Tempo fa, sulla base delle mie esperienze personali, ero giunto alla conclusione di poter ritenere la categoria dei previsori meteorologici affidabile, nei propri bollettini (salvo rarissime eccezioni), quanto quella degli astrologi da rivista di gossip.
Ora, ripensando a ciò e avendo nel frattempo accumulato ulteriori testimonianze al riguardo, credo di essermi sbagliato. Sì, gli astrologi ci azzeccano di più. A quanto pare, tirare a indovinare vaticini con le congiunzioni astrali è più facile che inventare bollettini con le congiunzioni meteoriche, ecco.
Conseguentemente, basarsi sulle previsioni dei bollettini meteo che ordinariamente circolano sui mezzi di informazione e sul web e far dipendere da essi le proprie attività quotidiane, salvo sporadiche eccezioni (ma per la cui “convenienza meteorologica” sovente basta il più ordinario buon senso), è pratica ormai da degradare a un livello inferiore rispetto a quella del dar fede agli oroscopi dei rotocalchi, dunque da fissare al livello degli acquisti delle «creme scioglipancia» di Wanna Marchi.
Tuttavia, sia chiaro, la meteorologia vera è tutt’altra cosa rispetto alle “previsioni del tempo”, così come la nostra relazione con il mondo e con le sue fenomenologie naturali è tutt’altra cosa da quella praticata da chi il mondo lo vive dando fede ai “vaticini” degli oroscopi, alle televendite di prodotti miracolose e ai bollettini meteo farlocchi. In fondo il principio di base è lo stesso di quei prodotti-fake di Wanna Marchi: non era di lei che vendeva falsità la colpa maggiore, ma di chi le credeva. Già.
P.S.: sì, continuo la mia personale battaglia contro le “previsioni del tempo”, secondo me una delle cose più futili della nostra ordinaria contemporaneità. Una battaglia persa in partenza, forse: ma, nel caso, è una sconfitta che non mi provoca alcun dispiacere.
[Il famoso filmato “Patterson-Gimlin”, del 1967, nel quale sarebbe stato ripreso un Bigfoot. Fonte dell’immagine: https://it.wikipedia.org.]In un articolo di qualche settimana fa, “Il Post” ha raccontato la leggendaria storia dei cosiddetti abominevoli uomini delle nevi, in particolare del Bigfoot o Sasquatch, del celebre Yeti e di altre creature selvagge di aspetto antropomorfo, i cui miti sono presenti un po’ ovunque sul pianeta e soprattutto nei territori di montagna. Infatti, anche sulle Alpi “dimorano” molte di queste creature misteriose, soprattutto nelle fogge degli uomini selvatici o wilder mann, le cui testimonianze vernacolari si possono ritrovare in ogni angolo della regione alpina. I territori della Dol dei Tre Signori, tra lecchese, bergamasca e Valtellina non fanno eccezione, d’altro canto offrendo un alto tasso di elementi leggendari e mitografici; anzi, le montagne della Dol custodiscono la presenza di una delle più celebri di tali creature, l’Homo Salvadego, raffigurato in un altrettanto celebre affresco (lo vedete qui sotto) a Sacco in Val Gerola, laterale orobica della Valtellina. Dunque, noi autori (Sara Invernizzi, Ruggero Meles e lo scrivente) della guida “Dol dei Tre Signori”, nella quale abbiamo raccontato per quanto possibile l’intero territorio in questione, non potevamo certamente esimerci dal segnalare – pur succintamente, per inesorabili ragioni di spazio – questa leggendaria e affascinante presenza, tanto peculiare del territorio quanto assolutamente affine all’iconografia e all’archetipo classico dell’uomo selvatico diffusi in tutte le Alpi:
[L’Homo Salvadego della Val Gerola; ingrandite l’immagine per apprezzarla meglio. Fonte: www.ecomuseovalgerola.it.]
Ecco, caro viaggiatore, stai per arrivare a Sacco, e questa volta il cammino senza indugi attraversa il paese e ti porta proprio nella piazza della Chiesa Parrocchiale di San Lorenzo. Sei a due passi da uno dei gioielli più preziosi dell’Ecomuseo della Val Gerola: la famosa Camera Picta di Casa Vaninetti, fatta affrescare nel 1464 da “Augustinus de Zugnonibus” a tali “Simon et Battestinus pinxerunt”, l’uno il committente e gli altri autori dell’opera i cui nomi consunti si possono intuire sopra e sotto la stessa. Oggi è un accogliente museo che racconta la ricchezza e il livello di civiltà di questa contrada e della valle nel Quattrocento. Il gioiello più stupefacente custodito in esso è il dipinto, sito accanto alla porta d’ingresso, che raffigura tra le altre cose un’immagine dell’“Homo Salvadego”, ricoperto di folto pelo e con un nodoso bastone tra le mani nel mentre che declama la famosa frase “Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura” scritta come fosse un fumetto accanto al suo volto irsuto. L’Homo Salvadego è uno dei personaggi leggendari di cui si narra nell’intero arco alpino con diverse denominazioni ma uguale essenza, simbolo di una Natura che sa essere amica o nemica a seconda di come la si tratti: spesso è a questa figura che si attribuisce di aver insegnato agli uomini che si sono insediati sulle montagne i segreti dell’arte casearia e anche lui, come il Gigiat che forse incontrerai e di cui parleremo quando sarai giunto più a valle, è spesso collegato ai cicli vitali della Natura, dunque alla relazione sussistenziale degli abitanti dei monti con l’ambiente naturale.
