[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]In Val Seriana, territorio che dalle porte di Bergamo si insinua tra le Prealpi e le Alpi Bergamasche fino alle loro massime vette, alcuni recenti episodi di ingorghi stradali sulla rete viaria locale hanno scatenato le proteste degli abitanti (ma alzi la mano chi abiti in territori che non soffrano di simili problemi, soprattutto se sono zone pedemontane o intramontani!) i quali arrivano a manifestare nostalgia per progetti autostradali di mezzo secolo fa. In una valle che, è bene ricordarlo, per buona parte (quella più antropizzata e industrializzata) era servita fino al 1967 da una efficiente linea ferroviaria, dismessa sull’onda della crescente “febbre” – figliastra del boom economico – per i mezzi stradali motorizzati privati e non.
Tuttavia, io chiedo: tra le montagne seriane, in una valle senza sbocco, meglio un’autostrada che dona spostamenti veicolari più rapidi e parimenti pure maggior traffico, rumore, inquinamento, degrado paesaggistico, oppure un’efficiente rete di trasporti pubblici, a partire dal ripristino di una linea ferroviaria, ben integrata a una viabilità ordinaria al servizio delle esigenze di tutti i comuni della valle, dai paesi superiori fino a quelli ormai prossimi alla pianura? Una ferrovia che, per giunta, rappresenterebbe un’attrattiva turistica inestimabile, per il territorio in questione, integrabile con il turismo dei voli low cost che ormai da anni utilizza l’aeroporto di Orio al Serio, situato proprio allo sbocco della Val Seriana.
[Panorama della media Val Seriana con la mole innevata del Monte Arera. Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]Sarebbe una soluzione troppo difficile da realizzare, questa? No, per nulla: vi sono ferrovie montane ben più ardite e ingegneristicamente complicate che sono state realizzate decenni fa senza alcun problema (la stessa “vecchia” ferrovia della Val Seriana ne era una bella dimostrazione). Costerebbe di più, un sistema del genere? Probabilmente sì; ma quanti vantaggi apporterebbe all’intera comunità della valle, senza favorire nessuno in particolare (il turismo, ad esempio) a discapito dei locali e anzi agevolando ogni genere di spostamento nel territorio in modi ben più ordinati e sostenibili? A fronte di quanti disagi oggettivi, invece, che un’autostrada apporterebbe a un territorio ostico come quello seriano?
[La stazione di Ponte Nossa, lungo la linea ferroviaria della Val Seriana, nel 1911. Immagine tratta da Giulio Leopardi, Carlo Ferruggia, Luigi Martinelli, Treni & Tramvie della bergamasca, Ferrari Editrice, Clusone, 2005, pag.102].Sia chiaro: non è solo una questione ambientale ma di autentico, strategico e efficace supporto alla quotidianità residenziale e industriale tanto dei valligiani quanto dei visitatori occasionali del territorio, e vale per la Val Seriana come per ogni altro territorio similare, inutile rimarcarlo. La vicina Svizzera, con la sua fittissima rete ferroviaria che giunge quasi ovunque in mezzo alle Alpi, trasportando persone tanto quanto merci che altrimenti occuperebbero innumerevoli mezzi pesanti, è un modello vincente al riguardo. L’Italia, invece, su queste faccende sembra ancora ferma a più di mezzo secolo fa. E nonostante tutto quanto accaduto nel frattempo si rifiuta di capire l’errore madornale, purtroppo.
Mercoledì 6 dicembre, alle ore 21, sarò a Bergamo e avrò la fortuna di presentare il mio libro Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne in un altro luogo originale e intrigante: BikeFellas, in via Gaudenzi n°6, uno spazio condiviso tra due realtà – ciclobar e officina – con una visione comune per provare ad essere un riferimento per il territorio che ha intorno. Cioè un po’ quello che vorrebbe tentare di raccontare il mio libro in relazione agli spazi montani e ai paesaggi che li identificano, per i quali le dighe rappresentano un riferimento emblematico anche per come sono capaci di rivelare la storia delle genti che le hanno costruite e che abitano i territori circostanti.
