Giovedì prossimo, 2 maggio, potrò fare una cosa alla quale tengo veramente molto e ne sono alquanto felice: sostenere la causa in difesa del Lago Bianco del Passo di Gavia dal devastante progetto sciistico che lo interessa. A Sondrio, alle 20.45, nell’incontro organizzato dal Circolo Culturale “Oltre i Muri” presso la Sala Besta della Banca Popolare di Sondrio, nel centro del capoluogo valtellinese, insieme ad altri prestigiosi relatori. Trovate i dettagli nella locandina qui sopra riprodotta, cliccateci sopra per ingrandirla.
Credo sia un appuntamento estremamente significativo e importante: quanto è stato fatto al Lago Bianco rappresenta uno degli assalti più assurdi e demenziali, ma per certi aspetti anche delinquenziali, portati alle nostre montagne, peraltro in un luogo meraviglioso, dotato di altissime valenze ecologiche e naturalistiche, posto nella zona di massima tutela del Parco Nazionale dello Stelvio. Un caso emblematico che pone moltissime domande alle quali devono essere date risposte chiare e inequivocabili. Giovedì, a Sondrio, proveremo a fornirle e far comprendere non solo cosa di tanto grave è successo al Gavia ma anche, e soprattutto, cosa non deve e non dovrà più accadere.
Segnatevi l’appuntamento: se siete di zona o in zona, mi auguro vorrete partecipare e, anche così, dare sostegno alla causa in difesa del Lago Bianco, un gioiello alpino inestimabile che non possiamo permetterci di perdere. Grazie!
[Foto di Pexels da Pixabay.]Nelle città in cui viviamo, posta la realtà di fatto che presentano e ciò che ci aspetta nei prossimi anni, tra nuove strade per velocizzare il traffico veicolare e “Zone 30” per rallentarlo, tra la libertà dell’auto privata e il privilegio dei trasporti pubblici, tra un passato che vuol farsi futuro e un futuro che vuol tornare al passato, tra slogan che dicono cose e altri slogan che dicono cose opposte, io credo che per la salvezza delle città e di chiunque le abiti e le frequenti, stanzialmente o saltuariamente, la soluzione sia una sola:
Cioè niente auto, già.
Solo mobilità dolce e trasporti pubblici capillari e efficienti.
La città costruita attorno alle strade e ai mezzi che le percorrono è un controsenso assoluto, un paradosso derivato da uno sviluppo distorto – più o meno conscio, più o meno dettato da affarismi vari e assortiti – delle aree metropolitane. La città va camminata e va pedalata per poterla dire viva così come altrettanto vivi i suoi abitanti in relazione ad essa. Di contro il traffico motorizzato non solo ne ammorba l’aria ma pure l’anima urbana: pensare ancora, oggi, che possa essere l’auto il mezzo principale per attraversarla è una delle più grandi stupidaggini della nostra epoca ed è inquietante che così tanti amministratori pubblici se ne facciano megafono (per giunta definendola assurdamente una “libertà”).
Le “Zone 30” non sono soluzioni ma solo palliativi, utili al momento e solo se si punta rapidamente allo step successivo: la “Zona 0” appunto. Finché le vie urbane non torneranno a poter essere completamente camminabili e dunque vivibili da chiunque, i cittadini in primis, le nostre città saranno solo delle sceneggiate di urbanesimo e dei simulacri di civicità. Diventeranno preda da un lato della gentrificazione più bieca e dall’altro di una slumizzazione degradante. Un mega nonluogo destinato a decadere presto, inevitabilmente.
[Articolo originariamente pubblicato il 19 aprile 2024 su “L’AltraMontagna“.]
Platone, il grande filosofo greco considerato tra i padri fondamentali del pensiero occidentale, scrisse che per quanto Atene, la sua città – polis, in greco -, fosse un luogo fatto di case, mercati, templi e teatri, erano gli ateniesi a fare la «polis». Cioè, di un luogo abitato e antropizzato, proprio in quanto tale, sono gli abitanti a determinarne l’anima, la quale dunque è l’elemento fondamentale che dà senso al luogo stesso, alla sua realtà, a ciò di cui si compone – case mercati templi e teatri.
