Lo sci è un’attività “esclusiva”? Sì, nel senso che esclude tutti gli altri frequentatori delle montagne. Una chiacchierata con Michele Castelnovo, Guida Ambientale Escursionistica

(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 16 marzo 2024.)

Michele Castelnovo (Lecco, 1992), laureato in filosofia, è giornalista e comunicatore per lavoro nonché Guida Ambientale Escursionistica professionista. Con il suo progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta «della bellezza più autentica delle montagne lecchesi», come scrive nel proprio sito: un’attività che sulla base di una grande passione per la montagna lo rende un profondo conoscitore dei territori montani lecchesi – in effetti per molti versi tra i più emblematici delle Prealpi lombarde posta la loro prossimità alla iper antropizzata area dell’hinterland di Milano – e non solo di quelli.
Qualche giorno fa sulla stampa locale Castelnovo ha espresso alcune considerazioni alquanto significative, in forza della loro peculiarità, sull’impatto culturale della presenza dei comprensori sciistici sulle montagne che li ospitano e vengono attrezzate di conseguenza (ne scrissi anche qui). È da queste importanti riflessioni che si sviluppa una chiacchierata con Castelnovo sugli aspetti culturali della frequentazione turistica delle montagne, còlti e analizzati attraverso la sua esperienza professionale sul campo oltre che, come detto, dalla personale appassionata conoscenza delle terre alte.

Recentemente, scrivendo dei Piani di Artavaggio, in provincia di Lecco, ex stazione sciistica a 1600 metri di quota oggi rinomata meta ecoturistica ma nella quale si vorrebbe ripristinare lo sci su pista con la realizzazione di nuovi impianti, ha espresso una considerazione parecchio significativa: «Dove ci sono le piste la montagna diventa appannaggio degli sciatori. Tutti gli altri frequentatori ne sono esclusi.» Cosa intendeva dire?

«Credo che questo aspetto venga preso poco in considerazione quando si parla di impianti sciistici. Sui regolamenti dei comprensori leggiamo che è vietato percorrere le piste da sci con mezzi diversi da sci, motoslitte e tavole, e che parimenti è vietato percorrere a piedi le piste. Giustamente, certo, per ragioni di sicurezza. Ma così facendo si impone una limitazione alla frequentazione di uno spazio che per sua natura è libero: la montagna. In un certo senso è una privatizzazione di uno spazio pubblico, perché solo una precisa categoria ha accesso a quella porzione di territorio: gli sciatori paganti. Tutti gli altri? Esclusi. Parlo di ciaspolatori, scialpinisti, ma anche semplici escursionisti. Loro non hanno diritto di frequentare quella parte di montagna? Si potrebbe obiettare che potrebbero andare altrove. Ma ci sono territori interi (penso ad alcune zone dell’Alto Adige, ad esempio) dove è praticamente impossibile trovare versanti liberi da impianti.»

Spesso si sostiene che alla montagna contemporanea, anche più di una virtuosa gestione politico-amministrativa, occorra un cambio dei paradigmi e degli immaginari culturali – se non proprio monoculturali, vedi sopra – in base ai quali le persone la frequentano. Da professionista della montagna cosa ne pensa al riguardo, e a suo parere è in corso questo cambio oppure certi modelli elaborati nel passato resistono ancora?

«Come accade ogni volta che c’è un cambiamento significativo, c’è sempre una certa resistenza nell’accoglierlo. Eppure, credo che qualcosa si stia muovendo. La richiesta di attività outdoor sostenibili, dalla pandemia in poi, è in crescita costante e continua. Le persone oggi sono molto più attente alla sostenibilità, sia ambientale che sociale. Ci sono territori in cui anche le istituzioni si sono dimostrate virtuose e lungimiranti nel cogliere e accompagnare il cambiamento in corso. Mi spiace constatare invece che nella mia regione, in Lombardia, siamo ancora molto indietro: la quasi totalità degli investimenti pubblici per promuovere il turismo in montagna va a finanziare l’innevamento artificiale nei comprensori sciistici. Alle altre attività arrivano giusto le briciole.»

In qualità di Guida Ambientale e Escursionistica, con il progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta di alcuni degli angoli più interessanti delle montagne lecchesi. A proposito di immaginari, cosa vede negli sguardi delle persone che accompagna, e quali emozioni e idee intuisce che elaborino, nel mentre che si trovano a stretto e non mediato contatto con l’ambiente naturale montano?

