Antiche e perdute saggezze politiche

[Immagine tratta da reteclima.it, fonte qui.]

Viene fatto divieto, agli ufficiali pubblici dello Stato delfinale ed ai nobili, di tagliare legname da costruzione o da riscaldamento nelle foreste delle Comunità e Università del Brianzonese, del Queyras, Vallouise, Cézanne, Oulx, Pinet, Chevallet, Fontenils né in altri luoghi del “Baliaggio” poiché i tagli sono causa di inondazioni, frane e valanghe. Tale interdizione è perpetua.

(Grande Charte des Escartons, articolo 18, anno 1343.)

Eh già: i montanari delle valli del Monviso, a metà del Trecento, avevano già capito e messo per iscritto nozioni, sulla buona gestione dei loro territori di montagna, che ancora oggi molti amministratori locali e altrettanti loro sodali non capiscono ancora – ovvero fingono di non capire, per perseguire i loro biechi tornaconti. Così, se quell’antica saggezza politica (nel senso più nobile del termine) si fosse salvaguardata e osservata fino a oggi, probabilmente molti dei dissesti che i nostri monti subiscono, spesso con conseguenze tragiche, non accadrebbero, e avremmo a disposizione territori certamente antropizzati ma in base a un antico e assodato buon senso, senza cementificazioni e infrastrutturazioni scriteriate, guidate da meri fini economici, che non solo rovinano la bellezza del paesaggio ma danneggiano pure il territorio di cui è origine.

D’altro canto, gli Escartons sono uno degli esempi migliori di quel fenomeno definito “paradosso alpino” per il quale, nel basso Medioevo, il livello di istruzione e di apertura culturale di molte comunità di alta montagna era superiore a quello degli abitanti della basse valli e delle città. Poi, ahinoi, certa non cultura urbana ha conquistato le montagne e irretito i loro abitanti, generando le numerose devianze che ci ritroviamo a constatare in numerose località montane. E con esse le frane, e le esondazioni, e le alluvioni, e i vari dissesti idrogeologici, e l’inquinamento anche alle alte quote, e la perdita di biodiversità, e la generale banalizzazione del paesaggio, e…

I “miti” (degli altri)

Qualche settimana fa ho pubblicato un articolo su Bob Dylan – il 24 maggio, giorno del suo ottantesimo compleanno – nel quale celebravo il genetliaco ma, con sconcertante insolenza (me lo dico da solo, sì) e pur con altrettanta sincerità confessavo che trovo da sempre Dylan uno degli artisti musicali più noiosi, soporiferi, sovente assai poco attraenti e a volte sconcertanti che abbia mai ascoltato.

Poi, parlando con alcuni amici di come per chiunque esistano dei “miti” – di ogni ambito terreno – riconosciuti come tali da tantissimi ma che per se stessi non lo sono affatto in forza dei più disparati motivi personali, mi sono messo a fare una rapida top ten dei miei “miti degli altri”, personaggi o cose variamente celebri e mitizzate ma non da me, ecco. Ovviamente è inutile rimarcare che si tratta di opinioni e giudizi del tutto personali senza alcuna pretesa di verità ma, certamente, sinceri e onestamente espressi.
Ecco qui la mia dissacrante, quasi blasfema top ten (posizioni in ordine sparso, eh):

