Come forse avrete letto sui media d’informazione, gli enti promotori del progetto di nuovi impianti sciistici sul Monte San Primo a soli 1100 metri di quota (Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano, Regione Lombardia) hanno confermato di voler andare avanti con il progetto e di spenderci più di due milioni di Euro di soldi pubblici. Ciò nonostante la crisi climatica in corso e che sul San Primo da lustri non ci sono più le condizioni ambientali e non nevica a sufficienza per sciare (piove, semmai), nonostante i danni ambientali conseguenti e la palese insostenibilità economica degli impianti, nonostante i pareri contrari, solidamente motivati, di esperti d’ogni settore e l’opposizione generale, nonché rifiutando ogni confronto sul progetto e qualsiasi interlocuzione con la comunità locale.
[La quota delle piste in concessione sul Monte San Primo, tratto dall’“Elenco regionale delle piste dedicate agli sport sulla neve”, Decreto nr.8838 del 11/06/2024 di Regione Lombardia.]Nonostante un progetto che da subito si manifesta sotto ogni aspetto come un disastro annunciato, in buona sostanza.
A questo punto, ai suddetti promotori degli impianti sul San Primo vorrei proporre il nuovo nome del comprensorio sciistico, che mi pare assolutamente consono alle circostanze e alla “filosofia” di fondo del progetto:
Ecco.
N.B.: per qualsiasi altra informazione al riguardo, potete visitare il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.
[[Veduta panoramica di Lauterbrunnen e della sua vallata. Foto di Robin Ulrich da Unsplash.]
Siamo disperati. La gente che vive qui non ha più posto a Lauterbrunnen.
A Lauterbrunnen si sta sviluppando un turismo di massa che, già oggi, è irragionevole. Con la costruzione della nuova funivia, ogni attrazione di questo bellissimo paese viene portata a un livello sempre più insopportabile.
Quelle che avete letto sono opinioni di abitanti di Lauterbrunnen, località turistica tra le più belle e per ciò rinomate della Svizzera ormai da tempo sottoposta a dinamiche di iperturismo parecchio emblematiche rispetto alla regione alpina, non solo svizzera, e per questo analizzate con particolare attenzione dagli esperti del settore e dalla stampa elvetica. Ne avevo scritto anche io, qui e qui.
Ora però a Lauterbrunnen è stata inaugurata la Schilthornbahn, la funivia più ripida del mondo, parte del rinnovo della linea funiviaria che raggiunge la vetta dello Schilthorn, “la montagna di 007” e inevitabile, irresistibile attrazione per chissà quanti turisti da tutto il mondo – la vedete qui sotto. Sul web non mancano i commenti entusiasti sulla nuova funivia (per la sua formidabile tecnologia, soprattutto), ma sono molti di più quelli diffidenti.
[Immagini tratte da https://schilthornbahn20xx.ch/.]Che succederà dunque a Lauterbrunnen? La località diventerà ancora più famosa di prima grazie alla “funivia dei record”, oppure perché verrà definitivamente invasa dal turismo di massa e resa invivibile ai suoi abitanti?
Lo vedremo nelle prossime puntate di questa interessantesaga iperturistica alpina svizzera!
[Immagine tratta da www.informazione.it.]Un paio di amici che nutrono fin troppa considerazione nello scrivente mi hanno chiesto perché, dato che mi occupo spesso di overtourism in montagna, non abbia scritto nulla su Roccaraso e l’invasione di gitanti napoletani – vicenda della quale avrete certamente letto da qualche parte (altrimenti su “L’AltraMontagna” trovate forse la migliore analisi su quanto accaduto).
Be’, non ho scritto nulla semplicemente perché nella sostanza non mi sembra un caso così eclatante e preoccupante come è apparso nella forma. Trovo che sia stata più una pazziata – per dirla proprio alla napoletana – la quale, insieme all’inevitabile indignazione diffusa, ha suscitato pure l’immediata reazione degli amministratori locali i quali, al netto che la zona sia legata a triplo filo (per non dire soggiogata) al modello sciistico di massa (Roccaraso è parte del più grande comprensorio sciistico dell’Italia centro-meridionale, con tutto ciò che ne consegue), hanno preso subito contromisure al riguardo che spero concrete e non solo di facciata.