«Vedo innanzitutto felicità. Ed è la cosa più bella, come una luce speciale che si accende negli occhi delle persone quando sono in montagna. Anche nelle piccole cose. In una delle ultime escursioni abbiamo trovato una salamandra a bordo del sentiero. Le persone che erano con me sono rimaste entusiaste, perché non ne avevano mai viste prima e sono sicuro che rimarrà il ricordo per molto tempo. In un’altra occasione ho chiesto di scrivere su un foglietto, in forma anonima, cosa significasse per ciascuno l’andare in montagna. C’è chi ha scritto che è in montagna trova se stesso, chi ne apprezza il senso di libertà e chi il silenzio, chi ama la sensazione di sentirsi piccoli davanti a un paesaggio maestoso. È stato un momento di condivisione molto intenso. Le persone che partecipano alle mie uscite di solito arrivano dalla Brianza o da Milano e dopo una settimana di lavoro hanno bisogno di staccare dai ritmi forsennati del lavoro in città; oppure si tratta di persone che si sono trasferite qui da poco, che vogliono scoprire il territorio che li ha accolti e al tempo stesso vogliono incontrare persone nuove. Questa cosa mi piace particolarmente: la montagna crea relazioni, da sempre.»

(⇒ L’intervista continua su “L’AltraMontagna”: cliccate qui. Le immagini presenti nell’articolo sono tutte di Michele Castelnovo.)

L’evoluzione tecnologica delle e-mtb, la devastazione naturale delle montagne

[Anno 1985, sulla rivista “Airone” viene presentato il “Rampichino” della Cinelli: inizia l’era delle mountain bikes.]

Spesso, tra chi si occupa di cose di montagna e in particolar modo di valorizzazione e tutela dei territori montani rispetto a certe pratiche contemporanee, ci si chiede quale possa essere lo step successivo di una di esse parecchio in voga oggi, il cicloturismo o mountain biking, oggi ormai quasi del tutto elettrificato. Avviatosi come disciplina innovativa che potesse rendere più accessibile certi percorsi fuoristrada a ciclisti non così performanti, si è rapidamente trasformata in una frenetica moda turistica, con relativo business, per la cui pratica di massa vengono realizzate numerose ciclovie in quota sovente mal progettate, impattanti e intaccanti terreni incontaminati e di grande pregio naturalistico: vere e proprie nuove strade in altura, scavate e spianate a colpi di ruspe anche lungo versanti ostici e non di rado cementate per lunghi tratti al fine di agevolare al massimo il transito ai cicloturisti, nemmeno si trattasse di percorsi urbani che debbano essere i più lisci possibile. Il risultato è drammaticamente deprecabile, inutile dirlo.

Di contro, come ogni fenomeno che viene reso moda di massa e per questo sottoposto al relativo consumismo, anche l’e-biking montano potrebbe presto evidenziare una crisi, le cui avvisaglie forse già si possono intravedere. Parimenti, come avviene in queste circostanze, chi spinge tali fenomeni e ci costruisce sopra un certo business elabora lo step successivo, qualcosa che possa nuovamente entusiasmare il pubblico, generare una nuova moda e naturalmente – vero e unico fine di tutto quanto – rinvigorire gli affari. Purtroppo la cronaca degli ultimi decenni di turismo montano basato su queste pratiche racconta senza ombra di dubbio come tale sviluppo continuo e inesorabile proponga cose sempre più insostenibili e impattanti per le montagne, le quali si trasformano di conseguenza in meri spazi da sfruttare e far fruttare al servizio delle fenomenologie turistiche imposte di volta in volta, senza alcuna attenzione alla salvaguardia ambientale, sociale, culturale e paesaggistica dei territori coinvolti. Una (non)filosofia “no limits” applicata anche al turismo di massa che sembra una vera e propria corsa al massacro – dei territori montani innanzi tutto, e poi per conseguenza inevitabile di tutto il resto.

Dunque, quale potrebbe essere la prossima evoluzione dell’e-biking montano? Be’, al riguardo di recente mi sono capitati sotto gli occhi alcuni articoli (qui e qui ad esempio) nei quali si può leggere così:

È un’e-bike o una moto elettrica? Difficile rispondere a questa domanda dopo uno sguardo superficiale a Xafari, nuovo modello lanciato da Segway-Ninebot per accontentare chi ama avventurarsi nell’offroad con una bici a pedalata assistita. Sì, si tratta infatti di una e-bike che però presenta uno stile e anche prestazioni decisamente vicine a quella di una moto a batteria.

