Una cartolina dal Großglockner

Il Großglockner, la montagna più alta dell’Austria la cui sommità raggiunge i 3798 m, presenta una peculiarità geografica notevole: all’infuori del Monte Bianco, che essendo la vetta alpina più elevata formalmente non fa testo, è la sommità con l’isolamento topografico, o dominio geografico, maggiore delle Alpi. Infatti, la montagna di altitudine maggiore più vicina – l’Ortles, alto 3905 m – si trova a ben 175 km di distanza. Ciò fa pure del Großglockner una delle vette dal panorama più vasto delle Alpi: 220 km di profondità, che con la rifrazione atmosferica arrivano a 240 km.

(L’immagine della cartolina è di Von Magnuss – Eigenes Werk, CC BY-SA 3.0, fonte  commons.wikimedia.org.)

Soglio in “fasce”

L’affascinante opera grafica qui sopra riprodotta è uno dei frutti del rilevamento compiuto nel 1983 a Soglio, il bellissimo villaggio della Val Bregaglia (sul quale ho già scritto qui), dagli studenti di architettura della scuola di ingegneria dei due semicantoni di Basilea sotto la direzione del noto architetto svizzero Michael Alder e pubblicato nel volume del 1997 Soglio: Siedlungen und bauten / Insediamenti e costruzioni (testo oggi fuori commercio, purtroppo).

L’opera illustra le costruzioni nelle diverse fasce altitudinali del territorio comunale evidenziandone in maniera tanto immediata quanto chiara la relazione con la porzione di riferimento del territorio locale: dal basso in alto si passa dal fondovalle, dove è ancora presente la vite (800-900 m), alla zona dei castagneti (900-1100 m), dominata dal villaggio terrazzato. Al di sopra del paese seguono poi i monti bassi, la fascia inferiore di alpeggi sopra il limite di crescita delle latifoglie (1500 m), e i monti alti, la fascia superiore, appena al di sotto del limite di crescita delle conifere (2000 m), il massimo limite altitudinale dell’antropizzazione nel territorio di Soglio.

L’immagine (cliccateci sopra per ingrandirla) è tratta dalla voce “Soglio” del Dizionario Storico della Svizzera, che potete consultare qui.

Selvatici per istituzione e per costituzione

[La camera picta di Casa Vaninetti a Sacco, in Val Gerola (Sondrio), con la celebre raffigurazione dell’Homo Salvadego. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
A proposito di creature mitologiche di montagna e di Homo Salvadego, da alcuni considerato lo “Yeti” delle Alpi – tema del quale ho scritto qualche giorno fa in questo post – è interessante e affascinante notare che la sua presenza nelle credenze delle genti alpine dei secoli scorsi è stata talmente forte e ritenuta così certa da venire persino “istituzionalizzata”. Infatti la raffigurazione di un “uomo selvatico” è presente nello stemma della Lega delle Dieci Giurisdizioni, una delle “Tre Leghe Grigie” dalle quali si è originato l’attuale cantone svizzero dei Grigioni e che dal 1512 al 1797 dominarono anche la Valtellina, territorio nel quale non a caso si ritrovano alcune delle più emblematiche raffigurazioni della mitologica creatura, in primis quella del citato Homo Salvadego di Sacco in Val Gerola, laterale della Valtellina. Interessante anche rilevare che, ai tempi, i reggenti della Lega delle Dieci Giurisdizioni motivarono la presenza nel proprio stemma evidenziando che la figura dell’“uomo selvatico” rimanderebbe «agli albori del carattere nazionale retico, alla scaturigine dei sentimenti spirituali dell’era precristiana», dunque a una relazione più diretta e meno mediata con la montagna e con il suo Genius Loci, del quale peraltro l’uomo selvatico può ben rappresentare un’identificazione. D’altro canto il fatto che esso, nella stemma grigionese, regga un albero sradicato è un chiaro riferimento alla sua forza sovrumana ovvero “animalesca”, dote che evidenzia le similitudini con altre creature mitologiche montane come lo Yeti himalaiano, appunto, o il Bigfoot americano.