E se il riferimento di Platone, come detto, era Atene, «polis» è nel principio qualsiasi luogo abitato «da una comunità di individui e famiglie tenute assieme da molteplici legami etnici, religiosi, economici, ecc.» come recita la definizione del termine. Comunità, non casualmente, è proprio il termine che venne scelto quando nel 1971 furono istituiti gli enti territoriali locali nati per l’amministrazione di territori geograficamente omogenei con funzioni sovracomunali, denominati appunto comunità montane. In effetti la montagna, ambito dotato di peculiarità geografiche e ambientali speciali e di conseguenti complessità, ha imposto all’uomo fin da quanto vi si stabilì stanzialmente secoli addietro la necessità di fare comunità ben più che altrove, al fine di sopravvivere alle condizioni difficili quando non ostili delle terre alte. La città si è fatta comunità attraverso modalità per così dire più spontanee, scaturenti dalla propria natura urbana (urbs, città in latino ma con accezione di «spazio nel quale si insediano gli edifici», differente dalla polis definita da Platone), almeno fino a che le trasformazioni della modernità e della post-modernità non abbiamo parecchio sfibrato le capacità di fare comunità delle città di oggi. In ogni caso quella urbana è nella sostanza una natura opposta a quella propriamente detta, nella quale invece si sviluppa la comunità di montagna e con la quale deve inesorabilmente rapportarsi in una relazione che, come accennato, abbisogna necessariamente di unire le forze di tutti per perseguire intenti comuni, in primis quelli di sussistenza. D’altro canto la montagna si fa comunità anche in senso antropologico, in forza della relazione che si costruisce tra il luogo con le sue peculiarità speciali – ben differenti da quelle cittadine e non solo per il paesaggio – e chi lo abita, e parimenti si fa comunità per le sue caratteristiche geomorfologiche, per come le valli montane avvolgano, racchiudano e proteggano, oppure isolino, le genti che le abitano, costrette nel bene e nel male a interagire in uno spazio comune ben definito, dunque altrettanto identitario.
[La borgata San Martino di Stroppo, capitale medievale dell’alta Valle Maira. Immagine tratta da www.alpicuneesi.it.]Insomma, per tutto quanto rimarcato la montagna è viva, e si mantiene tale in ogni aspetto, se viva e vitale è la sua comunità; viceversa, stante la propria realtà difficile, non potrà sfuggire ai fenomeni di svigorimento socioeconomico e culturale che hanno colpito, e a volte devitalizzato, numerosi territori montani. Questa evidenza comporta che, riguardo qualsiasi intervento venga messo in atto sui monti e di qualunque genere – politico, amministrativo, economico, infrastrutturale, eccetera -, uno dei suoi punti fermi deve e dovrà sempre essere la comunità nel suo insieme, soggetto principale dei benefici derivanti dall’azione compiuta.
Ecco: si provi a rintracciare questo punto fermo, il conseguire benefici concreti e durevoli a vantaggio delle comunità dei territori montani, nei numerosi progetti di infrastrutturazione ad uso del turismo di massa e dei suoi modelli commerciali realizzati o proposti sulle montagne. Si constati se c’è la comunità, in quei progetti, se è presente non solo come oggetto economico ma soprattutto come soggetto sociopolitico. Ben difficilmente la si trova, o anche solo la si intravvede. Non c’è, non è contemplata o, per meglio dire, non è contemplabile, evidentemente.
[La montagna in preda al turismo di massa che diventa “luna park” a discapito di ogni altra sua peculiarità.]Sia chiaro: che il modello turistico oggi imperante in montagna – nelle sue varie forme ma con identica sostanza – non sia in grado di fare comunità non è mancanza o colpa recente. Fin da quando il turismo è diventato fenomeno di massa invadendo innumerevoli vallate alpine e appenniniche adatte ai suoi scopi, subitamente le comunità di quelle vallate sono state spinte da parte, quando non calpestate. D’altro canto quel modello turistico galoppante sull’onda del boom economico prometteva ai montanari un benessere prima impensabile, dunque incontestabile, e così è stato per qualche lustro; tuttavia non rivelava ciò che pretendeva in cambio per ottenere i propri scopi: che non poteva ammettere la comunità, la polis montana, la quale invece doveva essere – e infatti è stata – disgregata e frammentata, sfilacciando e sovente spezzando i legami che la tenevano insieme, come recita la definizione del termine, per fare in modo che chiunque vi facesse parte potesse e dovesse porsi al servizio degli scopi del turismo e delle esigenze del turista, nuovo e indiscusso protagonista della realtà montana in quanto strumento funzionale a quegli scopi e ai tornaconti di chi ne beneficiava… [⇒⇒⇒ continua su “L’AltraMontagna”, qui.]