Xafari ha una struttura molto solida, basata su un telaio a passo ridotto che ospita una batteria da ben 913 Wh e un potente motore da 750 watt: le sospensioni anteriori e posteriori, unite ai grossi pneumatici da 3 pollici di larghezza rendono questa e-bike adatta a qualunque tipo di evoluzione, su qualunque tipo di superficie.

Bici per gli amanti dell’avventura e che anche pedalando in fuoristrada non vogliono avere limiti. […] Con caratteristiche regolabili, notevole stabilità e connettività avanzata, queste bici ridefiniscono ciò che è possibile per le avventure fuoristrada.

«Qualsiasi tipo di evoluzione», «Non voler avere limiti», «ridefinire ciò che è possibile in fuoristrada»… questo, dunque, vorrebbe dire andare per montagne con una simile e-bike, questo l’atteggiamento sollecitato verso i territori in quota in sella a tali mezzi. Magari persino creduti “sostenibili” in quanto elettrici!

Ma ve le immaginate, queste mostruose “e-bike” (il modello in questione è ovviamente quello dell’immagine lì sopra) ormai divenute vere e proprie motociclette, sui nostri sentieri? Potete immaginare i danni che vi potrebbero causare e i pericoli per gli escursionisti che se le ritrovassero sul proprio cammino? Ancor più se messe nelle mani di “turisti della domenica” desiderosi di adrenalina in una sorta di pista da luna park montano e assai poco (o per nulla) consapevoli del luogo in cui stanno e dei comportamenti che imporrebbe!

Ecco: non sarebbe finalmente il caso di regolamentare a tutto tondo questo fenomeno, sia per quanto riguarda i mezzi e sia per i tracciati che vengono realizzati in quota a loro favore e a danno assoluto delle montagne che li subiscono? E ugualmente non sarebbe l’ora di finirla con queste mode turistiche così prive di considerazione e di cultura nei confronti dei territori montani e di contro sviluppare una frequentazione equilibrata, sostenibile e ben più remunerativa per le montagne e per le comunità residenti? O vogliamo continuare con la loro devastazione, materiale e immateriale, per poi ritrovarcele distrutte e deserte perché qualche nuovo fenomeno avrà spostato i flussi turistici altrove?

Valgreghentino, un “piccolo mondo antico” di grande fascino contemporaneo

Pioviggina, nubi grigie coprono le montagne, veli di foschia vagano nel fondovalle… le condizioni ideali per una bella passeggiata, che io e il segretario personale (a forma di cane) Loki questa volta dedichiamo al piccolo mondo antico di Valgreghentino, in provincia di Lecco, comune adagiato sul boscoso versante abduano del Monte di Brianza nel punto dal quale si può godere la più bella visione del Resegone dal lato della Val San Martino.

Ma attenzione: uso quella definizione “fogazzariana” non per sostenere che Valgreghentino sia un luogo fuori dal tempo, dunque con accezione negativa. Voglio invece rimarcare come Carghentin (il toponimo locale, sì) se ne stia tranquillo nella sua bella valletta boscosa al di fuori di quel tempo che connota la nostra contemporaneità e corre fin troppo veloce, se non proprio frenetico, lungo la trafficata strada provinciale 72 che da Lecco costeggia l’Adda e scende verso la Brianza meratese tra innumerevoli capannoni industriali – altro segno del tempo corrente e della poca armonia di tali insediamenti, pur essenziali, con il territorio circostante. Valgreghentino invece da questo tempo iper contemporaneo se ne sta un passo indietro, e un poco più in alto, separato e protetto dal rumore laggiù al piano dalla collina morenica della Rocchetta oltre che dai fitti boschi che coprono il Monte di Brianza appena oltre le case del paese, regalando un “piccolo mondo” di pace e tranquillità che appare ben più in armonia con il proprio territorio di tanti altri luoghi, pur stando a pochi chilometri dalla caotica Lecco e nel bel mezzo della Lombardia più antropizzata.