Tale necessaria ma meditata brevità di cenni è d’altronde ben bilanciata dalla presenza di numerose notizie in rete sull’Homo Salvadego dei monti della Dol: le migliori delle quali, comprensibilmente, sono quelle riferite dal sito web dell’Ecomuseo della Val Gerola, e le trovate qui; riguardo il mito dell’Uomo Selvatico in generale e sul suo valore culturale in relazione ai territori alpini, potete invece trovare un altro mio contributo qui. Sull’altra creatura leggendaria citata nel brano sopra pubblicato, il Gigiat, a sua volta peculiare e archetipica, magari tornerò più avanti. Infine, per saperne di più sulla guida “Dol dei Tre Signori” e su come/dove/perché acquistarla, date un occhio quio cliccate sull’immagine qui accanto.
Ah, un’ultima cosa: nonostante la cospicua frequentazione delle montagne della Dol da parte di creature misteriose e in certi casi apparentemente spaventose, non si segnalano negli ultimi anni incidenti o episodi spiacevoli a persone e cose, dunque potete camminare tranquillamente lungo la Dol e meravigliarvi della bellezza dei suoi paesaggi senza timore alcuno, ecco. Semmai, se d’improvviso un Homo Salvadego spunterà dal folto del bosco e vi si parerà davanti, non ofendetelo, appunto, e vedrete che lui non ve farà pagura!
[Immagine tratta da piemontefantasma.wordpress.com, dove ne trovate ne trovate altre.]P.S. (Pre Scriptum): a proposito di progetti scellerati in montagna, riguardo i quali ultimamente mi tocca disquisire spesso, come avrete notato… sarà la montante febbre olimpica, forse, ma c’è da dire che tale virus è da tempo che circola e, appunto, pare non accenni a svanire – anche perché quelli che lo dovrebbero curare con gli appositi vaccini continuano spesso ad esserne i primi diffusori, già.
Riporto di seguito quanto scrive Toni Farina sulla propria pagina Facebook circa uno dei più “celebri” e emblematici ecomostri delle Alpi Occidentali, lo scheletro del mega albergo dell’Alpe Bianca (valle di Viù, una delle Valli di Lanzo in provincia di Torino; lo vedete lì sopra), del quale “La Stampa” è tornata a occuparsi di recente con l’articolo sottostante.
Toni Farina, membro del consiglio direttivo del Parco Nazionale Gran Paradiso e profondo conoscitore del territorio del Piemonte, ha lavorato nel Settore Biodiversità e Aree naturali della Regione Piemonte ed è stato per molti anni una firma della rivista specializzata Piemonte Parchi.
“Non si poteva dire no”.
Seppure con una certa fatica, posso convenire con l’affermazione della Sindaca di Viù. Frase riportata dal giornalista che ha redatto l’articolo apparso di recente su La Stampa (“Si cerca un futuro post-Covid per lo scheletro dell’Alpe Bianca)
Così, per l’ennesima volta, assurge all’onore delle cronache l’iconico ecomostro dell’Alpe Bianca, nel Vallone dei Tornetti (di Viù). Cronache si badi bene non solo locali, bensì internazionali, quale supremo e sublime esempio di insensatezza. Diventato nel corso di questi decenni oggetto di richiamo di visitatori in diversa veste, giornalisti, studenti e anche turisti del macabro, come accade in questi giorni con l’invaso in secca di Ceresole Reale.
Nell’articolo di parla di riuso, recupero di strutture montane abbandonate o mai terminate, partendo dal presupposto che la seconda casa in montagna è un bene tornato appetibile in virtù delle roventi estati della pianura.
Per quanto riguarda l’Alpe Bianca (che negli ultimi inverni “bianca” non lo è stata granché) la sindaca auspica l’abbattimento (complicato in quanto proprietà privata). Un auspicio condiviso da molti. Al contrario, io sono per la conservazione “sine die”. Quale monito, da eco-mostro a eco-museo delle scelte inopportune.
