In Lombardia l’assistenza familiare alle persone malate vale quanto un paio di seggiovie?

Ditemi pure che quanto leggerete di seguito sia “populista” o qualcos’altro del genere, ma constatare che in Lombardia lo stanziamento di risorse pubbliche regionali per tutto l’anno 2024 a favore dei caregiver, cioè i familiari che accudiscono persone malate e non autosufficienti, corrisponda al singolo finanziamento per il rilancio di un comprensorio sciistico che per caratteristiche geografiche e in forza della realtà climatica non ha futuro, trovo che sia a dir poco sconcertante. Oltre che profondamente significativo riguardo la qualità e gli intenti della classe politica che ne è fautrice.

Non me ne voglia la comunità oggetto del finanziamento sciistico – che qui prendo ad esempio per la corrispondenza della cifra: il problema non è tanto questo (seppur da mio punto di vista, per come si vogliono investire in questi come in altri numerosi casi, siano soldi buttati via – l’ho già rimarcato qui) quanto il rapporto tra le due cose e, appunto, ciò che se ne ricava dal punto di vista politico, morale, civico. Cioè quanto se ne può dedurre rispetto al futuro del contesto lombardo e della sua società civile con un tale modus governandi regionale.

Evidentemente, in Lombardia, la politica persegue priorità sovente antitetiche alla quotidianità dei cittadini, i quali non avranno a disposizione risorse sufficienti per accudire i loro cari in difficoltà ma seggiovie e cannoni sparaneve sì, a iosa.

SONDAGGIO! La neve artificiale in Svizzera e in Italia

Cari amici, vi propongo di seguito un bel SONDAGGIO(NE)!

Leggete la domanda di seguito formulata e scegliete la risposta che ritenete più corretta:

Secondo voi, perché in Svizzera gli enti governativi disincentivano la realizzazione e il finanziamento di impianti di innevamento artificiale dei comprensori sciistici soprattutto al di sotto dei 2000 m di quota mentre in Italia la politica locale continua a stanziare centinaia di milioni di soldi pubblici per realizzare tali impianti soprattutto in comprensori sciistici al di sotto dei 2000 m di quota?

 

  1. Perché notoriamente gli svizzeri non capiscono nulla di montagne mentre gli italiani capiscono molto di più.
  2. Perché notoriamente gli svizzeri capiscono molto di montagne mentre gli italiani da tempo non capiscono più nulla.
  3. Perché c’è un equivoco di fondo: in Italia si è convinti di dover aver bisogno di sempre più «neve», solo che non si tratta della “neve” che è «acqua ghiacciata cristallina».
  4. Perché è tutto un magna-magna.

Forza, manifestate la vostra opinione!

Tra chi risponderà verrà estratto a sorte uno stagionale per la stagione 2024/2025 valido nel comprensorio sciistico dei Piani Resinelli (Lecco) oppure, in alternativa, una bottiglia di ottima birra artigianale! 😄

Il metodo più efficace per rendere “sostenibile” ogni progetto da realizzare sulle montagne

Di seguito vi verrà illustrato nel dettaglio il metodo migliore e più efficace per rendere “sostenibile” qualsiasi progetto di infrastrutturazione, urbanizzazione, turistificazione, cementificazione, consumo di suolo e altro di simile nei territori montani e di particolare pregio ambientale.

Non è così complicato, basta seguire attentamente i punti indicati:

  1. Prendere un progetto qualsiasi, anche il più palesemente impattante.
  2. Scriverci da qualche parte «sostenibile».

Ecco fatto!

Semplice, vero? Infatti è un metodo già alquanto diffuso e impiegato dagli enti pubblici italiani, che ne possono garantire la notevole efficacia politica e mediatica.

Provateci anche voi se diventerete sindaci, presidenti e assessori di provincia, di comunità montana, di regione, di altri dicasteri, soggetti istituzionali e di governo locale, responsabili di società che operano per conto del pubblico, eccetera. Ne trarrete una gran soddisfazione, garantito!

(Per leggere l’articolo al quale si riferisce l’immagine in testa al post, cliccate qui. Per leggere invece altre considerazioni interessanti sul tema, cliccate qui.]

Appaiono cose inutili e spariscono cose utili, sulle nostre montagne

Ponti tibetani, panchine giganti, passerelle e stanze panoramiche, seggiovie e funivie da una parte; scuole, uffici postali e bancari, ambulatori di medicina di base, trasporti pubblici, centri ricreativi e culturali dall’altra.

Quante volte leggiamo sui media d’informazione notizie che riferiscono di opere, progetti e soldi pubblici spesi per i primi, e quante volte per i secondi?

Ma, ovviamente, agli amministratori locali conviene più spingere (per scelta personale o per sottomissione politica) sui primi, che consentono loro di “fare” pubblicamente e autoreferenzialmente regalando più rapidi tornaconti propagandistici, piuttosto che sui secondi, i quali abbisognano di progettualità più elaborate, articolate, strutturate, a volte prolungate nel tempo, nonché di cura, sensibilità, attenzione e responsabilità verso i territori e le comunità che li abitano. Tutte cose poco spendibili elettoralmente, inutile rimarcarlo, anche se sarebbero ciò che la politica locale innanzi tutto deve fare, non altro.