L’elemento “antico”, poi, è dato al “piccolo mondo” di Valgreghentino dalla sua storia – qui transitava la romana Via Spluga, che metteva in comunicazione Milano con Lindau transitando dall’omonimo passo – e soprattutto dalla sua urbanistica di matrice rurale, che intorno al centro comunale vero e proprio annovera numerosi piccoli nuclei sparsi spesso in forma di corti, di origine seicentesca e foggia architettonica tradizionale lombarda (quindi di planimetria quadrata, suddivisione interna funzionale al lavoro nei campi con fienili, stalle, alloggi per i “padroni” e i contadini, un unico grande portone d’ingresso, spesso al centro del cortile interno una grande pianta a sua volta tipica del territorio – gelso, caco, tiglio, ciliegio et similia) e dotate non di rado di dettagli di notevole pregio – colonnati, porticati, fregi, ornamenti esterni, eccetera – nonché ciascuna dotata d’un nome assolutamente referenziale nella geografia antropica locale, sovente poi divenuto toponimo identificativo del luogo.

Lasciata l’auto presso Ganza, uno dei nuclei più interessanti in forza della sua origine signorile (certificata dalla presenza, nell’annessa chiesina di San Giuseppe, di una pregevole pala di Andrea Lanzani, datata 1680 dunque coeva al nucleo), io e il segretario Loki percorriamo sotto una pioggia costante ma non fastidiosa – se ben equipaggiati – la sponda destra della valle del Greghentino fino alla zona occupata da alcuni capannoni industriali, l’unica in prossimità del centro comunale contagiata dal “mondo moderno” il quale produce e rumoreggia più cospicuamente laggiù lungo l’Adda, come detto. Questa zona in buona sostanza è l’”altopiano” che divide il bacino del torrente Greghentino, il quale scorre verso nord, da quello di Val Tolsera che invece scende a sud (verso Airuno, i cui abitanti lo chiamano orgogliosamente “fiume”); da questo bordo meridionale saliamo per stradine e un breve tratto di sentiero verso il Santuario della Rocchetta, il cui complesso occupa la sommità della lunga collina morenica che divide Valgreghentino dall’ampio corridoio orografico nel quale scorre l’Adda. La Rocchetta è uno dei luoghi più rinomati e frequentati dai fotografi lombardi, per il panorama che offre del bacino abduano lì dove si distende nel grande piano della Palude di Brivio con a levante la scenografica quinta prealpina che dal Resegone corre lungo la dorsale dell’Albenza verso il Monte Linzone e i colli di Bergamo, e più dietro, a nord, il Coltignone, le Grigne, i monti della Valsassina e quelli sovrastanti il Lago di Como.

Da quassù sono state scattate fotografie che hanno vinto concorsi internazionali, dunque immagino che nonostante la pioggia, anzi, proprio per questo tempo uggioso che fa vagare sulla valle pittoreschi drappi di foschia e nuvolaglie in continuo sfilacciamento creando di continuo visuali panoramiche estremamente suggestive, ci sia su qualcuno con le proprie apparecchiature fotografiche che ne approfitta, oltre a qualche visitatore in passeggiata come noi… Invece no, non c’è anima viva. Incredibile! Non sanno cosa si perdono, quelli che troppo viziati dagli agi della vita odierna rifuggono un po’ di pioggia e di umidità! O forse siamo noi che non avevamo di meglio da fare, oggi, che venire quassù a imbrumarci e infangarci? Be’, in ogni caso, per quanto ci riguarda meglio così. Il luogo s’ammanta, oltre che di foschie erranti, di un’atmosfera fascinosa e surreale, di inopinata quiete, di sospensione solo appena disturbata da rumore del traffico in transito sulla provinciale centocinquanta metri più in basso, proprio ai piedi della scogliera sulla quale si regge il Santuario che è il segno antropico ultimo d’una serie di altri precedenti, con scopi militari, a loro volta di primigenia origine romana – un castrum datato fra il V e il IX secolo d.C. che lassù assiso poteva facilmente controllare tutta la Val San Martino e qualsiasi transito che dalla bergamasca passasse verso Lecco e la Valtellina, rimanendo altrettanto facilmente immune da eventuali arrembaggi ostili.

È un’atmosfera quasi gotica, con la pioggia, le nubi basse, la nebbiolina che vaga sopra l’Adda e s’infila nei boschi a monte del paese, la chiesa col suo portico silenti, la “scala santa”, le cappelle votive che paiono lapidi, le statue esangui e grigie come il cielo, gli alberi nella loro scheletrica veste invernale e, appunto, nessuna presenza umana. Le uniche note di colore sono quelle delle case che formano i vari nuclei di Valgreghentino, laggiù oltre il piano, e il verde dei prati, ravvivato e lucidato dalla pioggia, che di contro rende più cupa l’ombrosità silvestre d’intorno.