Sinceramente, più che l’estemporanea invasione di Roccaraso e dalla fenomenologia specifica che sottende, sono ben più preoccupato dalle situazioni di iperturismo ormai croniche di altre località montane italiane contro le quali invece la politica locale non fa nulla, anzi, ci marcia sopra magari fingendo ogni tanto di dirsi preoccupata e impegnata a trovare soluzioni. Belle parole alle quali tuttavia al momento non seguono fatti concreti: un caso emblematico al riguardo – del quale mi sono occupato proprio di recente grazie a un eloquente comunicato stampa di Mountain Wilderness Italia – è quello delle Tre Cime di Lavaredo, un territorio che gli stessi amministratori locali ritengono «compromesso da decenni di flussi eccessivi di turisti. Servono soluzioni per limitare gli accessi. Nella situazione attuale ci rimettiamo tutti» (si veda qui). Ma se è “compromesso da decenni”, dove sono stati tali amministratori fino a oggi? Evidentemente la situazione andava bene così com’era (ed è ancora, al momento) e in loco si è soprattutto pensato a svendere il territorio al fine di ricavarci più tornaconti possibile per poi, a danni fatti (speriamo non irreversibili) sostenere che servano «soluzioni per limitare gli accessi». Già, dopo aver ormai reso il luogo una discarica del turismo più massificato, della cultura identitaria alpina e del buon senso.
[Iperturismo cornico tra Misurina e le Tre Cime di Lavaredo. Immagine tratta da qui.]In ogni caso sapete bene che al riguardo di casi similari, cioè di situazioni di iperturismo degradante ma bene accette dai locali per meri tornaconti materiali, se ne potrebbero citare molte, sulle nostre montagne. A volte più gravi e croniche, a volte meno ma comunque caratterizzate dalle stesse dinamiche e, francamente, da simili ipocrisie. Come ha rimarcato Mountain Wilderness Italia in chiusura al proprio comunicato, riguardo le montagne (le Dolomiti e non solo) «il patrimonio da tutelare è dichiarato valore universale. E come tale va gestito». E accettare che un tesoro collettivo così inestimabile possa essere svenduto, consumato e degradato come un qualsiasi banale oggetto è una circostanza che la nostra tanto “colta”, “emancipata” e “progredita” società non può e non deve permettere.
[Immagine tratta da www.drei-zinnen.bz.]Le Tre Cime di Lavaredo: uno dei luoghi più belli delle Dolomiti e delle Alpi, uno di quelli più imbruttiti dal turismo di massa, così come Misurina o Braies. Da anni diversi soggetti, politici e non, parlano, prevedono, promettono di porre limiti veri a tale situazione degradante, ma al solito è un blablabla che nei fatti si risolve in nulla. Guai a toccare interessi e tornaconti che la cronica mala gestione del luogo ha ormai consolidato nel disinteresse pressoché totale della Fondazione Dolomiti Unesco, una scatola vuota il cui senso francamente sfugge ormai a quasi tutti.
È una realtà che di recente Mountain Wilderness Italia ha nuovamente denunciato in un comunicato stampa firmato dal Presidente Luigi Casanova (lo trovate qui oppure in calce al presente articolo), invocando l’elaborazione di «un piano attuativo partecipato dell’accessibilità alle Tre Cime di Lavaredo anche dal versante bellunese. Ogni altra iniziativa, partendo dai pedaggi e da divieti locali, non ha senso. Se chi si è mosso oggi ha veramente a cuore la tutela del paesaggio e delle alte quote deve agire diversamente, non certo in modo localistico visto che il patrimonio da tutelare è dichiarato valore universale. E come tale va gestito.» Parole sacrosante, inutile rimarcarlo.
[Immagine tratta da qui.]D’altro canto a tanti di voi torneranno in mente le parole che il grande Dino Buzzati scrisse sulle Tre Cime nel 1952 (!) per il “Corriere della Sera”:
Lassù dunque passerà la strada. Ciò che oggi costa ore di fatica, si avrà con qualche litro di benzina. I «motorizzati» si fermeranno ad osservare con ironici sorrisetti di pietà – e non avranno bisogno di binocolo data la minima distanza – quei pochi disgraziati senza senno che ancora si ostineranno a inerpicarsi su per le muraglie spaventose. […] Verranno dunque forestieri in folla, si apriranno nuovi ristoranti, alberghi, chioschi, garages, eccetera. Molta gente insomma avrà da lavorare che adesso non lavora. E’ vero. Ma si può citare la storia di quel tale, che, il latte della mucca non bastando alla famiglia, ebbe la bella idea di macellarla. Sì, moglie e figli si ingozzarono di carne. E dopo? Verranno sì lunghissimi cortei di macchine italiane e forestiere, verranno franchi, dollari e sterline. E dopo? Si è sicuri che dopo il conto torni?