  •  The Beatles: mito assoluto che non abbisogna di presentazioni. Be’, nulla dire sull’importanza rispetto alla storia della comunicazione di massa e del music business, che dopo di loro è indubbiamente cambiato ed è diventato quello che oggi è, ma le canzoni, salvo tre o quattro e non di più, le trovo insipienti e noiose. I Rolling Stones tutta la vita, semmai.
  • AC/DC: una delle più celebri rock band di sempre ma, a mio modo di vedere, è più di quarant’anni che “fanno” sempre e solo Highway to Hell. Nel senso che hanno pubblicato quel loro brano nel 1979 e da allora si sono limitati a riprodurlo mille e mille volte, con altri titoli e accordi un filo differenti ma, nella sostanza, il pezzo è sempre quello. Ma anche basta, porca miseria!
  • Jim Morrison: il “carismatico leader” dei Doors è un personaggio che nel complesso mi irrita irrefrenabilmente fin dai primi istanti di visione. Dicono fosse un poeta – “il poeta maledetto” anzi; a mio modo di vedere il vero “poeta” (tramite le sue tastiere) e personaggio da ricordare nei Doors fu Ray Manzarek, non l’altro.
  • Alda Merini: con il massimo rispetto per la personale vicenda umana, trovo la sua poesia ben poco “poetica” ovvero in gran parte banale e scontata.
  • Alberto Tomba: (sempre che possa essere considerato un “mito”, ma ai suoi tempi lo era, probabilmente) grandissimo sciatore ma non ho mai sopportato i suoi atteggiamenti da “simpatico” (per gli altri) spaccone; infatti all’epoca ero un grande fan del suo acerrimo rivale nella Coppa del Mondo di Sci, lo svizzero Pirmin Zurbriggen.
  • Gianni Agnelli: l’Avvocato, mito capitalistico italiano per eccellenza, è a mio parere colui che ha gettato alle ortiche (ovvero ha permesso che accadesse) un’azienda tra le più avanzate – sia dal punto di vista tecnologico che del design – al mondo, producendo auto pessime e per di più parassitando ingenti fondi pubblici al fine di riempire i buchi di bilancio.
  • Vasco Rossi: personaggio di grande simpatia tanto quanto di insopportabile banalità musicale – salvo la prima parte di carriera, quando non era ancora così mitizzato e produceva spesso canzoni notevoli. Poi, appunto, il gran successo gli ha spento la carica innovativa rendendolo non di rado una parodia del se stesso giovane.
  • La Ferrari: il mito automobilistico per eccellenza, tuttavia per il team di Formula Uno non ho mai fatto il tifo perché mi ha sempre infastidito quella strumentalizzazione mediatica a fini patriottico-nazionalisti (“la nazionale rossa”) della quale – suo malgrado, anche – è sempre stata oggetto, mentre come costruttore di automobili, per carità, gran belle vetture ma, avessi i soldi, sceglierei senza alcuna esitazione una Aston Martin. Dal fascino inarrivabile, per una Ferrari.
  • Il Brunello di Montalcino: datemi una bottiglia di questo nobile “mito enologico” assoluto, e datemene una di proletarissimo Lambrusco oppure di Bonarda… be’, scelgo mille volte questi due, altro che il primo, il quale mi entusiasma come un surfista in una giornata di mare piatto e senza un filo di vento!
  • Il Capodanno: un giorno “mitico” per tutti i festaioli, io invece non ho mai capito che ci sia concretamente da festeggiare e poi, nello specifico, il solito countdown della mezzanotte, «meno dieci… nove… otto… sette…» scandito in coro dai festanti, se devo proprio essere sincero, mi ha sempre suscitato notevoli istinti omicidi, ecco.

E voi? Avete qualche “mito degli altri”, osannato da tanti e invece da voi francamente ignorato o disdegnato? “Miti” considerabilmente tali, sia chiaro: non la Ferragni (che magari “mito” lo sarà tra quarant’anni, chissà, glielo auguro) oppure Jovanotti (nota bene: a chi lo ritenga un “mito” sarà tolto il saluto immantinente) o altre figure di simil sorta, eh!

 

 

18 luglio, nel Vallone delle Cime Bianche

Già mi sono occupato, qui sul blog, del folle progetto di collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monte Rosa Ski, che si vorrebbe realizzare nel Vallone delle Cime Bianche, uno degli ultimi lembi di territorio in quota rimasti incontaminati sulle Alpi della Valle d’Aosta. Un progetto che non solo rappresenta uno sconcertante scempio ambientale, come denunciano da tempo innumerevoli fonti e voci autorevoli della cultura di montagna – si veda qui un riassunto dei vari interventi di Mountain Wilderness, ad esempio, ma esprime pure, per molti aspetti, un’offesa altrettanto sconcertante alla cultura dello sci che veramente lascia esterrefatti per come un’idea del genere possa essere concepita e ritenuta virtuosa per lo sci turistico contemporaneo. Ma, appunto, nel mio articolo trovate tutte le considerazioni al riguardo e i riferimenti per saperne di più.