Torniamo verso valle, io e Loki, e tagliando per quei prati madidi e odorosi di buona terra puntiamo su Miglianico, altro affascinante nucleo rurale poco a monte del centro di Valgreghentino, dalle cui vie s’intravedono edifici rurali apparentemente disabitati (in effetti su alcuni non manca il cartello «VENDESI») dalla foggia possente e affascinante. Farebbero la gioia di un architetto bravo e competente: preservandone la struttura originaria ne potrebbe ricavare delle dimore spettacolari (ho scritto “competente” perché non di rado i tecnici che mettono mano su tali edifici di pregio combinano dei gran disastri, inevitabilmente deprecabili). Dopo che il segretario Loki si è dilettato in una delle attività da lui preferite e da me irrefrenabili, le abluzioni torrentizie (nel Val Tolsera, in questa circostanza, le cui acque ribollenti delimitano Miglianico a meridione), proseguiamo lungo la strada asfaltata puntando verso il centro comunale e continuando a godere della quiete e della tranquillità che domina il paesaggio, quindi gironzoliamo per le anguste viuzze che caratterizzano il paese sulle quali si affacciano altre belle corti: nota di merito al comune, o a chi per esso, che per ciascuna ha installato dei piccoli pannelli che ne illustrano rapidamente storia e peculiarità, così rimarcandone il valore per il paese e la comunità che lo vive e anima.

Infine puntiamo di nuovo su Ganza, ove ho lasciato l’auto. Per tutto il tempo la pioggia non ha cessato di cadere, d’altro canto mai diventando troppo fastidiosa. Alla fine diventa essa stessa parte del paesaggio e del suo godimento, il rumore leggero delle gocce cadenti sul terreno si intona con il sottofondo generale – d’altronde Valgreghentino è anche luogo d’acque, diffusamente elargite dal Monte di Brianza – ravvivando le percezioni sensoriali e al contempo facendo di questi momenti qualcosa di più intimo, più genuino – vuoi anche per la solitudine che ci ha scortato per quasi tutto il cammino. Meglio soli che male accompagnati, come recita il noto detto? Non saprei, viceversa so per certo ormai che a volte non è meglio il Sole di questi tempi uggiosi, per molti tristi, noiosi, che invece sanno regalare inusitate suggestioni a chi decida di farne, invece che un motivo di fastidio, una fonte di complessità, di trasformazione delle cose più ovvie e ordinarie in altre che l’imprevedibilità rende fascinose e, alla fine, più memorabili. Così il “piccolo mondo antico” di Valgreghentino diventa un luogo a suo modo grande per quanto appaia ricco di proprie peculiarità, importanti oppure minime ma comunque referenziali, di un’anima singolare e viva, a suo modo speciale, nonché un posto niente affatto fuori dal tempo, anzi: forse è proprio qui che il tempo scorre nel modo più naturale e benefico e tale lo si può percepire, non altrove dove la sua corsa genera fretta, affanno e nervosismo. Basta risintonizzarsi su quel ritmo più genuino e vitale e Valgreghentino aprirà la sua anima così particolare, così peculiare al visitatore, ne sono certo.

N.B.: ad eccezione di quella in testa al post le foto le ho fatte io, che non sono un fotografo, con uno smartphone che non è certo all’ultimo grido, dunque non sono nulla di che. Non ne abbiate a male.

N.B.#2: la Pro Loco di Valgreghentino presenta sul proprio sito un percorso di visita storico-culturale del paese e delle sue frazioni, che trovate qui.

Simone Aime, “La Valle Gesso e l’idroelettrico”

In Italia si contano oltre 530 grandi dighe, considerando con tale designazione ogni «sbarramento di ritenuta (diga o traversa fluviale) di altezza superiore a 15 m o che realizza un serbatoio artificiale di volume superiore a un milione di metri cubi di acqua», come recita la definizione istituzionale; numero al quale vanno aggiunte qualche migliaia di impianti minori. La maggior parte degli sbarramenti – pressoché inutile rimarcarlo – si trova sulle montagne italiane: gioco forza, visto che è dai monti che scende l’acqua e sui monti è relativamente più semplice costruire bacini di ritenuta, vista la morfologia favorevole delle vallate montane.