Gli ecomusei hanno appunto lo scopo di preservare la memoria. E, in tal modo, evitare il diabolico perseverare. Tuttavia, soprattutto per quanto attiene la montagna, si persevera eccome. Accanto a lodevoli progetti, continuano a emergere qua e là idee di ripristino e ampliamento di impianti sciistici con annessi bacini di innevamento artificiale. Vedasi il caso di Pian Benot proprio in Valle di Viù, o dell’Alpe Cialma, in quel di Locana, qualche valle più a nord. Progetti finanziati dalla Regione Piemonte (!).
Forse negli anni ’70 del ‘900, nel passato millennio “non si poteva dire no”, ma oggi, anno 2022, perché si continua a dire sì a strade turistiche in quota, a piste con impianti di neve programmata (che quella naturale latita)?
Frattaglie di un virus che circola ancora. Ostinato. Come il cemento armato del residence Alpe Bianca. Che la vegetazione sta pian piano nascondendo. Pietosa.
P.S. (Post Scriptum): per quanto mi riguarda, condivido pienamente le osservazioni di Toni Farina. In circostanze del genere, abbattere un ecomostro come quello dell’Alpe Bianca bonificherebbe sicuramente l’area ridandole dignità estetica ma cancellerebbe la memoria di un errore così madornale e tragico commesso in un luogo tanto bello. E in un paese come l’Italia che di memoria ne ha sempre poca, soprattutto riguardo gli errori commessi e le cose brutte in genere ed è altrettanto brava a ignorare i moniti pur chiari e inequivocabili, sarebbe forte il rischio che tra quale anno qualcuno se ne esca nuovamente con qualche progetto altrettanto dissennato approfittandosi della suddetta smemoratezza collettiva. Che siano il tempo ovvero la storia, parte integrante del paesaggio, a preservare la memoria di quanto perpetrato, fino a che il più naturale oblio possa mettere la parola «fine» a una vicenda montana così emblematicamente triste.
Insomma preti e poliziotti e padri e poeti e pitocchi e tutti quelli che cominciano con la «p» gli stavano sui coglioni. Perfino i montoni marchiati con la «p» non li poteva vedere, per colpa dei preti che lo avevano ingannato, per colpa del poliziotto impiccione e stupido per soprammercato, per colpa dei poeti sparlatori, per colpa del popolo con le orecchie sempre aperte, per colpa dei pitocchi che hanno il mento sporgente, e per colpa dei politicanti pelati e forse, forse anche per colpa del suo grande nemico, il Punteglias, quel vento che chiamano anche il Mazzacauras, quel vento cattivo che piombava sempre insieme alla neve muta sul suo gregge, per colpa del prete che non si prendeva la briga di benedire il suo alpeggio come si deve.
[Leo Tuor, Giacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello, pag,73. Quella che vedete nella foto lì sopra è la Camona da Punteglias, rifugio del Club Alpino Svizzero sul versante grigionese del Tödi che prende il nome proprio dal vento citato da Tuor.]
Se può esistere un genere letterario che sia compiutamente definibile come “di montagna”, i suoi testi devono (dovrebbero) saper far parlare la montagna. E se la montagna può “parlare”, non parla certo come parlano le colline, con toni dolci e pacati, o lineari e razionali come le pianure ma di contro neanche con l’asprezza e la severità del mare, totalmente diversa. Usa un proprio linguaggio, un lessico particolare la cui forma è la stessa delle rocce, degli alberi, delle pareti, dei venti e delle bufere; ciò non toglie che possa disquisire più amabilmente come pare ci parlino certe sublimi praterie alpestri ma, nel caso, avendo sempre pinnacoli e precipizi pronti a conferire nuova durezza al linguaggio.
E se tutto ciò piò accadere, che la montagna possa parlare e che un libro possa fissare nero su bianco le sue parole, credo che tale testo, ad esempio, assomiglierebbe a Giacumbert Nau, di Leo Tuor (Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello, 1a ed.orig. 1988), scrittore svizzero in lingua romancia (variante sursilvana, per la precisione) ed esponente di quella sorta di clan letterario grigionese che oggi a me appare come il vero custode (con rare eccezioni al di fuori di esso) dell’autentica parola delle montagne, ovvero della più compiuta “letteratura di montagna” in circolazione.
Giacumbert Nau è (se non sbaglio) l’esordio di Tuor, che di mestiere fa lo scrittore ma pure il pastore e il casaro in un minuscolo villaggio del Surselva (al riguardo date un occhio al meraviglioso sito web familiare dei Tuors – anche la moglie è autrice letteraria oltre che teologa), dunque non potrebbe essere più adatto a scrivere di montagne, tanto più delle sue, quelle dove da sempre vive e lavora. Forse proprio perché è il testo d’esordio, dunque non mediato da condizionamenti editoriali di sorta o da altre necessità autoriali, Giacumbert Nau appare come una formidabile manifestazione d’un linguaggio profondamente alpino, rurale, radicato e quasi ancestrale […]
[Immagine tratta da www.suedostschweiz.ch.](Potete leggere la recensione completa di Giacumbert Nau cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)