Sarà un incontro spero coinvolgente come gli altri ma se possibile anche più significativo, parlando di dighe e di paesaggi montani nella città che più di ogni altra, e non solo per mere ragioni territoriali, sta celebrando il centenario del disastro della diga del Gleno, che cade domani 1 dicembre. Un evento storico del quale inevitabilmente ho scritto, nel mio libro, e su cui si parlerà, da BikeFellas.
Dunque, se potete e volete, mi auguro vogliate essere presenti, mercoledì 6: sarà un gran piacere incontrarci e chiacchierare insieme in un contesto così particolare e intorno a un tema in fondo poco approfondito eppure alquanto affascinante, come spero vi saprò dimostrare.
Per saperne di più sul libro (che ovviamente sarà in vendita nel corso della serata), cliccate sull’immagine qui sotto:
[Foto di Noah Buscher su Unsplash.]Ho conosciuto solo di recente Luigi Torreggiani, giornalista e dottore forestale per “Sherwood” e Compagnia delle Foreste; prima lo conoscevo di nome ma molto poco di fatto (e devo ringraziare il comune amico Pietro Lacasella per tale conoscenza). Devo recuperare, perché Luigi dice e scrive cose – sui temi dei quali si occupa e dunque su alberi, boschi, foreste e ambiente – non solo interessanti e intriganti ma pure (fatemi usare un termine e una dote ormai sempre più desueti) sagge. Dunque ancora più importanti, visti i temi suddetti e il loro valore fondamentale per il mondo in cui viviamo, ben oltre la mera accezione estetico-romantica che sovente utilizziamo per disquisirne e con la quale, abbastanza inevitabilmente, finiamo per semplificare fin troppo quel valore. E ciò non solo per quanto riguarda i territori montani e rurali in genere ma anche per le nostre città e le zone più antropizzate.
A queste ultime mi viene da riferire il seguente articolo di Luigi, pubblicato sulla sua pagina Facebook e ripreso anche da “Alto-Rilievo / Voci di montagna”, il blog di Pietro Lacasella: una riflessione assolutamente interessante anche per come riguardi una pratica tanto diffusa e reclamizzata come “virtuosa”, da molte amministrazioni pubbliche, quanto spesso che si rivela di facciata e ipocrita, ovvero un esercizio di green washing di livello notevole, cioè notevolmente bieco. Basti pensare ai tot-mila alberi che pianta di continuo Milano tra mirabolanti titoloni mediatici e poi, spenti i riflettori delle TV e i tablet della stampa, lascia spesso morire nel disinteresse più assoluto, come ho scritto qui qualche tempo fa, e nel mentre che il consumo di suolo in città aumenta anno dopo anno, senza tregua.
Insomma: questo mio è un convinto invito a leggere – se già non lo fate – gli scritti di Luigi Torreggiani, su “Sherwood” e ovunque siano pubblicati, perché meritano assolutamente di essere letti e meditati. A partire da questo, ribadisco:
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative di piantagione di alberi (bene!!!).
Molte di queste iniziative hanno come slogan quello di mettere a dimora “un albero per ogni cittadino”: un albero per ogni italiano, per ogni abitante della tal regione, della tal città, del tal quartiere, un albero per ogni cliente, per ogni associato ecc. ecc.
Non c’è niente di male in questo, ci mancherebbe. C’è però un piccolo-grande rischio comunicativo che andrebbe tenuto in considerazione: quello della deresponsabilizzazione rispetto a problemi ambientali enormi, che riguardano gli stili di vita di tutti noi.
Sapere che il tal politico, la tal azienda o la tal associazione pianterà un albero a mio nome, infatti, non significa affatto: “bene, quindi adesso posso tornare a vivere e inquinare come prima”.