[Rottami sciistici e scheletri alberghieri all’Alpe Bianca in Valle di Viù, provincia di Torino.]P.S.: tutti gli articoli che ho scritto per “L’AltraMontagna” e lì pubblicati li potete trovare qui.
Qualche giorno fa Alberto Marzocchiha pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” un bell’articolo dedicato a Piazzatorre e al progetto di rinnovo e ripristino del locale comprensorio sciistico, un altro di quei casi di finanziamento pubblico di infrastrutture per lo sci che appare a tutti gli effetti scriteriato perché dedicato a un territorio che non presenta più le condizioni climatico-ambientali adatte allo sci alpino.
Me n’ero occupato anch’io (qui) di questo ennesimo caso di potenziale sperpero di denaro pubblico a favore dello sci in una zona che d’altro canto abbisognerebbe di molti altri servizi primari a favore della comunità locale (e peraltro di recente ho scritto di Piazzatorre anche riguardo la devastante presenza di seconde case, ben duemilacinquecento a fronte di duecento abitazioni per i 380 abitanti “veri”); Marzocchi traccia succintamente ma con grande chiarezza espositiva la storia della località sciistica, che rende ancora più scriteriato l’investimento pubblico lombardo, e lo fa con cognizione di causa tripla: perché da giornalista si occupa principalmente di tematiche ambientali (e qui non c’è solo un problema di spreco di risorse pubbliche ma pure di salvaguardia di un territorio montano da una infrastrutturazione decontestuale e potenzialmente inutile), perché è maestro di sci, dunque coinvolto anche professionalmente in questo tema, e perché è originario proprio di Piazzatorre, quindi sa perfettamente di cosa parla.
Vi invito a leggere il suo articolo cliccando sull’immagine lì sopra, è veramente interessante e alquanto significativo. Riflessione finale: quante Piazzatorre ci sono sulle montagne italiane? Ovvero: quanti soldi pubblici vengono buttati sulle Alpi e sugli Appennini in progetti sciistici totalmente privi di senso e di futuro?
[Immagine tratta da www.gazzettamatin.com.]Dunque, non erano tutti “saputelli”, “catastrofisti”, “ecoterroristi”, “tanto cattivi” e quanto di simile i molti (mi ci metto anch’io, nel mio piccolo) che, per più di due anni e in mille modi, sostenevano che le gare della Coppa del Mondo di Sci sul ghiacciaio del Teodulo, tra Zermatt e Cervinia, erano una cosa assurda e improponibile, anche al netto dell’impatto ambientale (devastante, ça va sans dire) sul territorio coinvolto. Li avrebbero ascoltati da subito, gli organizzatori delle gare, non avrebbero buttato un sacco di soldi, sprecato lavoro, energie, materiali, deturpato il ghiacciaio già sofferente di suo e, nel complesso, non avrebbero fatto fare una gran figura di palta (e non scrivo altro) alle due località.
D’altro canto: c’era veramente bisogno delle innumerevoli proteste, disapprovazioni, denunce, indignazioni su scala internazionale per comprendere l’assurdità di ciò che si stava facendo? Come si può essere talmente miopi, ottusi, incuranti rispetto alle conseguenze delle proprie azioni pur chiarissimamente palesi, solo per inseguire meri tornaconti politico-commerciali?
Di contro quanto meno dà speranza leggere che siano stati proprio gli atleti e le loro squadre a bocciare le gare sul Teodulo: è la prova che tra di loro più che nelle federazioni nazionali finalmente stia emergendo la consapevolezza di fissare finalmente un limite da non superare riguardo la sottomissione delle montagne alle mire commerciali che alimentano (legittimamente ma non troppo, appunto) la Coppa del Mondo di Sci? Be’, c’è solo da augurarcelo.