Parole che ovviamente rimasero da subito inascoltate, come se venissero da un tizio noiosamente disfattista, pessimista, un rompiscatole contro il progresso e lo sviluppo delle montagne, un catastrofista (più tardi, nel 1998, subì la stessa sorte Giovanni Cenacchi). Esattamente ciò che oggi si dice di quelli – mi ci metto orgogliosamente anche io, nel mio piccolissimo – che denunciano molti dei progetti di turistificazione dei territori montani spacciati per “grandi opportunità”, “sviluppo sostenibile”, “occasioni da non perdere” eccetera, come invece delle azioni di distruzione, svilimento, impoverimento e degrado dei monti e delle comunità locali ormai ben oltre ogni limite accettabile.
[Immagine tratta da www.corriere.it.]Alle Tre Cime di Lavaredo ora sappiamo bene tutti come è andata a finire e quanto le parole di Buzzati furono profetiche. Ma ancora qualcuno ne ignora il senso, il portato, chiude gli occhi e la mente per aprire ancora di più il portafogli, promette che bisogna fare qualcosa, che non si può più andare avanti così. Sarà la volta buona per passare dalle parole ai fatti concreti? La storia passata e recente non lascia molte speranze ma, lo sapete, la speranza è l’ultima a morire. Già, perché comunque prima di essa, di questo passo, saranno le Tre Cime a morire, soffocate dall’iperturismo e dall’ipocrisia di chi dice di amare e “sviluppare” le montagne e invece punta solo a consumarle con immane disprezzo fino a che non ne resti più nulla per nessuno.
[Foto di Stevan Aksentijevic da Pixabay.]Vi sono molte località turistiche alpine interessanti da analizzare in tema di turismo contemporaneo, ma devo nuovamente ribadire che tra le più emblematiche c’è Livigno, una delle mete montane italiane che mette in evidenza, suo malgrado, alcune delle devianze più inquietanti caratterizzanti modelli turistici massificati odierni (delle quali ho già scritto altre volte qui sul blog, sovente suscitando ampi e articolati dibattiti).
Un bell’esempio al riguardo lo vedete qui: potremmo definirlo di disturbo bipolare iperturistico, e mi spiego.
Di recente hanno fatto piuttosto scalpore le immagini (vedi sopra) del gran traffico nella conca livignasca durante le passate festività, con auto bloccate per ore, parcheggi stracolmi, inevitabile caos, rumore, inquinamento…. Insomma, un pezzo di tangenziale di Milano all’ora di punta a 1800 metri di quota tra le Alpi: un’immagine pessima, sia per la località che per l’idea stessa di montagna che certo turismo vorrebbe vendere. Ecco dunque che l’amministrazione locale tramite la stampa cerca di “correre ai ripari”, dando l’impressione di aver capito e sapere che, se ci vuole una “soluzione” è perché evidentemente un problema a monte c’è (anche se, a leggere l’articolo citato, mi pare che più di soluzioni si propongano aggravanti… ma tant’è, si vedrà).
Ma… c’è un ma.
Già, perché cosa sosteneva e di cosa si autoincensava la stessa amministrazione livignasca solo qualche mese prima? La risposta di seguito.
Del record di transiti automobilistici, proprio così.
Da Wikipedia: «I disturbi dello spettro bipolare, ovvero i quadri clinici un tempo indicati col termine generico di “psicosi maniaco-depressiva”, consistono in sindromi di interesse psichiatrico sostanzialmente caratterizzate da un’alternanza fra le due condizioni contro-polari dell’attività psichica, il suo eccitamento (la cosiddetta mania) e al rovescio la sua inibizione, ovvero la “depressione”, unita a nevrosi o a disturbi del pensiero.»
Che Livigno prima di manager, esperti di marketing o di economia turistica abbia bisogno di un bravo psichiatra per poter gestire al meglio il proprio turismo?
P.S.: ribadisco di nuovo, cito al riguardo Livigno perché particolarmente emblematica, a mio parere, e anche perché è un luogo al quale sono comunque legato (ci misi gli sci per la prima volta che ancora nemmeno sapevo camminare, per dire), ma il problema è comune a molte altre località di montagna italiane e ugualmente mal gestito, a mio modo di vedere. Anche psichiatricamente, già.
P.S.2: cliccate sulle due immagini per leggere i rispettivi articoli.