Non sarà certo il nostro albero in più a cambiare le sorti di problemi enormi e globali come la crisi climatica o la perdita di biodiversità. È un’azione lodevole e importante, nessun lo nega, ma non basta. Siamo sicuri che questo sia chiaro proprio a tutti?
Sarebbe interessante e credo utile leggere questa banale considerazione a margine delle campagne di piantagione di alberi che scelgono di usare (legittimamente) lo slogan “un albero per ogni cittadino”: ad esempio spiegare quanto davvero, un singolo albero, può compensare le emissioni medie di un essere umano che vive nella parte ricca del Pianeta.
Sarebbe una mossa controproducente dal punto di vista del marketing? Probabilmente sì.
Ma rappresenterebbe un passettino in avanti verso l’educazione alla sostenibilità. Penso che la nostra società, malata di slogan, ne abbia parecchio bisogno.
[Foto di Alessio Soggetti su Unsplash.]Comunque a me pare che l’abitudine di dare nomi di fantasia – quasi sempre di matrice storico-mitologica: in questi giorni ad esempio è il turno della tempesta “Attila” – alle varie perturbazioni e ad altri fenomeni atmosferici e meteorologici come le ondate di calore estive o le intemperie invernali non sia affatto «un modo per avvicinare la gente a questo argomento» come sostiene chi li propugna e tanto meno che abbiano ottenuto «un aumento dell’interesse per la meteorologia anche grazie a un modo di comunicare che abbiamo introdotto anche noi, più popolare». Semmai, mi sembra che tale abitudine, non a caso accolta subito dai media nazional-popolari che la utilizzano i modi quasi sempre folcloristici, contribuisca a banalizzare il tema, con inevitabili gravi conseguenze quando si è in presenza di fenomeni particolarmente estremi e capaci di causare danni a cose e persone, generando di contro incompetenza scientifica e culturale diffusa e relegando l’argomento a questione buffa, divertente, leggera, non popolare ma popolana, più facile da commentare superficialmente sui social, magari con tanto di meme vari e assortiti, che in contesti nei quali il suo portato potrebbe essere meglio compreso, anche in tema di prevenzione e protezione civile.
È un po’ come il commentare in contesti culturalmente poco sviluppati (mega eufemismo!) l’arte contemporanea o le scoperte scientifiche, per ciò non potendo andare oltre un recinto lessicale, narrativo e didattico invero parecchio stretto con un uditorio già poco sensibile (altro notevole eufemismo) al riguardo. Serve veramente per “portare” questi temi al grande pubblico, oppure il rischio è di degradarne l’importanza oltre il limite accettabile da qualsiasi società civile e avanzata?
Due libri pubblicati ormai un anno fa ma il cui valore – narrativo, testimoniale, documentale, didattico – continua a rimanere costante nel tempo se non a crescere sempre più: martedì faranno da prezioso e efficace stimolo per discutere con i loro autori e con APE Milano di alcuni dei temi più emblematici che caratterizzano la realtà contemporanea delle montagne italiane, soprattutto di quelle sottoposte all’industria turistica, nonché della relazione tra città e montagna in ottica presente e ancor più futura nel contesto sociale, economico, culturale, climatico e ambientale che stiamo vivendo e per molti versi subendo, in maniera crescente col passare delle stagioni.
Lo faremo a Milano, città storicamente legata alle montagne che disegnano il suo orizzonte alpino, prossima sede olimpica invernale e proprio in questa veste un luogo urbano che compendia – nel bene e nel male – molti degli aspetti propri delle tematiche sulle quali discuteremo insieme. Aspetti sovente troppo sottovalutati eppure fondamentali per il futuro della parte di mondo nella quale viviamo, che lo si viva da montanari o da cittadini.
Sarà un incontro oltre modo interessante, affascinante, illuminante: da non perdere, senza alcun dubbio. Per saperne di più al riguardo, cliccate sull’immagine in testa al post.
Dunque ci vediamo “in” Alaska domani sera! Non mancate!