Oggi tali presenze un tempo così tanto considerate probabilmente strappano un sorriso: sì, non ci sono bizzarri uomini scimmieschi nei boschi e sui monti delle Alpi, tuttavia quello che essi rappresentavano, cioè – in poche parole – l’essenza primordiale dell’ambiente naturale e la sua cultura ancestrale, non dovrebbe scomparire, essere ignorato o dimenticato come è accaduto e accade ancora. La dualità tra Natura selvaggia e spazio umanizzato o antropizzato è fondamentale, l’equilibrio tra i due elementi è ciò che dà valore vicendevole a entrambi e rappresenta anche oggi – e domani pure – la base ineludibile per costruire una relazione con le montagne proficua per chiunque: per chi le abita, per chi le vive da visitatore e turista, per chiunque sia parte integrante del loro ecosistema e, ovviamente, per le montagne stesse. Dovremmo essere un po’ selvatici anche noi uomini iper-tecnologicizzati del ventunesimo secolo, insomma, e non dei “selvaggi” nel senso più negativo del termine, come sovente dimostriamo di essere con le azioni che contraddistinguono il nostro rapporto con i monti (d’altro canto gli uomini selvatici leggendari erano custodi di antiche e preziose sapienze che trasmettevano ai montanari che si dimostravano amichevoli con essi: ad esempio il metodo per ricavare burro e formaggio dal latte). In fondo, a questo proposito, mettono meno inquietudine la grossa clava del Salvadego di Sacco o l’albero sradicato di quello grigionese che, per dire, certe borse di pelle pregiata di civilissimi uomini contemporanei dalle quali fuoriescono progetti inopinatamente insensati e pericolosi per le montagne: anche perché se i primi sono probabilmente solo il frutto di antichi miti popolari e dunque elementi di fantasia ma con un nucleo di altrettanto antica e grande sapienza, i secondi sfortunatamente lo sono di moderne “politiche” deviate, quindi fin troppo reali nonché espressioni di sconcertante insensatezza. E non di rado devastanti, appunto.

Cartoline #5

Il Monte Legnone, la vetta più alta della provincia di Lecco, sovrastante l’imbocco della Valtellina e l’alto Lago di Como, ha un’altitudine di 2609 m che non la pone certo tra le cime maggiori delle Alpi (posto poi che geograficamente sarebbe un rilievo prealpino). Di contro il Legnone può vantare una delle maggiori prominenze in assoluto della catena alpina: infatti, se si considerano le rive del lago come il punto più basso del territorio prossimo al monte, a una quota media di 197 m, la prominenza del versante Nord Ovest del Legnone è di ben 2.412 m: una delle più rilevanti di tutte le Alpi, appunto. Una peculiarità già rilevata dai viandanti del passato, al punto che qualcuno di essi riteneva addirittura il Legnone una delle vette alpine più elevate e ancora nel 1836 Giuseppe Medici, nel suo Saggio della storia naturale del Monte Legnone e del Piano di Colico, appuntava che «Degna di rimarco è l’osservazione del celebre cavalier Pini, il quale rilevò presentar esso dalla cima alla base del triangolo descritto il pendio più alto e continuato stato sinora osservato non solo nei monti vicini, ma eziandio nei più elevati d’Europa.»

Regole imperiture (per costruire sui monti)

[“Roccolo” di Villa Garbald, Castasegna, Svizzera, Studio Miller-Maranta. Immagine tratta da www.garbald.ch.]
Certamente conosciute di chi si occupa di progettazione architettonico-edilizia, le Regole per chi costruisce in montagna redatte dal grande architetto austriaco Adolf Loos, nel 1913 (e oggi contenute in Parole nel vuoto, Adelphi, 1972) rappresentano un micro-trattato di antropologia culturale montana, coniugato in senso architettonico, che risulta interessante e intrigante per chiunque si occupi di paesaggio o semplicemente ne abbia a cuore la salvaguardia e le sorti. Più di un secolo dopo la loro formulazione, le regole di Loos dimostrano tutta l’immutabilità del loro valore (a prescindere dal tono retoricamente obsoleto di certi passaggi e con le dovute contestualizzazioni al presente, ovvio) e palesano – come l’architetto austriaco aveva ben intuito già allora, appunto – la necessità di formulare la più ampia e strutturata visione possibile del luogo e delle sue peculiarità culturali con la relativa comprensione approfondita, quando si opera in contesti di grande bellezza e altrettanto grande delicatezza come quelli di montagna.

