.vda.it/finanze/bilancio/pdf/2020_DEFR-testo-definitivo.pdf

[2] Link: https://www.facebook.com/watch/?v=331997731283811

P.S.: anche le foto presenti in questo post sono di Annamaria Gremmo.