In difesa del Vallone delle Cime Bianche e per cercare di cancellare definitivamente la possibile realizzazione del progetto suddetto, domenica 18 luglio si terrà a Saint Jacques (Val d’Ayas, Champoluc) un importante evento escursionistico grazie anche all’appoggio di “Valle Virtuosa”, una associazione valdostana in prima linea per varie cause ambientali.  La manifestazione è organizzata dal progetto fotografico di Conservazione “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche”. L’escursione è alla portata dei più, comporta circa 2 ore e trenta di cammino, da Saint-Jacques all’Alpe Vardaz: un invito a scoprire questo luogo unico, patrimonio paesaggistico e ambientale di tutti attualmente a rischio a causa dell’irrazionale egoismo di pochi, oltre che, appunto, un’ottima occasione per parlare e per comprendere il perché sia giusto e necessario essere contrari al progetto di collegamento intervallivo tra i comprensori sciistici di Cervinia e Monterosa. Nelle immagini qui sotto trovate tutte le informazioni sull’evento e su come parteciparvi.

Per saperne di più potete leggere questo articolo di “Mountcity” o quest’altro di “AostaNews.it” oppure consultare il sito varasc.it, dedicato proprio alla salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche. E partecipate, se potete: è importante, sensato, utile, nobile, culturale, umano.

Mollino in vetta, comunque

[Immagine tratta da sbandiu.com. Cliccateci sopra per leggere Carlo Mollino, il ragazzaccio, di Luigi Prestinenza Puglisi, da artribune.com.]
Carlo Mollino è tra le figure più leggendarie e iconiche – seppur non così conosciute dal grandissimo pubblico – del Novecento italiano, tant’è che le sue attività di architetto, designer, fotografo, aviatore, sciatore (e molto altro) sono oggetto di frequenti e multiformi omaggi: l’ultimo, peraltro molto originale e evocativo, è Mollino/Insides, la cui esposizione chiuderà proprio domani, 4 luglio, alla Collezione Maramotti di Modena.

In particolare, sul Mollino architetto ha dissertato il bellissimo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino. Architetto, del quale ho scritto qui sul blog; in esso tra le tante cose sul tema viene messo in evidenza come, a fronte della gran mole di progetti sovente innovativi prodotta e altrettanto spesso lodata, relativamente pochi sono poi stati gli edifici effettivamente realizzati.

D’altro canto quando si è al cospetto di certi grandi creativi, la loro importanza, la genialità e la visionarietà, cioè la dote di vedere, immaginare e inventare cose invisibili per quasi tutti gli altri nel proprio tempo, prima o poi tornano a manifestarsi, in modi più o meno diretti. Ecco dunque che uno dei progetti di Mollino non realizzati, la stazione di arrivo dell’arditissima funivia del Furggen sulla vetta dell’omonima montagna, sopra Cervinia – che senza dubbio sarebbe stato il più spettacolare non solo dei suoi progetti ma per l’intera architettura/ingegneria di quegli anni (siamo ad inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso) e del quale venne edificato il solo basamento in cemento armato per consentire il servizio della funivia…

[Immagini/rendering tratte da carlomollinofurggen.blogspot.com.]
…lo si può ampiamente ritrovare oggi, a sessant’anni dal progetto molliniano, nella realizzazione della stazione di arrivo di un’altra ardita funivia, quella che raggiunge la vetta della Zugspitze, massima elevazione della Germania:

È parecchio sorprendente, in effetti, constatare la grande somiglianza concettuale, progettuale e realizzativa in generale dei due edifici, e viene difficile non pensare che i progettisti dell’opera sulla Zugspitze non conoscessero i disegni del Furggen di Mollino e non se ne siano fatti ispirare, a loro modo mettendo in pratica – anche grazie alla tecnologia odierna che Mollino non ebbe a disposizione – l’idea geniale e l’intraprendenza futuristica (che appare tale ancora oggi, a ben vedere) dell’architetto torinese.

Come sostenevo poc’anzi, l’autentica genialità supera il tempo e le cose terrene, facendosi retaggio culturale anche senza l’originale compimento per come il proprio concetto di fondo sia talmente potente e illuminante. E parimenti facendosi omaggio e celebrazione – indiretto ma nemmeno così tanto, ribadisco – di un personaggio così perennemente stimolante come Carlo Mollino. Un’icona intramontabile, senza dubbio.