[“Casa FM”, Madesimo, Italia, Es-Arch/Enrico Scaramellini. Immagine © Marcello Mariana, tratta da architizer.com.]
Leggendole, ci si può facilmente rendere conto di come la loro saggezza di fondo sia stata molte, troppe volte trascurata, dimenticata oppure proprio ignorata in tanti progetti montani, col risultato frequente e paradossale di constatare spazi abitati in altura che si presentano come potenziali non luoghi, proprio nel contesto che come nessun altro detiene le peculiarità più compiute e definite di “luogo”. Parimenti, come già scrivevo nel disquisire su questo recente volume, oggi ben più di qualche lustro fa sono attivi sui monti progettisti che le regole di Loos dimostrano non solo di conoscerle bene ma pure di averle aggiornate al presente e al futuro ovvero al contesto contemporaneo delle montagne e delle comunità che le abitano nonché al tema della salvaguardia della cultura e dell’identità di esse, per il quale l’architettura e in generale l’azione antropica modificante il territorio rappresentano uno degli elementi fondamentali, nel bene e nel male – ma, appunto, sperando più il primo che il secondo.

Eccole qui sotto, le regole di Loos. Leggetele (se già non le conoscete, ribadisco) e ditemi se non sono soltanto un mini vademecum per progettisti montani ma pure una sorta di minimo breviario di vita in montagna e di relazione virtuosa con essa. Magari su alcune cose non si potrà essere d’accordo, è naturale, tuttavia la visione di Loos rappresenta una manifestazione di pragmatismo e di saggezza che ancora oggi è fin troppo raro trovare sui monti come si dovrebbe.

[“Rifugio Roticcio”, Val Bregaglia, Svizzera, Ruch & Partner Architekten. Immagine tratta da www.ruch-arch.ch.]

Non costruire in modo pittoresco. Lascia questo effetto ai muri, ai monti e al sole. L’uomo che si veste in modo pittoresco non è pittoresco, è un pagliaccio. Il contadino non si veste in modo pittoresco. Semplicemente lo è.

Costruisci meglio che puoi. Ma non al di sopra delle tue possibilità. Non darti arie. Ma non abbassarti neppure. Non porti intenzionalmente a un livello inferiore di quello tuo per nascita e per educazione. Anche quando vai in montagna. Con i contadini parla nella tua lingua. L’avvocato viennese che parla con i contadini usando il più stretto dialetto da spaccapietre deve essere eliminato.

Fa attenzione alle forme con cui costruisce il contadino. Perché sono patrimonio tramandato dalla saggezza dei padri. Cerca però di scoprire le ragioni che hanno portato a quella forma. Se i progressi della tecnica consentono di migliorare la forma, bisogna sempre adottare questo miglioramento. Il correggiato è stato sostituito dalla trebbiatrice.

La pianura richiede elementi architettonici verticali; la montagna orizzontali. L’opera dell’uomo non deve competere con l’opera di Dio. L’osservatorio degli Asburgo è un elemento di disturbo nel paesaggio del Wienerwald, ma il Tempio degli Ussari vi si inserisce in modo armonico.

Non pensare al tetto, ma alla pioggia e alla neve. In questo modo pensa il contadino e di conseguenza costruisce in montagna il tetto più piatto che le sue cognizioni tecniche gli consentono. In montagna la neve non deve scivolare giù quando vuole, ma quando vuole il contadino. Il contadino deve quindi poter salire sul tetto per spalar via la neve senza mettere in pericolo la sua vita. Anche noi dobbiamo costruire il tetto più piatto che ci è consentito dalle nostre cognizioni tecniche.

Sii vero! La natura sopporta soltanto la verità. Va d’accordo con i ponti a travi reticolari in ferro, ma rifiuta i ponti ad archi gotici con torri e feritoie.

Non temere di essere giudicato non moderno. Le modifiche al modo di costruire tradizionale sono consentite soltanto se rappresentano un miglioramento, in caso contrario attieniti alla tradizione. Perché la verità, anche se vecchia di secoli, ha con noi un legame più stretto della menzogna che ci cammina al fianco.

[Villa Müller, Praga, Repubblica Ceca, Adolf Loos.]
(Per ingrandire ciascuna immagine, cliccateci sopra.)