D’altro canto, gli amministratori locali sono a loro volta “vittime” di un sistema di governo politico del territorio il cui costante degrado essi stessi alimentano inesorabilmente, come fossero saltati su un treno in corsa dal quale è praticamente impossibile scendere, anche se ne avessero intenzione, dunque tanto vale restare a bordo e mettersi comodi. A meno di saper trovare il coraggio di saltare giù rischiando l’osso del collo – il collo politico, ovviamente – oppure di non salirci proprio fin da subito, cosa forse ancora più difficile della precedente.

Per tali motivi, una certa classe politica e di amministratori così poco legata, poco in relazione – quando non sostanzialmente alienata oppure semplicemente cinica – rispetto ai territori che governa ha deciso di installare e disperdere in essi opere meramente ludico-ricreative che a breve dimostreranno ciò che veramente sono: dei rottami di ferro e cemento, i quali oggi banalizzano il paesaggio e domani lo deturperanno, appunto. Ma, realtà ben peggiore, nel diffondere tali rottami essi stanno rottamando i territori e le loro comunità, inesorabilmente.

Ecco dunque che sulle nostre montagne ponti tibetani, panchine giganti e altre amenità funzionali agli interessi di qualcuno ma sostanzialmente inutili alla quotidianità dei residenti compaiono ovunque; nel frattempo, ambulatori, scuole, trasporti pubblici e altri servizi di base necessari alla vita in loco dei residenti scompaiono ovunque, in misura crescente.

Chissà se quei politici sono in grado di rendersene conto ma fanno finta di nulla oppure se non ne sono nemmeno capaci e vivono nella convinzione di avere (sempre) ragione.

Non so, sinceramente, quale di queste due ipotesi sia la peggiore.

(L’immagine che vedete lì sopra della passerella panoramica di Mezzocorona, vicino a Trento, è tratta da www.iltrentinodeibambini.it.)

L’unica via percorribile verso il futuro, per le località dove si scia(va)

Se da un lato un ente scientifico inappuntabile come MeteoSvizzera certifica che anche quest’anno il trend a temperature stagionali oltre la norma si è confermato di nuovo, portando a quello che sarà uno degli inverni fra i più caldi registrati (e le intense nevicate di questi giorni non sono affatto un fenomeno che smentisce il trend climatico in corso, anzi, paradossalmente lo conferma), dall’altro lato l’Osservatorio Turismo di Confcommercio rileva che, a causa delle condizioni dell’innevamento che rappresentano un’incognita sempre più rilevante e difficile da controllare, in montagna d’inverno si fanno avanti nuove tendenze: per il 62% dei turisti ferie brevi e solo uno su tre farà sport.

Questa situazione ormai incontrovertibile rende sempre più evidente e necessaria, nelle località turistiche invernali fino a oggi vocate allo sci, la transizione verso forme di frequentazione ben più consone alla realtà in divenire e logiche rispetto ai rispettivi contesti territoriali. Ciò non significa che non si debba più sciare ma che, inevitabilmente, lo si possa fare in quei comprensori dotati di una geografia favorevole e capaci di implementare la propria sostenibilità sia in senso ecologico (dunque anche ambientale) che economico (dunque anche sociale), mentre gli altri comprensori devono e dovranno saper elaborare un’offerta turistica non più sciistica e mirata tanto ad attività adeguate alle proprie peculiarità territoriali quanto a ciò che, come rilevato (e non da oggi), risultano le nuove tendenze richieste da quel pubblico che ormai ha capito che non sia più il caso di sciare (con quello che oggi costa, per giunta) e tuttavia vuole continuare a frequentare le montagne.

[Foto di G.C. da Pixabay.]
In tal senso, dunque, non si tratta solo di una questione meramente legata alla sopravvivenza delle attività commerciali attive nelle località turistiche montane ma, a monte, di un tema culturale in ottica turistica: ovvero di mantenere vivo un turismo, non solo invernale, che risulti non più impattante e degradante com’è ancora oggi ma idoneo al contesto montano e parimenti in grado di assicurare ai luoghi un importante sostegno economico, non più univoco, discriminatorio e monoculturale come accadeva prima (e come è stato lo sci alpino fino a oggi) ma inserito in una visione di sviluppo territoriale ben più ampia e articolata, ciò anche per salvaguardarne beneficamente la parte umana che sui monti vive, da autoctono o da neomontanaro, e lavora, tanto nel settore turistico quanto nell’indotto oppure altrove.

Questa io credo sia l’unica via che quelle località la cui natura sciistica risulti viepiù insostenibile hanno da percorrere per “salvarsi” o, se preferite, per elaborare la più adeguata resilienza attuale e futura. Non vedo alternative se non molto più rischiose, irrazionali e deleterie, francamente.