Più di 530 grandi dighe potrebbero sembrare tante, considerando l’imponenza di molte di esse, oppure poche, nell’ottica della vastità dei territori montani nazionali. In verità il numero è piuttosto relativo dacché, appunto, contano soprattutto le dimensioni degli impianti in relazione alle risorse idriche disponibili nei territori in cui sono stati realizzati. In ogni caso sulle nostre montagne le grandi dighe sarebbero potute essere molte di più, se si fossero concretizzati tutti i progetti elaborati al riguardo lungo tutta la prima metà e fino agli anni Sessanta del secolo scorso soprattutto nelle vallate alpine.

Tra di esse, nel settore sudoccidentale delle Alpi, la Valle Gesso è una di quelle più significative, innanzi tutto dal punto di vista geomorfologico, visto che la definizione toponomastica al singolare nasconde in realtà un articolato e peculiare sistema di convalli, valloni laterali, vallette e vallecole secondarie, tutte estremamente ricche di acque. Inoltre, proprio in forza della vastità e della ricchezza della rete idrografica, perché la Valle Gesso sarebbe potuta diventare un territorio tra i più infrastrutturati in assoluto, sulle Alpi italiane, per lo sfruttamento delle sue acque a fini idroelettrici, grazie a un ponderoso progetto concepito al riguardo negli anni Venti del secolo scorso, proprio quando cominciò la fase realizzativa più intensa dell’epopea idroelettrica alpina e presero a nascere un po’ ovunque grandi sbarramenti.

La storia idroelettrica “mancata” della Valle Gesso è raccontata nel nuovo libro di Simone Aime, 1924-2024. La Valle Gesso e l’idroelettrico. Il progetto originale e mai realizzato (Primalpe, Cuneo, 2024), già autore di un altro notevole testo sul tema nella stessa zona, quello dedicato alla Diga del Chiotas, sopra Entracque, uscito nel 2021 (ne ho scritto anche nel mio Il miracolo delle dighe) e per il quale il nuovo volume rappresenta la chiusura di una sorta di cerchio geostorico []

[Simone Aime durante una recente presentazione del libro.]
(Potete leggere la recensione completa di La Valle Gesso e l’idroelettrico cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Niente da fare, la Tessitura Valposchiavo chiude: la triste fine di un’attività lavorativa profondamente alpina

Con gran tristezza apprendo dai media svizzeri che, purtroppo, per la Tessitura Valposchiavo, l’ultima di carattere artigianale ancora attiva in Svizzera insieme a quella della Val Monastero e realtà profondamente alpina, anche (forse soprattutto) in senso culturale e identitario, sulla quale avevo scritto qui, non c’è niente da fare: l’assemblea svoltasi martedì 13 febbraio scorso ha deciso di avviare la procedura di scioglimento. I tentativi e gli appelli per salvare la storica azienda, non hanno portato alle soluzioni sperate e, al momento, non è più possibile continuare con la gestione ordinaria: a livello finanziario non ci sono più i soldi e i fondi per poter garantire oltre la fine dell’estate i salari e per coprire i costi fissi.

Resta accesa solo una flebilissima speranza, cioè che qualche soggetto in grado di farlo finanzi la Tessitura per garantire la continuità lavorativa; tuttavia, come scrivevo nell’articolo di qualche settimana fa, non è solo una questione di prosecuzione dell’attività ma di salvaguardia del prezioso valore culturale che la Tessitura manifesta, il quale va ben oltre i confini della Valposchiavo e concerne l’intera realtà alpina, in senso storico e ancor più in ottica futura. O forse dobbiamo concludere che i territori montani siano buoni e utili solo al turismo e alla frequentazione ludico-ricreativa dei cittadini, cioè che possano essere mantenuti in vita solo da modelli turistici sovente impattanti e degradanti e che le loro comunità debbano rassegnarsi definitivamente a porsi al servizio di quell’industria e delle sue imposizioni senza essere più in grado di elaborare una propria industria, fondata sulla tradizione tanto quanto capace di creare innovazione, un’imprenditoria pienamente alpina in grado di fare economia e generare vitalità sociale e culturale per i territori e le comunità?

Come già scrivevo, è una questione di scelte politiche, di identificazione condivisa di valori, di priorità funzionali, di vantaggi e di svantaggi. E di responsabilità, collettiva in quanto somma di tutte quelle individuali e necessariamente consapevole, nel bene e nel male.

Speriamo ancora, insomma, per quel tanto che si possa sperare e così magari sensibilizzare chiunque al caso, che per la Tessitura Valposchiavo – e per le altre realtà alpine similari in difficoltà – non ci sia da scrivere definitivamente la parola «FINE».